La religione greca/La religione greca nel periodo arcaico e classico/Il culto

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Le principali modalità con cui l'uomo greco si relazionava al "divino" erano la preghiera, la divinazione e il sacrificio[1].

Mentre «Il luogo privilegiato in cui la divinità incontra l'uomo è il santuario.»[2].

Il luogo sacro (ἱερόν)[modifica]

I resti del "tempio E", dedicato alla dea Era, a Selinunte; risalente al V secolo a.C. fu in parte ristabilito per anastilòsi a metà del XX secolo.
« Il luogo dove si pratica il culto degli dei è uno hierón oppure un neós e là dove erigiamo l'edificio è un témenos oppure un sekós; i più precisi usano sekós per il culto degli eroi, ma i poeti parlano anche di sekós degli dei. »
(Giulio Polluce. Onomasticon (Ονομαστικόν) I, 6. Traduzione di Cinzia Bearzot, in I santuari e le loro funzioni, pubblicato in AA.VV. I Greci. Il sacro e il quotidiano. Milano, Silvana editoriale, 2004, p.57)
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Tempio di Hera a Paestum (parte terminale del tetto).jpg
I templi greci, come le statue che accoglievano, appaiono ai nostri occhi monocromatici ovvero dell'unico colore della materia con cui venivano innalzati. In origine, invece, templi e statue erano riccamente colorati. A sinistra la parte terminale del tetto del Tempio di Era a Paestum che conserva ancora le sue caratteristiche policrome; risalente al VI secolo a.C. si compone di un gocciolatoio in terracotta decorato con fiori di loto e palmette, accompagnati da finti gocciolatoi a testa di leone, è conservato presso il Museo archeologico nazionale di Paestum. A destra la ricostruzione di statue policrome inserite nel frontone occidentale del tempio di Atena Aphaia (Ἀφαία) a Egina (V secolo a.C.), opera conservata allo Staatliche Antikensammlungen und Glyptothek di Monaco di Baviera.
Ritratto in marmo del volto di un sacerdote risalente al I secolo a.C., rinvenuto ad Atene. La corona di alloro che cinge il capo ne indica la funzione sacrale. Conservato al Museo archeologico nazionale di Atene.
Particolare di una kylix attica a figure rosse che rappresenta una donna inginocchiata di fronte a un altare, opera di Chairias (VI secolo a.C.), conservata presso il Museo dell'Agorà di Atene.
L'altare, collocato all'interno del santuario (hierón), era il luogo unitamente alla statua del dio o della dea (ágalma), alla quale accostandosi in qualità di supplice (ἱκέτης hikétes) si poteva ottenere la protezione sacra (ἀσυλία asylía). Questa protezione ineriva allo stesso spazio sacro rappresentato dallo hierón. Tale spazio era immune da qualsiasi atto di violenza che potesse contaminarlo (μίασμα míasma).
Hestía Polyolbos (Ἑστία Πολύολβος, Estia "Piena di grazia"). Arazzo del V secolo rinvenuto in Egitto e conservato presso la Dumbarton Oaks Collection (Washington D.C.). Estia è la dea del focolare, quello della casa e quello degli altari sacrificali. Quando improvvisamente il fuoco divampa, esso indica la presenza della divinità invocata nel sacrificio[3]. Il fuoco, sia quello della casa che quello degli altari posti all'interno dei templi, non va mai lasciato perire[3], successivamente la sua presenza sarà sostituita da una lampada perennemente accesa. Ad Argo quando qualcuno muore il focolare domestico viene spento, dopo il periodo di lutto e per mezzo di un sacrificio esso viene riacceso. Gli altari collocati all'esterno dei templi, modalità più diffusa, non possiedono un fuoco perenne, ma la loro accensione è uno dei momenti più importanti del rito sacrificale. Il fuoco è l'"altare odoroso"[4] riservato agli dèi: a partire dall' VIII secolo a.C. sarà costume bruciare incenso o mirra (prodotti importati dalla Fenicia) sugli altari.[5].

L'area del culto greco, il santuario, consiste in un terreno adibito a luogo sacro indicato con il nome di τέμενος (témenos, anche ἱερόν hierón).
. Il témenos è spesso separato dal circostante terreno considerato non puro (βέβηλον, bébelon) da un muro di cinta (περίβολος períbolos) alto più di un uomo e interrotto da un ingresso (πρόπυλον propylon).

All'interno dell'area sacra del témenos si colloca il tempio, la casa (οἶκος oikos) del dio indicata con il termine ναός (naós), che solitamente ne accoglie l'immagine cultuale (άγαλμα, ágalma). Un témenos può contenere più templi (ναοί, naoí). Sempre all'interno dell'area del témenos è collocato l'altare (bomós, βωμός; per i sacrifici agli dèi olimpici) o la fossa sacrificale (bóthros, βόϑρος; per i sacrifici agli dèi ctoni,agli eroi e ai defunti) situati però all'esterno del tempio. È tuttavia sufficiente la sola presenza dell'altare, piuttosto che quella del tempio, per rendere sacro uno hierón[6].

Caratteristica del témenos, quindi dell'area di terreno consacrata che contiene il tempio e l'altare, è la presenza o la vicinanza di acqua pura, quindi di pozzi o di sorgenti, atta dissetare uomini e bestie, nonché a purificare. Altra caratteristica di un témenos è la presenza al suo interno di un elemento assolutamente naturale, come una o più pietre grezze (argoí líthoi αργοί λίθοι), un albero dedicato (ad esempio una quercia phegós φηγός, un salice lýgos λύγος o un olivo kótinos κότινος), o un boschetto sacro (álsos ἄλσος).

Alcuni santuari erano presenti all'interno di stadi e di teatri «le cui attività specifiche erano inconcepibili al di fuori di cerimonie religiose»[6].

All'ingresso dei santuari erano esposte le "leggi sacre" (a volte anche sui cippi che limitavano i confini degli stessi, ὅρῳ hórōi) che ne regolavano l'ingresso: le condizioni che queste leggi stabilivano inerivano alla pietà religiosa, all'onesta e alla purezza[7]. La condizione di purezza poteva riguardare, ad esempio, la lontananza per un certo periodo dai rapporti sessuali, dai lutti, dal mestruo, da cibi come il maiale o le fave, il vestire abiti puliti e di colore bianco. La "pietà" riguardava l'atteggiamento interiore, un atteggiamento di vigilanza e di raccoglimento, allontanando le idee empie. La "modestia" da adottare all'interno di un santuario suggeriva di vestire abiti non sontuosi per evitare di offendere gli dèi ostentando superiorità, altrimenti poteva anche accadere che il sacerdote strappasse di dosso tali vesti[8]. Anche la sobrietà nello scegliere le vittime del sacrificio era importante: «A un tessalo che portava ad Apollo dei buoi dalla corna d'oro e delle ecatombi, la Pizia dichiarò che il dio aveva preferito un uomo Ermione che, come sacrificio, aveva offerto in tutto tre dita di pasta tolta dalla sua bisaccia»[9].

« Il personale dei santuari attribuiva evidentemente grande valore alla devozione di un fedele, e non avrebbe rinnegato le parole di un poeta: "Sappilo bene, se è da parte di un cuore pio che si offre agli dèi anche il più modesto sacrificio, si viene esauditi"[10] »
(Paul Veyne. L'impero greco-romano, Milano, Mondadori, 2012, p.383)

Infine l'onestà, che riguardava la condotta morale: i santuari erano interdetti ai criminali e agli assassini.

Sacerdote (ἱερεύς) e sacerdotessa (ἱέρεια)[modifica]

« La religione greca potrebbe essere senz'altro definita come una religione senza sacerdoti: non esiste un ceto sacerdotale come gruppo chiuso, con una tradizione, educazione, consacrazione e gerarchie fisse; persino nei culti più consolidati non esiste una "dottrina", disciplina, ma solo un "costume", nómos»
(Walter Burkert. La religione greca, p.212)
« La Grecia ignorava caste sacerdotali e clero; i suoi sacerdoti non svolgevano le loro funzioni a vita, salvo eccezione, ma durante un periodo determinato, spesso di un anno. Senza aver ricevuto una formazione particolare, erano, secondi i casi, designati per diritto di eredità (come a Eleusi [...]), oppure per estrazione a sorte, o per elezione, o su raccomandazione di un oracolo o perfino, in Asia minore, dopo aver pagato per una carica messa all'asta. »
(Jules Labarbe. Religioni della Grecia, in Dizionario delle religioni (a cura di Paul Poupard), p. 785)

Ne consegue che «presso i Greci sacrifica chiunque lo desideri e abbia i mezzi per farlo, anche casalinghe o schiavi.»[11].

Ovviamente nel caso di cerimonie importanti l'incarico di offrire libagioni, pronunciare preghiere a nome della collettività e dirigere il rito era compito di una personalità importante dotata anche dei mezzi economici per ricoprire questo ruolo. Tale personalità poteva essere, a seconda dei casi, il capofamiglia, il magistrato, il basileús. Ne consegue anche che la proprietà del santuario è del dio e non quindi dei sacerdoti officianti, i quali raramente lo abitano anche se, comunque, sono coloro a cui è affidato il compito di gestirlo. Il sacerdote (ἱερεύς) e il suo corrispettivo femminile, la sacerdotessa (ἱέρεια), sono coloro che seguono l'andamento di un santuario dedicato a un dio, sono quindi sacerdoti di quel "dio" e non di un altro, anche se è possibile che un singolo sacerdote possa assumere su di sé più incarichi. Al sacerdote spettano comunque delle concessioni, soprattutto in termini di cibo. A lui, in quanto rappresentante del dio, viene consegnato il "privilegio della carne" (γέρας géras) ovvero alcune precise parti del corpo della vittima sacrificale come le cosce o anche il rene grigliato all'inizio del sacrificio[12]. Anche la pelle della vittima è spesso assegnata al sacerdote celebrante come ciò che fu essa[12]. Successivamente, i premi in denaro consegnati per un sacrificio vengono depositati nel "fondo" proprio del santuario (θησαυρός thesaurós)[13].

Quindi se il sacerdozio nella religione della Grecia antica non è una scelta o una tipo di vita, resta una carica che porta grandi onori, risultando l'uomo o la donna che vi si affidano dei "consacrati" (ιερωμένος hierómenos)[14]. "Consacrazione" che emerge anche dal loro abito particolare, generalmente bianco o porpora, e dal fatto, ad esempio, di lasciarsi crescere i capelli e di portare una fascia intorno al capo (στρόφιον, stróphion) o, ancora, di indossare una corona. Resta per costoro necessario seguire una condotta di purezza (ἁγνεία hagneía), ad esempio evitare il contatto con i morti, con le partorienti ed eventualmente regolare la propria attività sessuale o l'alimentazione[15]. Generalmente la sacerdotessa ha cura di divinità femminile, mentre il sacerdote accudisce quelle maschili, ma non mancano notevoli eccezioni[13].

La preghiera (εὔχομαι, εύχεσθαι)[modifica]

Il termine greco antico che indica l'atto di preghiera è εὔχομαι (euchomai) "proclamare una giusta pretesa"[16] o anche εύχεσθαι(euchestai), "gettare un grido di trionfo"[17]. Nel primo caso essa si manifesta come una invocazione pronunciata per ottenere "qualcosa" dalla divinità, quindi una petizione alla stessa, anche se, nota Liliane Bodson[18]«Perfino quando è incentrata su vantaggi materiale la preghiera è raramente passiva. Appare, piuttosto, come un'apertura all'azione divina [...] . Le preghiere di domanda, che sono in totale, le più rappresentate dalla tradizione, oltrepassano il principio del do ut des e rivelano, nelle loro diverse forme, un'autentica esperienza religiosa in cui il fatto di rivolgersi agli dèi, anche per un motivo modesto, intensifica e approfondisce la relazione con gli dèi stessi.»; nel secondo caso essa indica piuttosto l'invocazione del sacerdote durante il sacrificio pronunciato a nome della comunità sacrificante.

La preghiera "greca" era pronunciata in piedi, con i palmi e lo sguardo rivolti verso il cielo, quindi assumendo una postura di origine indoeuropea[19]. Nel caso di suppliche, l'uomo greco poteva inginocchiarsi, ma ciò capitava raramente, più facilmente alle donne meno attente in questo caso a tutelare il loro rango sociale che poteva essere sminuito da questo genere di postura. Quando la preghiera era indirizzata a divinità ctonie, ai morti o agli eroi, la postura assunta consisteva in una prostrazione a terra, oppure seduta o accovacciata[20].

La preghiera era comunque sempre pronunciata ad alta voce, fatto salvo quei casi in cui tale modalità era impedita. A volte essa poteva assumere una intonazione musicale in qualità di "inno"[20].

Lamina di liberazione in bronzo risalente al IV-III sec. a.C. rinvenuta nel santuario di Demetra a Herakleia, oggi conservata presso il Museo archeologico nazionale di Policoro. Trattasi di un documento che attesta la liberazione di una schiava che si affranca donando la sua persona alla divinità (in questo caso Demetra) e quindi al servizio nel santuario. L'indicazione dell'eforo e il materiale bronzeo connota questo documento come un atto pubblico.
Il testo recita:
ΕΦΟΡΟΣΣΩΠΟΛΙΣ
ΦΙΛΟΞΕΝΑΔΑΜΑΤΡΙ
ΑΝΕΘΗΚΕΑΤΑΑΥ
ΤΑΝ
«Durante l'eforato di Sopoli, Filossena dedicò a Demetra».

Note[modifica]

  1. Jan N. Bremmer. Modi di comunicazione con il divino: la preghiera, la divinazione e il sacrificio nella civiltà greca, in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol.1 I Greci nostri antenati (a cura di Salvatore Settis). Torino, Einaudi, 2008, p. 239
  2. Fritz Graf. Gli dèi greci e i loro santuari, in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol.3. Torino-Milano, Einaudi/Sole 24 Ore, 2008, p.352.
  3. 3,0 3,1 Walter Burkert. La religione greca p.156.
  4. Ad es. Esiodo Teogonia, 557.
  5. Walter Burkert. La religione greca pp.157-8.
  6. 6,0 6,1 Jules Labarbe. Religioni della Grecia, in Dizionario delle religioni (a cura di Paul Poupard), p.784.
  7. Paul Veyne. L'impero greco-romano, Milano, Mondadori, 2012, p.382
  8. Franciszek Sokolowski, Lois sacrées des cités grecques cit. in Paul Veyne Op.cit. p.383.
  9. Porfirio . Astinenza dagli animali, II, 15-17 citato in Paul Veyne Op.cit. p.383.
  10. Euripide, fr. 946 Nauck.
  11. Walter Burkert. La religione greca, p.212.
  12. 12,0 12,1 Jean-Louis Durand Bestie greche in Detienne- Vernant p.107.
  13. 13,0 13,1 Walter Burkert. La religione greca, p.217
  14. Walter Burkert. La religione greca, p.215
  15. Walter Burkert. La religione greca, p.218
  16. (Jan N. Bremmer. Modi di comunicazione con il divino: la preghiera, la divinazione e il sacrificio nella civiltà greca, p.240.
  17. Walter Burkert. La religione greca, p.176.
  18. Liliane Bodson. Religioni della Grecia, in Dizionario delle religioni (a cura di Paul Poupard), p.1465
  19. (Jan N. Bremmer. Modi di comunicazione con il divino: la preghiera, la divinazione e il sacrificio nella civiltà greca, p.242. Ma anche George Dunkel Periphrastica homerohittitovedica. In Comparative-Historical Linguistics: Indo-European and Finno-Ugric. Papers in honor of Oswald Szemerényi III, Bela Brogyanyi e Lipp Reiner Lipp (a cura di), 1993, pp. 103-118.
  20. 20,0 20,1 Jules Labarbe. Religioni della Grecia, in Dizionario delle religioni (a cura di Paul Poupard), p.785