Guida maimonidea/Vita in esilio

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Busto di Maimonide, di Abraham Ostrzega
« Dopo tutto, sono uno che — se la materia lo stimola, se il percorso è troppo angusto per lui, e se sa che non esiste altra via per insegnare una verità comprovata ad eccezione del rivolgersi ad un uomo prescelto, poiché non desidera fare appello a diecimila stolti — preferisce impartire la verità a tale uomo. Non dò ascolto alle lamentele della folla più vasta, ma desidero liberare dall'irresolutezza quell'uomo da me scelto e mostrargli la strada per uscire dalla perplessità cosicché possa diventare perfetto e sano. »
(La Guida dei perplessi, Introduzione)

Si conosce la nascita di Moshe ben Maimon grazie al suo stesso colofone sul Commentario alla Mishnah (Pirush Hamishnayot - in ebraico: פירוש המשניות, in arabo traslitt. Sirāj), completato in Egitto nel 1168. A metà strada nel percorso della sua vita, dopo anni di esilio e appena arrivato in Egitto, affermava un lignaggio distinto, rimarchevole — sette generazioni di eminenti studiosi e magistrati.[1]

Verso il 1158, Rabbi Maimon, un dayan (giudice) e già membro del tribunale rabbinico di Cordova, arrivò a Fes con la famiglia. Rabbi Maimon era stato obbligato a lasciare la sua città di residenza, la "Sposa dell'Andalusia", quando fu conquistata dagli Almohadi nel 1148. La comunità ebraica di Cordova, che era esistita da secoli, fu totalmente distrutta dai Berberi. Le sinagoghe e le case di studio furono bruciate, gli abitanti dispersi. La famiglia di Maimon fuggì in Almería; ma nel 1157 gli Almohadi conquistarono anche l'Almería, e la famiglia Maimon scappò a Fes. Il Nordafrica era sempre stato un rifugio per gli ebrei che fuggivano dalla persecuzione religiosa di Spagna.[2]

Rabbi Maimon probabilmente non era del tutto sconosciuto a Fes. Tra gli ebrei del Nordafrica e quelli spagnoli c'erano state continue relazioni economiche, accademiche e anche personali. Gli ebrei di Fes sapevano chi era Rabbi Maimon, e che discendeva da una famiglia di studiosi e giudici, che il suo albero genealogico faceva discendere il rabbino dal famoso Rabbi Jehuda ha-Nasi, il redattore della Mishnah e, secondo la tradizione, dallo stesso Re David.[2]

Rabbi Maimon aveva imparato i metodi dello studio talmudico da Ibn Migash, il rinomato insegnante presso la casa accademica di Lucena, la "città della poesia", e Ibn Migash era stato l'allievo del grande Isaac Alfasi. Il venerabile Rabbi Maimon, nobile ed erudito, sicuro di sé e profondamente devoto, primo magistrato di Cordova, latore di una tradizione antica e ininterrotta, in cui il suo insegnante, Ibn Migash era la quarantottesima generazione da Simeone il Giusto, ultimo sopravvissuto della Grande Assemblea — Rabbi Maimon continuò e coltivò questa tradizione. Egli aveva personalmente istruito suo figlio Moshe, il giovane Maimonide, trasmettendogli sia la preziosa tradizione che aveva ricevuto sia la propria esperienza acquisita.[3]

La leggenda narra che al riverito Rabbi Maimon, discendente della Casa di David, venisse annunciato in un sogno di sposare la figlia del macellaio che viveva vicino a Cordova. Maimon, erede alla carica di Giudice nella orgogliosa Cordova, doveva sposare la figlia di un macellaio inesperto della Legge. Non insegnavano forse i saggi che bisognava fare di tutto, qualsiasi sacrificio, per sposare la figlia di un dotto? Sarebbe riuscita la figlia di un ignorante, che non conosceva la vita secondo la Torah a casa di suo padre, a far crescere i p[ropri figli nello studio e nelle opere buone? Rabbi Maimon seguì i dettami del sogno, sposò la figlia del macellaio e cominciò a preoccuparsi di che tipo di figlio avrebbe avuto dalla moglie. La figlia del macellaio rimase incinta e Rabbi Maimon pregò il Signore. Il parto fu difficile, venne alla luce Moshe nel 1135, ma la partoriente morì, come successe alla nobile Rachele nel dar vita a Beniamino. Il vedovo prese allora un'altra moglie.[3]

Rabbi Maimon cercò di far crescere suo figlio nella saggezza e nell'erudizione. Tuttavia Moshe non sembrava molto appassionato di cultura o dello studio in generale, e suo padre se ne doleva amaramente. Era forse più forte l'ascendente atavico materno, di commercianti ed operai, che quello paterno, di filosofi e talmudisti? Tormentato da rimproveri e biasimi, rabbuffi e punizioni, il giovane Moshe scappava in sinagoga, sfogandosi con Dio nel settore delle donne, che era di solito deserto durante la settimana.

Di anno in anno, il padre di Maimonide diventava sempre più afflitto, sgridando il figlio di continuo con parole aspre: "Sei nato per stare ai livelli più bassi della vita." Moshe, che aveva acquisito la delicata umiltà della madre e l'orgoglio del padre, non sopportava di sentire tali critiche; ad un certo punto, se ne andò di casa e sparì. Per trovare conforto e dimenticarsene, Rabbi Maimon si immerse nello studio della Torah. Iniziò un commentario del Pentateuco, scrisse delle scholia sul Talmud, argomentò con le persone colte della sua città, frequentò le lezioni di studiosi in visita. E un giorno gli ebrei della grande sinagoga stavano ascoltando un insolito discorso mentre il pubblico, il migliore di Cordova, ammirava la rara erudizione di un lettore sconosciuto; quando l'oratore alla fine rimosse lo scialle di preghiera (tallit) dal volto dopo la lezione, tutti videro che era un giovane: il figliol prodigo di Rabbi Maimon.[3]

Questa storia biografica arricchita dalla leggenda, sta chiaramente ad indicare che le origini culturali e tradizionali di Maimonide si fecero sentire fortemente e in maniera esaltata nel corso del suo sviluppo intellettuale, sin dall'adolescenza. Sta di fatto che Maimonide ricevette la sua istruzione talmudica in casa di suo padre a Cordova. Nel Commentario alla Mishnah, in Mishneh Torah, nei suoi responsa, si può trovare evidenza delle tradizioni halakhiche che imparò da suo padre. In Mishneh Torah, per esempio, scrive di non essere d'accordo con la posizione di suo padre su una questione riguardante il kashrut di un animale che era stato macellato. Tuttavia, il ruolo del padre nella sua educazione fu soprattutto quello di trasmettergli la tradizione halakhica andalusa, più che esercitare un'infuenza personale.[4]

Ogni volta che Maimonide usa il termine "i miei insegnanti" nel suo Mishneh Torah e altri scritti, si riferisce a Rabbi Alfasi e all'insegnante di suo padre, Rabbi Joseph Halevi Ibn Migash. Ma Maimonide non studiò direttamente con questi maestri; Alfasi morì anni prima che Maimonide fosse nato e Ibn Migash morì nel 1141, quando Maimonide era ancora un bambino. Che adottasse come in segnanti coloro che non erano più in vita supporta l'opinione che persino in giovane età offuscasse i suoi pari, nel proprio ambiente sociale e circolo intellettuale. Conosceva gli insegnamenti di questi saggi dalle relative opere o attraverso le tradizioni che aveva imparato da suo padre o altri dotti della tradizione spagnola. Maimonide possedeva le novellae di Ibn Migash sui trattati Bava Batra e Shevu`ot ed i suoi responsa, che erano ancora disponibili; inoltre, aveva i compendi delle lezioni di Ibn Migash che aveva ricevuto da suo padre.[4] In uno dei suoi responsa, Maimonide afferma di avere consultato quei libretti per chiarire un punto che non gli era comprensibile: "Questa lotteria [usata dai sacerdoti per assegnare compiti nel Tempio] creò grandi problemi per tutti coloro che vennero prima, ed io non ho sentito alcuna interpretazione che combaci con le asserzioni del Talmud. Tuttavia ho trovato in un libretto del mio insegnante e padre, di benedetta memoria, qualcosa circa questo Rabbi Joseph Halevi, che il ricordo del giusto sia benedetto" (Teshuvot, sez. 126, pp.223-224).[5]

L'impegno di Maimonide per la tradizione halakhica di Rabbi Alfasi è evidente nella sua dichiarazione, nell'introduzione al Commentario alla Mishnah, che dissentiva da Alfasi non più di dieci volte. In una lettera che scrisse dopo il completamento di Mishneh Torah, aumentò tale numero a circa trenta.[6] (In realtà, un attento studio delle sentenze maimonidee rivelerà che il numero è sostanzialmente superiore). Tuttavia, mentre le discordanze con Alfasi certamente esistevano, queste richiedevano una giustificazione maggiormente approfondita di quelle che poteva avere con altri halakhisti precedenti. Maimonide affermò di avere scritto, in gioventù, una compilazione che spiegava le sue critiche a Rabbi Alfasi. In seguito, consigliò al suo allievo Joseph di studiare la Mishneh Torah e, dove trovasse disaccordi con Alfasi, di esaminare attentamente il passo talmudico che aveva provocato la disputa. Come altri che seguivano la tradizione halakhica andalusa, Maimonide reputava lo Hilkhot ha-Rif [7] quale trattato fondamentale indipendente da usarsi nella formazione degli studiosi, una sorta di sostituto primario del Talmud. Come asserito da lui stesso, Maimonide insegnò lo Hilkhot ha-Rif nella sua yeshivah molte volte come trattato indipendente.[4]

La stima di Maimonide per Rabbi Joseph Ibn Migash, successore di Alfasi, è evidente da un suo commento particolarmente forte: "Ed io raccolsi ciò che fui in grado di ottenere dalle interpretazioni di mio padre, che la memoria del giusto ci sia di benedizione, e anche quelle date da R. Joseph Halevi [Ibn Migash], di benedetta memoria. Poiché il ragionamento talmudico di quell'uomo è sorprendente — Dio solo lo sa — per chiunque consideri i suoi commenti e la profondità della sua analisi, al punto che mi sento di dire che nessuno che lo precedette fu sovrano come lui in questo modo" (Introduzione al Commentario alla Mishnah). Maimonide fu uno che non mostrò favori nei suoi giudizi, ed il suo standard nel valutare il talento intellettuale era severo e critico. La sua indipendenza intellettuale ed halakhica non richiede conferma, poiché in molti punti dei suoi responsa e nella Mishneh Torah, egli cita le posizioni dei suoi insegnanti, il Rif e Ibn Migash, solo per dissentire da loro. Pertanto, le suddette parole di lode sono prova di un enorme grado di stima.[4]

Non si sa l'anno esatto in cui la famiglia di Maimonide fu obbligata ad emigrare dall'Andalusia. Sembra che la famiglia abbia lasciato Cordova alla conquista degli Almohadi nel 1148 ma rimase nell'Andalusia, apparentemente a Siviglia, per alcuni anni prima di andare nel Maghreb. Alla fine, comunque, Maimonide lasciò l'Andalusia che era già diventato un esperto studioso. Il Commentario alla Mishnah, che iniziò a scrivere all'età di 23 anni e completò sette anni dopo, nel 1168, dimostra come egli abbia acquisito una formidabile padronanza della letteratura talmudica mentre era ancora giovane. Scrisse il Commentario durante gli anni di peregrinazione, dopo avere abbandonato l'Andalusia, finendolo due anni dopo il suo arrivo in Egitto. Inoltre, Maimonide racconta che, ancora prima di scrivere il Commentario, aveva scritto un commentario su difficili passi talmudici negli Ordini del Mo`ed, Nashim e Neziqin, come anche nel trattato Hullin nell'Ordine del Qodashim. La sua vasta conoscenza del Talmud Yerushalmi, o Talmud di Gerusalemme — il Talmud prodotto in terra d'Israele — gli permise di scrivere, mentre era ancora giovane, il suo Hilkhot ha-Yerushalmi, un trattato analogo all'opera di Alfasi sul Talmud Babilonese. Maimonide menziona un altro libro che scrisse, contenente commenti critici su sentenze del Rif che egli considerava errate. Ma non reputava tali sue opere abbastanza raffinate, e quindi non le fece pubblicare; alcuni dei relativi manoscritti rimasero nella famiglia di Maimonide per generazioni. Tale considerevole oeuvre halakhica indica che le fondamenta della grandezza halakhica maimonidea furono gettate mentre viveva ancora in Andalusia.[3]

Un interessante pezzo che comprova la totale padronanza della letteratura talmudica che Maimonide acquisì in giovinezza, appare in un commento su di lui scritto da Joseph Ben Aknin prima che Maimonide pubblicasse il suo Commentario alla Mishnah. Ben Aknin viveva in Marocco quando la famiglia di Maimonide arrivò a Fes. Nel suo commentario al Cantico dei cantici, cita l'arrivo di Maimonide in città come espressione della fedeltà alla Torah degli ebrei maghrebini, anche in tempo di persecuzione: "E la prova di ciò che sto dicendo è l'apparizione a Fes del grande saggio, il nostro Rabbino Moshe — figlio di Suo Onore, Rabbi Maimon — la cui statura nella sapienza è senza paralleli."[8]

Il profondo attaccamento di Maimonide per la tradizine halakhica andalusa rimase dentro di lui per tutta la vita. Trent'anni dopo la sua partenza dall'Andalusia, tale attaccamento venne dimostrato in una disputa halakhica e personale col suo accanito avversario, Samuel ben Eli, che si svolse tra il 1189 ed il 1191. Samuel ben Eli era a capo della yeshivah di Baghdad, successore di Geonim babilonesi, in un periodo quando l'istituzione geonica, che aveva dominato il mondo ebraico dall'VIII secolo all'XI secolo, stava gradualmente declinando. Come spesso accade, gli eredi del centro geonico continuavano a pretendere la condizione privilegiata attribuita ai loro predecessori e lottavano contro i cambiamenti della propria situazione. Il fiorire dell'Andalusia, che produceva grandi dotti di per se stessa, simboleggiava la disfatta del centro babilonese.

Maimonide non accettò l'autorità ha;akhica dei Geonim. Nell'introduzione alla Mishneh Torah, come si vedrà, egli determinò che le sentenze dei Geonim avevano solo un'autorità locale e non obbligavano né le comunità ebraiche in generale né le generazioni successive. Nella Mishneh Torah egli rigettò alcune promulgazioni geoniche, accettando solo quelle che credeva accettate da tutto Israele. È lecito pensare che Maimonide sin dall'inizio non fosse ammirato dagli eredi dei Geonim, e che la sua ascesa come autorità halakhica in tutto il mondo ebraico arabofono minacciasse quel poco che era rimasto della loro reputazione. Non c'è quindi da sorprendersi che la Mishneh Torah ricevesse critica ostile a Baghdad da parte del gaon Samuel ben Eli, che fece di tutto per minare l'autorità della Mishneh Torah e la popolarità di Maimonide. I documenti scaturiti da questa aspra lotta interpretativa sono di grande importanza per capire il senso interiore che Maimonide aveva di se stesso e le sue reazioni ad accoglienze ostili. Comprovano, tra l'altro, quale grande attaccamento avesse mantenuto per la tradizione andalusa fino alla morte.[4]

La principale questione halakhica sollevata nella polemica contro le sentenze di Maimonide riguardava la sua asserzione che fosse permesso navigare durante lo Shabbat nei grandi fiumi di Babilonia (il Tigri e l'Eufrate) e d'Egitto (il Nilo). Samuel ben Eli credeva che tale navigazione fosse proibita sulla base che il passeggero sarebbe andato oltre "il limite dello Shabbat".[9] La disputa verteva sulla questione se la proibizione di andare oltre il limite dello Shabbat si applicasse ai fiumi e ai mari, e se la proibizione fosse una materia di legge biblica e solo una di decreto rabbinico. Oltre alle sue argomentazioni halakhiche, il capo dellayeshivah babilonese addusse la tradizione geonica babilonese che proibiva la navigazione su questi fiumi durante lo Shabbat. Maimonide rispose all'argomentazione con il proprio resoconto della pratica stabilita:

« È ben noto che il fiume di Siviglia [vicino Cordova] scorre per circa ottanta mil finché giunge al mar salato. Le navi vi veleggiano e sono cariche d'olio, e navigano lungo il fiume fino al mar salato e vanno regolarmente ad Alessandria. E gli ebrei navigano su di loro, saggi e studenti di tutti i Geonim che sono là. E mi sovviene che tra loro ci fossero Rabbi Hanokh e Rabbi Moshe suo figlio, Rabbi Isaac ben Gi`at, Rabbi Isaac ben Barukh, Rabbi Isaac, autore degli Halakhot, e Rabbi Joseph Halevi suo allievo, di benedetta memoria; e mai ebbi a sentire da loro una qualsiasi proibizione, né di nessuno in Egitto. »
(Iggerot, cit., p. 390)

Maimonide aggiunge che, sebbene ci fossero Geonim che lo proibivano, "ci sono altri Geonim tra di noi che hanno risolto il problema halakhico permettendolo." Egli quindi non voleva trattare la pratica precedente come considerazione per determinare la questione halakhica. Tuttavia, poiché R. Samuel ben Eli aveva citato la tradizione geonica, Maimonide controbatteva con la tradizione andalusa, da R. Hanokh a R. Joseph Ibn Migash. Sebbene la provenienza di tale tradizione non fosse babilonese, egli la considerava altamente superiore, come sostiene con una mordente ironia: "Ma se questi nostri Geonim non son degni d'essere ascoltati perché non provengono da Babilonia e ciò che importa è la provenienza — allora è possibile." (Iggerot, cit., pp. 390-391).

Il lascito andaluso di Maimonide esercitò sia un'influenza filosofica che halakhica. Gli ebrei andalusi assorbirono i molti successi e metodi della scienza e del pensiero arabi, e le tensioni interne tra le concorrenti visioni del mondo in ambito arabo si manifestarono nelle varie confluenze del pensiero giudeo-arabo dell'Andalusia. Solomon Ibn Gabirol e Bahya Ibn Paquda appartenevano alla tradizione neoplatonica e araba sufi; Abraham ibn ‛Ezra internalizzò, nella sua interpretazione della tradizione ebraica, la scienza ed il pensiero astrologico arabo di al-Biruni, dei Fratelli della Purezza,[10] e di altri; ed il pensiero di Judah Halevi ebbe una connessione profonda con quello di al-Ghazali e di svariate correnti nel mondo shi`ita. In netto contrasto con la sua pratica di indagine halakhica, Maimonide non fece molto riferimento ai suoi predecessori nel pensiero ebraico medievale, né li dibattè. I suoi scritti non fanno un riferimento specifico a Saadya Gaon, Ibn Gabirol, Ibn Ezra o Judah Halevi, sebbene si riferisca sistematicamente alle scuole arabe a cui questi filosofi appartenevano, e spesso li attacchi. Nella Guida, Maimonide attacca la corrente teologica mussulmana nota come il Kalam,[11] che esercitò molta influenza su Saadya, poiché l'apologetica religiosa non aveva niente a che fare con la filosofia genuina; rigetta l'astrologia che appare in Ibn Ezra, considerandola inutile e vuota; e non reputa al-Ghazali come un filosofo che sia meritevole di attenzione. Secondo l'opinione di Maimonide, il difetto principale del pensiero ebraico che lo precedette è la rispettiva fiducia nelle fonti erronee e fuorviate.

In quanto alle fonti usate da Maimonide, si conoscono grazie ad una lettera che scrisse a Samuel Ibn Tibbon, dove definisce il canone filosofico che si dovrebbe studiare e seguire:

« In generale, ti consiglierei di studiare solo le opere di logica composte dal dotto Abu Nașr al-Farabi, poiché tutto ciò che ha scritto, specialmente Il Principio delle Cose Esistenti, è raffinato come la farina... Similmente, Ibn Bajja (Abu Bakr Ibn al-Șa`igh) fu un grande filosofo. Tutti i suoi scritti sono lucidi per colui che comprende, e corretti per coloro che trovano la conoscenza.
Le opere di Aristotele sono la base di tutti questi libri filosofici e, come ti ho indicato prima, possono essere capiti solo con l'aiuto dei commentari di Alexander, Themistius e Averroè... Dato che Aristotele ha raggiunto il livello più alto della conoscenza a cui un uomo possa ascendere, con l'eccezione di colui che prova l'emanazione dello Spirito Divino e può raggiungere il grado della profezia, oltre al quale non esiste fase più alta. »
(Lettere di Maimonide, p. 136[12])

La sua adulazione di Aristotele, come uomo che aveva ottenuto tutto ciò che poteva essere ottenuto mediante la ragione e senza rivelazione, ed il suo grande elogio di al-Farabi che morì nel 950, di Ibn Bajja che morì nel 1138, e degli interpreti di Aristotele, pongono Maimonide nella corrente di pensiero chiamata Falsafa dal mondo arabo. Questa corrente prese ispirazione da Aristotele e, trasmessa attraverso intermediari come al-Farabi, Ibn Bajja, e rispettivi allievi, divenne centrale per i mussulmani colti.[4]

Questa tradizione includeva anche Ibn Rushd (Averroè) di Cordova, contemporaneo di Maimonide e concittadino, i cui scritti raggiunsero Maimonide in un momento successivo della sua vita e del quale parla con grande stima: "Ho ora ottenuto tutto quello che Ibn Rushd ha scritto sulle opere di Aristotele ad eccezione del Commentario dei Parva Naturalia, e constato che le sue spiegazioni sono ben fatte, ma non ho ancora avuto tempo di esaminare tutti i suoi libri" (Iggerot, cit., p. 312). Come Maimonide, che aveva integrato halakhah e filosofia, anche Ibn Rushd aveva goduto di autorità legale e religiosa a Cordova, officiandovi come capo qadi oltre ad essere un filosofo di grande importanza. La rispettiva prossimità filosofica indica che Ibn Rushd faceva parte della stessa corrente filosofica nella quale Maimonide fu istruito da giovane. Come si vedrà, l'associazione di Maimonide con quella scuola di pensiero ebbe un effetto critico sulla sua interpretazione filosofica della Torah.[13]

Non si conoscono le identità degli insegnanti di Maimonide per la scienza e la filosofia nell'Andalusia. Nella Guida (II:9), egli cita il figlio di Ibn Aflah (un astronomo di Siviglia) e anche un allievo di Ibn Bajja, che frequentò e coi quali studiò. È chiaro comunque che la sua formazione in queste aree iniziò in giovane età, e che la sua affiliazione con la scuola di Aristotele ed i rispettivi interpreti, di al-Farabi ed il Falasifa, fu impostata in gioventù.

Maimonide aveva solo sedici o diciassette anni quando scrisse il suo primo libro, Milot ha-Higayon (Trattato di logica). Il libro, scritto in arabo con lettere ebraiche e tradotto per la prima volta in ebraico da Moses Ibn Tibbon, è un'introduzione chiara e concisa alla logica come veniva insegnata al tempo di Maimonide. Dimostra la padronanza da parte del suo autore della logica aristotelica come sviluppata da al-Farabi. Il Commentario alla Mishnah — scritto, come già detto, da Maimonide tra i 23 e 30 anni — similmente incorporava solidi elementi filosofici. Per esempio, l'introduzione al commentario del Trattato Avot (noto come Shemonah peraqim ["Otto Capitoli"]) esplica una visione dell'uomo estratta da quella scuola filosofica. Non c'è quindi da stupirsi che, nella stessa introduzione, Maimonide ammonisse i suoi lettori ad "ascoltare la verità da chiunque la proponga." La verità è verità e uno deve accettarla a prescindere dalla sua fonte; in questo caso, la verità appare negli scritti di Aristotele e di al-Farabi. Maimonide integra la halakhah e la filosofia nel suo Commentario alla Mishnah, padroneggaindo entrambe le aree in giovane età, e dimostra che questi aspetti della sua personalità e del suo mondo erano gia impostati all'inizio della sua carriera.[14]

Se le influenze halakhiche e filosofiche di Maimonide hanno la propria origine nella natia Andalusia, ne consegue che egli abbia lasciato l'Andalusia come persona matura e pienamente formata. La distruzione dell'Andalusia fu un evento traumatico di perdita personale e culturale e gli diede una percezione fissa della crisi nell'ambito della quale egli operò. Dal giorno in cui lasciò l'Andalusia, la vita di Maimonide può in un certo modo essere vista come un impegno a conservare e ricostruire la sua patria nei suoi scritti e a salvare il mondo ebraico dalla rovina halakhica e spirituale che egli stesso aveva provato. Il senso di perdita e frattura da parte di Maimonide, ed il ruolo percepito come profugo che custodisce un mondo perduto, sono evidenti in una lettera che scrisse nel 1172 ad un saggio yemenita che gli aveva espresso ammirazione. In questa lettera egli si descrive come segue:

« Sono uno dei più umili studiosi della Spagna il cui prestigio è fievole in esilio. Mi dedico sempre ai miei studi, ma non ho raggiunto l'erudizione dei miei antenati, poiché giorni tristi e tempi duri ci hanno colpito e non viviamo in tranquillità; abbiamo lavorato senza trovare tregua. Come può la Legge diventare chiara ad un fuggiasco da città a città, da nazione a nazione? Ovunque ho seguito i mietitori e raccolto spighe di grano, sia solide e mature, sia avvizzite e magre. Solo recentemente ho trovato una dimora. »
(Lettera allo Yemen, cit., p. 95)

Note[modifica]

  1. Nell'epilogo del suo Commentario alla Mishnah scrive: "Io sono Moshe figlio di Rabbi Maimon il Giudice, figlio di Rabbi Joseph [II] il Saggio, figlio di Rabbi Isaac il Giudice, figlio di Rabbi Joseph [I] il Giudice, figlio di Rabbi Obadiah [II] il Giudice, figlio di Rabbi Solomon il Rav, figlio di Obadiah [I] il Giudice (che la memoria dei santi sia benedizione)." Cfr. Joel L. Kraemer, Maimonides. The Life and World of One of Civilization's Greatest Minds, Doubleday, 2010, n. 2, p. 485.
  2. 2,0 2,1 Joel L. Kraemer, Maimonides, cit., pp.105-106 e segg.
  3. 3,0 3,1 3,2 3,3 Abraham Joshua Heschel, Maimonides", Farrar, Strauss & Giroux, 1983, pp. 16-17.
  4. 4,0 4,1 4,2 4,3 4,4 4,5 Moshe Halbertal, Maimonides: Life and Thought, Princeton University Press, 2013, pp. 16-23.
  5. Maimonide, Teshuvot ha-Rambam [I responsa di Maimonide, in ebraico e arabo], cur. e trad. Yehoshua Blau, 1-4, Gerusalemme: Reuven Mass Publication, 1986.
  6. Maimonide, Responsa 251.
  7. Isaac ben Jacob Alfasi ha-Cohen (ebraico: ר' יצחק אלפסי) - era noto anche solo come Alfasi o con il suo acronimo ebraico Rif (Rabbi Isaac al-Fasi). La sua opera Sefer ha-Halachot (ספר ההלכות; citato anche come Hilkhot ha-Rif - "Hilchot del Rif") estrae tutte la decisioni legali pertinenti dai tre Ordini talmudici Moed, Nashim e Nezikin come anche dai Trattati di Berachot e Chulin - 24 trattati in tutto. Alfasi trascrisse le conclusioni halakhiche del Talmud in maniera verbatim, senza le delibere circostanti; escluse anche tutta la materia aggadica (non legale, omiletica) e l'interpretazione della Halakhah osservabile solo in Terra d'Israele. Maimonide scrisse che l'opera di Alfasi "ha rimpiazzato tutti i codici gaonici, poiché contiene tutte le decisioni e leggi di cui abbiamo bisogno oggigiorno". Sefer ha-Halachot ha un ruolo fondamentale nello sviluppo della Halakhah: in primo luogo, "il Rif" riuscì a produrre un Digesto, che divenne oggetto di attento studio e portò poi alla creazione dei grandi Codici di Maimonide e di Rabbi Yosef Caro. In secondo luogo, servì come una delle "Tre Colonne dell'Halakhah", quale autorità alla base sia dell‘Arba'ah Turim che dello Shulkhan Arukh. Nelle scuole yeshivah tali opere vengono regolarmente studiate come parte del programma talmudico quotidiano. Cfr. Jacob Neusner, Alan Jeffery Avery-Peck, Blackwell Companion to Judaism, Blackwell Publishing, 2003, ISBN 1-57718-059-3.
  8. Ibn Aknin, Perush le-Shir ha-Shirim - trad. ingl. Commentary on Song of Songs, cur. S.A. Halkin, Mekitzei Nirdamim, 1964, p.398.
  9. In generale, la Halakhah proibisce alla persona di andare oltre i 2000 cubiti al di là dei confini cittadini durante lo Shabbat.
  10. I Fratelli della Purezza (Arabo: اخوان‌الصفا‎ ikhwãn al-safã; anche also I Fratelli della Sincerità) erano una società segreta di filosofi mussulmani aBasra, in Iraq, nell'VIII secolo. La struttura di questa misteriosa organizzazione e le identità dei suoi membri non sono mai state chiare. I loro insegnamenti esoterici e rispettiva filosofia sono esposti in stile epistolario nell`Enciclopedia dei Fratelli della Purezza (Rasa`il Ikhwan al-safa`), un compendio gigantesco di 52 epistole che influenzerà grandemente le enciclopedie successive.
  11. Harry Wolfson, The Philosophy of the Kalām, Harvard University Press, 1976, passim.
  12. Si veda la versione ingl. Letters of Maimonides, cur. da L. Stitskin, Yeshiva University Press, 1977, p. 136.
  13. Si veda anche Carmela Baffioni, Averroes and the Aristotelian Heritage, Guida Editori, 2004.
  14. Joel L. Kraemer, Maimonides, cit., pp. 55-82.