Forze armate mondiali dal secondo dopoguerra al XXI secolo/Italia: esercito 1
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I reparti corazzati e meccanizzati italiani sono stati inizialmente modellati con materiali e tattiche americane. Solo in seguito è arrivata l'influenza europea, specialmente tedesca ma anche francese, e più tardi ancora è stata sviluppata una completa famiglia di mezzi corazzati e blindati di concezione e in larga misura (motori, sistemi di controllo del tiro etc.) nazionale.
La costituzione delle prime forze corazzate italiane del dopoguerra era basato su mezzi di varia provenienza. Non mancavano, per esempio, ancora i semoventi da 75 mm di produzione bellica, come anche vari mezzi corazzati ruotati o cingolati. Nel contempo stavano arrivando anche i primi mezzi Alleati, sia come forniture dirette che come mezzi reperiti tra quelli fuori uso o abbandonati sul territorio nazionale, a causa della catastrofica guerra durata anni sull'intera penisola.
Inizialmente l'Italia, piegata dalla Seconda guerra mondiale, era stata autorizzata a disporre solo di 200 carri armati: inizialmente si trattò di M13, M40 (i semoventi), e persino i minuscoli L3. Ma poi le cose cambiarono. La prima unità corazzata è stata l'Ariete, nata come divisione negli anni '30, rinata nel '48 come brigata corazzata. C'erano anche alcuni carri leggeri M5 Stuart, ed era grossomodo l'unica vera novità. Ma nel 1949 l'Italia entrò nella NATO: la furia di riarmarsi era data dal confronto sempre più teso con l'Est, dall'assedio di Berlino in particolare. L'invito all'Italia era stato dato dagli USA, e il trattato venne ratificato il 4 aprile 1949: era nata la NATO, North Atlantic Treaty Organization. Questo non rimase senza conseguenze: arrivarono cacciacarri M10, semoventi d'artiglieria M7, carri M4, ma sempre nel limite dei 200 corazzati da combattimento del trattato. Troppo pochi e questo significò cercare una soluzione. Questa fu trovata nel 1951 quando l'Italia chiese a tutti gli altri firmatari la revoca delle limitazioni militari. La Gran Bretagna era contraria ad alleggerire le sanzioni contro l'Italia, e certo nemmeno la Francia ebbe gioia nel ritrovarsi ancora una volta la 'cugina latina' elevata al rango delle maggiori potenze. Ma gli USA consideravano necessario riportare l'Italia in forze dopo che i cambiamenti politici avevano assicurato la 'svolta' definitiva rispetto al passato fascista, e poi (come già accadde o sarebbe di lì a poco successo con Germania e Giappone, peraltro in prima linea) era più sensato dare ad una nazione la possibilità di difendersi autonomamente (dopo averla 'pacificata') che sobbarcarsi gli oneri della sua difesa. E alla fine le potenze vincitrici occidentali (GB, USA ,Francia) si ritrovarono d'accordo. L'URSS, la Polonia e la Cecoslovacchia protestarono, ma non ci fu nulla da fare; da allora l'Italia potè ignorare le limitazioni del Trattato. La fine delle sanzioni, nonostante fossero passati appena 6 anni dalla fine della guerra, non salvò le due poderose corazzate 'Littorio', che la marina tentò di salvare fino all'ultimo (trovandosi in particolare contro la Gran Bretagna, che non certo a torto ribadiva di avere vinto contro gli italiani una guerra iniziata da questi ultimi), ma per le unità terrestri era tutto molto più semplice: non occorrevano certo cantieri immensi e personale altamente specializzato per ricostituire unità corazzate terrestri, e specialmente se le forniture provenivano da altre nazioni. Così nel 1951 già si ebbe il primo risultato: la Brigata corazzata Ariete tornò al rango di Divisione Corazzata, completando gli organici l'anno dopo. Era organizzata in un grande reggimento carri, uno bersaglieri, un reggimento semoventi da 105 mm (M7). Ognuno di questi reggimenti aveva 3 battaglioni. La Brigata corazzata Centauro venne costituita nel '51, anch'essa in memoria di una divisione corazzata, ma dopo pochi mesi venne trasformata in divisione. Le divisioni corazzate italiane erano 3, come del resto le grandi unità da battaglia classe 'Littorio' (ma ve n'era una quarta in costruzione, mai completata, come del resto era stata riformata la divisione Centauro II, impegnata vicino Roma contro i tedeschi dopo l'Armistizio).
Le divisioni corazzate italiane, assieme a quella paracadutisti, a quelle alpine e a quelle bersaglieri erano state le unità di punta del Regio Esercito nelle campagne della guerra. Fino a che queste ressero, la situazione non fu del tutto compromessa: crollate queste, i 3,7 milioni di uomini sotto le armi nel '43 rimasero quasi senza risorse e volontà e nel giro di settimane tutto l'ancor mastodontico strumento militare italiano crollò come un castello di carte, concludendo in maniera persino peggiore la guerra (a parte la lotta di continuazione, chiaramente) di come la iniziò (con le prove mediocri in Francia, Gran Bretagna, Albania, Grecia, Malta, e sopratutto Africa settentrionale dove in 3 mesi vennero distrutte 10 divisioni e catturati 130.000 uomini -tra cui 10 generali- contro le forze del Commonwealth che pure erano molto meno numerose, ma che con poche perdite riportarono una grande vittoria). In tutto, circa 800 carri armati arrivarono in Italia. C'erano i possenti M26 Pershing, ben armati e corazzati, ma dalla mobilità piuttosto limitata come l'affidabilità. Nelle fasi finali della II GM avevano combattuto limitatamente contro le forze corazzate tedesche. Un 'Super Pershing' con un cannone da 90 mm allungato rispetto alla canna standard di 50 calibri distrusse persino un Tiger II tedesco. Nella Guerra di Corea erano poi riusciti ad imporsi ai T-34, che fino ad allora avevano travolto le difese poste ad arginarne l'avanzata, resistendo ai bazooka da 60 mm, ai cannoni controcarri leggeri, e sopratutto ai carri leggeri M24 'Chaffee', magnifici come mobilità ma deficitari come potenza di fuoco e sopratutto come protezione. I Pershing bloccarono e sconfissero i T-34 più o meno come sarebbero riusciti a fare i Tiger, ma pesando solo poco oltre le 40 tonnellate, grossomodo come un Panther (a cui per molti aspetti erano assimilabili). Ma la mobilità non era il loro forte e allora il grosso delle operazioni coreane fu appannaggio, dopo i principali scontri corazzati, degli M4 Sherman degli ultimi tipi. La notizia non era delle migliori per le truppe italiane, dato che anche l'Italia era una nazione stretta e montuosa.
In ogni caso arrivarono in Italia una vera collezione di corazzati americani: carri leggeri M5 Stuart, andati per esempio in carico al Reggimento 'Lancieri di Montebello'; carri M4 Sherman; carri pesanti M26; ben presto giunsero anche i carri armati M47, che sarebbero stati secondi per importanza nella storia postbellica dell'EI solo ai Leopard 1; v'erano i cacciacarri M10 e poi gli M36 con un cannone da 90 mm e un aspetto non tanto diverso da quello di un carro pesante, anche se erano meno corazzati e più mobili. Sarebbero rimasti in servizio fino agli inizi degli anni '70, mentre M4 e M26 sparirono piuttosto in fretta, come anche gli M5. Infatti la seconda generazione di carri armati arrivò ben presto in Italia: gli M47 e gli M24 leggeri. Nel frattempo giunsero anche altri veicoli, i semicingolati M3, i semoventi M7 da 105 mm, i Sexton riarmati con il pezzo da 105 mm, le cingolette Vickers e altro ancora. Nonostante tutto questo, le unità corazzate italiane non erano pari alla forza di quelle delle altre nazioni principali NATO e del Patto di Varsavia. Oltre ad 'Ariete' e 'Centauro' venne costituita, ma solo nel 1953, una terza divisione corazzata. Questa non poteva certo essere, per comprensibili motivi, la 'Littorio' (il nome della terza unità corazzata del periodo bellico): allora la terza divisione corazzata fu la 'Pozzuolo del Friuli', altra unità fondamentale delle truppe corazzate italiane dal dopoguerra.
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[modifica] L'era del Patton: M47 nell'E.I.[1]
L'M47 è un carro armato che è rimasto per decadi quale rappresentante principale, e poi comprimario, dei mezzi corazzati italiani. Si tratta di un mezzo evolutosi dalla serie 'Pershing', con una nuova meccanica e una maggiore mobilità. Il prototipo nacque come emergenza legata alla guerra in Corea: all'epoca l'US Army aveva una linea di carri M4, M26 e i primi M46. Questi erano un'evoluzione dei 'Pershing' con molti miglioramenti, ma sopratutto con un motore a benzina che raggiungeva, nonostante un peso ancora simile, gli 800 hp anziché 500. In generale era dotato di una migliore meccanica, assai più affidabile. Ma era solo un progetto ad intermin, visto che presto sarebbe stato necessario un nuovo carro armato, sopratutto uno capace di sfruttare al meglio il suo cannone da 90 mm, cosa che era necessaria sopratutto per gli ingaggi alle maggiori distanze. Il nuovo carro armato in fase di sviluppo era il T43, ma questo era ancora lontano dall'essere approntato quando scoppiò la Guerra di Corea. Come misura d'emergenza si decise di installare la sua torretta sullo scafo, già abbastanza collaudato, dell'M46A1. Quindi, per quanto possa suonare strano, tutti gli equipaggi che si sono avvicendati al suo interno, non sono mai stati in un carro armato realmente nuovo. Di fatto, si trattava di un M46 con una nuova torretta. La cosa ironica è che l'M47 è rimasto in servizio a lungo ed è ben noto, mentre dell'originario M46 non se ne ricorda quasi nessuno. La fretta con cui venne approntato l'M47 Patton (non esattamente noto così all'inizio, dato che ufficialmente il nome del famoso generale è stato affibbiato solo all'M48) non fu del tutto giustificata e i risultati non sono stati del tutto soddisfacenti: in Corea è stato spedito solo l'M46 come 'intermezzo' tra gli Sherman e gli M26, mobile quanto i primi e potente quanto i secondi. L'M47 venne prodotto in grande serie, pur essendo solo un mezzo di transizione. Il totale ammontò a ben 8.000 carri armati. Gli inconvenienti meccanici e i difetti erano diversi, tra cui una sagoma troppo alta, un'autonomia ridicola, difetti nella protezione.
L'M48 apparve per merito della Chrysler, nello stabilimento del Delaware Tank Corporation che gestiva all'epoca, quando nel luglio 1952 (ancora prima della fine della guerra in Corea) venne ufficialmente presentato con una cerimonia in cui partecipò anche la vedova di George Patton. Nemmeno questo carro armato era del tutto avulso da problemi, anche se aveva una corazzatura migliore, senza i difetti e punti deboli precedenti, ma con una spiacevole risonanza interna nella torretta durante i movimenti (essendo un rozzo esempio di mezzo prodotto per fusione in un sol pezzo), e ancora un'autonomia limitata dal motore a benzina, ad appena 112 km. Solo in seguito sarebbe stato migliorato in maniera adeguata, con un motore a benzina ad iniezione (A2) che aumentò molto l'autonomia, uno diesel (A3), mentre solo negli anni '70 apparve l'A5 (preceduto da altre versioni analoghe) con cannone da 105/51 mm L7/M68. In ogni caso, ne vennero realizzati 11.700, seguiti da 13.000 ben più costosi M60, ma ancora nella stessa linea evolutiva. La differenza era una corazza più pesante, e una torretta pensata per il cannone da 105 mm. Tutto questo rese rapidamente eccedenti gli M47, che proprio per questo diventarono un mezzo destinato all'export: in pochi anni vennero tolti dal servizio dall'US Army e spediti ai 4 punti cardinali per una moltitudine di utenti esteri, che erano ben lieti di avere carri di 'seconda scelta' ma nondimeno nuovi e assai avanzati per l'epoca, mentre gli M48 restavano appannaggio degli americani.
Quanto all'M47, l'E.I. ne ha ricevuti moltissimi, circa 800 esemplari (forse non includendo le riserve). La corazzatura del veicolo era relativamente spessa, ma senza esagerare: la parte frontale dello scafo arrivava a 102 mm (4 pollici) a 60 gradi (per uno spessore virtuale di 203 mm, ovvero il doppio); la parte frontale della torretta raggiungeva lo stesso spessore ma con una inclinazione media di circa 40 gradi; i fianchi dello scafo erano verticali da 76 mm (3 pollici), quelli della torretta, leggermente inclinati e arrotondati, di 63 mm (2,5 in.); fondo e tetto erano di circa 12,5-25 mm (0,8-1 in), retro scafo 51 mm e torretta 76 mm (ovvero, per quanto possa sembrare strano, più spessore che per i fianchi del mezzo, pure più esposti, anche se muniti di corazze inclinate). Il veicolo aveva un telemetro stereoscopico per le distanze di 450-4500 m nella torretta, molto preciso rispetto ad uno stereoscopico ma meno rapido e facile nell'uso, abbinato ad un cannone da 90 mm munito di freno di bocca a 'T', ed estrattore di fumi. V'erano ben 70 proiettili da 90 mm, ma la varietà era ancora più impressionante dato che potevano essere di ben 11 tipi (per non parlare dei sottomodelli): tra questi c'erano quelli d'addestramento (più leggero di quelli 'da guerra', simulava la traiettoria delle munizioni HVAP e HE a seconda dei sottomodelli, aveva una testata sempre inerte e sopratutto produceva rimbalzi e traiettorie ridotte per non uscire dai poligoni dopo avere colpito le sagome di tela), a salve (con polvere nera, che poi andava tolta tassativamente con uno scovolone dalla canna, altrimenti l'avrebbe erosa con i successivi colpi sparati), perforante, perforante iperveloce, HE, HEAT, HESH e fumogeno. Una mitragliatrice da 12,7 mm sulla cupola del capocarro, una coassiale accanto al cannone, una nella parte anteriore dello scafo (l'ultima volta che un carro americano previde tale dotazione) completavano l'armamento. L'equipaggio era di 5 uomini, essenzialmente per via della presenza del mitragliere nello scafo. Nell'E.I come in altre F.A che usarono questo carro armato, questo posto era utile per accogliere personale extra, nonché per ospitare per i corsi d'aggiornamento degli 'ufficiali di complemento' che in teoria sarebbero stati necessari per la mobilitazione della riserva in caso di necessità, ma che erano ben poco pronti per una guerra reale. Se 3 uomini sono un pò pochi in un carro armato, 5 sono fin troppi (lo stesso vale per il numero di carri in un plotone); per cui non vi furono drammi quando arrivarono carri armati con 4 uomini d'equipaggio. Sommando la riduzione da 5 a 4 carri per plotone (fatta però solo nei tardi anni '80) questo ha significato ridurre da 25 a 16 i carristi per ciascun plotone.
Quanto all'armamento, tanto per precisare ulteriormente, v'era il pezzo T-119E1, poi sostituito dall'M36 come arma principale; una mitragliatrice M1919A4 nello scafo, impiegata dal 2° pilota, un'altra analoga coassiale (ma originariamente si trattava addirittura di una 12,7 mm); una M2 HB nella cupola; ma non mancavano per gli equipaggi anche altre armi, quelle leggere: nel caso dell'E.I. 5 Beretta Mod.34 da 9 mm (rimaste in servizio, nonostante l'avvento della Mod.92, fino agli anni '90), 2 'moschetti automatici' (mitra) Beretta MAB (altre armi prestigiose ma oramai obsolete), poi rimpiazzati dai FAL TA, e 12 bombe a mano SRCM. Quanto alla dotazione di colpi, una tipica era di 32 He, 21 APC-T (perforante con carica di scoppio per esplodere dentro il bersaglio, naturalmente ridotta rispetto a quella del proiettile HE) o HEAT (a carica cava), 10 HVAP (che con la loro leggerezza potevano raggiungere i 1250 ms anziché i 929 come le AP-T a pieno calibro, di tipo convenzionale), 7 WP (White Posphorous, per effetti incendiari ma sopratutto fumogeni, creando cortine fumogene di circostanza senza aspettare l'artiglieria). La telemetria era precisa, ma richiedeva fino a 5 secondi con un errore a 1500 yds (1.370 m) di 42 yds(38 m). Questo risultato, a dire il vero più che apprezzabile, era beninteso ottenibile solo con un addestramento molto accurato. La misurazione delle distanze avveniva con una marca stereoscopica con 5 lineette verticali a V. Facendo coincidere con una pedaliera o un bottone apposito il vertice della V con l'obiettivo appariva la distanza leggibile nell'oculare, mentre per effetto della regolazione in distanza che veniva fatta, un 'autocollimatore' funzionante a pantografo, alzava il cannone alla giusta angolazione per colpire l'obiettivo sulla distanza stabilita, rendendo più rapida l'operazione di ingaggio. I proiettili erano disposti sul fondo della torretta, a parte 11 stivati in torretta pronti al tiro.
In tutto v'era, a parte il sistema di controllo del tiro M-3 -comprendente il telemetro M-12 e due periscopi, una serie di sottosistemi come i congegni di sparo elettrici e una radio AN/GRC 3 o 4, dalle prestazioni non eccelse data la portata di 16 km massima, e solo su terreno vario. Il capocarro e il cannoniere avevano due grandi periscopi M-20 entrambi a destra del cannone, scalati, e collegati (come il telemetro) al complesso balistico M-3, e utilizzabili in caso di guasto al telemetro (che funzionava anche da collimatore), e aventi un potere d'ingrandimento di 6x. Il complesso balistico aveva la necessità di calcolare anche il tipo di munizioni usate, per tenere conto delle differenti traiettorie balistiche, e questo avveniva con la regolazione di un un apposito rullo del tipo di munizioni da impiegare, per ciascuna delle quali era calcolata una certa elevazione corrispondente alle distanze utili di tiro (non c'era un calcolatore vero e proprio).
Inoltre, il carro armato aveva anche un'altra risorsa piuttosto insolita, forse conseguenza delle esperienze in Corea dove spesso i carri erano usati come artiglieria mobile. Questo sistema era costituito da congegni di puntamento indiretti, con un quadranti a livello M-13 e uno azimutale T-24 che permettevano di regolare l'alzo e la direzione della torretta per colpire bersagli designati da fonti esterne. Per il tiro diretto, la distanza ottimale per l'uso delle munizioni era attorno a 800-1000 m. Le munizioni erano di nuova generazione, ma il cannone M36 (derivato dall'M31 dell'M46 Pershing)poteva sparare anche le munizioni del pezzo paricalibro M3A1 dell'M26 Pershing (non era possibile il contrario). L'arma aveva otturatore a scorrimento verticale per consentire un rapido caricamento e le munizioni erano cartoccio-proietto, un pò ingombranti nella torretta di un carro armato ma più rapide da mettere all'interno della culatta avendo sia la carica che il proiettile.
Quanto alla torretta, dove erano ospitati 3 uomini era in acciaio speciale, monoblocco di fusione, brandeggiabile con un meccanismo oleodinamico su sfere metalliche fino a 1440 gradi.min (4 giri).
Per il motore AV-1790-5B da 820 hp a 2.900 giri/min., 12 cilindri a V raffreddato ad aria da ben 29,361 litri di cilindrata. Movimentava un carro armato che raggiungeva le 44 t, di 7,091 m di lunghezza col cannone in avanti, 3,51 m di larghezza e 2,96 di altezza. Era un grosso bestione se si considera che il T-54 era rispettivamente 6,45 m (ma senza cannone)x3,27 e 2,40 m e 35 t complessive. La potenza del motore non era tutta per la mobilità: i 2 ventilatori di raffreddamento assorbivano qualcosa come 60 hp, per cui la potenza 'netta' era di 760 hp. Il consumo non era certo il punto forte di questo carro armato: 140 m per litro di benzina, per cui gli 880 l di 'super' assicuravano solo 128 km su strada o circa 7 ore di operazioni (il che significa, in caso di guerra intensa, 4 pieni al giorno..). La trasmissione era attuata con un complesso cambio-sterzo Allison GM, il cosidetto 'Cross-Drive', che era un sistema integrato che aveva una cloche che controllava lo sterzo, cambio, differenziale etc, praticamente una specie di equivalente del manubrio motociclistico. Questo era, per i primi carri, replicato anche per il secondo posto di guida nello scafo, che in effetti non era semplicemente per un mitragliere ma per un mitragliere-secondo pilota. Per scaricare la potenza a terra v'erano due tipi di cingolo, ovvero il T-80 E6 con elementi in gomma, e il T-84E1 con pattini interamente in gomma anziché il misto nervature d'acciaio-cuscinetti gommati. V'erano 3 rulli guidacingolo a doppia ruota su ciascun lato, sospensioni a barra di torsione con ammortizzatori idraulici e limitatori di fine corsa, con 6 ruote per ciascun lato, oltre a due rulli compensatori (nei modelli più vecchi), uno per lato, per permettere di mantenere la giusta tensione. L'impianto elettrico era costituito da 4 batterie da 12 V in parallelo per un totale però di 24 V. Inoltre v'erano innovazioni per l'equipaggio: motorgeneratore ausiliario per avviamento, un refrigeratore (praticamente un condizionatore d'aria rudimentale) per l'equipaggio, pompe di drenaggio elettriche, estintori fissi antincendio e per la prima volta in un mezzo americano, un paio di fari anteriori ad infrarossi per la marcia notturna. La pressione specifica sul terreno era di 0,935 kg/cm2, relativamente bassa ma non trascurabile.
Gli M47 finirono per fare un pò tutti i ruoli nell'E.I: radiato l'M24 senza rimpiazzi (l'M41 arrivò solo come versioni semovente d'artiglieria), anche le missioni di ricognizione offensiva vennero affidate all'M47, anche se la sua sagoma di 2,96 m misurata all'altezza della mitragliatrice contraerea non era certo d'aiuto a non farsi vedere, nonostante la sua torretta fosse piuttosto piccola. La cosa che fa impressione è che però anche la Centauro arriva a ben 2,72 m, decisamente non pochi per un corazzato 'da esplorazione' (il Leopard 1 si mantiene invece ad appena 2,68 m).
I carri M47, che almeno nei primi lotti provenivano dai reparti americani stanziati in Germania, appena riequipaggiati con l'M48, divennero ad un certo punto l'unico carro dell'Esercito. Erano in forza alle divisioni corazzate ARIETE e CENTAURO, alle divisioni di fanteria GRANATIERI DI SARDEGNA, LEGNANO e FOLGORE; e persino allle divisioni di montagna MANTOVA e CREMONA. Non mancava poi la brigata POZZUOLO DEL FRIULI, che era stata formata come divisione corazzata ma ben presto ridotta a brigata.
Come? Nel caso delle due corazzate, si trattava di un reggimento corazzato su 3 battaglioni e del GED (Gruppo Esplorante Divisionale, su due squadroni esploranti e uno carri), nel caso di quelle di fanteria i carri erano inclusi nel reggimento corazzato (1 battaglione carri e 1 fanteria) e nel BED (Battaglione esplorante divisionale), nel caso delle unità da montagna v'era il battaglione carri e il GED. La 'Pozzuolo' aveva invece 2 reggimenti cavalleria e un gruppo squadroni cavalleria.
A livello numerico, tutta questa organizzazione si basava su plotoni da 5 carri, compagnie di 16, battaglione di 51, reggimento di 157 (nb. in tutti i casi le strutture maggiori erano costituite da 3 di quelle di livello inferiore, più i mezzi comando), reggimento di cavalleria blindata 52, con 3 gruppi squadroni (equivalenti alle compagnie). In pratica, anche se questi ultimi erano in minoranza, i reparti corazzati della cavalleria continuavano la dicotomia nelle truppe corazzate dell'E.I. Ovvero, per quanto potesse sembrare poco 'storico' e logico, la divisione tra fanteria e cavalleria continuava anche nell'era dei carri armati, con la fanteria carrista e la cavalleria corazzata. Ancora attorno al 1990 v'erano 850 carri nei battaglioni della prima, e 350 nei gruppi squadroni della seconda.
Quanto al GED, aveva 17 carri armati e 10 carri leggeri M24, poi sostituiti dagli M47.
Alla fine degli anni '60 gli M47 erano praticamente gli unici carri dell'E.I. Ma la cosa stava per cambiare. Nel frattempo, tuttavia, i carri armati M47 erano intensamente impiegati. Per esempio, con le esercitazioni 'Real Train', che comprendevano un efficace sistema di 'puntamento ottico': si trattava di mettere sui mezzi delle 'targhe' che offrivano numeri, di una certa dimensione, da leggere per gli avversari. Quando questo fosse avvenuto, tenendo conto delle regole(per esempio, le mitragliatrici da 12,7 mm non potevano mettere fuori uso un carro, ma veicoli blindati e leggeri come le AR-59 con cannone M-40), significava che le distanze erano state ridotte a sufficienza per sparare con efficacia contro i mezzi (e persino il personale) nemici. La cosa era macchinosa ma prima dei sistemi laser MILES non c'erano molti altri modi per simulare una battaglia e così negli anni '60-70 si faceva uso di questo sistema. Non mancavano le esercitazioni in Sardegna, con gli sbarchi americani nelle baie attorno a Capo Teulada, e gli italiani facevano il 'partito arancione' ovvero i difensori da battere alla fine di ogni esercitazione. Nondimeno, spesso le cose prendevano un'altra piega e i Marines venivano contrattaccati efficacemente dagli M-47 che li lasciavano sopravanzare e poi prendevano alle spalle i loro M-48 e M-60. Con questa tattica anche un carro moderno avrebbe delle difficoltà, visto che i proiettili da 90 mm non sono uno zuccherino: gli HVAP perforano circa 140-150 mm a 900 m e gli HEAT buoni 300 mm. A proposito di numeri, c'é da rilevare come all'epoca della II GM i cannoni da 90 mm americani fossero accreditati di prestazioni maggiori, anche 200 mm a 1 km di distanza con i proiettili HVAP. Strano che nel dopoguerra, usando cannoni più potenti si considerasse invece un livello di perforazione minore, e difficile capire cosa sia cambiato nei parametri impiegati. Nelle esercitazioni si usavano anche i proiettili 'a salve' e ovviamente solo contro bersagli inanimati, i proiettili d'addestramento 'a rimbalzo limitato'. Gli M-47 sono diventati anche 'star del cinema'. Con i film bellici che spesso li vedevano incarnare i Tiger o altri mezzi tedeschi della II GM, magari comandati da Lee Van Clef.
In ogni caso, questi carri armati stavano diventando obsoleti. Sopratutto, vecchi. Erano mezzi robusti e affidabili, ma i guasti sono aumentati e le parti di ricambio diminuite. Nondimeno, ad un certo punto ve n'erano non meno di 800 in servizio contemporaneamente. Non è chiaro se la divisione corazzata aveva 1 o 2 reggimenti, pare che la forza sarebbe stata in tal caso di 315 carri armati. Però non è chiaro come questo poteva essere se l'organico era di 1 reggimento bersaglieri, 1 carri, 1 artiglieria corazzata, 1 gruppo squadroni cavalleria blindata, poi GED.
Era necessario aggiornarli. Come era accaduto con i non molto dissimili M48 e i molto diversi Centurion, le vie erano essenzialmente due: l'uso di un motore diesel e un cannone da 105 mm. In Italia venne provata la seconda soluzione, ma loro costo non era trascurabile e sopratutto piuttosto immotivato dagli sviluppi successivi. Dal 1970 (se non prima) apparve il carro armato M60, di cui vennero comprati 300 esemplari esatti per riequipaggiare la divisione 'Ariete'. 200 vennero prodotti dalla OTO Melara, l'unica produzione extra-americana di questo carro armato. L'M60 era armato di un cannone da 105 e un motore diesel AV-1790-2A. Era anche più grosso e più goffo dell'M-47, ma era più avanzato. Nel frattempo la 'Pozzuolo del Friuli'ebbe i primi 200 Leopard 1, arrivati direttamente dalla Germania. Poi giunsero altri 720 carri Leopard e per gli M-47 fu praticamente la decadenza definitiva. L'ultima parte della loro carriera fu nelle brigate meno equipaggiate dell'E.I,come l'AOSTA, ACQUI, FRIULI, CREMONA, motorizzate, i 2 gruppi squadroni (dei 12 presenti): quelli di NIZZA CAVALLERIA (compreso nella brigata CREMONA) e il SAVOIA CAVALLERIA (per il 4° C.d'A alpino). Poi c'erano i carri nei magazzini e presso le due scuole carri di Lecce e Caserta.
L'organico era, per le unità di cavalleria, 2 squadroni carri per un totale di 32 mezzi ripartiti in 6 plotoni, e uno squadrone meccanizzato con 3 plotoni fucilieri su M113 e un plotone mortai da 81 mm (3 montati su scafi M113). La loro fine, verso la fine degli anni '80, venne determinata dallo scioglimento di vari gruppi squadroni e battaglioni, e della riduzione dei plotoni da 5 a 4 mezzi( per cui l'organico del battaglione calò da 49-51 mezzi a 40), il che liberò numerosi Leopard 1 dalle loro unità originarie. Ma non fu proprio la fine degli M47. Delle centinaia disponibili, alcuni finirono come monumenti nelle caserme, ma il destino degli altri non fu necessariamente la demolizione. Ancora attorno al 1983-84 erano segnalati circa 550 carri M47 in carico all'E.I, mentre attorno al 1989-1990 ve n'erano ancora 200 in riserva, ma praticamente del tutto dismessi (il NIZZA li dismise nel 1989, conservandone uno fino al maggio 1990). Ma parecchi finirono all'estero. Alcuni vennero mandati in Spagna, altri trovarono la fine del percorso in Somalia, il cui dittatore Siad Barre era un 'amico' dell'Italia (uno dei tanti leader non propriamente democratici clienti dell'industria bellica italiana che allora come ora non si pone grandi problemi di tipo etico), finendo la loro carriera nel caos somalo. Quelli spagnoli furono forse tra quelli modificati per diventare una sorta di carro ibrido M-47/60: erano gli M-47A1 con motore AV-1790B2 diesel, con tanto di scarichi simili a quelli dell'M-60 (e quindi con le griglie posteriori a 'V' rovesciata), ma gli M-47A2 ebbero anche il cannone da 105 mm, diventando carri piuttosto moderni. Infine, per quanto possa sembrare strano, vi è stato un altro utente. Spesso nelle foto di test americani di armi controcarri si vedono missili AGM-65 e altri ordigni che colpiscono carri armati M-47: bene, nonostante ciò possa sembrare strano, spesso sono M-47 che hanno prestato servizio in Italia. A quanto pare, nonostante i carri armati M-48 in surplus, gli USA avevano carenza di carri armati bersaglio, e si sobbarcavano i costi del trasporto su mare per questi bestioni.
[modifica] M60[2]
Nato con l'idea dello sviluppo dell'M48 con motori diesel e sopratutto con una torretta con cannone da 105 mm pensata fin dall'inizio per questo scopo, l'M60 venne definito come caratteristiche basiche nel febbraio 1957, mentre il prototipo apparve nel 1959. Subito arrivò un ordine per 180 esemplari, i primi di oltre 13.000. Inizialmente vi fu una versione base, l'M60, prodotta fino al 1963 in 2.205 esemplari, poi arrivò l'A1 con cona torretta di diverso disegno, meglio profilata come anche la piastra frontale dello scafo, mentre le disposizioni interne erano state riviste: nonostante la maggiore inclinazione, con una minore disponibilità di spazio interno, la dotazione di munizioni passò da 60 a 63 colpi. Si tratta di un carro armato convenzionale, anzi il massimo della convenzionalità: equipaggio di 4 uomini, una grossa torretta, uno scafo spazioso (anche troppo data la sagoma complessiva), una cupola per il capocarro totalmente chiusa e indipendente. Il servente del cannone è a sinistra del cannone e non più a destra, mentre il pilota è adesso non a lato ma al centro della corazzatura dello scafo. In compenso, ha la sgradita compagnia di due pacchi di munizioni ai suoi lati. Ha 3 visori per guardarsi intorno, approfittando della posizione. Quello centrale è sostituibile con un visore IR M24 abbinato alla guida notturna tramite due fari IR laterali. Lo scafo, al solito, è saldato, mentre la torre è di fusione, con spessori leggermente maggiori di quelli dell'M48 e ancora di più, dell'M47, ma non in maniera determinante per assicurare la sopravvivenza ai colpi delle moderne armi c/c. IL cannone è l'M68, versione americana del poderoso L7 britannico, diventato lo standard di riferimento per intere generazioni di carri e blindati cacciacarri. In pratica si tratta di un L7 con blocco di culatta americano T254E2. La torretta è azionata in maniera elettroidraulica e uno manuale d'emergenza, con alzo di ben 20 gradi e depressione di 9, ancora più notevole (nel caso del parigrado T-62 si tratta di -4/+18 gradi). La cosa consente di sparare in contropendenza riducendo la sagoma del mezzo rispetto a quella dei carri armati medi sovietici che pure sono un metro più bassi. Però non si può certo dire che il mezzo fosse particolarmente riuscito. Il costo era, nei primi anni '60, di ben 422.000 dollari contro i 122.000 dell'M48A3 di qualche anno prima. Il cannone non è stabilizzato in questo carro armato, 13 proiettili sono in torretta pronti all'uso, 3 sotto il pezzo, 21 nel cestello di torretta, e il resto nella parte anteriore dello scafo. C'erano altre innovazioni, tipo la cupola che praticamente è una torretta autonoma, con una mitragliatrice pesante M85, che non era la solita M2 HB, ma un'arma del tutto diversa, a parte le munizioni. L'alzo è possibile tra -15 e +60 gradi con 900 colpi disponibili. Si tratta di un'arma con cadenza di tiro selezionabile a 600 c. min per le operazioni normali, ma anche con 1000 colpi.min per le operazioni antiaeree. Era un'arma inevitabilmente più moderna della vecchia M2, ma dopo la produzione di circa 14.000 esemplari, essenzialmente per i carri M60 e per gli LVTP-7, è stata praticamente dimenticata in favore della vecchia mitragliera Browning, tanto che l'M1 Abrams l'ha in dotazione. E' strano, ma pare che l'affidabilità e la durata di quest'arma non fosse tanto valida rispetto a quella delle vecchie M2 HB. Per il resto il sistema ottico d imira M28C diurno, con un sistema IR M36 e M36E1 per uso notturno, nonché 8 periscopi in blindovetro per la visione a 360 gradi. Il cannoniere ha un sistema di mira M31 8xm mirino telescopico M105C 8x, sistema M32 IR attivo o M35E1 IL passivo come sostituto, telemetro M17 (adottato dagli ultimi lotti dell'M48) per distanze di 500-4.500 m. Per la visione notturna i sistemi sono anche utilizzati anche i proiettori IR AN/VSS-1 sopra il cannone, grosse attrezzature piuttosto vulnerabili. Il motore è l'AV-1790-2A da 750 hp a 2.400 hp, le sospensioni a barra di torsione con 6 ruote per lato e 3 ruotini di rinvio: la prima, seconda, sesta ruota avevano anche ammortizzatori idraulici, e tutto il mezzo pesava 52,6 t complessive, mosse fino a 48 kmh e, grazie ai 1450 l di carburante, a 500 km di distanza. Un'altra novità è il sistema di protezione NBC per l'equipaggio, la capacità di guado di 1,2 m e con preparazione, 2,4. Ma con uno snorkel apposito è possibile arrivare anche a 4,1 m finendo totalmente sommerso, come del resto era normale per i carri dell'epoca. Tra il 1963 e il 1980 ne sono stati prodotti 7.948: di questi 6.496 per l'US Army, 300 per l'E.I (la OTO Melara comprò nel 1965 i diritti per costruire 200 mezzi ed equipaggiare la divisione 'Ariete', l'unica rimasta tra quelle corazzate nell'E.I). Altri 578 carri sono andati ai Marines, e 874 a clienti stranieri, ovvero essenzialmente, Israele.
All'M60A1 seguì l'M60A2 con cannone-lanciamissili Shillelagh da 152 mm, prodotto in 526 esemplari. Lo 'Starship' era davvero un mezzo notevole, ma non ebbe successo operativo e la maggior parte della produzione è stata convertita in pochi anni dall'entrata in servizio (attorno al 1973) in mezzi del Genio o gittaponte. Dal '71 gli M60A1 vennero aggiornati, per esempio cominciò ad essere installato un sistema di stabilizzazione del cannone. Può sembrare strano che i carri medi M3 e M4 Sherman avessero spesso uno stabilizzatore ma i cannoni a canna lunga da 90 mm e poi da 105 mm, non erano facili da 'maneggiare'. Così per decenni i mezzi americani non ebbero più i cannoni stabilizzati, un regresso persino verso i vecchi carri leggeri M3 Stuart. Solo molti anni dopo i servomotori per la movimentazione dei cannoni di grosso calibro sono stati messi a punto e applicati (per così dire, visto che inglesi e persino sovietici avevano al contrario sistemi di stabilizzazione installato, fin dal Centurion e dal T-54).
La successiva evoluzione fu l'M60A3 con telemetro laser AN/VVG-2 prodotto dalla Hughes con portata di 5 km. Sebbene questa sia la metà di quella dei carri armati più moderni era ancora sufficiente per le necessità pratiche. V'era anche un calcolatore XM-21, il cannone di per sè era stabilizzato con un sistema da 5 hp di potenza, la mitragliatrice Springfield M73 coassiale venne rimpiazzata dalla paricalibro M240 (la MAG belga), e sopratutto, anche se non da subito, il visore termico AN/VSG-2, ovvero il TTS. La produzione iniziò al Detroit Arsenal Tank Plant nel febbraio 1978 ed entro lo stesso anno arrivò a 116 carri al mese, ben più numerosi di quanto sarebbero stati poi gli M-1 Abrams (60 al mese). La nuova apparecchiatura termica rimpiazzava il periscopio passivo M35E1, ma per i carri rimasti privi di questo arnese è stato previsto un proiettore a fascio variabile AN/VSS-3A. Erano già stati previsti dei lanciafumogeni per gli ultimi lotti di carri armati M60A1, ma nell'M60A3 arrivò anche il sistema sovietico di iniezione di carburante negli scarichi per la formazione di cortine nebbiogene mobili. Il cannone ha ricevuto un manicotto termico, il vano motore ha ricevuto un sistema ad estinzione ad halon, molto simile a quello dell'M1 Abrams. In tutto sono stati prodotti 1.786 carri nuovi, ma anche 3.700 per trasformazione degli M60A1. Nel frattempo Israele ha prodotto un kit di aggiornamento dell'M60 costituito da un calcolatore di tiro Elbit, corazza reattiva etc. In seguito, molti anni dopo, sarebbe stato approntato un kit di trasformazione ben più completo, chiamato Sabra. Ma questa è un'altra storia, come del resto quella degli M60A2 e A3. Nel caso dell'E.I gli M60A1 sono rimasti quasi allo stato originale. Solo negli ultimi anni sono stati aggiunti, in sede di revisione, con nuovi equipaggiamenti. I mezzi così modificati si distinguevano dal fatto di avere i lanciafumogeni laterali. Per il resto v'erano sistemi IL per cannoniere e capocarro, mitragliatrici coassiali rimpiazzate dalle MG 42/59. Per il resto restavano i problemi di sempre. Elencandoli, anzitutto c'é quello dell'ingombro, che in un Paese montuoso come l'Italia è tutt'altro che irrilevante data la sagoma limite dei carichi ferroviari. La conseguenza della sagoma è che per i trasporti su ferrovia era necessario smontare: parafanghi, cingoli, periscopio M36 sulla cupola del capocarro. Piuttosto lungo e sopratutto molto pesante come compito. Il trasporto su nave era quasi preferibile, ma in alternativa c'era sempre quello su strada con portacarri ATC81. A parte l'ingombro, a parte l'altezza per ragioni tattiche (ricerca di ripari e appigli tattici in azione piuttosto difficile per un mezzo alto quasi 3,5 metri come questo), c'era da dire che la cingolatura T97, pur essendo provvista di pattini in gomma, era antiquata: era necessario infatti cambiare l'intero cingolo quando i pattini si consumavano. Ovviamente i cingoli costano molti soldi, e quindi si tratta di uno spreco. I cingoli degli M60 non sono certo né semplici né a buon mercato, differentemente da quelli interamente metallici dei mezzi sovietici come i T-62. I carri M60A3 dell'US Army sono infatti i T142, con cuscini di gomma estraibili una volta consumati. La differenza non è di poco conto: la durata prevista per i cingoli degli M1 Abrams era di circa 3000 km, ma all'atto pratico non superavano di molto i 1000 km. Per ovviare venne adottato il modello con pattini estraibili per aumentare la vita utile di questi ad oltre 3.000 km. A parte questo, il sistema di sospensioni del pachiderma è delicato, soggetto a rotture piuttosto frequenti ai mozzi, barre oscillanti e bracci oscillanti.
Ma c'erano altri aspetti importanti, stavolta positive: il carro armato M60 è rustico, nel suo complesso affidabile, e permette di operare anche con equipaggi di leva. I battaglioni dell' 'Ariete' erano il 3°, 5°, 7°, 8° e 10° ed operavano su livelli standard di operatività, spesso meglio di quanto facevano i 'Leopard'. I carri M60 vennero impiegati in un'operazione militare quando alcuni vennero spediti in Somalia, dove uno venne messo fuori uso nel corso dei combattimenti al tristemente famoso 'Check point Pasta' nell'estate del '93. I carri italiani vennero rimpinguati da forniture americane: per un motivo logistico, infatti,fu reputato più facile e meno costoso prendere dai Marines americani 10 carri armati M60 con corazzature ERA, piuttosto che modificarli in patria e poi spedirli nel Corno d'Africa. Dopo di che, la fine dei carri armati M60 fu rapida: nei primi anni '90 vennero radiati dal servizio e demoliti.
I carri Leopard 1 sono un altro simbolo del carrismo postbellico, quanto e anche più di qualunque altro carro armato, tanto che è in servizio da quasi 40 anni nell'Esercito Italiano, che al di fuori di quello tedesco ne è stato il maggior utente. Ma risaliamo indietro nel tempo e vediamo com'é nato questo carro da battaglia.
[modifica] Leopard 1
Negli anni '50 nacque la Bundeswehr, il nuovo esercito tedesco. Successe con un certo ritardo rispetto a quanto era già accaduto nelle altre nazioni europee, tra cui l'Italia, il cui esercito formò già nel 1948 una brigata corazzata. Questo consentì ai tedeschi di ottenere 'il meglio' disponibile dagli americani, saltando la fase M26 e anche l'M47. Il meglio, nei tardi anni '50, era l'M48 Patton, di cui i tedeschi ebbero molti esemplari, circa 2000 degli 11.700 prodotti. La Francia e l'Italia ebbero invece l'M47. Ma questi carri armati non erano ritenuti idonei a resistere a lungo nella competizione per i nuovi carri armati, contro lo strapotere che nel settore aveva il Patto di Varsavia. Così venne fatto un accordo per un nuovo carro armato: dimensioni massime come larghezza di 3,15 m, altezza 2,2 m, peso 30 t. La corazzatura non era in particolare risalto, bastava resistere ai proiettili perforanti da 20 mm. L'armamento doveva essere costituito da un cannone da 105 mm, il motore doveva esser e un diesel policarburante capace di assicurare 65 kmh su strada. Queste specifiche erano state concordate tra Francia, Germania Ovest e Italia nel 1956, in base all'accordo FINABEL 3A3. Francia e Germania avrebbero pensato a produrre i carri armati da scegliere, mentre l'Italia, non avendo niente da offrire, avrebbe svolto il ruolo di supervisore. In tutti i casi c'era da sostituire i carri armati della famiglia 'Patton', per cui le esigenze erano simili.
I francesi presentarono un prototipo progettato dalla Direction Techinque des Armaments Terrestres (DEFA) ma prodotto dagli arsenali Issy les Moulineaux, noto come AMX, che abbastanza ovviamente venne chiamato AMX-30. I tedeschi misero insieme addirittura due consorzi, quello costituito da Porsche, MaK, Luther e Jung-Jungental, e quello di Rheinstahl, Hanomag e Henschel. Nel 1961 i tedeschi provarono i prototipi e l'esercito accordò le sue preferenze al primo consorzio, e nel 1962 ne vennero ordinati 26 esemplari. Così le 'primarie' tedesche determinarono il vincitore domestico, da contrapporre ai mezzi francesi, ma nel mentre era anche migliorato nei sistemi motore e nella protezione, che originariamente erano considerati non del tutto adeguati. Anche per questo il peso arrivò a circa 40 t in assetto di combattimento. La competizione tra AMX-30 e il Leopard iniziò nel 1962 e proseguì fino al 1963. Ma a luglio di quell'anno i tedeschi avevano già deciso per il loro carro armato, assegnando alla Krauss-Maffei di Monaco il ruolo di capocommessa. La competizione era stata serrata, sui poligoni di Satory, Meppen, Brouges e Mailly le Camp. L'AMX era più compatto, più leggero, e sopratutto più preciso nel tiro oltre i 1.500 m del Leopard. Di contro, pur ritenendo 'pacifico' che non fosse possibile costruire un carro armato capace di resistere alle micidiali testate a carica cava, e quindi puntando su di un carro armato piccolo e altamente mobile per offrire un bersaglio ridotto, pur avendo entrambi i mezzi un rapporto potenza-peso di circa 20 hp per tonnellata, il veicolo francese soffriva di una certa inferiorità meccanica. La commissione trinazionale non espresse una chiara superiorità di uno sull'altro, e così alla fine entrambi i contendenti andarono per la loro strada, anche perché i tedeschi avevano forzato la mano fin dall'anno precedente, sopratutto quando l'offerta dei francesi non si dimostrò del tutto convincente rispetto a quanto offrivano loro. Prima ancora della fine della gara i tedeschi ordinarono, già nel 1962, ben 1.500 cannoni L7 in Gran Bretagna (per 250 milioni di marchi). Messaggio più chiaro sulle loro intenzioni non poteva esservi (il carro francese aveva un 105 mm di concezione nazionale, non l'arma inglese) e quindi si apprestarono a mettere in produzione su larga scala il loro Leopard. I francesi fecero lo stesso con un ordinativo di 1000 carri AMX-30, ottenuto appena la messa a punto del loro nuovo carro armato terminò, ovvero nel 1966.
Gli Italiani seguirono la scelta tedesca, e non se ne sono pentiti. Mentre l'AMX-30 continuò ad essere afflitto da qualche problema (di troppo) nella meccanica, il Leopard si dimostrò degno della migliore tradizione germanica. Degno emulo e discendente del Panther (anche se probabilmente senza un singolo bullone in comune), come questo considerabile e in genere considerato il migliore carro armato del mondo, per l'equilibrio tra protezione, mobilità e potenza di fuoco, è diventato un best-seller nella NATO, di fatto estromettendo i carri armati americani dal mercato europeo. La sua tecnologia prevista originariamente verteva su di un motore da 900 hp, che avrebbe dato un rapporto potenza-peso di 30 hp per tonnellata, ma in pratica è stata 'solo' di 830 cavalli per circa 20-21 hp/ton. Il motore è un motore MTU 838 Ca M500 a 10 cilindri, eccellente diesel multicarburante con trasmissione automatica. La lubrificazione è a coppa asciutta', mentre il raffreddamento, che originariamente era ideato come 'ad aria' (soluzione semplice ma non molto efficace) è diventato a liquidi, a circuito chiuso, funzionante con range di temperatura di -40 e +45 gradi centigradi. Esiste un preriscaldatore per l'avvio sotto i -18 gradi, esiste anche un motorino d'avviamento che nonostante la sua funzione eroga 15 hp, accoppiato ad una dinamo da 19 kW, associata anche a 8 accumulatori. Il gruppo trasmissione sterzo si basa su di un sistema epicicloidale con convertitore di coppia idraulico, e un cambio elettro-idraulico che ha la disponibilità di 4 marce av. e 2 indietro. L'accelerazione è tale che i primi 100 metri sono coperti in 11,7 secondi, mentre l'agilità è tale da permettere al mezzo di ruotare su se stesso.Gli scarichi laterali hanno i gas del motore mescolati ad aria per raffreddarli, ma non tanto inteso come sistema di riduzione IR, ma per evitare che le fiammate di notte possano far individuare il mezzo di notte. I sistemi di sospensione sono a barra di torsione, con ammortizzatori idraulici abbinati, i cingoli hanno 82 elementi e permettono una pressione specifica di 0.86 kg/cm2. Esiste la possibilità di guadare corsi d'acqua assai profondi, anche senza preparazione, ma il mezzo può essere munito di un apposito snorkel che permette guadi di oltre 4 m. Nel 1964 un carro Leopard attraversò il fiume Reno, coprendo circa 1 km di 'navigazione' subacquea. Esistono sofisticati sistemi di protezione NBC per l'equipaggio (filtraggio dell'aria) e la revisione non avviene prima dei 10.000 km di percorso.
In termini di corazzatura, il Leopard è leggermente protetto, con una torretta mediamente di circa 60 mm di spessore, in un pezzo di fusione, mentre lo scafo ha 70 (altre fonti 86) mm sul frontale dello scafo, inclinato a 60 gradi (raddoppiando lo spessore virtuale), i fianchi sono invece di appena 35 mm, che nella parte superiore sono leggermente inclinati. Sicuramente non era questo il campo in cui il Leopard eccelleva, anche se l'acciaio era di ottima qualità. La protezione era essenzialmente quella di muoversi veloce e sparare, sottraendosi poi alla reazione specialmente dei missili controcarri, potenti ma piuttosto lenti: percorrere 3 km per un'arma del genere significava circa 20-30 secondi di tempo, mentre i proiettili del cannone potevano essere esplosi a 6-8 colpi al minuto, ad oltre 1 km al secondo di velocità media (e 'fire and forget').
I sistemi di controllo del tiro e visione sono pari a quelli dell'ottima tradizione tedesca. La panoplia comprende ben 14 periscopi di cui 8 per il capocarro nella relativa cupola, 3 per il pilota (sistemato a destra nello scafo), 1 per il cannoniere e addirittura 2 per il caricatore che nella maggior parte dei carri non ne ha alcuno. Il sistema d'osservazione principale è un periscopio TRP5A per il capocarro, estremamente potente dato che ha ben 20 ingrandimenti. Di più, ha un ingrandimento variabile a seconda della situazione, e liberamente, con uno zoom da 6 a 20x. Questo significa che a-ha un potere d'ingrandimento molto maggiore di quello degli altri carri armati, b-sono disponibili più ingrandimenti e c-sono interamente variabili con un'apposito 'zoom'. Anche il telemetro non scherza: con una base di 1,7 metri, il TEM 2A ha un raggio utile fino a 4.000 m e possiede un ingrandimento di 16x. Ma non è solo questo, ma anche il fatto che può essere utilizzato sia nella precisa ma difficoltosa modalità stereoscopica e nella meno precisa ma più rapida modalità a coincidenza d'immagine. Il cannoniere ha anche un periscopio TZF 1A con ingrandimento 8x e due periscopi. Non c'é problema nel considerare questo sistema di visione come il migliore della sua generazione (per la gioia degli utenti nelle esercitazioni 'Real Train' di cui sopra). Il periscopio di capocarro e cannoniere dell'AMX-30 hanno 10x e 8x, il telemetro ha una portata di 3,5 km ed è a coincidenza.
Il cannone originariamente non era stabilizzato (in seguito è stato installato un sistema americano Cadillac-Cage), ed era asservibile anche al capocarro con il relativo periscopio. Quando è notte è possibile utilizzare un sistema IR attivo, rimpiazzando i periscopi di capocarro e cannoniere, nonché quello del guidatore (abbinato a fari IR). Quando è visto un bersaglio, se c'é poco tempo si usa il sistema a coincidenza, se c'é scarsa visibilità è usato il modo 'stereo'. Un sistema di collegamento flessibile permette di mantenere puntato il periscopio sul bersaglio mentre è brandeggiata la torretta. Quando viene scelta la munizione e viene determinata la distanza, l'alzo è determinato automaticamente. In pratica è un sistema evolutosi da quello del carro armato M47 e M48. Di notte viene usato un sistema IR che ha una sensibilità sufficiente per vedere anche oggetti roventi. La portata è di circa 1-1,5 km come massimo, ma una canna di cannone rovente potrebbe essere vista anche a 2-3 km, un vantaggio non da poco visto che non occorre emettere la 'luce nera' (IR) con il proiettore AEG XSW-30U. Questo è normalmente sistemato dietro la torretta smontato, ed è usato solo di notte. Ha la capacità di emettere anche luce bianca, cosa che ovviamente aiuta le operazioni notturne in generale (per esempio, collaborando con la fanteria) ma normalmente è abbinato al periscopio IR Eltro B171-2 per il capocarro. I colpi disponibili sono 60, di cui 42 nello scafo anteriore e 13 in torretta.
La produzione del carro armato Leopard iniziò abbastanza tardi rispetto ai pariclasse americani e sovietici, ma non passò molto tempo che il carro venne esportato in diverse nazioni. Tra queste l'Italia, che ricevette nel 1971-72 200 carri direttamente dalla Germania, mentre si attrezzava per la produzione su licenza. Arrivarono anche 69 carri soccorso, 14 carri Genio e una decina di carri scuola. Poi il carro venne prodotto su licenza dalla OTO. Accadde solo l'anno dopo la guerra del Kippur (dal 1974) per cui all'epoca l'E.I. aveva 200 carri Leopard per la brigata di cavalleria 'Pozzuolo del Friuli', 300 carri M60 per la divisione 'Ariete' e alcune centinaia di carri M47 (più scorte) per varie altre divisioni meccanizzate e unità motorizzate varie. Dal 1974 ai primi anni '80 vennero prodotti 720 Leopard 1 ('uno' perché nel frattempo apparve il Leopard 2, ma è poco importante visto che l'E.I. non lo ha comprato), di cui l'ultimo lotto venne costruito negli anni '80. Era costituito da 120 carri armati, che non erano stati originariamente previsti. Invece vennero ordinati e consegnati entro il 1983, anche per questo l'Italia si è ritrovata con tanti carri Leopard. La produzione totale è stata quindi di 720 mezzi, più i 200 tedeschi. Rispetto a questi i veicoli italiani si distinguevano per i cingoli Diehl 604A con doppia serie di pattini di gomma estraibili, teste corazzate per il telemetro ovale invece che rotonde, apparato IL per il pilota, cambio sterzo automatico anziché semiautomatico, sistema NBC in un blocco unico. In seguito, a parte quest'ultimo, gli altri sistemi sono stati retrofittati in sede di revisione anche ai carri di produzione tedesca, quanto meno la maggior parte di questi. Altri mezzi derivati sono stati prodotti, sempre su licenza. Anche questi veicoli eccellono nelle loro categorie: 68 carri soccorso, 26 carri del genio, e 64 carri gittaponte capaci di superare ben 20 m di distanza (ma con una lunghezza nominale di 22 m, non interamente utilizzabile). Anche questi mezzi sono molto importanti per l'operatività dei reparti corazzati, anche più di un carro armato normale. In tutto quindi, sono stati ordinati e consegnati ben 1173 veicoli, inclusi una decina di carri scuola con un simulacro di cannone e una torretta che sembra una cabina di una gru civile.
I carri armati sono andati in servizio sopratutto con personale professionista. La loro manutenzione e meccanica, per quanto soddisfacente, richiede per lo più esperienza e quindi è quanto mai necessario personale a lunga ferma.
I carri Leopard, molto veloci e maneggevoli, sono di dimensioni piuttosto ridotte e l'abitabilità non è delle migliori (specie rispetto all'M60 e all'M47), ma tatticamente sono delle belle macchine, molto più rapide e mobili dei carri americani, più leggere eppure altrettanto armate (anche come munizioni). La loro capacità bellica, tuttavia, non era così strabiliante, specie dagli anni '70 in poi. In effetti, mentre i Leopard 1 tedeschi sono stati aggiornati con: sistema di stabilizzazione americano, corazzatura aggiuntiva (ma con i tipi A3/A4 è stata realizzata una torretta saldata con doppia corazza spaziata, e al tempo stesso circa 1 m3 di volume in più interno) sia sulla torretta che sullo scafo (skirts dalla caratteristica forma irregolare, meno protettivi ma più d'aiuto nell'evitare il fango e la visibilità data da linee troppo rette), e nuovo sistema di controllo del tiro, computerizzato nel caso degli A4, computerizzato con visore termico nel caso degli A5, che in sostanza sono Leopard 1A1A1 (ovvero la versione originale A1 aggiornata con corazza spaziata) con un sistema di controllo del tiro e visione notturna paragonabile al Leopard 2. I Leopard 1 italiani non hanno avuto niente di tutto questo e per questo sono decaduti come validità operativa rispetto ai carri più moderni. La loro carriera è durata per decenni, e risulta che questi mezzi, dopo essere stati messi in riserva, sono stati radiati dal servizio definitivamente attorno all'aprile 2003. Negli stessi giorni i mezzi corazzati che facevano notizia non erano però questi che uscivano dall'E.I, ma i carri M1 Abrams che entravano a Baghdad negli stessi giorni. Ma non fu così per tutti i carri. Già nel 1989 si pensava di organizzare 12 battaglioni con almeno 400 Leopard aggioranti, per i quali si prevedeva il sistema di combattimento TURMS tipo quello della Centauro e dell'Ariete. Il costo era stimato in 655 mld, poi nel 1992 si parlava di 730 mld, di cui 18,3 spesi nel 1990. Ma poi il programma è stato annullato per i costi eccessivi già nel 1994, quando si pensava semplicemente di eliminare i 200 carri tedeschi e 400 dei più vecchi di produzione italiana, lasciandone appena 300 in servizio, di cui una parte aggornati. Siccome il programma per i carri Ariete è stato decurtato da 300 a 200 carri appena, ci si dovette inventare qualcosa. Ovvero, aggiornare i Leopard 1 allo standard A5. Di fatto ci si approfittò dei carri tedeschi aggiornati, oltre 1.220 carri armati modificati dal 1987. Dalla metà degli anni '90, grazie alla struttura conosciuta come 'Leopard Club', fu possibile allacciare relazioni che permisero di ottenere 125 torrette, e applicarle su scafi di carri già disponibili, anch'essi aggiornati allo standard A5 (peraltro con poche modifiche, tipo le 'skirts'). I carri armati divennero parte del 31° Reggimento della brigata 'Garibaldi' e il 131° della 'Pinerolo', che avrebbero accompagnato i 4 con gli Ariete: il 32°, 33° e 132° della Brigata corazzata 'Ariete' e il 4° rgt della 'Centauro'. Da notare le differenze: i carri Ariete sono assegnati a reggimenti che di fatto sono battaglioni con non più di 40 carri l'uno, mentre i Leopard sono 54 per ciascun reggimento. Il primo lotto è stato consegnato nel 1995 con carattere d'urgenza al 131° per l'impiego in Bosnia, seguito alcuni anni dopo (attorno al 1997-98) al 133°. Altri 12 sono stati destinati alla Scuola di Carrismo di Lecce (otto carri) e Scuola Trasporti e materiali di Roma (gli altri 4).
[modifica] Sotto il segno dell'Ariete[3][4][5][6]
Inizialmente la mossa logica per il futuro dell'Esercito fu valutata nel comprare i Leopard 2, come i degni successori del Leopard 1. Si trattava di comprare 300 carri armati direttamente in Germania. Ma la cosa non si concretizzò e nel 1984 venne deciso dallo Stato Maggiore dell'Esercito di comprare 300 carri armati di concezione nazionale. Sarebbero stati destinati a rimpiazzare i carri armati più vecchi tra quelli di seconda generazione, ovvero gli M60 della divisione corazzata ARIETE, che restava l'unità di punta dell'Esercito. Nel frattempo venne anche valutato un carro armato medio di costruzione nazionale, questo non era altro che l' OF-40. Ma questo carro armato, provato dalla Scuola Truppe Corazzate, non era altro che la rielaborazione del LION, che a sua volta costituiva un'idea congiunta italo-tedesca su come modificare il Leopard 1 per l'export in climi tropicali o desertici. In effetti l'OF-40 venne venduto in Dubai, con un totale di 36 veicoli. Apparso verso la fine degli anni '70, introduceva varie novità rispetto al Leopard 1, per esempio uno scafo più basso, corto e largo, anticipando tutto sommato la struttura del successivo Ariete. Nondimeno non garantiva un sufficiente margine di superiorità rispetto al Leopard 1, specialmente se si fosse messo a confronto in termini di costi un carro OF-40 nuovo rispetto ad un Leopard 1 ammodernato con un sistema di controllo del tiro computerizzato. Ebbe più fortuna all'estero, come si è detto, ma sopratutto nella versione semovente d'artiglieria PALMARIA, un mezzo molto rispettabile anche se il motore era stato depotenziato da circa 840 a 750 hp. La Libia ne comprò 200 esemplari, che considerando la disponibilità di un cannone-obice da 155/39 mm esprimevano più capacità belliche di tutti i 221-260 M109 dell' E.I messi insieme, e magari aggiungendo a questi pure gli M107/110 e i tipi più vecchi. In pratica, solo con le modifiche che hanno portato gli M109 alla versione L, e quelle che hanno trasformato M107 e 110 in M110A2 l'artiglieria italiana è stata aggiornata, molti anni dopo, allo stesso livello. Questo beninteso, senza considerare che la Libia aveva anche altri sistemi semoventi, come i 60 RM-70, i BM-21 e i 20 DANA.
Tornando all'Ariete, lo sviluppo del mezzo fu accordato con la OTO Melara in consorzio con la Fiat-IVECO: doveva avere 4 uomini d'equipaggio (quindi niente caricatore automatico, nonostante che la OTO avesse approntato un sistema interessante, di discendenza navale, per l'OTOMATIC da 76 mm), cannone da 120 mm stabilizzato, motore posteriore. Inizialmente era noto come C-1 TRICOLORE, e dopo appena 3 anni dall'avvio del programma, veramente a tempo di record, venne presentato il prototipo, pronto già nel febbraio 1987, quando venne ufficialmente presentato al CSM dell'Esercito.
Questa fase progettuale e costruttiva tanto breve fu possibile per via delle ridotte specifiche relative ai sistemi più impegnativi, e per l'esperienza pluridecennale nella produzione di carri e blindati su licenza o anche di progetto proprio. La massa era di 50 t, il motore un turbodiesel da 1.200 hp, pressione specifica di 0,85 kg/cm2, lunghezza scafo 7,595 m (col cannone avanti 9,515 m), larghezza 3,611 m, altezza al cielo della torretta 2,45 m. Il motore era un diesel Fiat MTCA, 12 cilindri a V per 1.200 hp, turbodiesel, capace di imprimere una velocità di 65 kmh su strada e un'accelerazione da 0 a 32 kmh tra le migliori, di 6 secondi, anche se il rapporto potenza-peso non era esattamente eccezionale, essendo di 24 hp/ton.
Per il resto le prestazioni vedevano una trincea superarbile di ben 3 m, gradino di 1,1 m, pendenza 60%, guado 1,2 m senza preparazione, 4 m con preparazione. L'armamento era di n cannone da 120/44 mm con 42 colpi e due mitragliatrici (come sul Leopard 1) MG-42/59 (poi portate, in alcuni esemplari a tre, con quella del portello del caricatore, cosa fatta anche sulle Centauro: in genere si tratta di mezzi impiegati all'estero, in missioni di 'peacekeeping') anche se la buona quantità di munizioni del cannone (come sul Leopard 2, e 2 colpi più dell'M1 Abrams) è scontata dalla dotazione di colpi per le mtg, a quanto pare solo 2.500 come dotazione standard (il Leopard 1 ne ha 5.500, cosa ben importante specie se si pensa alla cadenza di tiro che hanno le MG).
L'Ariete, come il carro M1 e Challenger, ha una torretta protetta in materiali compositi, con un frontale assai inclinato, ma come nel caso del Leopard 2 i lati sono verticali. La grembiulatura laterale è fatta pure in materiali compositi, prodotti dalla Lasar, ma questo non si evince dall'osservazione diretta, almeno sui prototipi, visto che sembrano giusto pannelli in lega d'acciaio e comunque non molto spessi.
Il motore Fiat-IVECO di cui sopra ha una cilindrata di ben 27 litri ed è sistemato dietro, in una configurazione assolutamente tradizionale (e che sembra davvero l'evoluzione diretta del Leopard 1(OF40), accoppiato ad una trasmissione Iveco/ZC LSG 3000, un modello tedesco forse imparentato con quello del Leopard 2, con 4 marce avanti e due retromarce, con tre livelli di sterzatura tra cui quello sul posto; la trasmissione è abbinata a riduttori epicicloiedali con freni a disco del tipo Messier, francesi, prodotti su licenza. Il carburante, sufficiente per circa 550 km su strada è in due serbatoi principali, e presumibilmente comprende una quantità di combustibile dell'ordine dei 1.200-1.400 l. Il treno di rotolamento è costituito da 7 rulli per lato, più 4 piccoli rulli guidacingolo superiori, uno di rinvio anteriore e quello motore posteriore. Quello anteriore è regolabile come sistema tendicingolo. GLi ammortizzatori idraulici sono su ben 5 delle 7 ruote, ma lesospensioni principali sono costituite da barre di torsione. I cingoli hanno denti di guida centrali e pattini di gomma sostituibili, e sono un altro retaggio dei Leopard.
Il pilota ha posto di guida sulla destra dello scafo, con 3 episcopi diurni e quello centrale, di notte di tipo IL.
La protezione è stata studiata dalla OTO Melara su specifiche dell'Esercito. E' composita sul frontale dello scafo sul frontale e sui lati della torre, ma nonostante le dimensioni limitate del mezzo la massa complessiva suggerisce che essa non sia particolarmente robusta rispetto ai carri armati coevi, specie le versioni avanzate dei vari Leopard 2, M1A1, Challenger etc. Non ha elementi di tipo ERA o aggiuntivi, beninteso nella configurazione originale. I sistemi di protezione non sono solo lo spessore e la qualità delle corazze: infatti, a parte la mobilità i carri moderni fanno affidamento, e l'Ariete non fa eccezione, anche su: apparato NBC (qui sistemato nella parte posteriore della torretta), sistema di soppressione antincendio automatico o manuale sia per il comparto motore che equipaggio; la vernice, di tipo piuttosto 'stealth', nel senso che (come per esempio anche nel caso dei carri Leopard e degli elicotteri) si tratta di un composto piuttosto opaco nel settore infrarosso: riflette poco la luce IR, e isola piuttosto bene il calore interno (evidentemente si tratta di vernici, dato anche il colore opaco, con una base importante di carbonio). Sempre in tema di visibilità, da segnalare la presenza degli 8 lanciagranate Weggmann da 3 pollici/76 mm (praticamente gli stessi del Leopard) sistemati in una fila di 4 per ciascun lato della torretta, per disimpegnarsi da situazioni tattiche pericolose (a maggior ragione se sono usati sistemi di tipo speciale, per esempio per assicurare anche la copertura nel settore IR), mentre non pare vi sia anche l'iniettore di gasolio dei tubi di scarico per consentire una cortina nebbiogena mobile. Infine, già all'epoca dei primi prototipi si stava pensando ad un eventuale sistema di allarme capace di rilevare raggi laser (sia come armi d'illuminazione che come sistemi telemetrici). La sinergia, specie se vi fosse stato un sistema automatico, tra l'allarme sui laser e la rapida produzione di una cortina nebbiogena ad alto potere di sbarramento (lanciando per esempio 4 degli 8 candelotti pronti al tiro) avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte in molte situazioni tattiche.
L'armamento è costituito da un pezzo da 120/44 mm OTO, con canna ad anima liscia realizzata con procedura ad autoforzatura per incrementarne la resistenza, organi elastici coassiali, otturatore a cuneo verticale. Non è ben chiaro che tipo di arma sia: viste le caratteristiche generali, la lunghezza, il calibro etc. dovrebbe essere una sorta di versione prodotta su licenza del cannone del Leopard 2 tedesco. Le munizioni sono di tipo APDFSDS ed HEAT-MP, ma non sono più