Storia della letteratura italiana/Giosuè Carducci

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search

Il Romanticismo, nonostante la sua affermazione nel corso dell'Ottocento, non eliminò gli elementi classicistici tipici della letteratura italiana. Negli anni in cui fu portata a termine l'unità d'Italia il classicismo inoltre aveva intanto perso i suoi caratteri illuministi e aveva assunto il compito di rivendicare una tradizione secolare propria della cultura nazionale italiana. Negli anni sessanta si diffuse inoltre un sentimento di fastidio per il Romanticismo convenzionale, a cui il classicismo contrapponeva la necessità di tornare alla realtà – una realtà però controllata dal linguaggio dei classici. In questo contesto si colloca l'esperienza del sacerdote Giacomo Zanella (Chiampo, 9 settembre 1820 – Cavazzale di Monticello Conte Otto, 17 maggio 1888), che nelle sue poesie mescola patriottismo, spirito religioso e una cauta fiducia nel progresso scientifico. Fu però con Giosuè Carducci che il classicismo si impose come modello, perché accolto dall'opinione pubblica in chiave nazionalistica.[1]

La vita[modifica]

Giosuè Carducci

Giosué Carducci nacque a Valdicastello, in Versilia, il 27 luglio 1835. Trascorse gran parte dell'infanzia in Maremma (1838-1849), dove il padre era medico condotto, abitando per lo più a Bolgheri e Castagneto. Fu proprio il padre, uomo colto di idee liberali che si interessava di letteratura classica e contemporanea, a stimolare la crescita culturale del figlio. Nel 1849, quando questi perse la condotta a causa delle sue opinioni politiche, l'intera famiglia dovette trasferirsi a Firenze, dove Giosuè frequento le scuole dei padri scolopi. Nel 1856 si laureò quindi in filosofia e filologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Durante gli studi universitari partecipò alla società degli Amici pendanti, che polemizzava contro le posizioni letterarie romantiche e proponeva un ritorno al classicismo. Nel 1856 fu docente al ginnasio di San Miniano e pubblicò la sua prima raccolta di Rime. Intanto, nel 1857 il fratello Dante si suicidò e l'anno successivo scomparve anche il padre. Per far fronte alle difficoltà economiche della famiglia, Giosuè iniziò a curare le edizioni di classici della letteratura italiana per l'editore Barbéra di Firenze. Nel 1859 sposò Elvira Menicucci, da cui ebbe tre figlie femmine e un maschio, Dante.[2]

Nel 1859 divenne professore al liceo di Pistoia, quindi l'anno successivo fu nominato docente di eloquenza nell'ateneo di Bologna. Lo Stato unitario che si andava formando in quegli anni suscitò inizialmente il suo entusiasmo, che però si trasformò in delusione per le scelte politiche della nuova classe dirigente. A questo si aggiunse l'insoddisfazione per la propria condizione economica e familiare. La lettura di autori come Michelet, Quine e Heine lo indusse ad abbracciare posizioni repubblicane e giacobine, che lo portano a un acceso anticlericalismo, arrivando a professare tesi anarchiche e socialiste. Per questi motivi, subì repressioni da parte delle autorità e nel 1868 fu sospeso per alcuni dall'insegnamento.[2]

Nel 1870 Carducci fu colpito da due nuovi lutti: la morte della madre e quella del figlioletto Dante. Negli stessi anni, però, conosceva grande successo come poeta con la pubblicazione delle Poesie nel 1871. Nel 1872 allacciò inoltre una relazione sentimentale con Carolina Cristofori Piva, moglie di un colonnello, che durò fino al 1878. Intanto, nel 1876 veniva candidato al parlamento. La conquista di Roma lo aveva infatti portato a un radicale cambiamento di posizione, fino ad accettare la casa Savoia come garante dell'unità italiana. In occasione di un incontro con la famiglia reale nel 1878, compose l'ode Alla regina d'Italia in onore alla regina Margherita, che aveva dimostrato di apprezzare i suoi componimenti. Sostenitore della politica di Crispi, negli anni ottanta si affermò come poeta ufficiale dell'Italia umbertina e nel 1890 fu nominato senatore. Negli ultimi anni ebbe altre storie d'amore e curò l'edizione complete delle sue opere presso l'editore bolognese Zanichelli. Lasciato l'insegnamento nel 1904, fu insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1906, primo italiano a ricevere questo riconoscimento. Morì a Bologna il 16 febbraio 1907.[3]

Poetica e pensiero[modifica]

L'amore per la patria al di sopra di tutto: se si comprende a fondo questo motto la poetica carducciana risulta già spiegata nelle sue linee essenziali. Si aggiunga un innato amore per il bello, per la natura, un'incondizionata adesione alla vita nelle sue espressioni più genuine, e il quadro potrà dirsi completo. Le scelte di campo contingenti, i diversi schieramenti politici e ideologici cui dovette aderire nel tempo, sono solo una conseguenza del suo carattere schietto e impermeabile a ogni forma di doppiezza, e non contengono al loro interno alcuna contraddizione.[4]

Per questo con Carducci si ebbe una reazione al tardo romanticismo (Giovanni Prati, Aleardo Aleardi, Francesco Dall'Ongaro), perché il raggiungimento dell'unità nazionale richiedeva forza e virilità, non l'abbandono a svenevoli malinconie. In particolare la sua reazione vide il ritorno ai classici e la ricerca di una lingua che avesse dignità letteraria. La poetica romantica andava sempre più declinando verso una tenerezza piagnucolosa, verso il facile sentimentalismo e una sorta di languore del tutto contrari all'impetuoso temperamento carducciano, volto a ristabilire attraverso l'esempio antico un modello di società in cui regnino la giustizia e la libertà.[5]

La poetica del Carducci non fu mai antitetica rispetto a quella romantica. L'amore per la vita, per la natura, per il bello non hanno nulla di antiromantico. Le polemiche giovanili avevano un senso nell'ottica della temperie risorgimentale, che portava il Carducci a demonizzare tutto ciò che potesse frapporsi alla riconquista della libertà che fece grande Roma e degni di imperitura gloria i Comuni italiani nel Medioevo (in questo senso va intesa l'idiosincrasia iniziale per le letterature straniere). Quando, a bocce ferme, si diede ad un'analisi puramente artistica della letteratura, imparò ad amare i grandi scrittori e pensatori francesi, i grandi poeti tedeschi, e rivalutò molti romantici, il Prati e il Manzoni in primo luogo.

Dei francesi trascurò quelli saliti alla ribalta negli anni della sua giovinezza; non si entusiasmò quindi per Hippolyte Taine o Gustave Flaubert, tanto per estrapolare due nomi soltanto dalla nutrita schiera di pensatori positivisti o scrittori naturalisti che avranno in Émile Zola l'esponente più maturo e culminante. Al contrario, gli ardori carducciani portavano il giovane ad infervorarsi per gli spiriti libertari e rivoluzionari di qualche anno prima; era in autori come Victor Hugo, Proudhon, Jules Michelet, Louis Blanc, Augustin Thierry o Heinrich Heine (che può considerarsi francese d'adozione) che Carducci vedeva riflesse le proprie aspirazioni e i propri sogni, le proprie speranze in una società dove l'uomo possa finalmente trovare libertà e dignità.[6]

Attraverso queste letture poté in maniera del tutto naturale innamorarsi di coloro che, a loro volta, le avevano ispirate: gli illuministi del XVIII secolo, Voltaire, Diderot e D'Alembert.[7]

Il sentimento della vita, con i suoi valori di gloria, amore, bellezza ed eroismo, è senza dubbio la maggior fonte d'ispirazione del poeta, ma accanto a questo tema, non meno importante è quello del paesaggio.

Un altro grande tema dell'arte carducciana è quello della memoria che non fa disdegnare al poeta vate la nostalgia delle speranze deluse e il sentimento di tutto quello che non c'è più, anche se tutto viene accettato come forma della vita stessa. La storia, però, governata da una legge imperscrutabile procede verso il meglio, ed è attraverso la lezione dei classici prima, dei Comuni medioevali e del Risorgimento poi, che il presente deve esprimere una società migliore.[8]

La costruzione della poesia del Carducci fu di ampio respiro, spesso impetuosa e drammatica, espressa in una lingua aulica senza essere sfarzosa o troppo evidenziata. Carducci sentì vivamente il clima di fermo impegno morale del Risorgimento e volle, in un momento di crisi di valori, far rinascere quella forza interiore che aveva animato le generazioni del primo Ottocento. La ricostruzione storica per i romantici era pretesto di esortazione all'azione, mentre per lui è solo ripensamento nostalgico di un tempo eroico che ormai non c'è più (per esempio esalta la civiltà romana in Dinanzi alle terme di Caracalla o gli ideali del libero Comune medievale ne Il comune rustico. Nel componimento Nell'annuale della fondazione di Roma mostra il suo spirito retorico, come nel verso "cantici di gloria di gloria correran per l'infinito azzurro").

Carducci manifesta anche la concezione della nemesi storica, secondo cui le colpe dei tiranni sono scontate dai discendenti anche più lontani (Per la morte di Napoleone Eugenio; Miramar). Nelle Rime nuove contempla la natura che gli appare ora irta e selvaggia (Traversando la Maremma toscana), ora dolcemente malinconica poiché è testimone di un tempo felice oramai trascorso (Nostalgia), ora luminosa e piena di forza e serenità (Santa Maria degli Angeli).

Il suo spirito fu veramente erede del primo Romanticismo, da cui riprese l'amore della libertà, la fede pugnace negli ideali, l'esaltazione gloriosa della storia medievale, la contemplazione commossa e nostalgica della natura, il rimpianto dei sogni giovanili, la pensosa meditazione sul destino umano e sulla morte. Non manca però anche un evidente legame con la cultura del positivismo: fiducia nella ragione, nella scienza e nel progresso, negazione di ogni prospettiva metafisica ed escatologica.

Bisogna tuttavia prestare molta attenzione circa il rapporto tra Carducci e la religione. Parlare di un Carducci ateo o antireligioso sarebbe un grave errore. Dopo la formazione cattolica ricevuta in famiglia e presso gli Scolopi, il poeta assunse un atteggiamento estremamente aggressivo nei confronti della Chiesa e dei preti, ma ciò fu dovuto ad altri motivi, e potrebbe essere paradossalmente addirittura assunto a prova della sua profonda religiosità e di una naturale affinità con l'insegnamento di Cristo: insegnamento che vedeva sbeffeggiato proprio da coloro che lo predicavano.

La Chiesa era contraria alle ideologie risorgimentali e alla Rivoluzione Francese, e in virtù dell'alleanza con gli austriaci predicava una morale della rinuncia che costituiva un chiaro ostacolo sulla via dell'unità nazionale. In quanto tale Carducci, naturalmente innamorato dell'energia vitale dell'uomo, oltre che della storia d'Italia, non poté che avversarla.[9] La missione morale e civile da lui affidata alla poesia, la necessità di conformare la propria vita a quanto predicato artisticamente e la profonda convinzione di un imperscrutabile motore della Storia (evidente più che mai nelle Odi barbare) sono però in totale sintonia con lo spirito cristiano, oltre che con gli amatissimi modelli classici.[10]

I motivi per cui Manzoni ammirava Virgilio o Orazio erano del tutto simili, e anche se sulla pagina scritta il giovane Giosuè si scagliò contro il romantico per antonomasia, i due professavano in realtà la stessa cosa.[11] Uno la poneva sul piano cristiano-cattolico, l'altro su quello pagano, ma gli obiettivi che si prefiggevano e che davano all'arte erano affatto sovrapponibili. Passati i fermenti storici e quelli della gioventù, lo stesso Carducci poté riconoscerlo in A proposito di alcuni giudizi su A.Manzoni (1873).

Si rese anche conto di come il furore giovanile l'avesse portato ad associare clericalismo e spiritualità, Chiesa e idea di Dio. Certo non si autodefinì mai credente nel senso tradizionale, ma ciò accadde perché gli ideali carducciani, in fondo, sono rimasti immutati durante tutta la sua esistenza, e in realtà non riuscì mai del tutto a distinguere la Chiesa dai suoi ministri. Carducci non fu mai contro il divino, contro Dio. Basti pensare alle composizioni giovanili, o, esempio ancor più lampante, alle parole rivolte nel 1889 agli studenti dell'università di Padova: «Il Dio dell'amore e del sacrificio, il Dio della vita e dell'avvenire, il Dio delle genti e dell'umanità è in noi, con noi e per noi».[12]

Molti critici cattolici non poterono mai accettare il pensiero dell'autore dell'Inno a Satana, ed è naturale che vi siano stati attriti. Non è più possibile tuttavia accettare, per le ragioni esposte sopra, commenti drastici come quello di Paolo Lingueglia, secondo cui Carducci non ebbe mai il senso del religioso, e si accontentò di «una giustizia reboante e formale».[13]

La critica contro corrente[modifica]

Carducci fu oggetto anche di critiche molto aspre. Fra le molte, è da segnalare quella di Mario Rapisardi, repubblicano, che probabilmente non perdonò a Carducci il "tradimento" degli ideali giovanili con l'adesione alla monarchia (si veda Lettera aperta a Benedetto Croce, ed. G. Pedone Lauriel, Palermo 1915 della quale si può leggere un estratto qui Lettera aperta a Benedetto Croce).

Già durante la vita del Carducci ci furono dunque forti reazioni. Non fu molto tenero nel 1892 neanche Alfredo Oriani; il Nostro sarebbe stato professore più che poeta, avrebbe usato la testa più che il cuore, senza poter diventare il poeta del popolo, troppo distante da esso a causa di una preparazione troppo classica e aliena dalla comprensione della vita popolana reale.[14] È ancora una polemica contenuta, pronunciata comunque da un amico che rientrerà nella nutrita schiera di coloro che, nel numero di Capodanno de il Resto del Carlino del 1905, riserveranno un pensiero affettuoso per il poeta.

Più dura ma anche più soggettiva è la critica piovuta addosso a Carducci nel 1896, quando sulla Gazzetta letteraria meneghino-torinese comparvero alcuni testi a condanna di Giosuè, firmati con lo pseudonimo di Guido Fortebracci, l'ultimo dei quali avente per titolo La necessità di averlo abbattuto (di aver abbattuto cioè il Carducci). Quello che Oriani aveva lasciato intendere viene qui detto esplicitamente: ci troviamo di fronte a un professore, non a un poeta, un professore che ha scelto per di più il momento sbagliato per manifestare i propri ardori politici (per il Fortebracci essi avrebbero avuto più senso negli anni Ottanta, in mezzo ai tumulti post-unitari, quando invece la musa carducciana tacque), condannando i colpevoli (l'autore che si cela sotto il nome di Fortebracci era certamente un cattolico) più che esaltando gli eroi del Risorgimento.

L'impostazione soggettiva e spesso non organica di questi articoli fece sì che la loro risonanza fosse piuttosto contenuta. Maggior compattezza e acume critico dimostrò invece Enrico Thovez quando nel 1910 mandò fuori un libro in cui accusava Carducci di aver deviato dalla linea maestra che Leopardi aveva tracciato per rinnovare la poesia italiana. Thovez non prova, leggendo le poesie del maremmano, alcuna emozione, trovandovi una Weltanschauung che fa parte ormai di altre epoche - mentre il recanatese era a tutti gli effetti poeta del proprio tempo -; inoltre, anche laddove si parla d'amore, «nemmeno il più acceso degli erotomani può credere che le Lidie, le Lalagi, le Dafni, le Line carducciane siano donne di carne e ossa».[15] Manca insomma la passione, imprigionata all'interno di schemi metrici che ne impediscono una libera espressione.

Anche qui, comunque, prevale l'impronta soggettiva, e Benedetto Croce mostrò come le affermazioni del Thovez, pur acute, muovessero ancora da un'impostazione arbitraria e pretendessero di definire la poesia e la sua bellezza assecondando il proprio modo di sentire anziché fondarsi su considerazioni prettamente tecniche.[16]

Più tardi Natalino Sapegno definì Carducci un poeta minore.[17]

Produzione poetica[modifica]

Non è sempre facile seguire lo sviluppo della poesia del Carducci attraverso le raccolte da lui edite. Il poeta infatti organizzò più volte e in modo differente i suoi componimenti e ne diede una sistemazione definitiva solamente più tardi nell'edizione delle Opere pubblicate per Zanichelli fra il 1889 e il 1909. Qui di seguito si fornisce l'elenco delle opere poetiche pubblicate in volume, poi risistemate nei 20 volumi delle Opere. I volumi non corrispondono però all'ordine cronologico con il quale il poeta aveva pubblicato le prime raccolte, ma fanno riferimento più che altro a distinzioni di generi e pertanto troviamo poesie di uno stesso periodo in raccolte diverse. Le raccolte seguono questo ordine:

  • Juvenilia in sei libri (1850-1860)
  • Levia Gravia in due libri (1861-1871)
  • Inno a Satana (1863)
  • Giambi ed Epodi in due libri (1867-1879)
  • Intermezzo (1874-1887)
  • Rime Nuove in nove libri (1861-1887)
  • Odi barbare in due libri (1873-1889)
  • Rime e Ritmi (1889- 1898)
  • Della Canzone di Legnano, parte I (Il Parlamento) (1879)

Juvenilia[modifica]

Wikisource-logo.png

La prima raccolta di liriche, che lo stesso Carducci raccolse e divise, dal titolo significativo Juvenilia (1850-1860), composta da sei libri, ha indubbiamente il carattere di un recupero della tradizione classica proprio del gruppo degli Amici pedanti che si era costituito in quel periodo con il proposito di combattere i romantici fiorentini. Nei versi della raccolta si coglie subito l'imitazione dei classici antichi, dello stilnovo, di Dante e di Petrarca e, tra i moderni, soprattutto quella di Alfieri, Monti, Foscolo e Leopardi.

Si intravede però già lo spirito carducciano, il suo amore per la bellezza dello stile, la purezza dei sentimenti e la dignità della patria, oltre che la capacità di apprezzare tutto ciò che è genuino, quindi anche la parlata popolare.[18]

In seguito a questa prima esperienza il Carducci, che nel frattempo aveva allargato i suoi orizzonti culturali con le letture di Hugo, Barbier, Shelley, Heine e Von Platen, assorbe le esperienze della poesia romantica europea e le ideologie di tutti quei movimenti democratici nati dalla rivoluzione francese diventando acceso repubblicano e mazziniano. Nasceranno in questo periodo di grande fervore ideologico Giambi ed Epodi che seguono il noto Inno a Satana e si intrecciano con le poesie di Levia Gravia.

Levia Gravia[modifica]

Wikisource-logo.png

Nella seconda raccolta, Levia Gravia (1861-1871), che accosta nel titolo due plurali senza congiunzioni come era nell'uso classico, vengono raccolte poesie di poca originalità, di imitazione e spesso scritte per particolari occasioni secondo l'uso della retorica.

In molte di queste poesie si avverte la delusione di chi ha visto il compiersi dell'unità d'Italia. Tra le poesie maggiormente riuscite vi è Congedo, dove si vive lo stato d'animo nostalgico di chi ha visto la giovinezza tramontare, mentre importante dal punto di vista storico è Per il trasporto delle reliquie di U. Foscolo in S. Croce e politicamente significativo il canto Dopo Aspromonte, dove viene celebrato un Garibaldi ribelle e fiero.

Giambi ed epodi[modifica]

Wikisource-logo.png

La raccolta intitolata Giambi ed epodi (1867-1879) viene citata dalla critica come il libro delle polemiche. In essa, pur non essendoci ancora la vera poesia carducciana, si coglie tutta la passione del poeta e vi sono tutti, anche se non ancora affinati, i temi della sua poesia. Si avverte nel titolo il desiderio di riproporre l'antica poesia polemico-satirica, come quella greca di Archiloco e quella latina di Orazio che nel suo Libro di epodi si ispira al poeta-soldato.

In Giambi ed Epodi vi è l'esaltazione dei grandi ideali di libertà e giustizia, il disprezzo per i compromessi dell'Italia unificata, la polemica contro il papato e contro molti aspetti di costume della vita italiana.

Rime nuove[modifica]

Wikisource-logo.png

Nella raccolta Rime nuove (1861-1887), che è preceduta da un Intermezzo, si colgono gli echi e i motivi di Hugo, von Platen, Goethe, Heine, Baudelaire e Poe. In essa i contenuti e le forme derivano in gran parte dai precedenti scritti ma maggiormente approfonditi e maturi.

Tra i temi che emergono nelle Rime nuove un posto rilevante è assunto dal culto del passato e delle memorie storiche dove il sogno della realizzazione di una società egualitaria e liberale si avverte soprattutto attraverso l'esaltazione dell'età dei comuni che vengono presi come esempio di sanità morale e di vita civile.

Un altro esempio preso dal Carducci di espansione democratica è la Rivoluzione Francese che viene rievocata nei dodici sonetti del Ça ira.

Accanto al sogno, sul piano storico, di un popolo libero e primitivo, corrisponde sul piano sentimentale quello di una infanzia libera e ribelle che si riversa sul paesaggio maremmano, come nel caso del sonetto Traversando la Maremma toscana, uno forse tra i più belli e noti del poeta. Anche Pianto antico è molto significativo.

Odi barbare[modifica]

Wikisource-logo.png

Odi barbare è una raccolta di cinquanta liriche scritte tra il 1873 e il 1889. Rappresenta il tentativo da parte del Carducci di riprodurre la metrica quantitativa dei Greci e dei Latini con quella accentuativa italiana. I due sistemi sono decisamente diversi, ma già altri poeti prima di lui si erano cimentati nell'impresa, dal Quattrocento in poi, su tutti Leon Battista Alberti, Gabriello Chiabrera e specialmente Giovanni Fantoni. Egli pertanto chiama le sue liriche barbare perché tali sarebbero sembrate non solo ad un greco o ad un latino, ma anche a molti italiani.

Predomina nelle Odi barbare il tema storico e quello paesaggistico con accenti più intimi, come nella poesia Alla stazione in una mattina d'autunno. E ancora una volta i temi fondamentali della poesia carducciana sono gli affetti familiari, l'infanzia, la natura, la storia, la morte accettata con virile tristezza come nella poesia Nevicata.

Rime e ritmi[modifica]

Wikisource-logo.png

Nella raccolta Rime e ritmi (1889-1898), formata da 29 poesie, le composizioni in metrica tradizionale si affiancano a quelle in metrica barbara, come sottolinea lo stesso titolo; in esse vengono ricapitolati i motivi già presenti nelle precedenti opere, non senza delle interessanti novità. Se le odi storiche e celebrative, da Piemonte a Cadore, un tempo famose, non incontrano più il gusto dei lettori moderni, alcune altre liriche godono oggi di una notevole fortuna, mostrando un Carducci più intimo e sensibile ai cambiamenti di gusto che segnano la fine dell'Ottocento.

Molto apprezzate, in particolare, sono le liriche che vanno sotto il nome di Idillii alpini, ossia L'ostessa di Gaby, Esequie della guida E. R., In riva al Lys, Sant'Abbondio e l'Elegia del monte Spluga, alle quali va aggiunto l'incantevole Mezzogiorno alpino. Presso una Certosa è invece una sorta di testamento ideale, nel quale, di fronte alla morte, Carducci riafferma la sua fede nei valori della poesia. Significative sono anche le tristi elegie La moglie del gigante e Jaufré Rudel (Jaufré Rudel).

Della canzone di Legnano, parte I (Il Parlamento) (1879)[modifica]

Wikisource-logo.png

Fa parte a sé Il Parlamento, frammento de La canzone di Legnano che è senza dubbio uno dei capolavori del Carducci e dove si trova l'ispirazione maggiore delle maggiori raccolte.

Note[modifica]

  1. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 775.
  2. 2,0 2,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 776.
  3. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 777.
  4. Benedetto Croce, Giosue Carducci, Bari, Laterza, 1946, pp. 46-50.
  5. Francesco Flamini, L'anima e l'arte di Giosue Carducci, Livorno, Giusti, 1921, pp. 16-17.
  6. Alfredo Galletti, L'opera di Giosue Carducci. Il poeta, il critico, il maestro, Bologna, Zanichelli, 1929, vol. I, p. 151; per il rapporto di Carducci con la letteratura francese cfr. G. Maugain, Giosuè Carducci et la France, Paris, Champion, 1914.
  7. Alfredo Galletti, L'opera di Giosue Carducci. Il poeta, il critico, il maestro, Bologna, Zanichelli, 1929, vol. I, p. 152.
  8. G. Bertoni, «La lingua poetica di Giosue Carducci», pp. 98-100
  9. Giuseppe Basilone, Guida allo studio dell'opera letteraria di Giosue Carducci, Napoli, Federico & Ardia, 1953, pp.20-24
  10. Alfredo Galletti, L'opera di Giosue Carducci. Il poeta, il critico, il maestro, Bologna, Zanichelli, 1929, vol. I, pp.85-97
  11. Alfredo Galletti, L'opera di Giosue Carducci. Il poeta, il critico, il maestro, Bologna, Zanichelli, 1929, vol. I pp. 85-86
  12. «Confessioni e battaglie», in Opere, XIII, serie II, p. 339.
  13. Paolo Lingueglia, Il non valore dell'irreligiosità carducciana, Faenza, Salesiana, 1925, p.47
  14. Alfredo Oriani, La lotta politica in Italia, Torino, Roux e Frassati, 1892, pp. 828-831.
  15. Enrico Thovez, Il poeta, il gregge e la zampogna, Napoli, Ricciardi, 1910, p. 71.
  16. Benedetto Croce, Giosue Carducci, Bari, Laterza, 1946, pp. 14-37.
  17. Natalino Sapegno, Storia di Carducci, in Id., Ritratto del Manzoni e altri saggi, Bari, 1962.
  18. G. Bertoni, «La lingua poetica di Giosue Carducci», in Regia Università di Bologna, Carducci. Discorsi nel centenario della nascita, Bologna, Zanichelli, 1935, pp. 91-95

Altri progetti[modifica]