Armi avanzate della Seconda Guerra Mondiale/Appendice 2

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Mine[modifica]

Le mine sono un oggetto di distruzione poco compreso. Ma nella Seconda guerra mondiale la loro importanza divenne presto evidente e la loro capacità di interdizione (purtroppo spesso ben oltre le ostilità) del territorio è a tutt'oggi un problema in nazioni come l'Afghanistan e tante altre dilaniate dalle guerre.

Intere operazioni militari sono state basate sulle mine. Ad El Alamein, forse per la prima volta, i campi minati giocarono un ruolo fondamentale: i 'giardini del Diavolo' ritardarono moltissimo l'azione dei corazzati britannici. Come descrive efficacemente Bottaro nel suo libro (lui era artigliere della 'Pavia'), se non fosse stato per quel campo di mine, i carri armati non avrebbero avuto nemmeno bisogno di sparare, gli sarebbe bastato avanzare tutti insieme per travolgere folgorini e Pavia. Una situazione del genere era già avvenuta con le 500 tonnellate di mine poste dagli inglesi e francesi liberi a Bir Hakeim, che fermarono efficacemente gli attacchi dell'Asse per 10 giorni, dando tempo a Tobruk di organizzare le difese (che però non bastarono). La differenza tra le truppe indiane travolte nell'anello esterno delle difese dai carri dell'Ariete in quella mattinata, e il tiro a segno fatto a loro danno dagli artiglieri francesi molto aveva a che vedere con tale invisibile ma micidiale presenza. Anche aprendo brecce nei campi minati con le artiglierie, i genieri e i nuovi veicoli spazzamine (gli 'Scorpion', che avevano catene rotanti che facevano esplodere le mine colpite durante la loro avanzata), i mezzi dovevano incanalarsi in stretti corridoi rendendosi vulnerabili agli attacchi delle fanterie, carri e artiglieria. Le perdite erano spaventose. Solo nel 1991 tale problema verrà risolto abbastanza facilmente dagli Alleati contro gli Irakeni, grazie alla superiorità acquisita durante l'attacco aereo durato i 38 giorni precedenti. I carri armati, anche i più moderni, sui fianchi sono sempre piuttosto vulnerabili e guai se qualche T-55 non visto avesse colpito d'infilata anche i potenti M1 Abrams durante il passaggio. Tra gli elementi di successo c'erano le 'vipere' lanciabili con un apposito razzo, che tirava dietro un tubo poi riempito d'esplosivo, oppure un lanciarazzi con cariche FAE nello scafo di un LVTP-7.

Ma tornando alla II GM, un altro momento in cui i carri vennero imbrigliati dalle mine fu certo Kursk, dove milioni di ordigni controcarri e antiuomo erano stati depositati dai Sovietici. E il modo migliore per difendere i campi minati è coprirli con il tiro dell'artiglieria controcarri, nonché con veloci puntate di mezzi corazzati.

La differenza tra mine antiuomo e controcarri è facile da capire, ma per capirla davvero ecco un esempio pratico. La Tellermine tedesca era di vari modelli, tutti con struttura a 'piatto'. C'era la Tellermine 29, la 35 (due tipi), la 42 e la 43. La mod. 42 era pesante 7,8 kg, spessa 102 mm, larga 324, esplosivo HE di tipo Amatol, azionato da un peso di almeno 340 kg. Dopo che i genieri, i migliori amici ma anche i peggiori nemici delle mine, si specializzarono nel trovarle con i cercamine magnetici, si inventarono le mine con struttura di legno, vetro, plastica. I Sovietici fecero lo stesso. La plastica all'epoca era poco diffusa, ma non tanto poco quanto si creda. I Sovietici, per esempio, scherzando potevano dire che i loro colbacchi erano fatti di 'pelliccia di pesce'. Voleva dire che in realtà erano di materiali sintetici. Le mine controcarri pesavano e costavano molto, ma un uomo poteva saltellarci sopra senza farle scoppiare. Per questo, per contrastare i genieri, era assolutamente necessario usare anche mine antiuomo, ben più piccole e sensibili. Alle volte si nascondevano sotto alla mina controcarri, azionate da una cordicella all'atto della loro rimozione. Naturalmente queste ultime armi erano ben più piccole ed economiche. A Bir Hakeim, tanto per dare un'idea erano 130.000 controcarri e 2.000 antiuomo. Queste ultime, apparentemente, erano poco ben accette. Durante la I GM non erano state praticamente usate, durante la seconda poco, apparentemente solo nel Vietnam divennero davvero importanti e ben più numerose del tipo controcarri[1].

I Sovietici avevano mine caricate con TNT, come i 3,6 kg contenuti nella Mod 38. I Britannici ebbero la Mk 75 Hawkins Grenade all'inizio del '39, ma presto dovettero aumentare la quantità prodotta. Gli Americani ebbero le M1 che avevano il piatto di pressione a forma di ragno, ovvero con una specie di stella di metallo che si diramava dal centro della mina. Ciò serviva al fatto che altrimenti solo passando esattamente al centro della stessa si azionava il detonatore, come nei disegni classici. Alcune M1 vennero addirittura usate durante la guerra delle Falklands nel 1982[2].

Naturalmente la presenza delle mine non rende facile la vita delle truppe, e alle volte sono armi a doppio taglio, specie se vengono sparse da truppe in avanzata con artiglierie e aerei. Anche le submunizioni inesplose erano e sono pericolose anche per chi le tira, e nel '91 le truppe americane cercarono di limitarne l'uso visto che durante le avanzate contro gli Irakeni dovevano passare, magari di notte, nella stessa zona bombardata di giorno, e le submunizioni difettose erano un problema non indifferente (anche il 10% del totale tirato). Attorno al 1940-41 gli italiani usarono anche le 'bombe thermos' da 4 kg, abbastanza per danneggiare i mezzi corazzati e distruggere quelli meccanizzati, involucri di metallo che esplodevano per deformazione, e che rallentarono l'avanzata delle colonne inglesi a causa degli sganci fatti da vari aerei italiani. Restando fuori dal terreno, non erano difficili da evitare, ma costituivano comunque un pericolo. Le mine tendono a colpire il fondo scafo. Non è necessariamente vero che esplodano sotto i cingoli o le ruote. Il pilota può in tutti i casi rischiare la vita, ma se l'esplosione si apre la strada fino alle munizioni o al carburante, in genere stipati nella zona inferiore, allora tutto il veicolo e gli occupanti saltano in aria. Senza nessun nemico nei paraggi e senza nessun preavviso. Quindi tutte le contromisure prese, dal rinforzo del fondo scafo, ai cercamine magnetici, ai rulli spazzamine, pale apripista ecc. sono state utili, ma non ancora sufficienti per azzerare il pericolo delle mine.

Quanto ai cercamine magnetici e ai sistemi vari per la guerra di mine, da ricordare come l'Italia, pur spedendo non meno di 2.515 mine controcarri B2 e 3.700 antiuomo B4 in Spagna, dove ebbero poco uso dato il carattere offensivo (avanzate) della guerra nazionalista, non ebbe molta cura di usare né contromisure avanzate né produrre molte armi. Nel '39 c'erano circa 41.684 mine controcarri (a novembre), e pochissime erano le normative d'impiego per le procedure di sminamento. Eppure nel 1912 gli Italiani già depositavano mine attorno ai loro capisaldi in Libia, contro i Turchi e arabi. I cercamine magnetici erano in studio fin dal 1940 in Italia ma i primi vennero mandati in Africa solo all'inizio del '42, nel frattempo c'erano alcune decine di cercamine artigianali fatti a Tripoli con un materiale inglese di preda bellica. Erano i modelli Mirone, distribuiti in 40 esemplari dall'ottobre del '41. I tipi nazionali Mod. 41 e 42 vennero distribuiti in circa 300 esemplari dalla primavera del '42, sia in Africa che in URSS. Il Mod. 41 era pesante 12,7 kg, con struttura in alluminio, poteva rilevare con il segnale dato alla cuffia, una mina B2 o V3 a 5-10 cm di profondità, avanzando a 2 metri al minuto su di una striscia di terreno larga 4 metri. La Folgore ne ebbe un tipo smontabile in tre parti per agevolarne il trasporto. L'autonomia con le batterie normali era di circa 30 ore. Il Mod. 42 era pesante solo 6 kg e poteva durare anche 40 ore, con la possibilità di ricerca mine anche da sdraiati, e capacità di sentire una mina tedesca S a 13 cm. Era meglio dell'altro, ma apparve dopo. Vennero tentati anche esperimenti con autocarri muniti di grossi telai di alluminio lunghi 4,5 metri. Al dunque, con le mine di tipo ligneo il cercamine era inutile e anche con l'erba alta era difficile usarlo. Meglio cercare le mine con le aste di ghisa o con le tradizionali baionette, che potevano toccare le mine, ma non farle esplodere. Si tentarono sistemi di dragaggio mine terrestri, di scarsa efficacia con speciali aratri e rastrelli anteriori per veicoli, e persino si pensò (non è chiaro se venne studiato) fin dal '40 (ma i primi esperimenti, non è chiaro con cosa completati, si ebbero nel '42) ad un mezzo da demolizione teleguidato come il Goliath tedesco. Un modo per bonificare le mine terrestri era l'artiglieria. Soprattutto i mortai da 81, gli obici da 100 e da 149 mm. Ma era rilevato che contro le mine controcarri C.S.42 la bomba da 81 a grande capacità di esplosivo (6 kg di peso contro i 3 normali) aveva 2 m² di efficacia, un proiettile da 100 mm Mod.32 con spoletta a funzionamento istantaneo, 3 m², una granata da 149/12 7 m². Per aprire un corridoio con la sola artiglieria, di 10x100 metri, erano necessari 400 colpi da 81, 0 330 con l'obice da 100, o 200 con quello da 149. Anche le bombe da 50 e 250 kg erano particolarmente idonee. Certo che tirare 400 ordigni da 81 in una striscia da 10x100 m era un'impresa titanica, cosa da ore di fuoco ininterrotto, molto improbabile da ottenersi.

Altri studi riguardavano i rulli metallici, di cui quello idoneo, portato avanti dai carri, era da circa 400 kg. I tiri con mitragliatrici e cannoncini fino al 20 mm erano valutati bene, così come i pezzi d'artiglieria di corazzati con spolette ritardate, e magari l'uso di mortai da 81 e 120 mm, senza codolo, pesanti circa 5,8 kg di cui 3,3 di HE. Forse il sistema più promettente era il 'pettine', una specie di aratro portato avanti dal mezzo, che era a distanza di sicurezza, scendeva alla profondità voluta, smuoveva la terra ma non la tratteneva, e catturava le mine sistemate sotto. Ma nonostante tutti questi studi del '42-43 praticamente nulla venne concretizzato[3].

Le mine marine se non altro non sono la minaccia permanente che quelle terrestri sono capaci di causare durante i decenni successivi alla loro deposizione, visto che le correnti marine, la corrosione e le azioni di dragaggio dopo un po' di anni le riducono o annullano totalmente.

Nondimeno, esse sono certamente gli ordigni più potenti e sofisticati dell'epoca della II GM. Il termine 'mina' è ovviamente più antico, e prima ancora della I GM c'erano esempi in merito, persino durante la seconda metà del XIX secolo. La terminologia deriva dal lavoro di 'mina', quello di scavare cunicoli sotto i muri delle fortezze e farli crollare con delle esplosioni di polvere nera o anche dando fuoco ai puntelli con cui si reggeva il basamento fino alla fine del lavoro. Il che peraltro era vulnerabile ad azioni (con immaginabili combattimenti selvaggi al buio) di controminamento, ovvero di intercettazione delle gallerie d'attacco nemiche. Mina, insomma, è rimasto come termine per indicare qualcosa di sotterraneo, nascosto, ma il senso è cambiato parecchio nel corso dei secoli.

La mina moderna è un automa con cariche esplosive, capace di identificare la presenza di un nemico e di distruggerlo. Durante la II GM tutti i belligeranti disseminarono qualcosa come 500.000 mine. I progressi vennero soprattutto da parte dei Tedeschi, che con la loro Marina ridotta al lumicino, nel primo dopoguerra riuscirono a studiare il modo di far esplodere le mine senza necessariamente azionarne gli urticanti, le antenne sensoriali la cui azione in genere è la seguente: quando uno viene toccato, la fiala di acido al suo interno si spezza e mette in circuito la batteria, che fa esplodere la carica. Ma con l'induzione magnetica data da un magnetometro fu possibile anche rendere le mine e i siluri capaci di 'sentire' a distanza i bersagli ed esplodere di conseguenza. La cosa rese possibile le mine da fondo, non dragabili con i metodi tradizionali, e capaci di colpire le navi sotto la carena, con danni potenziali enormi. Idem per i siluri. Sebbene il funzionamento dei magnetometri dovette essere tarato bene prima di rendere gli acciarini affidabili, questi tipi di armi ebbero un impatto immediato. Si studiarono allora alacremente modi per eliminare la traccia magnetica delle navi, o almeno ridurla, sistemi noti come 'degaussing'. La lotta contro le mine da fondo era basata su sistemi di traino con catene e cesoie che staccavano le mine dal fondo, per 'fregare' le mine magnetiche però ci voleva un sistema capace di generare un campo magnetico simile a quello di una nave. Gli inglesi fecero volare i Wellington con uno speciale 'anello sminatore' a bordo, su cui correva la corrente che generava il campo, e anche altri fecero lo stesso. Gli Italiani ebbero un tipo speciale, basato su di un vecchio aereo, l'S.81, libero da altri impegni. L'S.81, già usato per il volo radiocomandato sperimentale con pilota automatico e dispositivi di guida (e un atterrito equipaggio al suo interno), venne usato anche nel tipo 'Saturno', per provocare l'esplosione delle mine. Ma era solo un esperimento. Gli sbarramenti delle mine tedesche fecero subito parecchie vittime, per un totale di 260.000 t affondate entro il '39. Le mine magnetiche dovevano essere usate su bassi fondali, come quelli del Mare del Nord. Sommergibili, aerei, navi, vennero largamente utilizzate per questo compito molto redditizio in termini di efficacia.

Le mine magnetiche tedesche vennero presto copiate dai britannici. La tipica costruzione era di un cilindro di lamierino stampato, lungo 2,5 m e largo 45 o 53 cm, con carica esplosiva, spoletta elettrica, bobina cilindrica a più strati (solenoide), disposto lungo l'asse della mina per essere sensibile solo alle variazioni della componente orizzontale del CMT. Gli Inglesi utilizzarono anche mine ormeggiate ma con acciarino magnetico, indispensabili per il minamento di acque piuttosto profonde. Nel frattempo nei primi sei mesi del '40 le perdite inglesi arrivarono a 130.000 t più le unità danneggiate.

In Mediterraneo gli Inglesi posarono complessivamente, come sbarramenti offensivi, 4.226 mine, di cui circa la metà da navi di superficie, come i grossi posamine classe Abdiel, e le motosiluranti, e alcuni da parte dei bombardieri con mine al posto delle bombe, usati nelle stesse incursioni per confondere l'attenzione dei difensori.

Gli 'Abdiel' erano posamine molto veloci ed efficienti, spesso usati per le loro doti come rifornitori veloci per Malta. Erano una classe ben poco nota, ma che vale la pena di ricordare, date le loro gesta soprattutto nel rifornimento veloce della piazzaforte inglese usando le stive per le mine. I 4 posamine del programma del '39 vennero seguiti da altri due, si trattava di navi da 2.650 t standard, 3.780 p.c. Dimensioni: 134x13,1x5 m, potenza 72.000 hp che pur non essendo straordinaria, con le forme di scafo molto ben avviate, a mò di un grande cacciatorpediniere, garantiva velocità molto elevate. L'autonomia era, con 700 t di nafta, di 5.000 nm a 15 nodi e c'erano 246 membri d'equipaggio. Le unità erano molto robuste e nell'insieme tra le più indovinate della Royal Navy, e forse le maggiori esponenti della categoria delle unità posamine.

Gli Italiani pensavano che potessero filare a 40 nodi, il che era vero solo in condizioni di carico leggero, alle prove. Ma in condizioni standard si accontentavano 'solo' di 35-36 nodi, e a pieno carico scendevano a circa 32. Delle 6 navi, tutte ben armate con 156 o più mine, 6 pezzi da 102 mm, un impianto quadruplo da 40 mm, 3 da 12,7 mm e altre armi minori, 3 vennero affondate durante il conflitto. Tutte da armi tedesche: l'Abdiel da una mina il 9 settembre 1943 a Salerno, il Latona il 25 ottobre 1941 da Ju-87, al largo di Bardia, e il Welshman il 1 febbraio 1943 dall'U 617. Gli Italiani invece fallirono sistematicamente i tentativi con i bombardieri, incrociatori, sommergibili e cacciatorpediniere. Dei primi 4 posamine, solo il Manxman sopravvisse, gli altri, varati nel '40 e in servizio dal '41 (il Latona servì solo per circa 5 mesi), andarono perduti. Apollo e Ariadne invece, in servizio dal '43, sopravvissero e vennero demoliti negli anni '60. Forse erano di 'durata' inferiore per via dei materiali del periodo bellico, sta di fatto che il Manxman venne demolito nel '72. Le mine deposte furono molte: tra le 2.000 e le 3.000 per nave, eccetto l'Apollo, che per quanto in ritardo in servizio, arrivò a ben 8.500[4].

Le navi tedesche e italiane erano per lo più equipaggiate con ferroguide per mine: torpediniere, caccia, alle volte anche gli incrociatori, per azioni molto veloci e con consistenti carichi di ordigni (20-60 per nave). Gli Italiani avevano prodotto molti tipi di mine, di cui la P.200/1936 del '36 era la migliore, ormeggiabile fino a 800 metri e con carica di 200 kg. Ma nell'insieme c'erano solo 25.000 mine e solo il 70% era moderno. Presto se ne usò una quantità enorme, pari a circa 17.000, il che richiese, data la ridotta produzione, l'aiuto tedesco. Fu così che gli Italiani ebbero modo di conoscere le mine magnetiche, che fin'allora erano state incontrate saltandoci in aria. I Tedeschi, che fornirono agli italiani tali mine, misero a disposizione mezzi come gli UMA e UMB ancorate, da 30 e 40 kg, EMC da 300 kg, tutte ancorate e a urto, e le EMF magnetiche da 380 kg, molto efficaci. In tutto ben 12.224 mine tedesche, di cui 2.266 a influenza magnetica, vennero consegnate ai deboli alleati italiani, che nei primi mesi della guerra avevano già dimostrato tutta la loro debolezza dottrinale e materiale, tanto che nel febbraio 1941 i Tedeschi dovettero intervenire in forze per evitare la catastrofe in Mediterraneo che si stava profilando. Le mine P.200 italiane vennero ad un certo dotate di sistemi acustici tedeschi. Il loro maggiore successo fu la distruzione della famigerata forza K con l'affondamento dell'incrociatore Neptune e la demolizione del ct. Kashmir. Ma la situazione era oramai così drammatica, che per parare la minaccia degli sbarchi persino 1.800 mine austriache C-15 di preda bellica vennero utilizzate, raschiando letteralmente il fondo del barile, nel '42-43. In tutto gli Italiani posarono circa 49.796 mine, specie nel Canale di Sicilia. Le proprie perdite per mine furono molto gravi, 110 navi esatte di cui 33 militari (tra queste 6 ct e 12 torpediniere e corvette); le sole 73 mercantili erano un totale di 137.846 t.

Tornando alle mine italiane, la serie iniziava con le Harle 75/M del 1911, con 75 kg di esplosivo, molte altre erano con 130 o 145 kg, le P.200 pesavano in tutto 1.150 kg, le T200 erano per sommergibili, con 120-150 kg di HE. C'erano anche mine a galleggiamento temporaneo, 48 ore max, per sbarramenti momentanei.

I tipi di mina marina erano diversi: quelle magnetiche a selezione dei bersagli con lungo tempo di influenza (diversi secondi) per colpire i dragamine o i trasporti, entrambi costretti a viaggiare lentamente; le mine con dispositivo contanavi, che sono molto pericolose perché si attivano solo dopo avere percepito un certo numero di navi, alle volte con un tempo morto tra uno scatto e un altro di 4,5 minuti; le mine a ritardo di armamento, inerti anche per 44 giorni dopo il lancio; a doppio circuito di accensione, per essere certi di colpire proprio sotto la carena facendo i danni peggiori; le mine magnetiche 'dure' con sensore di sensibilità ridotta per non farsi dragare, ma cercare di colpire il dragamine che si fosse avvicinato troppo credendo l'aerea sicura; le mine acustiche, come la ELM/A inglese da 315 kg di HE, le mine magneto-acustiche, ancora più pericolose perché devono essere doppiamente ingannate per essere messe KO, con sensore montato in serie. Dei tipi moderni manca solo quella a pressione, praticamente indragabile.

Per le contromisure, c'erano diversi metodi di azione. Quelle di ridurre la segnatura magnetica con cinture di degaussing, sperimentate su di un incrociatore inglese e poi sulla Queen Elizabeth fin dal '40, si basa su bobine di compensazione, percorse da corrente continua, che compensano la variazione del CMT nella componente verticale; smagnetizzazione con corrente alternata, altro tipo con principio di funzionamento diverso, ma spesso entrambi erano usati in qualche misura. Dragaggio meccanico, spesso con sistema a dragaggio con cesoie esplosive, usate per la prima volta dai Tedeschi. Il dragaggio magnetico, con un aereo speciale, come anche da navi, queste munite di cavi rimorchiati lunghi circa 300 m, ma i primi 100 erano con doppia corrente per eliminare il campo magnetico e impedire che una mina esplodesse troppo vicino al dragamine, di per se fatto di materiale amagnetico (legno). Così, con l'aiuto di un reostato per variare la corrente, era possibile con 100 ampère dragare strisce di 400 m, sempre che come si è visto, le mine non fossero 'attendiste'. Bisognava stare con rotta a zig-zag perché se era massimo l'effetto con le mine a 90 gradi rispetto al cavo, lungo l'asse della mina l'influenza era pressoché nulla. C'erano poi sistemi di generazione di campi magnetici molto pesanti, quelli 'a cannone' da ben 800 t di zavorra ferromagnetica (rotaie), elettrizzata assieme allo scafo da un generatore di corrente; il più sofisticato CAM era invece un sistema miniaturizzato per generare campi alternati che si invertivano ogni qualche decina di secondi. C'erano diesel generatori con metadinamo, due gruppi diesel dinamo ausiliari, due sistemi CAM che erano un nucleo magnetico con induttore, e disposti a croce uno sull'altro; dragaggio acustico con cariche esplosive. Almeno in teoria funzionava.

Gli Italiani provarono con l'S.81 Saturno con un sistema di dragaggio magnetico, gli studi erano iniziati dall'estate del '41. I risultati però erano mediocri a causa della massa della bobina, e solo nel '43 venne superato almeno parzialmente il problema. I Tedeschi usarono gli Ju-52 e He-111, gli inglesi i Wellington. In tutti i casi bisognava volare bassi sull'acqua per indurre variazioni magnetiche sulle mine. Queste esplodevano, con un rischio di restare coinvolti pressoché nullo da parte dell'aereo, che pure volava meno alto delle colonne d'acqua che alle volte si formavano.

Il sistema KKG tedesco aveva un tubo lungo circa tre metri rivestito in maniera isolante rispetto ai rumori (nella faccia interna) sparava in acqua circa 40 carichette esplosive che dopo una decina di secondi esplodevano per attivazione elettrica. La gamma di suoni era superiore di circa 100 volte rispetto a quella di un'elica, entro i 250 m le mine acustiche venivano disattivate, entro i 2.000 m esplodevano o venivano disattivate, entro i 2.000-4.000 m esplodevano. Le boe sonore erano un altro ritrovato, capaci di eliminare le mine con la generazione di rumori entro i 1000 m. Le boe contenevano delle turbine che erano sistemate a prua o al limite calate in mare e tenute ad una certa quota.

I Sovietici, pur avendo usato (quando ancora c'era la Russia imperiale) per primi le mine, erano tuttavia in quel periodo poco capaci sia offensivamente che difensivamente ad usarle, e la loro guerra non ebbe molto successo. In seguito, nel dopoguerra, saranno capaci di metterne in servizio contemporaneamente fino a 500.000, cosa che non dovrebbe stupire data la lunghezza delle loro coste.

Il minamento ebbe risvolti particolarmente gravi anche in zone fluviali: il Danubio venne minato a più riprese dalla RAF, distruggendo con il lancio di circa 1382 mine circa 276 navi, forse considerando anche quelle danneggiate. Fu difficile contrastare queste azioni, iniziate dall'aprile e finite ad ottobre del '44, che letteralmente sconvolsero il Danubio, rete fondamentale per le comunicazioni europee. Gli aerei erano Halifax, Liberator, Wellington, che subirono 11 perdite ma ottennero per l'appunto la distruzione o il danneggiamento di circa 270 navi, circa il 10% di quelle in servizio. La natura del fiume, ovvero stretta, e poco profonda, era l'ideale per fermarne il traffico con un campo minato. Il personale del dragamine era in parte non tedesco, con pochissima volontà di andare a rischiare la vita per disinnescare le mine magnetiche inglesi e questo fu un problema. Non si sa piuttosto perché in ottobre l'azione fu totalmente sospesa, dopo che aveva fatto danni, riducendo ad un quarto circa, se non meno, il traffico di 170.000 t mensili sul fiume. 71 bettoline e cisterne affondate più altre 23 affondate ma poi recuperate, totale 68.000 t circa, e 113 danneggiate per 89.000 t, oltre a 36 rimorchiatori affondati e 3 danneggiati, 36.000 t circa di materiale affondato con le navi anche se in parte, poi, presumibilmente recuperato. Il traffico era andato KO e i marinai si rifiutavano di andare lungo il fiume con il rischio di saltare in aria da un momento all'altro [5]

I Giapponesi, abili nell'usare mine in maniera offensiva, si trovarono impreparati nella difesa e i B-29 in particolare contribuirono a disseminare con 12.000 mine magnetiche il traffico navale giapponese fin dentro i porti, affondando 85 navi per circa un milione di tonnellate, che si aggiungeva ai 4,9 milioni distrutti (oltre 1.110 navi mercantili) dai sommergibili americani (che ebbero solo una quarantina di perdite), 100.000 affondate da navi di superficie, 2,7 milioni da aerei e 400 mila per cause diverse. Pare che le perdite giapponesi in parte fossero intenzionali, usando navi come 'arieti' per far detonare le mine in agguato, che erano ben difficili da dragare per le loro tecnologie. Tutto questo dà l'idea del perché le mine navali siano tanto pericolose e efficaci. Gli Americani poterono dedicarvi molte classi, come le AUK da 890 t, dragamine d'altura costruiti in 76 esemplari, armati di cannoni da 76 e con due fumaioli; o i caccia di squadra convertiti all'uopo, o le navi CM che erano le più grandi di tutte le unità MCM. I Tedeschi ebbero invece dei dragamine come gli M-1, 80 unità del 1937-44, da 717-874 t e 18 nodi, come le navi americane, o le R-8, piccoli dragamine costruiti in 119 esemplari. Del resto i mezzi dragamine non erano mai troppi: i sovietici ne persero 76. Non erano navi costose né con equipaggio numeroso, ma avevano compiti specializzati che richiedevano attrezzature e personale non comuni, anche come capacità di sopportare la tensione di una missione che andava a cercarsi un pericolo invisibile e potenzialmente letale.

Genio[6][modifica]

I 'funnies' meritano certo un maggior approfondimento. Si tratta degli strani veicoli usati dai reparti genieri, per recupero, scavi, sminamento. Soprattutto quest'ultimo è interessante. Seguiamo alcuni dei tantissimi sviluppi, senza beninteso alcuna pretesa di esaustività.

Tra i compiti del Genio (nel British Army erano i 'Sappers') v'era la posa di cariche da demolizione. Il Churchill AVRE, così eclettico quanto a ruoli speciali, portava cariche esplosive su dei telai portati da dei bracci simili a quelli di una pala di escavatore. Venivano posate assieme al telaio sull'obiettivo, poi venivano fatte detonare da un cavo elettrico. Queso era il Jones Onion, del '42. Un altro tipo era il Carrot, un piccolo pacco esposivo di 5,44-11,34 kg, non venne tuttavia mai usato in azione, anche se molto spesso sperimentabile. Venne così abbandonato verso la fine del '43. La Goat era uno sviluppo ulteriore della J.Onion, larga 3,2 m e alta 1,98 m, che poteva portare fino a 816 kg di esplosivo, e con un ulteriore miglioramento per demolire ostacoli alti. Naturalmente, l'avvicinamento al bersaglio, se questo era difeso, con cariche esplosive del tutto esposte era del tutto improponibile, rischiando in alternativa di far saltare in aria persino il robusto Churchill. Era chiaramente un mezzo da usare, differentemente dal Goliath, senza essere soggetti al fuoco nemico, visto che i pacchi di esplosivo erano del tutto esposti. Un tipo diverso era il Bengalore, un tubo esplosivo usato per aprire varchi nei reticolati nella I GM, poi anche contro i campi minati. Visto che il tubo Bengalore per fanteria era lungo solo 1,5 m, per i mezzi corazzati Churchill si pensò a sistemi lunghi 6,1 m e del diametro da 76,2 mm. Si potevano portare sopra i cingoli, e se si univano tra di loro, era possibile arrivare a ben 366 m, sufficienti anche per campi minati molto profondi (nel senso della larghezza), ma ovviamente bisognava trainarli sul campo da bonificare, trovando un varco o aprendoselo in qualche modo. Esplodendo tali tubi si creava un varco da 6,4 m. Anche gli Sherman vennero usati per questo compito. Ma c'erano anche Churchill particolari. Essendo tale potente carro armato il meglio protetto della Gran Bretagna, era naturale pensare di migliorare il suo armamento, piuttosto debole contro i più potenti carri armati. Ecco quindi il Churchill gun carrier, con casamatta per cannone da 76,2 mm 17 Pdr. Ma non venne omologato come cacciacarri (non aveva in ogni caso la torretta brandeggiabile, per quella bisognò aspettare il Centurion), e così ebbe invece compiti da veicolo del Genio, con questi tubi speciali riempiti d'esplosivo, che avrebbero dovuto essere montati vicino al campo minato e spinti (ce n'erano almeno 8 di queste sezioni di tubi) dentro la zona del pericolo. Ma non venne usato in sede operativa. C'era però un altro mezzo speciale, ancora più sofisticato ed efficace. Era installato su di uno scafo delle popolari Bren gun carriers, senza motore, e quindi trainate da un Churchill a mò di rimorchietto. Quindi, succedeva che da questo sistema veniva sparato un razzo con tubo flessibile, che poi ricadeva sul campo minato. Poi veniva riempito di esplosivo liquido. Un ulteriore sistema di questo tipo (che già anticipava i sistemi moderni, usati per esempio anche durante Desert Storm) era quello con un veicolo con rulli antimina di tipo canadese 'indistruttibili', che portava dietro di sè un tubo esplosivo lungo ben 457 m, anche se gli ultimi 15 (quelli vicini al mezzo) erano riempiti di sabbia per ragioni di sicurezza. C'erano anche dei tubi Bengalore lanciabili a razzo con un sistema noto come Flying Bengalore, usato da Sherman dodati di sistema CIRD e anch'essi lanciati come una sorta di treno a vagoni da un razzo che fungeva da 'locomotore'. Era destinato non all'apertura di varchi nei campi di mine, ma dei reticolati.

Per un'azione anche più energica, c'erano i carri con rulli flagellatori, idea sudafricana, del maggiore A.S.J. du Toit. Con un tubo rotante anteriore, sostenuto da due robusti bracci, esso ruotava e 'flagellava' il terreno con spezzoni di cingoli, colpendo e facendo esplodere le mine. Era un compito che richiedeva nervi d'acciaio, con un rumore infernale, esplosioni continue davanti a sè (e anzi, si doveva sperare di averne, altrimenti non si stava facendo il proprio lavoro), sabbia e terra sollevate in una soffocante e accecante nuvola, e il nemico che ovviamente avrebbe fatto ogni sforzo per mettere fuori uso tali mezzi del Genio. I primi furono i Matilda Scorpion (ovviamente erano necessari carri molto robusti per resistere ad esplosioni e al tiro nemico) usati con notevole efficacia ad El-Alamein. Va però detto che il consumo era molto elevato (a maggior ragione nel caso dei Matilda) e che la sabbia sollevata nuoceva ai filtri del carburatore, intasandoli presto. Per questi e altri problemi, a Sud lo sfondamento non procedette tanto veloce come si sperava nella prima notte di attacco, dando modo agli artiglieri e alla Folgore di reagire. Dopo venne il Matilda Baron, perfezionato, che non aveva più il cannone e la torretta, ma due motori indipendenti, uno per ciascun lato del sistema. La cosa era migliore del sistema di trasmissione abbinato al motore principale. Dopo vari problemi di messa a punto, vennero fuori anche i Grant e i Valentine Scorpion, che avevano ancora i cannoni come gli originali Matilda-Scorpion. Il Crab venne destinato agli Sherman: 43 catene nel tubo azionato dalla presa di forza collegata al motore, e lame tagliafili per spezzare i reticolati.C'erano schermi di protezione dalla polvere e detriti, e in seguito un molto utile sistema per adeguare automaticamente l'altezza del rullo sul terreno, altrimenti l'efficacia poteva sminuirsi sopra zone dissestate o irregolari. Il carro conservava il cannone in torretta per difendersi (almeno quando non era avvolto dalla polvere sollevata, che d'altra parte era di un certo aiuto per coprirlo all'attenzione degli artiglieri nemici). Altri tipi a rulli sminatori, infine, come il Lobster e il Pram non ebbero seguito, scartati a favore del Crab. Lo Sherman Crab aveva il cannone da 75 mm, ma doveva brandeggiarlo all'indietro o anche ai lati per non farlo colpire dalle catene.

Un altro mezzo importante era un vero carro armato del Genio. Non era la prima volta che ci si pensava a tali mezzi, ma fu solo dopo Dieppe (e il relativo fallimento dei genieri canadesi nell'aprire verchi negli ostacoli) che si cominciò a svilupparne di veramente efficienti e moderni. Il Churchill, ancora una volta, fu prescelto per la sua capacità d'adattamento e di trasporto attrezzature, anche ingombranti e pesanti. Questo carro venne dotato di una serie di modifiche, pale anteriori di sbancamento, sistemi di sminamento, prese d'aria per i guadi profondi, una slitta per trainare parti di ricambio e attrezzature ingombranti, ma soprattutto il mortaio chiamato Petard. Si trattava di una insolita arma da demolizione, dal calibro di ben 290 mm. Sparava proiettili da 18 kg fino a 73 metri e stava al posto del cannone di torretta. Nonostante il nome 'mortaio' in realtà era un cannone a tiro 'relativamente' teso, capace di demolire bunker, postazioni, muri. Il Churchill era abbastanza protetto che poteva avvicinarsi a tali bersagli senza eccessivi rischi di essere colpito e messo KO, anche se lo sviluppo dei razzi da fanteria con testate HEAT lo metteva, indubbiamente, in condizioni di grave pericolo. Le versioni impiegate furono i Churchill AVRE (Armoured Vehicle Royal Engeneers) Mk III e IV, spesso per trasformazione di mezzi già esistenti e delle prime serie con appositi kit montati dal REME (Il genio elettricisti). Questo grosso mortaio era in effetti troppo largo per un uso del tutto agevole, e nonostante tutto i comandanti locali a cui erano assegnati talvolta gli AVRE volevano non di rado usarli come normali carri armati. In ogni caso, il 290 mm fu il primo dei cannoni da demolizione (forse prendendo spunto dai cannoni da 76 o 95 mm assegnati a parte dei carri inglesi all'epoca dei pezzi da 40 mm, pressoché privi di capacità HE), che poi sono continuati con i pezzi americani da 165 mm (per gli M60ARV) e da 138 mm (per gli AMX-30 del Genio).

Altri tipi ancora furono i CDL, Canal Defence Light, ovvero carri con un potente proiettore sopra la torretta, proposti già attorno al 37 e il War Office ci lavorò in segreto, fino a che nel '39 le torrette erano pronte per la produzione, erano quelle dei carri Matilda II. 300 torrette vennero approntate per una brigata in Gran Bretagna e una in Africa, ma non ebbero modo di dimostrare la loro potenzialità: colpire da grande distanza vedendo anche di notte, abbagliando il nemico e illuminandolo. In effetti era una potenzialità eccezionale: si pensi che era difficile vedere verso il proiettore di cui erano dotati anche da grande distanza, l'ideale per eliminare i difensori che invece, erano del tutto illuminati e visibili. Specie in azioni contro obiettivi fissi, magari le difese delle fanterie ad El Alamein. Eppure, tali mezzi non vennero usati. Nel '44 vennero usati i carri Grant e ai primi mesi del '45 vennero usati per azioni di copertura (creando l'effetto 'luna artificiale, come già fatto dai Tedeschi con normali proiettori durante l'offensiva delle Ardenne) durante il forzamento dei fiumi Reno e Elba. Anche gli Americani gradirono l'idea e ricevettero 355 torrette per i loro carri M3 Lee, analoghi ai Grant. Mentre il Matilda aveva solo una mitragliatrice Besa da 7,92 mm, questi carri medi avevano invece ancora almeno parte dell'armamento, quantomeno il cannone anteriore da 75 mm. I sistemi di eliminazione meccanizzati delle mine erano di diverso tipo. Anzitutto c'era stato l'interesse per gli aratri, che erano semplici (tanto che vennero usati tipi di provenienza agricola), marcavano bene il terreno 'liberato', erano economici, silenziosi, leggeri. Ma c'era un problema: le irregolarità del terreno e la presenza di ciottoli potevano facilmente farli saltare ed impedirgli di raggiungere la mina. Di fatto, non godettero di grande fiducia da parte dei tecnici. I rulli sminatori erano diversi, essendo capaci di far esplodere la mina sotto il loro peso, ma ancora robusti a sufficienza per resistere all'esplosione. Ma non sempre sopravvivevano, inoltre pesavano, e la sterzatura era difficile, tanto che solo anni dopo la fine della guerra si risolse il problema con i bracci articolati. Un tipo particolare era il canadese Lulu, che sembrava un rullo antimina, ma in realtà era un sensore elettromagnetico che cercava oggetti metallici sotterrati, inserito in una struttura di legno che sembrava una botte. ma non ebbe esito pratico (anche perché spesso le mine venivano realizzate in plastica, vetro, legno e persino cemento) data la sua fragilità. I primi rulli sminatori AMRA erano sistemati su Churchill e Sherman, ma pesavano troppo e non vennero mai usati in azione. Il canadese CIRD ('indistruttibile') era capace di sollevarsi facilmente dal terreno per reagire all'esplosione delle mine, senza esserne compromesso. Non venne nemmeno questo usato in azione, mentre gli Americani utilizzarono sistemi come i T1 per i carri M3 Lee (che per l'epoca erano però già bell'e ritirati dalla prima linea), il T1E1 per il mezzo recupero carri M32 (su base Sherman), il T1E3, molto pesante e che tuttavia ebbe impiego in azione e ancora maggior peso nel tipo M1A1. Altri tipi vennero provati ma non omologati, inclusi un M4 con corazza inferiore rinforzata (era il T15), che doveva semplicemente farsi esplodere le mine sotto il proprio peso. Come si potesse fare in pratica è difficile da dire, visto che i cingoli restavano comunque vulnerabili alle esplosioni, rendendo il mezzo facilmente immobilizzabile. I Churchill ARV spesso portarono, almeno nelle prove, sia i rulli che, dietro di loro (a buon peso, insomma) gli aratri antimina. Doveva essere davvero snervante per gli equipaggi sapere che stavano andando a far esplodere delle mine a qualche metro di distanza dal proprio veicolo, specie per i piloti che rischiavano più di tutti. Inoltre i carri dell'epoca non sempre erano ben corazzati sotto lo scafo (anzi, quasi mai) e se qualche mina sopravviveva erano in grossi guai. Toglierle dal cammino e lasciarle a lato, senza farle esplodere era senz'altro preferibile, a patto di non passarci sopra in un secondo tempo. Le 'vipere' (i tubi esplosivi) invece erano capaci, con la loro esplosione, di eliminare in un colpo solo il 97% delle mine. Anche così c'era il rischio di beccarne qualcuna (ovvero su 100 mine incontrate, 3 restavano attive), ma era certo più affidabile dei rulli e degli aratri, e più semplice dei flagelli rotanti.

Per superare anche ostacoli diversi dai campi minati c'erano mezzi come gli ARK, ovvero gli Armoured Ramp Carrier, i carri porta-ponte. Anche qui si trattava di un carro Churchill, stavolta privato della torretta, con una sorta di ponte costituito da due guide e delle rampe aggiuntive. In sostanza il Churchill si metteva dentro l'ostacolo da superare, poi si estendevano le rampe da entrambi i lati per raccordare il ponte-carro con i mezzi che dovevano passarci sopra. In Italia l'8a armata tolse le guide dei cingoli per i carri sopra lo scafo, usando invece i cingoli dei Churchill ARK usati come ponte: ovvero, i carri che vi passavano sopra dovevano percorrere i cingoli del mezzo ARK come se fosse una rampa. I Churchill potevano diventare dei mezzi capaci di sostenere così pesi elevatissimi. Vi è una foto in Italia, di un Churchill ARK che è stato posto nel fiume Senio, dentro un burrone profondo qualche metro. Sopra è stato posto un secondo ARK per raccordare la 'strada' così costruita con il terreno, e a quel punto, potevano passare altri Churchill di tipo normale: 3 Churchill impilati uno sull'altro. I carri gettaponte di tipo convenzionale, in cui era possibile lanciare una 'passerella' senza usare il carro come ponte esso stesso, erano già stati sperimentati e realizzati in pochi esemplari, per esempio su scafi M3, ma non mancarono nemmeno degli L3 italiani, nonostante le loro dimensioni ridotte. Per superare gli ostacoli c'erano anche i vecchi metodi delle fascine di legno, larghe persino 2-2,5 m e lunghi 3 m, trasportati da un Churchill AVRE o da uno Sherman; era poi disponibile anche un enorme rullo capace di stendere una passatoia su terreni troppo cedevoli per passarvi con i normali camion. Vennero usati fin da Dieppe, e c'erano due tipi di questi sistemi: uno della larghezza di un cingolo, un altro largo quanto un carro, fatto di juta rinforzata con paletti da recinzione. Potevano essere anche usati anche per far passare i soldati sopra i reticolati.

Recuperare i carri danneggiati richiedeva i mezzi ARV, Armoured Recovery Vehicle, realizzati da entrambi i belligeranti su ogni tipo di mezzo disponibile: Crusader, Covenanter, Ram, Cromwell, Sherman, Churchill. Poi arrivarono anche gli americani M32 (con verricello da 27 t e una capra ad A, più mortaio da 81 con granate nebbiogene) su scafo Sherman, senza torretta per risultare più leggero e trainare meglio i veicoli danneggiati. Anche gli M3 vennero trasformati in ARV, e così i T-34: ma il migliore di tutti fu il Bergerpanther, realizzato su scafo del Panther tedesco e in servizio dal '44 in poi. Era in grado di rimorchiare anche i Tiger. Ne vennero realizzati 279. Con un vomere e un potente verricello, nonostante il peso fosse ancora di 42 t (ma la velocità su strada era di appena 32 kmh), poteva finalmente risolvere il problema del rimorchio dei carri pesanti tedeschi. Alcuni ebbero anche un cannone da 20 mm contraerei o contro obiettivi terrestri.

Altri mezzi importanti furono gli Sherman BARV, 52 dei quali disponibili per lo sbarco in Normandia. Essi presentavano un'alta sovrastruttura e la capacità inusitata di muoversi in acque profonde, anche se non con capacità anfibie. Erano caratteristici per l'alta sovrastruttura (aperta superiormente) a forma di nave. Vennero usati a lungo nel dopoguerra, ammodernati, e sostituiti infine con i Centurion BARV; la B, per la cronaca, stava per Beach, perché questi mezzi dovevano rimorchiare veicoli arenatisi durante la fase dello sbarco.

I mezzi speciali del Genio vennero usati da varie unità corazzate, ma soprattutto dalla 79a divisione corazzata inglese, che divenne il punto di riferimento per la specialità, tanto da sopravvivere ancora come reggimento su 3 battaglioni ancora nella metà degli anni '80. Con quest'unità, nata in maniera improvvisata e assai democratica (in essa chiunque, almeno all'inizio, avesse una buona idea poteva esporla senza problemi e reverenze), operarono anche gli Sherman DD (anfibi, con lo speciale telone laterale), e i Churchill Crocodile, lanciafiamme con la stessa portata dei mezzi AVRE (73 m, in condizioni favorevoli anche 110, ma spesso non c'era sufficiente pressione per far funzionare propriamente i lanciafiamme), e nell'insieme si dimostrò una delle migliori unità corazzate della guerra, anche se il suo scopo non era quello di distruggere altri reparti combattenti, ma piuttosto di superare gli ostacoli e permettere la mobilità alle unità convenzionali. In sostanza era una grande unità costituita da mezzi speciali e da genieri, un qualcosa di mai visto prima d'allora ma molto necessario se si voleva superare le difese approntate per il Vallo Atlantico.

Guerra ASW[modifica]

Le navi mercantili sono state al centro di tutte le attenzioni: chi le voleva difendere a tutti i costi, e chi doveva affondarle con la stessa determinazione. I Tedeschi, potenza continentale, erano poco sensibili al problema, ma non così gli Inglesi, che gli sbarravano l'entrata nell'Atlantico con una superiorità strategica fondamentale. Nella prima guerra mondiale la Flotta d'alto mare tedesca non era riuscita a vincere contro la Gran Fleet, e forse nemmeno ci provò mai seriamente, con l'unica parziale eccezione dello Jutland/Skagerrak. Ma i sommergibili, infinitamente meno costosi della linea di corazzate, ci andarono vicino nel '17 e portarono avanti una guerra tenacissima contro il traffico navale Alleato, così ricco di bersagli. Forse troppi, perché alla fine i Tedeschi non ce la fecero. Gli Alleati dovettero ripensare le loro strategie, dopo avere ignorato per anni la minaccia dei sommergibili alle navi di superficie. Si pensi che nel '17 la produzione di bombe di profondità era di appena 200 al mese in Gran Bretagna. Un ingaggio al giorno con 6-7 bombe era quanto ci si poteva permettere. Ma presto cambiò e si arrivò a 2.000. Questo e tanti altri espedienti, dalle navi civetta (i sommergibili spesso operavano in superficie per risparmiare i pochi siluri e una nave inerme e senza scorta era un bersagli allettante), allo sbarramento dell'Adriatico (ad Otranto) contro i sommergibili austriaci. Alla fine gli Alleati vinsero la guerra, ma ai Tedeschi fu proibito di produrre i sommergibili nel dopoguerra, considerati armi troppo pericolose. Invece gli Alleati continuarono a produrli, e questo i Tedeschi non potevano ignorarlo. Anzi, se ne approfittarono andando a fare esperienza all'estero per mantenere viva la loro tecnologia più avanzata.

All'inizio della guerra gli U-Boote erano ritornati nella flotta, ma erano pochi e dalle prestazioni non eccezionali: c'erano i Tipo II costieri, i Tipo IX oceanici, e i Tipo VII di media crociera, che risultarono i più prodotti. Inizialmente c'erano solo poche decine di unità, mentre le flotte più numerose erano quella sovietica (circa 150, ma dispersi su 4 mari diversi), e italiana (circa 115, di cui una trentina oceanici). E invece furono questi che ebbero meno successo. I sommergibili italiani ebbero un rendimento adatto solo operando dalla Francia in Atlantico e oltre, dove la difesa era ridotta. Il 'Da Vinci' ebbe i maggiori successi, ma bisogna dire che per un sommergibile oceanico ben armato non era difficile distruggere un mercantile isolato, che anche quando armato non era nella condizione di distruggere il sommergibile, bersaglio molto piccolo anche se poco stabile, e quindi capace di tirare facilmente a segno contro i mercantili. Per confronto, il piccolo Ulpholder britannico, l'equivalente del Da Vinci, ottenne successi simili, ma in Mediterraneo, operando sempre immerso e con i siluri, per giunta si trattava di una piccola unità costiera, con pochissimi siluri disponibili. Infatti le unità classe U erano originariamente intese addirittura come sommergibili bersaglio disarmati, solo successivamente ripensati per essere armati come unità costiere. Il risultato fu decisamente positivo, almeno dal punto di vista inglese, certo non da quello italiano. Del resto in Mediterraneo i grandi sommergibili oceanici erano decisamente impacciati, anche per via della luminosità del sole, e della trasparenza delle acque altamente saline. L'inefficienza dei sommergibili italiani, la minaccia più temuta, fu forse la maggiore delle sorprese che ebbero gli Inglesi, anche più della scarsa efficacia dei bombardieri veloci (pure numerosi e temuti). I Tedeschi iniziarono la guerra ASW con tecnologie rudimentali, eppure parecchi sommergibili inglesi ne pagarono le conseguenze, mentre gli Italiani erano più avanti come tecnologie antisommergibile e unità equipaggiate per tale guerra, ma inizialmente mancavano di sonar e questo le limitava non poco. I Giapponesi, molto più offensivi per la loro flotta, concepita per la guerra di superficie sullo stile della Grand Fleet britannica della guerra precedente. La mancanza di armi e sistemi ASW verrà poi fortemente pagata contro una crescente e insidiosa flotta subacquea americana e anche britannica.

I sommergibili tedeschi non erano molto numerosi, come si è detto. Ma iniziarono subito una guerra sagace ed aggressiva, attaccando obiettivi mercantili come quelli militari. L'affondamento della portaerei Courageus e della corazzata Royal Oak, colpita dentro Scapa Flow da un'incursione estremamente audace di Gunther Prien, uno degli assi degli U-Boote, lo dimostrarono presto.

Gli inglesi avevano messo a punto l'Asdic, ovvero il cosiddetto 'sonar attivo', sistema potente per localizzare i sommergibili immersi. Ma i radar non erano ancora disponibili nella stessa misura. I Tedeschi se ne accorsero e ne tirarono le dovute conclusioni. Attaccare di notte e in superficie, immergendosi per scampare alle navi di scorta. Esse erano poche e per proteggere i mercantili era necessario raggrupparli in grossi convogli, per ottimizzarne la composizione rispetto alla flotta di poche navi oceaniche disponibili. Così se 20 navi rendevano necessarie 5 navi di scorta (il numero calcolato era di 3 più una ogni dieci navi da scortare), 60 ne chiedevano 9. Così il vecchio criterio che non bisognasse superare la forza di 40 unità per convoglio fu presto superato, fino ad un centinaio di navi. Il problema era che gli U-Boote non potevano superare circa 16 km di orizzonte visivo, anche navigando in superficie, dove avevano una velocità molto superiore e soprattutto, un'autonomia non limitata dalle batterie (che erano capaci di qualche ora a circa 8-9 nodi, o qualche centinaio di km a 2-4 nodi). I Tedeschi allora cominciarono ad aumentare il traffico radio, da eseguirsi in superficie in HF, che potevano essere intercettate e triangolate con i radiogoniometri. Ma erano necessarie per coordinare le azioni di gruppi di U boote, che potevano attaccare saturando le poche unità navali di scorta. Il convoglio SC 7 venne attaccato da tutti i sommergibili tedeschi disponibili, e in una sola notte d'ottobre, perse 17 navi. I sonar non riuscivano a localizzare i sommergibili finché erano emersi, perché si perdevano nell'eco delle onde marine. Una prima risposta fu il radar ASV, capace di trovare i sommergibili da circa 6 km. I velivoli con questi radar divennero presto dei nemici formidabili degli U Boote. Questi successi però iniziarono solo dal tardo '41, data la necessità di coordinare le azioni con le navi, anche per evitare spiacevoli scambi di identità, visto che in azione c'erano anche i bombardieri tedeschi. Nel frattempo i Tedeschi erano arrivati ad intercettare i segnali radar con sistemi come il Metox. Lenti com'erano i pattugliatori non riuscivano ad arrivare a tempo perché i sommergibili tedeschi erano in grado, differentemente da quelli italiani, di immergersi in pochi secondi. I sommergibili tedeschi ebbero un momento di flessione durante il tardo 1941, prima di cambiare tattiche data la presenza sempre più diffusa dei radar di bordo.

L'avvento dei radar centimetrici nel '43 aumentò i successi perché mise fuori uso il sistema ESM tedesco, e per un intero trimestre i Tedeschi ebbero perdite crescenti. Dovettero applicare lo snorkel per sopravvivere a tale minaccia, divenuta più grave quando si ricorse al Leight Light, un faro aeroportato da 80 mln di candele, capace di raggiungere la localizzazione del sommergibile da oltre un km. I Tedeschi dovettero anche vedersela con i razzi aria-superficie perforanti, che sfondavano gli scafi degli U-Boote, mentre le cariche di profondità con il Torpex sostituirono quelle col più semplice Amatol. La Battaglia dell'Atlantico sembrava vinta, ma non era ancora finita. Lo Snorkel era capace di far funzionare i motori termici sott'acqua, ma bruciava quasi tutta l'autonomia e non consentiva la velocità di transito necessaria per muoversi attraverso l'oceano Atlantico. Le navi di scorta avevano un sistema sonar migliorato, e soprattutto erano ben più numerose di prima. Anche il periodo (Happy time) del primo '42, quando gli ancora impreparati Americani subirono danni enormi dai sommergibili dell'Asse attorno ai Caraibi, era oramai finito. Nel '43-44 oltre 500 DE americani, ben armati con tutti i ritrovati tecnologici, ribaltarono la situazione in favore Alleata. Ma i sonar non erano perfetti: era possibile usare da circa 2,4 km un sommergibile, prestazione non certo paragonabile a quella dei radar, ma a circa 300 metri si perdeva il contatto per i problemi di tracciamento a bordo delle navi, nel loro tavolo tattico: 30 secondi che spesso consentiva all' U Boot di scappare con una rapida manovra, prima che arrivasse la grandinata di bombe di profondità. Serviva qualcosa di meglio delle tramogge o delle rotaie di bombe. Gli Inglesi prima usarono lanciabombe a razzo Mousetrap, poi il famoso Hedgehog, con una batteria di razzi con cariche di profondità, e infine lo Squid, più leggero, con bombe meno potenti, ma con un sonar associato capace di misurare anche la quota. Anche così la localizzazione sonar sarà sempre più aleatoria di quella radar, fino ai nostri giorni.

I Tedeschi erano anche interessati ad armi migliori, che potessero garantire probabilità di colpi a segno maggiori dei siluri senza sistema di autoguida ma solo a corsa rettilinea o a zig-zag. Prima avevano usato i siluri elettrici, lenti ma senza scia e quindi molto subdoli; poi arrivarono i tipi autoguidati, che sfruttavano bene le ridotte prestazioni, e del resto la velocità troppo elevata dei siluri a combustione era poco indicata per usare i sonar di autoguida delle teste dei siluri, che erano in genere di tipo passivo, con una serie di idrofoni che stabilivano le direzioni di moto con quota standard. I siluri avevano acciarini a contatto, ma i Tedeschi introdussero presto quelli magnetici, capaci di spezzare la chiglia delle navi o anche semplicemente in loro prossimità. Ma settare adeguatamente i siluri non era facile, viste le differenze del CMT a seconda delle zone. Quando vennero perfezionati, gli acciarini magnetici si dimostrarono però micidiali. Così, un siluro con guida acustica, motore elettrico, acciarino magnetico, era un'arma ben superiore rispetto a quelli tradizionali. Per ovviare ai rudimentali siluri autoguidati tedeschi, gli inglesi misero a punto il Foxer, una specie di gabbione con tubi metallici che facevano rumore quando trainati, e attiravano i siluri autoguidati. Un sistema efficace quello delle esche acustiche, tanto che durante la guerra delle Falklands varie vennero distrutte da siluri ASW Mk 46 tirati da elicotteri inglesi, che per il resto attaccarono anche sfortunati cetacei (nel Sud Atlantico ce ne sono ancora parecchie, per fortuna, mentre il Nord è piuttosto 'sgomberato' dalla loro presenza).

Il siluro acustico era anche utile per impieghi ASW, purché fosse introdotta una testa di guida capace di almeno 4 settori: destra-sinistra, alto-basso. Così arrivarono i siluri americani Mk 24, ufficialmente definiti come 'mine'.Erano lenti, ma potevano raggiungere le unità immerse dei tipi più vecchi e numerosi. Decien i successi. Questi siluri furono i primi della loro categoria, ancora ben florida. Dagli USA arrivò anche il MAD, che rivelava i sommergibili come l'acciarino magnetico o delle mine vedeva la presenza delle unità navali. MAD, bombe di profondità al Torpex, siluri ASW, radar ASV centimetrico, sistemi radio e radiogoniometrici e IFF erano apparati che avevano rivoluzionato la lotta ai sommergibili. La loro risposta disperata fu quella di aumentare la difesa antiaerea con impianti aggiuntivi, ma anche gli aerei ASW aumentarono l'armamento di prua per mitragliare da oltre 1 km le unità, più l'us dei razzi, cosicché non fu un grande rimedio. I veri risultati positivi furono i sommergibili Type XXI e XXIII, veloci e con ottima autonomia, anche immersi. Non avevano più cannoni offensivi, solo difensivi antiaerei (poi frettolosamente abbandonati, anche troppo presto vista la battaglia del Santa Fé durante la guerra del 1982, quando un smg argentino venne danneggiato da cariche di profondità e poi attaccato da elicotteri in uno scontro ravvicinato: cosa sarebbe successo se avesse avuto ancora le armi come torrette da 30 mm binate degli U-XXI dei lenti elicotteri inglesi?). Ma questi sommergibili, previsti in circa 1.500 esemplari, non arrivarono in tempo. Ma dimostrarono che potevano beffarsi della maggior parte delle unità ASW Alleate e solo gli aerei restavano un pericolo, se li localizzavano emersi.

Alla fine i risultati sono stati molto significativi e sul mare gli Alleati, specie nel 1942-inizio '43, potevano davvero perdere la guerra. Quasi 800 battelli Tedeschi andarono perduti con 30.000 marinai. Affondarono però oltre 14 milioni di tonnellate di navi Alleate, senza considerare quelle militari e il valore del carico -umano o materiale- a bordo. Una nave 'Liberty' costava tre volte un Type VII, e il carico interno costava almeno altrettanto. Finché i Type VII riuscirono a tenere testa al dispositivo ASW nemico, le cose rimasero incerte, quando questo tipo di U Boote si ritrovò superato, ne vennero perduti centiaia e per i Tedeschi si mise davvero male, non potendo sostituirli con mezzi adatti in poco tempo.

La lotta fu ovunque aspra, ma per i sommergibilisti non fu mai facile. La vita dentro quei mostri d'acciaio era difficile, scomoda, l'aria viziata, l'igiene scarsa, e il timore di morire affogati come topi era sempre lì, sottotraccia. Per i sommergibilisti, pensare di affondare assieme alla loro unità era deprimente, e come alternativa c'era quella di finire prigionieri, alternativa che toccava solo ad una parte degli equipaggi, visto che un sommergibile affondato in azione portava sempre con sé molti dei suoi uomini.

In Mediterraneo i smg italiani ebbero 66 perdite, ottenendo circa 100.000 t di naviglio affondato, nonostante l'impiego allo stremo di circa 130 unità. Gli Inglesi ebbero 39 perdite per tutte le cause, ma il solo HMS Upholder fece da solo quasi gli stessi risultati. Tutti i 66 smg tedeschi mandati in Mediterraneo andarono perduti, ma per confronto, ottennero oltre 500.000 t di navi affondate. Bisogna dire che i sommergibili italiani mandarono (come poi quelli inglesi) anche unità d'assalto subacquee come quelle che forzarono Alessandria nel dicembre 1941. Ma se i 'maiali' italiani misero fuori uso due corazzate inglesi (le ultime due presenti in zona), quelli tedeschi affondarono 2 portaerei e una corazzata, in mare (e quindi in azione) con parecchie perdite umane. Inoltre si trattò di perdite definitive e che dimostravano non tanto l'efficacia di operazioni speciali (per quanto tecnologicamente avanzate) ma la validità di un sommergibile come arma di per sé.

I sommergibili giapponesi erano i più grandi di tutti e spesso avevano almeno un idrovolante (il cui impiego fu poco pratico da bordo di tale navi). Usati soprattutto contro le navi da guerra, scelsero i bersagli più difficili e ottennero meno risultati e più perdite, mentre era molto meglio se fossero stati usati contro il traffico mercantile e logistico. Dal canto loro, invece, gli Americani usarono i sommergibili contro le linee di comunicazione giapponesi, ottenendo circa 1.116 affondamenti contro la ridotta capacità ASW della loro marina, al prezzo di 38 perdite. Oltre a quasi 5 milioni di tonnellate affondate, con i loro materiali trasportati, riuscirono anche ad incidere sulla flotta giapponese di prima linea. La Shokaku, Tahio, Shinano erano le superportaerei affondate dai sommergibili americani, ad esse si aggiunsero corazzate, incrociatori e unità minori. Questo, nonostante che i siluri americani inizialmente avessero prestazioni piuttosto modeste, ma che evidentemente vennero migliorate con il tempo.

Alla fine della II GM la guerra sottomarina era oramai giunta ad una notevole maturazione. I suoi principi linea e le tecnologie applicate sono rimaste in auge anche adesso, così come le contromisure ASW.

Note[modifica]

  1. Storia militare ott 07
  2. Armi da guerra 119
  3. Per questa parte vedi Cappellano-Pignato: Mine, Storia militare ott 2000
  4. Caruana J: I rifornimenti di emergenza per Malta, Storia militare maggio 1996
  5. Kemp P: il minamento del Danubio in Storia militare gen 1995
  6. Armi da guerra 112

Gran parte delle informazioni sulle mine navali sono basate sul lavoro di Riccardo Nassigh, La guerra di mine della 2a GM, RID ottobre 2008