Armi avanzate della Seconda Guerra Mondiale/Italia 4

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Parliamo adesso di alcuni progetti avanzati della Regia Marina. Da un lato va detto che questa forza armata era a tutti gli effetti, la più avanzata di quelle italiane, con un gruppo di navi moderne e molto numerose, allo scoppio della guerra, quando la Regia Aeronautica stava già perdendo parecchi colpi rispetto ai fasti di qualche anno prima. La Regia Marina era anche molto numerosa: 2 corazzate ammodernate e altre due in aggiornamento, due nuove corazzate in completamento, 7 incrociatori pesanti, 12 leggeri, oltre 100 cacciatorpediniere e torpediniere, oltre 100 vascelli sottomarini. Quest'ultima flotta era nominalmente la più potente del mondo, solo la flotta sovietica aveva più sommergibili, ma erano dispersi nelle quattro flotte di quell'immensa nazione, e tecnologicamente risultavano piuttosto superati. A questo si aggiungano anche siluri tra i più veloci del mondo, tanto da essere presi in esempio da altre marine straniere; cannoni di gittata sistematicamente ai vertici mondiali; una congrua flotta di motosiluranti motorizzate da quelli che erano forse i migliori motori a benzina per navi leggere (della Isotta Fraschini, quella che fallì invece sistematicamente nella progettazione di motori analoghi per aerei); gli studi e i primi risultati sui mezzi insidiosi, retaggio delle esperienze della I Guerra Mondiale contro gli Austriaci; una consistente aviazione navale costituita da oltre 400 idrovolanti (inclusi quelli della Regia Aeronautica).

Insomma, sulla carta era una flotta formidabile, e le navi prese singolarmente erano pure molto prestanti: le corazzate 'Littorio' erano presumibilmente le migliori in Europa per potenza di fuoco, velocità e anche protezione; gli incrociatori pesanti 'Zara' erano i meglio protetti della categoria (per via dell'aggiramento dei limiti di Washington a 10 mila tonnellate); quelli leggeri erano capaci di velocità elevatissime; i cacciatorpediniere avevano potenti artiglierie e capaci di seminare mine, e gli esempi potevano continuare. L'Italia con i trattati di Washington aveva ottenuto la parità con la Francia (nonostante il suo disappunto), ma poteva concentrare quasi tutte le sue navi in Mediterraneo. Del resto in caso di ostilità era prevedibile affrontare sia la Francia che la Mediterranean Fleet britannica.

Le cose, messe in questo modo, sembravano andare molto bene. Ma era una realtà ingannevole. Di fatto, per vari motivi cominciarono subito i guai. Gli storici si sono accaniti in discussioni infinite sull'argomento: da accuse aperte di tradimento alla nazione, ai radar nemici, e infine all'intelligence britannica con il suo servizio Ultra. Quest'ultima è una pista interessante, visto che gli Inglesi penetravano i messaggi italiani e tedeschi nonostante l'uso delle macchine cifranti tedesche Enigma. Per anni e anni si è ignorato la mole di informazioni che gli Inglesi ottennero dalla sua decifrazione, informazioni spesso mascherate dal provvidenziale ricognitore inglese mandato a scoprire la rotta di navi dirette in Africa. Alle volte fu così clamoroso questo sistema, che si sospettò la penetrazione dei segreti, magari cercando spie umane nel sistema di comunicazione. Quando vennero le sei navi cisterna mandate a rifornire l'Africa Korps e gli Italiani, prima di El-Alamein, Churchill in persona autorizzò il loro attacco, anche se questo poteva compromettere rendendolo evidente, il lavoro degli 007 britannici di Betchley Park. E l'affondamento sistematico di questi bastimenti, nonostante le condizioni meteo avverse, fecero insospettire parecchio Rommel. Ma non venne compreso quello che stava succedendo, non in maniera risolutiva almeno. E intanto ad El-Alamein i panzer tedeschi dovettero combattere, e i camion poi ripiegare, con il carburante contato[1].

Gli Inglesi erano 'maestri del gioco'. Quando i Tedeschi disturbarono i radar di Malta in maniera tale da rendere impossibile il loro uso, nel maggio del '42, i Britannici fecero finta di nulla, nonostante la loro preoccupazione, e così i Tedeschi non si accorsero di avere raggiunto lo scopo[2]. Quando poi i Tedeschi lanciarono la campagna delle V-1, la propaganda inglese mostrò questi missili abbattuti a frotte dalla difesa inglese, quasi ridicolizzandoli per imprecisione e vulnerabilità. Invece, secondo dati di 50 anni successivi e di fonte britannica, fecero un tale danno da superare di 5 volte la spesa per il loro programma[3]. Al contempo, gli Americani coprirono con la censura i lanci di palloni giapponesi, che rilasciavano bombe e spezzoni sull'America. Anche questi argomenti saranno coperti in un'altra parte del libro.

Insomma, spesso le forze dell'Asse non ebbero modo di comprendere quello che stava succedendo e il perché delle loro sconfitte o della loro mancata vittoria.

Ma non erano certo solo questi i problemi per gli Italiani. Churchill ebbe a dire, dei sommergibili, che essi costituivano la maggiore preoccupazione della flotta inglese nel Mediterraneo. Infatti gli Italiani, eccetto 8 battelli nel Mar Rosso, avevano la loro flotta tutta nel Mediterraneo (poi alcuni battelli vennero mandati in Atlantico, basati in Francia). Erano un numero di battelli più che doppio rispetto a quelli Tedeschi, che pure fecero danni elevatissimi agli Inglesi, e sulla carta sembravano di buone caratteristiche. Erano anche 'combat proven' perché usati durante la Guerra in Spagna, in una campagna di attacchi ai mercantili sovietici che rifornivano i 'Rossi'. Dato che erano attacchi subdoli, la nazionalità degli attaccanti rimase misteriosa, almeno ufficialmente.

Invece i sottomarini italiani subirono, in appena un mese, la perdita di 10 battelli, incluso uno catturato dalle navi inglesi e rimorchiato come un trofeo fino in porto. In contraccambio ottennero qualche successo, incluso l'affondamento di un incrociatore leggero. Ma gli Inglesi avevano molti più incrociatori leggeri di quante decine di sottomarini gli italiani. Di fatto, commentò Churchill, l'inefficienza dei sommergibili italiani fu la maggiore sorpresa che riservarono gli Italiani. Assieme all'inefficacia dei bombardieri, fece sì che la Mediterranean Fleet navigasse poco meno che indisturbata, anche se dovette subire qualche danno dagli aerosiluranti (appena entrati in servizio). Gli Italiani erano stati i primi, seguiti dagli Inglesi, a lanciare un siluro da un aereo, ma il record storico rimase una curiosità tecnica, nient'altro, per i successivi 20 anni. I primi reparti aerosiluranti arrivarono solo nel 1940.

Fino a che i Tedeschi, con sommergibili e soprattutto con il X Fliegerkorps, non intervennero nel Mediterraneo, gli Italiani rimasero battuti, persino sotto casa (Punta Stilo), dentro casa (Taranto), appena fuori (Matapan). Gli Inglesi si presero persino la libertà di bombardare Genova all'inizio del 1941, mentre gli Italiani non riuscirono a schiacciare Malta, che pure era quasi data per persa all'inizio della guerra.

La cantieristica italiana rimase per giunta quasi ferma. Non riuscì minimamente a rimpiazzare le perdite subite, e questo senza nemmeno considerare come il mancato richiamo dei mercantili italiani in Mediterraneo comportò la perdita di centinaia di unità oceaniche già all'inizio della guerra, tagliate fuori da Gibilterra e del canale di Suez, al più costrette nel corno d'Africa o nei porti neutrali. Durante la guerra venne completata una corazzata, 4 incrociatori leggeri, 5 cacciatorpediniere, varie serie di sommergibili e piccole unità di scorta. Ben poco rispetto alle perdite che quasi cancellarono la Regia Marina dai mari, con la perdita di due sole corazzate, ma di tutti gli incrociatori pesanti e di circa 200 tra incrociatori leggeri, cacciatorpediniere, torpediniere e sottomarini, più le navi leggere e ausiliarie.


Navi da battaglia e portaerei[modifica]

A parte la fine dell'aggiornamento delle corazzate 'Duilio' e il completamento delle 2 Littorio, con la quale le corazzate divennero da 2 a 6, passando ad una situazione di superiorità contro gli Inglesi. La Battaglia di Punta Stilo fu un azzardo: le due 'Littorio' erano teoricamente entrate già in servizio, ma erano ancora -come previsto dagli Inglesi- impreparate al combattimento. Altrimenti la battaglia sarebbe potuta andare ben diversamente, dato che in teoria, gli Italiani -anche senza contare la Regia Aeronautica- erano chiaramente in vantaggio già con le navi realmente schierate. Le 'Littorio' erano navi certamente all'avanguardia, anche se superavano le 35.000 t dichiarate di circa il 20%, con cannoni da 381/50 ad alta velocità e con la maggiore gittata tra quella di tutte le corazzate (ma per pochissimo, v'erano varie altre artiglierie che superavano i 40 km), veloci abbastanza da raggiungere i 30 nodi e con un elaborato ma non necessariamente efficacissimo sistema di protezione subacquea. A parte questo, la loro autonomia, al solito, era limitata, soprattutto per via delle 4.000 t di carburante che erano imbarcate, la metà delle 'Bismarck' tedesche, e che a 30 nodi non avrebbero consentito di percorrere nemmeno il Mediterraneo da un capo all'altro, né a velocità ben più bassa sarebbe stato agevole raggiungere gli Stati Uniti. Un limite, per una guerra 'mondiale', non indifferente, giustificabile solo nell'ottica dello scontro navale con i 'rivali' francesi.

C'erano altre due 'Littorio', della 'IIa serie, la ROMA e l'IMPERO. La prima era in fase di avanzato completamento, ed entrò in servizio come l'ultima delle navi da battaglia italiane nel '42. Non ebbe nessuna fortuna, affondando all'indomani dell'Armistizio, il 9 settembre 1943, quando venne colpita da due Fritz-X telecomandate da parte di Do.217 tedeschi, che colpirono anche l' ITALIA senza causargli molto danno.

L'IMPERO non ebbe mai completamento e venne abbandonata. Ma vi furono dei progetti interessanti per il suo incompiuto scafo, come del resto a suo tempo ve ne furono per la super-corazzata CARACCIOLO del 1914, mai completata. Se le poche notizie disponibili sono affidabili, si pensava di usare l'IMPERO secondo uno studio, che aveva la caratteristica di 4 torri trinate da 152 mm vicino all'isola con un unico fumaiolo.


Ma un risultato migliore venne fatto con l'Aquila. Essa era la vecchia turbonave ROMA, che nonostante il cattivo stato dei motori, venne riattata. Rientrò in Italia dalle rotte marittime atlantiche appena in tempo, il 4 giugno 1940. La sua trasformazione iniziò a Genova dove vennero rasate le sovrastrutture, poi ricostruite. La nave era simile a quella della grande portaerei inglese ARK ROYAL.

Questa nave era quasi approntata nel 1943, ma non ebbe un fato felice, finendo demolita nel dopoguerra dato che all'Italia non venne concesso di avere portaerei. Una seconda portaerei era data dalla SPARVIERO, basata sulla quasi-gemella AUGUSTUS, ma molto meno avanzata e meno vicina al completamento, tanto che venne demolita nel dopoguerra senza rimpianti. Si pensò senza successo anche di trasformare in portaerei veloce l'incrociatore BOLZANO e il francese FOCH, ma non se ne fece nulla e le navi demolite o affondate.

Mussolini del resto aveva detto che 'l'Italia è una portaerei naturale nel Mediterraneo', e di fatto non ebbe interesse per tali navi, per le quali l'Italia aveva l'autorizzazione a costruirne per 75.000 t, come del resto la Francia. Ma siccome quest'ultima aveva realizzato solo la BEARN, una lenta portaerei ricavata da una corazzata incompleta, la cosa non preoccupò molto. Ma l'Italia aveva una portaerei, o meglio una portaidrovolanti, la GIUSEPPE MIRAGLIA, che ebbe impiego ridotto, come del resto la COMMANDANT TESTE francese, analoga ma più moderna. In ogni caso, dopo la notte di Taranto, Mussolini cambiò idea e anzi, rimproverò di non avergli dato retta a suo tempo quando aveva detto che 'voleva una portaerei'.

Tornando all'AQUILA, si trattava di una nave da 23.350 t, lunga 230 m di cui 216 dal ponte di volo. Il problema di avere una portaerei vera e propria in servizio era però troppo grande per essere risolto con improvvisazioni. C'erano tante ragioni per questo. Una, era quella dell'aviazione navale, per la quale vennero previsti aerei modificati come il RE.2001OR e il G.50 navalizzato, ma di questi programmi quasi nulla venne realizzato.

L'AQUILA avrebbe avuto dislocamento massimo di circa 28.000 t. Eppure, a parte il fatto d'avere un pesante armamento contraereo, era una nave quasi priva di protezione, cosa di grande importanza per un'unità piena di carburante e di armi. Le controcarene davano una certa protezione subacquea, ma certo si trattava di una nave costruita con standard civili, non certo una robusta nave militare (paratie, servizi antincendio ecc).

Ma il vero problema era soprattutto che le turbine a vapore erano quelle previste per la nave corazzata CRISTOFORO COLOMBO, approntate nel 1916 e oramai sfiatate: la ROMA poteva viaggiare a non più di 20 nodi.

Era necessario rimpiazzarle, ma ci si orientò sui diesel. Ma la divisione Grandi Motori della Fiat fallì a costruire affidabili diesel nel 1937, 38, 39. Infatti la Regia Marina, a parte i dinieghi di Mussolini, aveva pensato al ROMA e all'AUGUSTUS come portaerei fin dal 1935. Ma i motori cominciarono ad essere approntati e provati, e solo al banco, soltanto nella primavera del '43. Questo problema dei sistemi di propulsione era tale da eliminare la credibilità dell'AQUILA: senza ancora aerei (e comunque i G.50 e Re.2001 nel '43 sarebbero stati superati), corazzature e anche i motori previsti, che avrebbero dovuto garantire 26 nodi.

Anche i cannoni da 65 mm antiaerei non divennero disponibili in tempo e vennero usati solo per impieghi a terra. Il progetto dei 65/64 mm, armi ad alta velocità iniziale (850 ms) era dell'Ansaldo e venne presentato nel 1939, vincendo contro armi ancora più esasperate presentate dalla Breda e OTO, entrambi da 65/68 mm. Dopo una messa a punto laboriosissima che escluse poi il caricatore automatico, i primi 60 vennero consegnati entro il marzo del 1943. Nel 1944 altri 55 vennero costruiti per i Tedeschi. Arma simile, concettualmente, ai cannoni da 55 mm tedeschi ma più potente dato il calibro maggiore (rimasto tipico solo delle armi italiane), era un tentativo di superare le prestazioni delle armi da 37 mm. Aveva gittata contraerea di 6,5 km e cadenza di tiro fino a 30 c.min per proiettili da 4,5 kg. Destinata all' AQUILA e ai CAPITANI ROMANI (Regolo) non ebbe mai impiego se non, limitatamente, a terra da posizioni contraeree. Un cannone è conservato al museo di la Spezia [4].

Tra le tante curiosità della travagliata esperienza con le navi portaerei 'mancate' va ricordato che i due grandi transatlantici REX e CONTE DI SAVOIA vennero pure considerati come 'portaerei d'emergenza' da approntare ottimisticamente entro un anno. Ma il Ministro delle Comunicazioni e le lobbies del trasporto marittimo si opposero a questa trasformazione, considerando il 'valore residuo delle navi'. Con 50.000 t, 260 m di lunghezza, 30 di larghezza, avrebbero potuto operare con dozzine di aerei, essendo addirittura più grandi di una portaerei ESSEX americana. Ma è anche vero che si trattava di navi estremamente vulnerabili, specie ad attacchi subacquei. Una portaeri non si improvvisa senza pagare un prezzo elevato, ma in ogni caso, si trattò di un'altra occasione persa per la Marina, che forse in tal modo già nel 1942 avrebbe potuto mettere in servizio due portaerei di grandi dimensioni, anche se d'efficienza tutta da dimostrare[5].

Sottomarini[modifica]

Cominciamo da questi ultimi; la serie di maggior successo era quella dei piccoli sommergibili classe '600 tonnellate' che erano i più numerosi della Marina. Si cominciò con i 12 'Sirena' del 1931, nel '35 i dieci 'Perla', nel '37 ben 17 'Adua', e infine, nel 1940-41 i 14 Acciaio per un totale di 54. In campo a della 'media crociera' c'erano i 12 'Flutto' del 1941-43, e infine i due 'Romolo' del 1942-43, un tipo speciale di cui si parlerà poi. Nel frattempo vennero realizzati altri mezzi: gli SLC che erano mezzi incursori (i 'maiali'), e i mini-sottomarini CB.

Nel 1940, allo scoppio della guerra, c'erano ben 115 sottomarini di cui 18 da media crociera, 6 media crociera-posamine, 46 costieri, ben 45 di grande crociera, ovvero adatti a missioni di lungo raggio. È veramente strano notare come una nazione tanto 'inclusa' nel Mediterraneo, nonostante la colonia Etiope, avesse così tanti sottomarini capaci di operare in ambienti oceanici. Forse non sarà tanto strano, se si considera che le ultime 4 classi per un totale di 21 sottomarini, costruite prima della guerra (1937-39) erano tutte navi oceaniche. Questo non era certo giustificato da esigenze difensive della penisola, più che soddisfatte da navi come quelle costiere; né dalla rivalità con la vicina Francia. Evidentemente la crisi etiopica con la Gran Bretagna aveva suggerito in futuro un confronto aperto con gli Inglesi, anche fuori del Mediterraneo.

Quanto alla specialità d'assalto subacqueo, anche questa cominciò a muoversi, sulla scorta delle esperienze della I GM, dalla crisi etiope del 1935. Altro segno dei tempi.

I sommergibili italiani erano numerosi, e recenti: eccetto 32, gli altri avevano tutti meno di 10 anni. Ma con l'impiego dimostrarono tantissime pecche, non tanto per velocità, armamento, autonomia, all'altezza delle altre unità pariclasse. Ma i problemi erano altri: usare i sottomarini come 'boe' per operare in posizioni statiche, senza la tecnica dei 'branchi di lupi' tanto cara ai Tedeschi; mancarono per molto tempo sonar, centrali di lancio elettromeccaniche, siluri con acciarino magnetico, sistemi radio efficienti ecc, oltre a sovrastrutture troppo alte e grosse, e tempi di immersione elevati.

Al dunque, i risultati furono particolarmente scadenti. A parte i successi ottenuti fuori dal Mediterraneo, nella caccia a navi isolate e vulnerabili, nel Mediterraneo gli Italiani ottennero l'affondamento di ben poche navi, con un impatto ridottissimo contro il traffico e le flotte da guerra britanniche.

In tutto vennero lanciati 427 siluri in 173 attacchi durante le operazioni in Mediterraneo, con la maggiore attività e i maggiori risultati nel '42 (50 attacchi con 132 siluri). In tutto vennero affondate circa 100.000 t di cui un quarto con le navi militari, oltre a varie unità danneggiate.

Nel 1940 c'erano 92 sottomarini efficienti su 115, nel settembre 1943 ne restavano 77 di cui 45 pronti, e durante il 1943 gli attacchi furono quasi inesistenti quanto ai risultati.

In tutto ben poca cosa, se si considera che le perdite furono di 88 sottomarini, di cui 66 nel Mediterraneo. Gli Italiani 'giocavano in casa', ma i risultati furono scadenti. Gli Inglesi, pur perdendo circa 40 sottomarini, ottennero risultati molto maggiori; i Tedeschi, che pure erano entrati solo dal '41, erano riusciti con 66 sottomarini (tutti andati perduti) ad affondare circa 600.000 t di naviglio tra cui 2 portaerei e una corazzata[6].

Un esempio di sottomarini classe del tipo '600, il capostipite 'Sirena'[7]

  • Dislocamento: 679-701 t in superficie, 842-860 t immerso
  • Dimensioni: lunghezza 60,18, larghezza 6,45 m, immersione 4,7 m
  • Equipaggio: 45
  • Motore: diesel da 1.200 hp, motori elettrici da 800 hp su due assi
  • Prestazioni: velocità superficie 14 nodi, immerso 8 nodi, autonomia 9.000 km a 8 nodi, 135 km a 4 nodi immerso
  • Armamento: 1 cannone da 100 mm, 2 poi 4 da 13,4 mm, 4 tls prodieri e 2 poppieri con 12 siluri da 533 mm.

L'efficacia dei nuovi tipi aumentò, ma non a sufficienza per capovolgere le sorti del conflitto. Certo che se i sommergibili italiani, per vari motivi, avessero potuto raggiungere l'efficienza di quelli Tedeschi, davvero la guerra avrebbe avuto un altro esito, anche considerando che differentemente dai Tedeschi, gli italiani giocavano 'in casa'. I Tedeschi, per esempio, non erano contenti di operare in Mediterraneo data la trasparenza delle acque e la luminosità, fattori capaci di far scoprire un sottomarino immerso a parecchi metri di profondità (cosa certamente non vera nei mari settentrionali).

Quanto ai minisommergibili, ai CA seguirono i CB, e poi i CC e CM da 34 m. Erano navi piuttosto tozze, almeno le prime serie. Gli unici successi furono quelli d'aver sorpreso e affondato due sommergibili russi nel Mar nero. I CC e CM non entrarono in produzione.

Un discorso a parte meritano i tre sottomarini ( noti come AS, sottomarino assalto) costruiti ai cantieri del silurificio di Napoli Baia su progetto di Eugenio Minisini e intuizione del Maggior Generale del genio navale Pericle Ferretti (per altro padre del ML, ovvero lo snorkel italiano, progetto abbandonato all'inizio degli anni '30, prima che i problemi fossero definitivamente risolti, dopo essere stato montato su diversi sommergibili costieri classe Sirena). Questi sottomarini erano di due modelli, il primo, formato dagli AS 1 e AS 2 (soprannominati Sandokan e Yanez), varati per le prove alla fine del 1941. Erano battelli dotati di motore unico, di un tipo progettato da Ferretti e basato su un inefficace sistema per renderlo indipendente dall'atmosfera esterna e basato su un motore aeronautico a quattro tempi Isotta Fraschini “Asso“ da 350 CV alimentato ad alcool al 97 % e ossigeno conservato allo stato liquido in bombole ad alta pressione. L'alcol avrebbe depurato i gas di scarico, emessi poi in mare con un complesso sistema di compensazione della pressione (e lasciando una leggera scia di bolle, poco visibile ma non invisibile). Questi battelli dislocavano solo 13 tonnellate circa, e viaggiavano fino a 15 nodi, con due eliche contro rotanti che, stranamente, erano traenti e non spingenti. Avevano un armamento di 2 siluri (non ricaricabili, ovviamente) sganciabili ad impulso e di 450 mm, potevano immergersi fino a 25 metri di profondità (quindi molto poco nelle trasparenti acque del Mediterraneo), e tendevano ad emergere quando lanciavano i siluri. Erano armi tecnicamente innovative ed avanzate, ma inadatte all'impiego militare; anche se si pensò di montarle su un caccia torpediniere lanciatore e rilasciarle in prossimità di un bersaglio pagante (avevano infatti una ridottissima autonomia). Dei prototipi di studio, viziati dai problemi al motore, non molto efficiente nella inusuale configurazione scelta, che continuava a guastarsi e richiedeva che nell'equipaggio di soli 3-4 uomini ben due fossero motoristi di grande esperienza, visto che anche nei più brevi viaggi si potevano verificare numerose piccole (e facilmente riparabili) avarie. Il AS 3 (soprannominato Kamamuri) invece ebbe un diverso apparato motore (oltre a numerosissime altre modifiche, che ne fanno una classe a parte; si trattava di un Diesel di potenza tutto sommato modesta i cui gas di scarico usati per diluire l’ossigeno liquido, venivano direttamente espulsi in mare, mentre il loro residui, arricchiti di ossigeno, venivano direttamente iniettati nei cilindri. Una soluzione tentata anche da sovietici e tedeschi, e poi da altri dopo la guerra, e molto rischiosa (un minimo errore riempiva il sottomarino di letali gas di scarico). Per migliorare il motore e ridurre i rischi Ferretti mise a punto una miscela comburente, in un primo tempo a base di ossigeno allo stato liquido, oltre al gasolio e successivamente diluendolo nell’elio che è un gas neutro. Il motore garantiva, sulla carta, ben 40 Cv per litro di cilindrata, con un peso di tre Kg per CV. La velocità saliva a 20 nodi (ovviamente in immersione), mentre i tubi lancia siluri (sempre leggeri da 450 mm) erano posteriori ma interni. Varato nel 1943 stava eseguendo i collaudi a sud di Napoli l'8 settembre 1943, quando sparì, forse affondato dalle unità alleate lì riunite per lo sbarco di Salerno. Pur essendo un mezzo molto più efficace dei prototipi precedenti non era ancora bellicamente efficiente ed era impegnabile solo per una guerriglia sottocosta o per missioni macchinose di messa in mare da un caccia torpediniere come quelle previste per i suoi predecessori. I collaudi non erano ancora completati e non si può determinare se questo battello, leggerissimo, fosse un buon sistema d'arma o no. I primi due AS furono recuperati dagli americani nel 1943, dopo essersi auto affondati, ed abbondantemente studiati, segno sia di un certo interesse, sia che le soluzioni costruttive (mai copiate oltre oceano) divennero presto superate da altre per certi versi più convenzionali, ma molto più sicure.

Due grandi sottomarini vennero poi realizzati, erano gli ultimi tra quelli effettivamente messi in servizio: il ROMOLO e REMO.

Erano grosse unità da quasi 2.000 t e destinate per i rifornimento subacqueo ai territori africani e insulari. Non ebbero fortuna. Uno venne affondato da un sommergibile inglese in agguato, e solo qualcuno in torretta riuscì a salvarsi dall'affondamento. L'altro venne colpito da un Wellington inglese, inizialmente danneggiato. Poi affondò senza superstiti.

Incrociatori leggeri[8][modifica]

Gli articoli di maggior pregio della produzione bellica vera e propria erano le navi classe 'Regolo' o Capitani Romani. Questi incrociatori erano i primi ad essere costruiti dopo molti anni, dopo i 5 gruppi con 12 'Condottieri' realizzati nel 1930-33. Ma erano navi di tipo 'convenzionale', mentre queste unità erano di caratteristiche del tutto diverse.

Il concetto era quello degli incrociatori leggeri di dislocamento ridotto, tipicamente britannico, ma abbandonato negli anni '20 dalle varie potenze navali. Ma una nuova competizione era partita tra Francia e Italia, che a parità di tonnellaggio consentito cercavano di superarsi con progetti migliorati.

Il tutto partì dai primi anni '20, quando vennero impostati i 3 grossi cacciatorpediniere 'Leone' del 1921-22, chiamati anche 'conduttori'. I Francesi risposero con i sei 'Chacal' con ben 50.000 hp, seguiti nel 1927 da sei 'Guepard' con 64.000 hp e 4 fumaioli. Gli Italiani misero mano ad una classe di grandi cacciatorpediniere, i 12 'Navigatori' entro il 1931. I Francesi andarono anche oltre con le 12 'Aigle' e 'Vauquelin'. Infine arrivarono gli enormi caccia 'Le Fantasque' da 132 m, 2570 t e 74.000 hp nominali. Armati con 9 tubi lanciasiluri da 550 mm, avevano anche 5 cannoni da 138 mm e la loro potenza effettiva, superiore a 80.000 hp, consentiva di raggiungere i 43 nodi, mantenendo 37 nodi continuativi. I 2 caccia 'Mogador' avevano uno scafo di 137 m, 8 cannoni binati da 138 mm e 10 tls.

L'Italia rispose con la concezione dei Capitani Romani o classe Regolo dal nome della capoclasse. Queste navi erano concepite non come supercacciatorpediniere ma come incrociatori leggeri.

Con uno scafo lungo 142 m, largo 14,4 m, da 3.750/5.400 t, essi erano similmente armati come i 'Mogador'. In questo caso avevano i cannoni da 135 mm. Questi cannoni, apparsi con le corazzate 'Duilio' ammodernate (ma in torri trinate), erano armi con una dispersione molto ridotta, precise perché se non altro non era richiesta la solita velocità iniziale elevatissima (e piuttosto controproducente per durata e accuratezza), capaci di sparare granate da 32 kg a circa 19 km. Erano armi antinave, con una limitata capacità di tiro antiaereo, essenzialmente per azioni di sbarramento.

Le navi avevano anche 8 tls da 533 mm, e 8 cannoni da 37 mm antiaeree. Inizialmente erano forse previsti i cannoni da 64/65 mm, con caricamento automatico. Queste armi non si resero mai disponibili, costruite in pochi esemplari e senza il sistema di caricamento automatico. I cannoni rimasero quindi i 37 mm, dalle capacità minori ma prontamente disponibili. Infine c'erano 8 cannoni da 20 mm per la difesa ravvicinata.

Ma era l'apparato motore quello che faceva impressione, erogando non meno di 110.000 hp per oltre 40 nodi di velocità. Era la velocità l'arma principale che gli Italiani avevano in mente, un po' perché faceva parte del credo della Marina, un po' perché si seguivano i Francesi in questa corsa alle 'super siluranti'.

Di questi incrociatori leggeri, solo 4 vennero completati. Lo SCIPIONE L'AFRICANO combatté nel '43 affondando una delle 4 motosiluranti inglesi che lo attaccarono, per poi distanziarle (!) nella fase successiva del combattimento. Il REGOLO invece sopravvisse ad un siluramento. Infatti, la costruzione di queste navi era di tipo longitudinale, per una maggiore robustezza (come fecero gli inglesi con i cacciatorpediniere dagli 'J'). Una sola altra nave, il POMPEO MAGNO, entrò in servizio prima dell'armistizio. Le altre nove navi vennero demolite nei vari cantieri oppure affondate-auto affondate. L'ULPIO TRAIANO venne invece affondato da un attacco subacqueo inglese. Era ancora incompleto, ma fu pur sempre un brutto colpo visto che la lavorazione era arrivata al 90%.

Nel dopoguerra due navi, il REGOLO e lo SCIPIONE servirono nella marina francese, il POMPEO MAGNO (poi S.GIORGIO), assieme al GIULIO GERMANICO recuperato e ribattezzato S.MARCO, servirono a lungo nella Marina italiana, dimostrandosi navi riuscite.

Tecnicamente le navi di questa classe erano impressionanti, perché avevano una potenza propulsiva paragonabile a quella di un incrociatore pesante, pur stazzando questi 2-4 volte tanto. Ma l'arma della velocità era piuttosto effimera. Se strategicamente era certamente importante muoversi con velocità ed essere 'nel posto giusto e nel momento giusto', in termini tattici la cosa non era tanto vera, e la velocità comprometteva spesso le altre caratteristiche fondamentali, la potenza di fuoco e soprattutto la protezione. In campo terrestre questo fu 'rilevato' dagli inglesi con i loro carri 'cruiser', veloci ma poco protetti; in mare fu altrettanto reale, come dimostrò la battaglia tra il Graf Spee e gli incrociatori inglesi (Exeter, Ajax, Achilles), più veloci ma più deboli. Anche la Battaglia di Punta Stilo dimostrò lo stesso, allorché la più lenta HMS WARSPITE mise in fuga la GIULIO CESARE dopo averla gravemente danneggiata, anzi questo disimpegno fu possibile solo per la sua scorta, dato che la velocità della nave italiana era scesa ad appena 19 nodi. Ma fu soprattutto la Battaglia di Capo Spada che mise in evidenza l'impossibilità di combattere una battaglia tra grandi navi se una delle due parti aveva unità sprotette, con la perdita del COLLEONI italiano.

Tornando indietro nel tempo, i primi 4 'Condottieri' erano il gruppo 'Da Giussano', capaci nelle prove di ben 42 nodi di velocità, praticamente quanto facevano i 'Regolo'. Erano navi velocissime, ma la protezione quasi inesistente li fece soprannominare 'incrociatori di carta'. Andarono tutti perduti durante la guerra. Anche il secondo gruppo dei 'Condottieri' permetteva 39 nodi, mentre la protezione era impercettibilmente superiore: anziché la corazza a murata di 25 mm, ce n'era una da 24 e una paratia interna da 18 mm. L'ultimo dei 5 gruppi di 'Condottieri' era invece quello dei due 'Abruzzi', con un dislocamento quasi raddoppiato. I cannoni passavano da 8 a 10, ma la cintura corazzata era adesso di 100 mm più 30 nella paratia interna. Entrambe le navi, seppure duramente colpite nel conflitto, sopravvissero. La diminuzione della velocità di diversi nodi non fu quindi un problema.

Inoltre, l'efficienza delle macchine e il dislocamento effettivo (in condizioni belliche, non nelle prove) era opinabile, tanto che nel 1940 i primi 'Condottieri' superavano di poco i 30 nodi. Un 'Regolo', teoricamente inferiore per protezione e potenza di fuoco, non avrebbe forse avuto destino diverso del COLLEONI: immobilizzato da una singola cannonata da 152 mm in sala macchine, e poi affondato dai cacciatorpediniere con 3 siluri a segno.

La mobilità è senz'altro la più degradabile delle qualità essenziali (le altre sono la protezione e la potenza di fuoco), alle volte può bastare un colpo a segno o un'avaria per ridurla o annullarla. Inoltre vi sono problemi che la velocità non aiuta a risolvere: gli attacchi aerei e sottomarini erano pericolosi anche per navi rapide come i cacciatorpediniere, molti dei quali affondati. Le secche, gli scogli e ovviante le mine nullificavano ogni vantaggio della velocità.

I 'Regolo' erano previsti soprattutto per gli attacchi ai convogli. Essi avrebbero dovuto quindi affrontarne le navi di scorta. Gli incrociatori leggeri britannici più piccoli erano i Classe 'Arethusa', che già potevano vantare 6 cannoni da 152 mm e 4-8 cannoni da 102 mm. Inoltre avevano una corazzatura di circa 51 mm per cintura e ponte corazzato. I cannoni da 135 mm avevano difficoltà a penetrare questa pur modesta protezione, e solo con i proiettili semiperforanti. I colpi da 152 mm, pesanti 50 kg, erano invece micidiali anche con le granate HE, che però potevano portare 6 kg di esplosivo anziché 2-3. Se i 'Regolo' colpivano un 'Arethusa' non necessariamente erano capaci di lederne sala macchina e depositi munizioni; se l'Arethusa colpiva un 'Regolo', privo di corazze protettive (solo 15 mm sul ponte e 20 mm per le torri), l'effetto sarebbe stato devastante. Anche i colpi da 102 mm erano pericolosi. I più recenti incrociatori 'Dido' avevano 8 o 10 cannoni da 133 mm, di caratteristiche simili ai 135 mm, ma essendo armi a doppio scopo (antiaeree) potevano sparare 8-10 colpi al minuto contro 5-6, superando il volume di fuoco (con armi di gittata e granata simili) dei 'Regolo'. Al contempo avevano corazze spesse fino a 76 mm, difficilmente attaccabili dai 135 mm. Salendo di livello, c'erano i 'Leander' con corazze da 76 mm e 8 cannoni da 152 mm, i 'Town' con corazze da 114 mm e 12 cannoni da 152 mm, e i 'County' con cannoni da 203 mm (granata da 120 kg). Inoltre c'erano i cacciatorpediniere, armati con pezzi da 120 mm che erano pur sempre una minaccia concreta per navi senza corazze. Due-tre caccia britannici potevano disporre tra i 12 e i 24 cannoni da 120 mm (fino a 10 colpi al minuto, gittata 15 e passa km, granate da 23 kg), se singolarmente erano inferiori ad un 'Regolo', in gruppo potevano causare un notevole problema.

In sostanza, i 'Regolo' erano realizzati bene, ma concettualmente erano un 'binario' morto, e non ebbero seguiti di sorta. Le macchine motrici erano il maggior costo per un incrociatore (all'epoca l'elettronica era decisamente una voce 'minore'). Un'unità che puntava tutto sulla velocità, come e più dei primi 'Condottieri', era una nave sbilanciata. Ne risultava una nave costosa molto costosa(per via delle macchine motrici), priva di protezione e dunque vulnerabile, relativamente poco armata (con lo stesso sistema motore era possibile costruire un incrociatore pesante) e inoltre i cannoni principali erano pressoché privi di capacità contraerea, quando il conflitto dimostrerà che era fondamentale avere un pesante armamento contraereo anche per i cannoni principali. Per esempio, si veda l'evoluzione dei cacciatorpediniere britannici (fino ai 'Weapon'), mentre le navi giapponesi e americane erano già armate di cannoni DP. Strano a dirsi, nonostante l'assenza di cannoni a doppio ruolo per i cacciatorpediniere, negli anni '20 già c'erano affusti per incrociatori pesanti, in calibro 203 mm, che dimostrarono solo d'essere costosi e scarsamente funzionali (anche se la velocità degli aerei degli anni '20 poteva far sperare nella loro efficacia).

Nel dopoguerra, in effetti, i due 'Regolo' ex-francesi ebbero 8 cannoni tedeschi da 105 mm, che pure erano scarsi contro bersagli di superficie, ma capaci di un efficace tiro contraereo. Quelli italiani ebbero tre torri binate da 127 mm americane, che erano molto meno potenti delle 4 da 135/45 mm, ma erano armi a doppio ruolo con spolette e sistemi di direzione tiro efficienti radar americani.




Cacciatorpediniere[9][modifica]

L'esperienza bellica dimostrava un certo livello d'inadeguatezza delle navi italiane del settore, pur essendo molte di esse moderne e-o potenti. I 12 'Soldati' avevano 4-5 cannoni da 120 mm e 6 tls da 533 mm. Erano veloci, ma potevano arrivare solo a 2.000 miglia nautiche a 20 nodi. Un analogo 'J' era capace di una velocità pratica grossomodo simile, ma con 6 cannoni da 120 e 10 tls. I 'Navigatori' avevano 6 cannoni da 120 mm e 4-6 tls, mentre i 'Tribal' avevano 8 cannoni e 4 tls. Ma soprattutto, i caccia 'J' inglesi erano capaci di 3.700 miglia a 20 nodi, quasi il doppio rispetto alle navi italiane. Questo non era tanto dovuto alla differenza di carburante, ma al consumo elevatissimo dei motori italiani, almeno quelli dei cacciatorpediniere.

L'armamento contraereo era pure limitato perlopiù ai cannoni da 20 mm, visto che i 37 mm avevano affusti troppo pesanti. L'armamento principale, per quanto costituito da cannoni moderni a lunga gittata, non venne trovato molto preciso anche se a Punta Stilo il fuoco dei caccia italiani fu assai temibile per le navi britanniche.

Per rimediare ai vari limiti, vennero concepiti i caccia 'Medaglie d'Oro' o 'Comandanti'. Erano navi certamente interessanti, ma non ancora prive di difetti o limiti a seconda dei casi. L'ordine era costituito da 8 navi da 2.100 t in sezioni prefabbricate per rendere possibile un più veloce completamento; ad un certo punto però si era parlato di due serie da 12 navi l'una, per un totale di 24. Ma il 9 ottobre 1944 venne deciso di demolire i due 'Comandanti' in approntamento ad Ancona. Queste grandi navi avrebbero dovuto avere inizialmente avere 5 cannoni da 135/45 mm, poi ridotti a 4. Questo causò delle critiche, come anche la decisione di usare leghe leggere troppo sensibili alla corrosione, mentre per il resto c'erano 12 cannoni da 20 mm e 6 TLS. Il peso delle armi era incrementato da 1000 colpi calibro 135 mm (57 t), 28.800 colpi da 20 mm per 12,6 t, 14,3 t per i sei siluri, 32 bombe di profondità da 100 kg e 16 da 150 kg.

Le dimensioni avrebbero dovuto essere: lunghezza al galleggiamento m 116, totale 117,2 m; larghezza 12,25 m; immersione 3,45 m; altezza costruzione 6,7 m.

Pesi: base 2.100 t di cui 750 t per lo scafo, 650 per motori e acqua, 135 per l'armamento; dislocamento alle prove 2.600 t; carburante 650 t di cui 620 aspirabili; max dislocamento 2.850 t

Motore: 59.000 hp per 35 nodi (con dislocamento di 2.600 t), 46.000 per la velocità di 32 nodi (max continua), 16.400 per la velocità di crociera di 25 nodi, 7.600 hp per i 20 nodi.

L'autonomia era prevista come 2.000 miglia nautiche (3.700 km) a 20 nodi pari a 100 ore: consumo 456 t; e 6 ore a 32 nodi, consumo 115 t, per un totale di 571 t, prossima a quella massima possibile. Ma esigenze di stabilità rendevano difficile sfruttare il massimo del carburante (era comune nei cacciatorpediniere, navi assai instabili a carico ridotto).

Questa nave era un miglioramento rispetto ai 'Soldato', ma le mancanze non erano poche. L'autonomia, anzitutto, dovuta a certi problemi dei motori, specialmente per gli evaporatori. Le navi 'Comandanti' avrebbero dovuto disporre di 100 t di acqua per caldaie, contro le 52 t dei 'Tribal'. I caccia 'Fletcher' americani, favorevolmente comparati con i 'Comandanti' avevano solo 571 t di nafta, eppure erano capaci di 5.500 nm a 15 nodi, autonomia ben maggiore di quella possibile con le navi italiane.

Sebbene questi caccia avessero previsto un radar EC.1 Gufo (come del resto i 'Capitani Romani'), che lo scafo di buone capacità nautiche (e di fondo piatto) avesse costruzione longitudinale, che le 14 paratie stagne avessero spessore minimo portato a 4 mm, torretta telemetrica a centro nave ecc, restavano unità con il limite fondamentale della scarsa autonomia che precludeva eventuali operazioni oceaniche; non c'era un armamento a doppio ruolo, e potenza di fuoco era abbastanza limitata. Rispetto quindi ai 'Soldati' si trattava di navi più potenti, ma considerando il costo erano navi di dubbia utilità. Restavano prive di armi doppio-ruolo e di adeguata autonomia, e arredamenti 'eccessivi' rispetto alle navi straniere (più peso totale). In ogni caso la guerra era oramai perduta e cercare di costruire queste navi nel '44 era pura utopia, tra la superiorità navale nemica e i bombardamenti aerei.

Nel dopoguerra materiali vennero usati per realizzare il caccia Impetuoso, nave che ebbe successo.


Torpediniere e corvette[10][11][modifica]

Dopo le tante unità a livello di torpediniera della I G.M e periodo successivo, fino all'avvento delle veloci 'Spica' del 1934-37, ben 32 navi da circa 600 t teoriche, in realtà 795 t standard e 1.020 t a pieno carico, si arrivò a 19.000 hp di potenza per almeno 31 nodi. L'armamento comprendeva 3 cannoni da 100/47 mm da 16 km di gittata ma solo di tipo antinave, e varie mitragliere da 13, poi anche da 20 mm. Non mancavano i siluri che però erano solo 4 da 450 mm, di cui solo due lanciabili per ciascun lato. Poi c'erano fino a 20 mine e-o cariche di profondità.

Queste unità vennero vendute alla Svezia in due unità e poi realizzate là in altre 4. Delle 30 della Regia Marina, ne rimasero a galla solo 7 alla fine della guerra.

Simili a queste v'erano le 4 'Orsa' che però avevano solo 2 cannoni da 100 mm, erano più lente (attorno ai 28 nodi) e soprattutto erano specializzate non tanto nell'attacco antinave, ma nella scorta antisommergibili, cosa che le 'Spica' dovettero adattarsi a fare con meno efficienza. Le 4 Orsa sopravvissero tutte all'Armistizio, poi due vennero affondate prima della guerra.

Per avere un numero elevato di navi di questo tipo si pensò bene di realizzare le 'Ariete', impostate nel 1942-43, pianificate in 40 esemplari ma impostate in 16. Solo l'ARIETE entrò in servizio nell'agosto del '43, le altre vennero completate sotto controllo da parte tedesca. Solo la capoclasse e la BALESTRA sopravvissero alla guerra, e vennero poi destinate come danno di guerra alla Yugoslavia.

Questa classe di torpediniere aveva queste caratteristiche:

  • Dimensioni: lunghezza 82,25 m, larghezza 8,6m ,pescaggio 2,8 m.
  • Motore: 2 turbine a vapore a ingranaggi da 22.000 hp su due assi,velocità 3 nodi
  • Armamento: 2 canoni da 100 mm, 2 singoli da 37 mm, 2 lanciasiluri trinati (con fuoco su entrambi i lati) da 450 mm, 28 mine
  • Equipaggio: 155

Queste navi erano migliori delle 'Spica' come capacità antiaerea, attacco silurante, e vari miglioramenti. Ma non ebbe modo di farsi notare nel disastro bellico incombente. I Tedeschi ne usarono alcune, poi nell'ultimo convulso anno di guerra andarono perse o autoaffondate.

Le 'Gabbiano' erano corvette di moderna concezione, capaci di rispondere meglio alle necessità richieste dalla guerra. Nel 1942 ne vennero pianificate ben 60 esemplari. Esse erano simili alle 'Flower' britanniche per concetti, ma tecnicamente erano diverse: più strette e lunghe, due assi con eliche di piccolo diametro tendenti alla cavitazione. Ma la nave, con due assi, era molto maneggevole, e il pescaggio ridotto di circa un metro rispetto alla soluzione monoelica, il che aiutava molto in un mare come il Mediterraneo, caratterizzato da secche e banchi di mine. La costruzione era peraltro complessa e poco propensa ad essere prodotta in serie, molto a fare rumore per risonanza delle ossature.

Per rimediare, la Regia Marina sistemò due motori da 150 hp elettrici, per il movimento di caccia silenziosa, anche se ovviamente a velocità ridotta. Le 'Gabbiano' vennero impostate realmente in 42 esemplari e solo 29 completate prima dell'armistizio (altre probabilmente completate dai Tedeschi dopo), ma le perdite di guerra ammontarono a 20 unità.

Queste navi, con un bordo libero molto alto e un castello di prua esteso fino sotto l'unico fumaiolo, avevano le seguenti caratteristiche:

  • Dislocamento: 670 t, max 740 t
  • Dimensioni: 64,4 m, larghezza 8,7 m, pescaggio 2,53 m
  • Motore: 2 diesel da 4.300 hp totali, 2 elettrici da 150 hp, su due assi; 18 nodi
  • Equipaggio: 108
  • Armamento: 1 cannone da 100 mm, 7 da 20 mm, su alcune 2 tls da 450 mm; cariche profondità.

Erano insomma navi che, a parte il rumore irradiato dai diesel direttamente ancorati -a peggiorare le cose- sulle ossature dello scafo, erano abbastanza ben equipaggiate per i ruolo ASW e contraereo.


Unità sottili[12][modifica]

Dopo che già nel 1905 gli inglesi realizzarono un modello sperimentale silurante da 4,5 t da 20 nodi e due siluri, gli Italiani tentarono di fare altrettanto nel 1906, ma non ebbero buona riuscita. I motori divennero più affidabili e allora fu possibile realizzare da parte dei Francesi e poi degli americani dei validi mezzi, anche se il primo cliente fu la Marina russa, che nel 1908 comprò 10 navi americane.

Dopo la realizzazione di centinaia di questi mezzi ASW e d'attacco silurante o cannoniero durante la I GM, si ricominciò a sviluppare mezzi veloci con il MAS 424 del 1923, con motore da 1.500 hp e 40 nodi. Ma il problema era l'indisponibilità di adeguati motori affidabili, fino a che attorno alla metà degli anni '30 arrivarono i motori IF da 1.000 hp. Due di questi servirono per i MAS 500, che inizialmente avevano 20, poi 29 t di dislocamento, che rendevano possibili fino a 45 nodi. Nel 1940 c'erano varie navi di vecchio tipo, e ben 64 MAS 500. Lo scafo planante era ideale per la velocità, ma non certo per le doti marine. La carena a spigolo era ben diversa, e quella scelta dai tedeschi per le loro famose S-Boote.

Gli Italiani pensarono a questa soluzione nel 1935 con la torpediniera Stefano Turr, da 64 t per 32 metri, con 4 diesel da 3.000 hp per 30 nodi e 1.582 miglia a 16,6 nodi. C'erano 4 tls da 450 mm, 2-3 armi da 13,2 mm, 1 da 6,5 mm, 12 bombe ASW. Ma i motori non erano a punto e lo scafo si dimostrò prone alla corrosione, e alla fine, dopo anche un tentativo di rimpiazzare i suoi motori con quelli a benzina, venne radiata nel 1941.

La cosa rimase come un dato di fatto fino al 1941 stesso, quando invadendo la Yugoslavia gli Italiani trovarono alcune motosiluranti tedesche comprate da Belgrado: 32 nodi, 62 t, 2 tls da 550 mm, cannone Bofors da 40 mm. I motori avevano problemi di affidabilità, ma queste sei navi furono un modello per le MS, ovvero Motosiluranti per la Regia Marina, con una prima serie di 18 navi da 63 t, armate con 2 cannoni da 20 e 2 siluri da 533 mm. Altre 18 seguirono poi. La minaccia aerea, che rendeva i poco armati MAS vulnerabili, aiutava a considerare meglio queste navi più grandi e capaci anche se più lente. I motori erano affidabili, anche se erano a benzina.

Le VAS erano invece le Vedette ASW, che avevano il compito di pattugliare sotto costa contro i sottomarini, dal momento che il rendimento dei MAS e delle Motosiluranti era in questo senso molto marginale. Verso la fine del '41 vennero richieste 30 unità con motori a tre assi, di cui il centrale per le manovre silenziose, poi seguirono altre 18 un po' più lunghe, e infine 12 da ben 34 m di cui solo la metà venne completata in tempo. Stazzanti 69 t, con motori a benzina (per i diesel non c'era modo, in Italia, di costruire unità adatte, a quanto pare, tanto che la terza serie dovette tornare precipitosamente ai benzina), le VAS della seconda serie avevano il motore più potente nell'asse centrale e quelli secondari su quelli laterali; la loro potenza era di 1.150 hp e 300 hp rispettivamente. Velocità 20 nodi, lunghezza 28 m per 4,7 di larghezza e 1,4 di pescaggio. L'armamento era di due cannoni da 20, due mitragliatrici, e 2 siluri che servivano per colpire il sottomarino se si riusciva a farlo emergere con le cariche di profondità. Avevano un aspetto basso e poco appariscente, con un fumaiolo appena dietro la plancia, la costruzione in genere era in legno, come anche per i MAS, per rimediare ai problemi di corrosione delle leghe leggere e al peso degli scafi in acciaio[13].

Quanto ai mezzi d'attacco, da segnalare gli studi, con tanto di un prototipo, dell'aliscafo Brussei, un progetto molto interessante che tuttavia rimase solo sperimentale. All'epoca c'erano molti studi sugli aliscafi, ma il costo di questi mezzi risulterà, dopo decenni (in cui si arrivò all'era delle navi lanciamissili), poco efficiente come rapporto costo-efficacia. Una storia lunga e interessante, che varrebbe la pena di raccontare meglio e con maggior dovizia di particolari. In ogni caso, i Tedeschi, che lo sperimentarono dopo l'Armistizio in Germania, rilevarono fino a 52 nodi di velocità e un comportamento nominalmente valido; ma era ancora ben lontano dall'essere affidabile come si richiedeva per una nave da guerra 'reale'. Nel dopoguerra di questi sviluppi si interessarono anche gli Americani, e la Boeing sviluppò un sistema di controllo dell'assetto che aveva criteri 'aeronautici'. In seguito ci si realizzerà la classe 'Sparviero' e la ben più grande 'Pegasus' americana, ma l'era degli aliscafi d'attacco sarà di breve durata essendo questi dei natanti (?) decisamente costosi per lo scopo previsto.


Assalto[modifica]

Quanto ai mezzi d'assalto, ce n'erano di tutti i tipi. Rivitalizzando l'esperienza della I GM, si ebbero unità di ogni sorta che al grado più basso erano i nuotatori d'assalto (uomini Gamma), che erano muniti di un bauletto esplosivo galleggiante, e che andavano in azione con vari mezzi, cominciando dal '41 ad attaccare navi alla fonda. C'erano naturalmente gli SLC o Siluro a Lenta Corsa, che iniziarono ad essere assemblati con gli studi del '35, durante la crisi con la Gran Bretagna. Erano caratterizzati da un motore elettrico da poco oltre un cavallo, che portava il mezzo, i due operatori e una carica di circa 300 kg.

La loro evoluzione tecnica fu modesta, e i tipi migliorati arrivarono troppo tardi, come uno (l'SSB o Siluro San Bartolomeo) con un carico di 400 kg costituibile se necessario da due cariche da 180 kg l'una. Questi siluri cominciarono ad essere messi in azione da sottomarini con appositi compartimenti stagni e durante la guerra attaccarono soprattutto Alessandria d'Egitto -celebre l'azione in cui vennero danneggiate due corazzate inglesi- da parte del sommergibile SCIRE' (affondato nel '42 da una corvetta inglese). Già un sottomarino italiano avrebbe dovuto fare la stessa cosa, forzare la base inglese, era il IRIDE, ma venne affondato prima portasse l'attacco, già nell'agosto del 1940. Il secondo tentativo fu fatto dal GONDAR, affondato a settembre. Quindi l'attacco del dicembre 1941 fu solo il terzo tentativo dopo due disastri.

Dalla nave OLTERRA, invece, gli incursori ebbero vita più facile. Era una nave teoricamente inerme, in realtà la base per attaccare Gibilterra con un comparto per gli SLC sistemato sotto il galleggiamento. Gli Inglesi non riuscirono mai a scoprirlo, mentre varie navi vennero affondate.

In seguito gli Inglesi copiarono questi SLC con i 'Charriots', e li usarono per affondare l'incrociatore leggero Ulpio Traiano in fase d'allestimento, e poi con equipaggi misti con gli italiani, il BOLZANO nel 1944, per impedire che fosse usato per bloccare il porto di La Spezia, e in seguito danneggiando la portaerei AQUILA per lo stesso motivo (era però a Genova).

Restano da citare i motoscafi esplosivi MT, MTM e altri tipi che vennero concepiti per speronare ed esplodere ad una certa profondità (dopo l'affondamento) i bersagli. Una prima serie venne approvata già nei tardi anni '30. In seguito vennero usati con tipi migliorati realizzati via via, e il loro maggior successo fu il danneggiamento dell'incrociatore HMS York nel '41.Il peggior insuccesso fu invece l'attacco a Malta, che costò la vita anche a Teseo Tesei e la distruzione della flottiglia di barchini e dei due MAS, più l'abbattimento di due MC.200. Gli inglesi persero un Hurricane e ebbero un ponte distrutto dagli SLC, ma distrussero i barchini localizzandoli al radar e colpendoli con le armi contraeree. Fu comunque un'azione tanto temeraria da fargli esprimere ammirazione per il 'gesto', in un'azione praticamente suicida. Era anche il segno dei tempi: quando la specialità degli assaltatori riprese vita a metà degli anni '30 il futuribile avversario, la Gran Bretagna, era visto così forte che si pensava fosse necessario ricorrere a mezzi non convenzionali. La propaganda di regime e la cultura militare del fascismo ebbero tale effetto che vi furono persino proposte di attacchi 'kamikaze' ante-litteram con i lenti bombardieri BR.3, armati di bombe da 500 kg, sulle navi maggiori britanniche.


I barchini esplosivi erano nati dall'idea di Amedeo di Savoia, che era comandante di squadra aerea e che aveva il fratello Ammiraglio di divisione. La sua idea era di trasportare un motoscafo veloce appeso sotto le due fusoliere dell'inconsueto e capace S.55, e usarlo per forzare le basi. Per non essere troppo sofisticato, il motoscafo sarebbe stato usato esso stesso come 'siluro' schiantandosi contro le navi da colpire. L'idea era ovviamente legata alla crisi con la Gran Bretagna, perché in quell'anno, il 1935, era scoppiata la guerra con l'Etiopia e la crisi con la Gran Bretagna,la cui Mediterranean Fleet divenne un avversario di riferimento. All'inizio dell'anno successivo, ovvero il 29 febbraio 1936, venne dato incarico ai cantieri navali Baglietto di realizzare il motoscafo speciale, il M.A.T. Motoscafo Aviotrasportato. L'ing. Baglietto si fece aiutare dall'idea del precedente motoscafo 'Asso RB', e dotato di timoni ed eliche capaci di superare le reti parasiluri. Questo prototipo venne realizzato prima considerando un modello in legno che venne provato con l'S.55 ad Orbetello, nel marzo di quell'anno, poi seguirono due prototipi con un motore Alfa Romeo da 75 hp, e soprattutto una carica esplosiva di Tritolital, esplosivo molto potente, da 330 kg di peso. C'era anche il 'cannone' ovvero una serie di piccole cariche che dopo l'impatto dovevano -innescate da un congegno di prua chiamato 'palmola', tranciare lo scafo e fare affondare la testata in fretta, facendola esplodere ad una profondità predeterminata. Ma gli esperimenti dimostrarono anche l'obsolescenza dell'S.55 e le difficoltà dell'operazione. Accantonato il discorso, venne poi ricominciata la sperimentazione nel '38 da parte della Prima Flottiglia MAS; vennero ordinati 6 M.T. (motoscafo da turismo, nome ovviamente di copertura) con scafo allungato di 40 cm, da 4,7 a 5,1 m; la larghezza restava di 1,46 m e l'altezza di 65 cm, o almeno non si conoscono eventuali variazioni; il motore era potenziato a 90 hp. Dopo i primi 6, ne giungeranno altri 12, sempre della C.A.B.I. I primi vennero consegnati nel '39. Nel '41 seguirono gli M.T.M., motoscafo da turismo modificato. Avevano un invertitore di marcia, posizione più comoda del pilota, lunghezza 5,4 m (al galleggiamento; f.t. erano 6,11). Autonomia di 3 ore a piena potenza. Da notare che il pilota non era al centro dello scafo ma dietro, mentre era il motore al suo centro, e la carica esplosiva a prua.

Vennero consegnati circa 40 M.T.M. entro il settembre 1943, e dopo seguirono altri 143 per la X MAS, visti come mezzi economici d'assalto per colpire grosse navi con equipaggio ridotto ad un singolo operatore. Avrebbero avuto qualche successo, ma anche vita dura a causa dei mezzi di pattugliamento dotati di radar oramai ben diffusi dopo il 1943. Altrimenti, la loro piccola sagoma di notte sarebbe stata difficile da vedere. Ma com'era in dettaglio l'M.T.M. e come funzionava? Lo scafo era in legno di faggio, a fasciame, oppure nell'MTM-D a guscio, usando le tecniche aeronautiche di sagomatura a caldo di compensato e resine sintetiche. Un MTM era di dimensioni pari a 6,11x1.665x1,040 m, peso 1.200 kg, la velocità era alta, 31 nodi, ma da notare che era pur sempre molto inferiore a quella delle motosiluranti. E non c'erano armi difensive. Il pilota, dietro un paraonde di aspetto curvo, appena sporgeva dal mezzo, su cui stava seduto all'estrema poppa. Aveva una tuta protettrice Belloni, anzi precisamente un 'Vestito impermeabile Belloni', e un battellino di salvataggio: quando puntava ad una nave o ad una ostruzione portuale, bloccava con un 'vitone' il timone, poi si buttava in acqua con il battellino, che era ripiegabile a mò di straia: prima era il sedile, poi diventava una specie di materassino. Venne persino previsto un modello semovente con motore elettrico a batteria da 0,25 hp. Era ingegnoso, ma come si potrà ben intuire non funzionava in pratica e i piloti si portavano piuttosto due racchette da ping pong come mini-pagaie. Nel '44 arriveranno anche gli M.T.M.M. (La terza M per 'Migliorato'), e poi gli MTR (Ridotto), compatibile con i tubi stagni usati per portare gli SLC; prodotti in un prototipo e 13 esemplari di serie, non vennero mai usati in azione. In tutti i casi i barchini esplosivi erano portati in azione trainati da unità più grandi, in genere motosiluranti. Nel dopoguerra questi piccoli, mortali ed ingegnosi natanti vennero convertiti in parte anche come mezzi da turismo, per quanto davvero minimi in termini di dimensioni e pesi; e proprio questo impiego 'civilizzato' nascose l'uso di tali mezzi da parte israeliana, quando alcuni MTM vennero utilizzati contro gli Arabi colpendo una fregata egiziana. L'addestramento ebbe luogo nel lago di Tiberiade, con istruttori della X MAS. Corsi e ricorsi della Storia, successe così che gli ebrei si ritrovarono come istruttori ex-Repubblichini, nonostante quanto successe negli anni della guerra [14].

La RSI con la X MAS continuò ad utilizzare i mezzi d'assalto, specialmente il tipo armato di un siluro, contro gli sbarchi Alleati nel Mediterraneo. Questo era l'MTSMA (Motoscafo Turismo Silurante Modificato Allargato), usati contro le navi ad Anzio. Erano piccole unità semi-civili, in legno (che tra l'altro riduceva l'eco radar essendo materiale dielettrico), lunghi 8,8 m, largo 2,32, pesante 3,76 t, con immersione di 0,7 m; aveva due motori Alfa Romeo da 75 hp e un siluro 'ridotto' da 450 mm, sistemato tra i due motori; la velocità era di 29 nodi e c'erano anche due cariche di profondità (usate più come dissuasori verso le navi inseguitrici) da 50 kg. Il siluro veniva scaricato in acqua; c'era anche un apparecchio nebbiogeno a cloridrina a poppa, e una boa fumogena sferica, sempre da usare per coprire la fuga[15].


Un gradino sopra gli SLC e due sopra i nuotatori c'erano i minisommergibili. Questi erano i mezzi prediletti dalla Marina Inglese, e il perché è intuibile: con un mare freddo e poco luminoso fare il sommozzatore è difficile, specie per periodi prolungati. In Mediterraneo era ben più facile accettare anche di restare a contatto con l'acqua che in altri mari avrebbe ucciso dal freddo gli operatori in poco tempo.

I minisommergibili erano stati pensati da molto tempo. Anzi, il primo vero sommergibile 'militare', l'American Turtle, da usarsi contro gli inglesi ma da parte americana (ai tempi della Rivoluzione) era di fatto un mini-sommergibile. Fino all'alba del XX secolo i sottomarini erano considerati più 'macchine' che navi, aggeggi complessi, strani, che erano soggetti ad avarie e di dubbia utilità. Difficilmente all'epoca passavano le 100 t.

Questo tipo di unità era quindi un 'ritorno alle origini'. Quelli giapponesi erano molto avviati idrodinamicamente; vennero tra l'altro usati a Pearl Harbour ma senza successo, anzi furono l'unico fallimento giapponese di quella giornata: 5 minisommergibili persi con 10 marinai (uno sopravvisse), e poi un sottomarino con altri 70 uomini perso durante i giorni successivi, sempre coinvolto nelle operazioni.

I sottomarini italiani erano piuttosto tozzi, invece, e a parte qualche missione d'agguato (ai danni dei sottomarini sovietici nel Mar Nero), la maggior parte delle loro attività era concentrata nel pattugliamento costiero. I primi minisommergibili, del tipo 'A', vennero varati nel 1915 e usati nell'Adriatico più che altro come 'boe' di difesa costiera. Erano navi da 13,5 m di lunghezza e 2,22 di larghezza, 31/37 t di dislocamento, 4 marinai, due siluri da 450 mm e 5 nodi di velocità immersi; collaudati fino a 50 m, avevano un'autonomia di 8,5 miglia a 4 nodi, il che dà l'idea di come fossero oggetti statici, senza nemmeno la possibilità di ricaricare le batterie. Erano pressoché inutili e vennero radiati nel 1918. Seguirono gli 'B', solo 3 unità anziché 6, ma con un motore a benzina da 85 hp in aggiunta a quello elettrico, lunghi 15.12 m e pesanti fino a 46 t immersi, facevano 128 miglia a 6,9 nodi in superficie e 9 miglia a 5 nodi immersi.

I 'CA' del 1939 erano da 13,5/16,4 t, lunghi 10 m, larghi 1.96, capaci di 5 nodi, autonomia di 700 mn a 4 nodi, 57 immerso a 3 nodi, velocità max di 6,25 e 5 nodi. Al solito avevano 2 siluri da 450 mm, di tipo più moderno, in gabbie esterne allo scafo; e raggiungevano i 55 m di profondità. La principale miglioria intervenuta, nonostante il peso molto ridotto, era quella dell'introduzione di un motore diesel da 60 hp assieme a quello elettrico da 25 hp, il che spiega l'aumento di autonomia.

La resa continuò ad essere ridotta. La Caproni, che costruiva questi battelli, li aveva presentati come progetto nel 1937, ma il collaudo della prima unità dimostrarono al solito una mobilità quasi nulla col mare grosso, una quota periscopica troppo bassa (2,5 m), che non agevolava la vita di chi stava dentro, già costretto a vivere in un vero e proprio incubo dal punto di vista dell'abitabilità. Anche allungando il periscopio a 4,5 m non si ottennero miglioramenti sufficienti. I primi due battelli, che terminarono le prove nel 1939, vennero giudicati negativamente. Nel 1941, sotto l'incanzare degli eventi, vennero riattati a mezzi d'assalto: sbarcato il motore diesel, rimasero solo le batterie al piombo, il periscopio venne sostituito da una cupola, l'autonomia arrivò a 70 mn a 2 nodi, eliminazione dei siluri al cui posto vennero adottate 8 cariche da 100 kg. Il CA 2 fu il primo ad essere approntato nel novembre 1941. In seguito andò a Bordeaux, e fece prove con il sommergibile DA VINCI per essere eventualmente trainato e usato come mezzo d'assalto (una specie di 'super SLC') contro New York. Le prove dettero esito piuttosto positivo, ma se ne fece nulla anche perché il grosso sommergibile oceanico affondò nel '43, a seguito della caccia delle navi Alleate. Il CA 2 rimase in Francia e lì venne reperito dagli Alleati, le altre 3 unità realizzate nel frattempo tra nuove e convertite vennero sabotate a La Spezia.

Nel frattempo, la serie 'CB' venne costruita in altri 6 esemplari, sempre con doppi fondi ma esterni, dal 1940. Realizzati entro metà del '41, ebbero un esito migliore dei precedenti e venne pianificato di costruirne altri 72, poi ridotti a 50, ma al dunque, al settembre del '43 ne vennero costruiti solo altri 6, fino al CB 12.

Operando in squadriglie di sei, i CB vennero trasferiti via ferrovia a Costanza, Mar Nero, dove vennero usati per attaccare i sottomarini sovietici operando da Yalta, approfittando della noncuranza di questi per la propria incolumità (navigando a lento moto in superficie) riuscirono ad affondarne tre (che probabilmente erano i S 32, Sch 213 e 207) fino al 25 agosto 1943. I 5 battelli superstiti, originariamente al comando di Francesco Mimbelli, verranno poi presi in carico, dopo l'Armistizio, dai Rumeni; e dopo che questi nell'agosto del '44 cambiarono 'bandiera' verranno dati ai Sovietici, che ne misero in servizio 4 e lasciarono il quinto come riserva per i pezzi di ricambio. I 'CB' apparentemente avevano avuto successo, ma era essenzialmente un fatto contingente e dovuto all'incuria nemica. Altrimenti, va detto che le loro missioni duravano in genere due notti e un giorno soltanto, che presto si logorarono e che durante l'inverno 1942-43 vennero messi in disarmo. Non erano mezzi bellici dalle smisurate potenzialità, tutt'altro. Dopo il settembre del '43, altri CB vennero costruiti a Taliedo, per conto dei Tedeschi.

Le loro caratteristiche erano (CB): lunghezza 15 m, diametro 3, immersione 2,1; dislocamento 36/45 t, motore diesel da 90 hp e elettrico da 100 hp, velocità di ,5/7 nodi, autonomia di 450 nm a 7,5 nodi e 7 nm a 7 immerso; 4 uomini e 55 m di immersione collaudata.

Almeno altri 14 vennero così portati avanti; alcuni vennero affondati da aerei o bombardati nei porti, i CB 13-16 vennero dati alla X MAS e andarono tutti persi eccetto il CB-16, che si consegnò agli Alleati dopo che l'equipaggio aveva ucciso l'ufficiale di bordo.

Gli ultimi battelli della serie erano i CM, dei veri mini-sottomarini, realizzati attorno al 1944 in due esemplari, ma senza risultati validi. In tutto, solo i CA attrezzati per l'uso di incursori erano mezzi interessanti; pretendere che, piuttosto che un mezzo d'assalto, i minisommergibili si comportassero come battelli 'normali' in formato ridotto, andando in mare senza un obiettivo chiaro, non portò a nulla eccetto che in Mar Nero, dove tuttavia v'erano condizioni particolarmente favorevoli. L'unico loro scopo valido era quello di fare da vettori per incursori. Nel dopoguerra l'esperienza dei vari SLC e mezzi subacquei vide la nascita della CO.MOS, che realizzò minisommerigibili d'assalto fino addirittura ad un modello molto grosso ed elaborato da 120 t con lanciasiluri da 533 mm (che aveva un costo pari ad un decimo di un Type 209 tedesco, come del resto un decimo era anche il dislocamento), che hanno avuto vasto impiego con le forze speciali della Marina di vari Paesi[16].


  1. Per riferimenti al servizio Ultra, Santoni, Alberto: l'Ultra vola in alto, Storia militare luglio 2007
  2. Marcon, Tullio: Malta: difesa ad oltranza sinonimo di vittoria 1a parte, Storia militare luglio 1997 p.4-17
  3. Sgarlato N. Meteor e Vampire, Aerei n.8/94
  4. Cappellano, Filippo: Le artiglierie del museo di La Spezia, Storia Militare luglio 2007
  5. Bagnasco, Cernuschi, La portaerei Impero? Storia Militare Maggio 2006, p.50-55
  6. Nassigh, Riccardo: L'impiego dei sommergibili italiani nella II GM RID giugno 1993
  7. Armi da guerra 62
  8. Armi da guerra n.41 e 82
  9. Cernuschi, E: Gli ultimi due Comandanti Storia Militare luglio 2007
  10. Armi da guerra 107
  11. Armi da guerra 114
  12. Nassigh, Riccardo: I mezzi veloci della Regia Marina RID Aprile 1994
  13. Per i dati vedesi anche Armi da guerra n.117
  14. Daniele Lembo Eserciti nella Storia
  15. Nesi, Sergio Chiaro di Luna ad Anzio, Storia Militare luglio 2005 p.27-40
  16. Turrini A. i Sommergibili tascabili della Marina Storia Militare gen 1995