La religione greca/La religione greca nel periodo arcaico e classico/Il mondo di Omero

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Ritratto di Omero del tipo "Epimenide" (il genere ritenuto più antico; questa è una copia romana di un originale greco del V secolo a.C., conservato presso la Glyptothek di Monaco); di questo genere ne conserviamo sette copie che risalgono al medesimo prototipo: Omero reca un nastro che gli avvolge i capelli, ha gli occhi chiusi e sembra esperire un profondo stato contemplativo. Probabilmente Pausania (V, 26,2) si riferisce a questo genere di ritratto, relazionandolo al donario di Micito. L'atteggiamento ieratico del poeta ne denuncia la sacralità, mentre la cecità, come in Tiresia, ne indica le capacità sovrumane e il contatto con il divino, caratteristiche proprie dei cantori ispirati dalle dee Muse.
L'Apoteosi di Omero, bassorilievo ellenistico del III secolo a.C. conservato presso il British Museum di Londra, opera, forse, di Archelao di Priene su richiesta di un poeta sconosciuto, come ringraziamento per la vittoria conquistata in un agone poetico. In basso a sinistra, sul trono, è posto Omero incoronato dal dio del tempo infinito e dalla dea dell'ecumene. Davanti a Omero, Mythos e Historia sacrificano su un altare, avvicinati benevolmente dai geni protettori della poesia. Sopra di loro si erge il monte delle Muse: nella grotta risiede Apollo con la lira, avvicinato da una Musa che gli porge un papiro contenente l'opera del poeta che ha commissionato il bassorilievo, a sua volta rappresentato da una statua posta a destra della grotta. Le restanti Muse si pongono a sinistra della grotta, in un atteggiamento calmo che, risalendo verso la vetta del monte, si trasforma in una danza in onore di Zeus collocato alla cima del monte con il volto che guarda Mnemosýne, la madre delle Muse.La stele marmorea di Archelaos di Priene con Apoteosi di Omero, conservata nel British Museum, è stata recentemente inserita nel dibattito su mito e storia nel contesto storico tolemaico (La decima Musa di Callimaco. Mito e Storia nella Stele da Boville con Apoteosi di Omero. British Museum.Dibattito di Giovanna Bonivento Pupino in Atti CSMG (Convegni di Studio sulla Magna Grecia,Taranto) 1996, pagg.141-148).

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Statua in marmo pario del dio Pan (Πάν) rinvenuta a Sparta e oggi conservata presso il Museo archeologico nazionale di Atene. Il dio Pan è originario dell'Arcadia, stessa regione del dio Ermes, suo genitore. Dio della fecondità delle greggi, il suo nome è stato accostato al "tutto"[1] divenendo nelle tarde ipotesi teologiche un dio "universale". Il dio Pan può incutere il "timor panico" ovvero lo "smarrimento" proprio delle greggi terrorizzate[2]. Pan può risultare quindi una divinità temibile: occorre rimanere tranquilli nelle ore meridiane quando riposa per non farlo adirare[3]. Ma se le greggi risultano infeconde, allora si provvede a fustigare la sua statua onde risvegliarne i compiti[4]. Nella mano sinistra, Pan impugna una siringa, strumento musicale proprio dei pastori, che accompagna il dio nelle sue frequentazioni dei monti e dei luoghi isolati.


Il mondo di Omero è il mondo descritto essenzialmente dai poemi epico-religiosi dell'Iliade e dell'Odissea, come anche dalla Teogonia di Esiodo e dai cosiddetti Inni omerici. La datazione di queste opere è controversa e si situa tra l'VIII e il VI secolo a.C.[5].

Le Muse e l'origine sacra del canto[modifica]

I poemi "omerici", così come la Teogonia di Esiodo, si contraddistinguono per un preciso incipit che richiama l'intervento di alcune dee indicate con il nome di "Muse" (Μοῦσαι, -ῶν).

(IT)
« Canta Musa divina, l'ira di Achille figlio di Peleo
l'ira rovinosa che portò ai Greci infiniti dolori »

(GRC)
« Μῆνιν ἄειδε, θεά, Πηληιάδεω Ἀχιλῆος
οὐλομένην, ἣ μυρί’ Ἀχαιοῖς ἄλγε’ ἔθηκε »
(Iliade, I. Traduzione di Guido Paduano. Milano, Mondadori, 2007, p.3)

(IT)
« Narrami, o Musa, dell'eroe multiforme, che tanto
vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia »

(GRC)
« Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ
πλάγχθη, ἐπεὶ Τροίης ἱερὸν πτολίεθρον ἔπερσε »
(Odissea, I. Traduzione di Giulio Aurelio Privitera. Milano, Mondadori, 2007, p.5)

(IT)
« Dalle Muse Eliconie cominciamo il canto,
loro che di Elicone possiedono il monte grande e divino »

(GRC)
« Μουσάων Ἑλικωνιάδων ἀρχώμεθ᾽ ἀείδειν,
αἵ θ᾽ Ἑλικῶνος ἔχουσιν ὄρος μέγα τε ζάθεόν τε »
(Esiodo, Teogonia, 1-2. Traduzione di Graziano Arrighetti, in Opere. Milano, Mondadori, 2007, p.3)

Come nota Walter Friedrich Otto, le Muse sono divinità con delle caratteristiche uniche:

« Le Muse hanno un posto altissimo, anzi unico, nella gerarchia divina. Son dette figlie di Zeus, nate da Mnemosine, la Dea della memoria; ma ciò non è tutto, ché ad esse, e ad esse soltanto, è riservato portare, come il padre stesso degli Dei, l'appellativo di olimpiche, appellativo col quale si solevano onorare sì gli Dei in genere, ma -almeno originariamente- nessun Dio in particolare, fatta appunto eccezione per Zeus e le Muse »
(Walter Friedrich Otto. Theophania. Genova, Il Melangolo, 1996, pag.48)

La loro origine è stata raccontata in un "inno" di Pindaro andato perduto, l'Inno a Zeus, ma ricostruibile per mezzo di una preghiera alle stesse redatta da Elio Aristide[6] il quale ricorda come in occasione del suo matrimonio, Zeus domandò agli altri dèi quale fosse un loro desiderio non ancora esaudito e questi gli risposero chiedendo di generare delle divinità «capaci di celebrare, attraverso la parola e la musica, le sue grandi imprese e tutto ciò che egli aveva stabilito.»[7].

Otto[8] evidenzia, con questo accadimento, come non sia il creato «a dover lodare il suo creatore, piuttosto ad esso manca ancora qualcosa: l'essere delle cose non è ancora compiuto finché non si dà una voce che lo esprima. Le cose e la loro gloria devono essere pronunciate: questo è l'adempimento della loro essenza».

Se dunque le Muse sono quelle dee che rappresentano l'ideale supremo dell'Arte, intesa come verità del "Tutto" ovvero l'"eterna magnificenza del divino"[9], i poeti sono da loro 'posseduti', sono entheos, (ἔνθεος "pieni di Dio") come ricorda lo stesso Democrito[10].

Ed essere entheos, "pieno di Dio", è una condizione che «il poeta condivide con altri ispirati: i profeti, le baccanti e le pitonesse»[11][12][13].

Nel caso di Esiodo viene raccontata una vera e propria epifania: le dee incontrano il pastore Esiodo «mentre pascolava agnelli sotto il divino Elicone» apostrofandolo tra i «pastori campestri, vili creature obbrobriose, niente altro che ventri», ma le dee consegnano al pastore Esiodo il bastone (o lo scettro) decorato di alloro trasformandolo da «'ventre', ovvero rozzo contadino e pastore in poeta: una divina grazia tanto eccezionale quanto misteriosa»[14].

« Il dono delle Muse dunque, o meglio uno dei loro doni, è la capacità di parlare secondo verità. »
(Eric R. Dodds. I greci e l'irrazionale. Milano, Rizzoli, 2009, p.126)

Le Muse, dunque, sono le dee che donano agli uomini la possibilità di parlare secondo il "vero" e, figlie di Mnemosýne (Μνημοσύνη), la Memoria, consentono ai cantori di "ricordare" avendo questa stessa funzione uno statuto religioso e un proprio culto[15].

Non solo, Marcel Detienne evidenziando come la memoria dei "poeti" non corrisponda agli stessi fini di quella degli uomini moderni, chiosa:

« Fin dall'inizio la memoria sacralizzata è privilegio di alcuni gruppi di uomini organizzati in confraternite; come tale, si differenzia radicalmente dal potere di ricordarsi degli altri individui. In questi ambienti di poeti ispirati, la memoria è onniscienza di carattere divinatorio; come il sapere mantico, si definisce attraverso la formula: "ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu[16]". Con la sola memoria il poeta accede direttamente, in una visione personale, agli avvenimenti che evoca; ha il privilegio di entrare in contatto con l'altro mondo. La sua memoria gli permette di "decifrare l'invisibile". Dunque, la memoria non è solo il supporto materiale della parola cantata, la funzione psicologica che sostiene la tecnica formulare; è anche e soprattutto la potenza religiosa che conferisce al verbo poetico il suo statuto di parola magico-religiosa. In effetti, la parola cantata, pronunciata da un poeta dotato di un dono di veggenza, è una parola efficace; per sua propria virtù istituisce un mondo simbolico religioso che è lo stesso reale. »
(Marcel Detienne. I maestri di verità nella Grecia arcaica. Milano, Mondadori, 1992, p.4)

Quindi la potenza, la dea della memoria, Mnemosine

« madre delle muse, è "oblio dei mali e tregua alle cure"[17]. In questa sorta di incantesimo si può già intravedere un primo accenno di quello che saranno in seguito gli esercizi spirituali filosofici, sia che appartengano all'ordine del discorso che a quello della contemplazione. Poiché non è soltanto a causa della bellezza dei loro canti e delle loro storie che le Muse fanno dimenticare le disgrazie, ma anche perché introducono il poeta e colui che lo ascolta a una visione cosmica. »
(Pierre Hadot. Che cos'è la filosofia antica. Torino, Einaudi, 1998, p.22)

Il mondo di Omero[modifica]

Il mondo descritto da questi canti non corrisponde ad uno spazio governato da leggi come quello nostro, ma è un mondo pienamente dotato di vita: tutti gli elementi che lo compongono sono infatti viventi o hanno un volto vivente percepibile o misterioso che sia.

« Così ogni angolo della terra appare come un essere dotato di personalità di sentimento e di volontà al pari degli uomini degli animali delle piante e, naturalmente, degli stessi dèi. »
(Émile Mireaux. I Greci al tempo di Omero. Milano, Mondadori, 1992, p. 21)
« Gli uomini dell'età omerica vivono, almeno nel pensiero, in una stretta e costante intimità con questo mondo divino o semidivino. Calcare la terra o bagnarsi nelle acque di un fiume o del mare significa entrare in contatto con uno dei membri del mondo divino; apprestandosi a penetrare nella foce del fiumiciattolo dell'isola dei Feaci, Ulisse gli chiede di volerlo accogliere. »
(Émile Mireaux. Op.cit., p. 21)

Quindi il mondo omerico è un mondo interamente vivente e in buona parte divino. Così Talete che nel VII secolo a.C. indicò questo mondo pieno di divinità[18].

Il mondo di Omero non è il nostro mondo nemmeno nelle dimensioni. Esso corrisponde a un disco del diametro di quattromila chilometri: Delfi, e quindi la Grecia, è il centro del disco. Questo disco, anch'esso divino e indicato con il nome di Gaia (Γαῖα anche Γῆ Gea), è a sua volta circondato da un largo fiume (e dio) indicato con il nome di Oceano (Ὠκεανός, Ōkeanós) le cui acque corrispondono all'oceano Atlantico, al mar Baltico, al mar Caspio, alle coste settentrionali dell'oceano Indiano e al confine meridionale della Nubia. Il Sole (divino anch'esso e indicato con il nome di Helios, Ἥλιος) attraversa nella sua rotazione questo disco, ma il suo volto lucente illumina solo esso, ne consegue che il mondo al di là del disco e quindi della rotazione del sole, ovvero ciò che è oltre il fiume Oceano risulti privo di luce. Da Oceano hanno origine le altre acque, anche quelle infere come lo Stige attraverso connessioni sotterranee[19]. Quando i corpi celesti tramontano si bagnano nell'Oceano[20], così lo stesso Sole, dopo essere tramontato, lo attraversa per mezzo di una coppa d'oro per risorgere da Oriente il mattino seguente[21]. Al di là del fiume Oceano, c'è il buio, vi sono le aperture all'Erebo (Ερεβος), il mondo sotterraneo, lì, presso queste aperture, vivono i Cimmeri (Κιμμέριοι).

Il disco terrestre circondato dal dio-fiume Oceano è suddiviso in tre parti: nord-ovest abitato dagli Iperborei (Ὑπερβόρεοι)[22]; il meridione, dopo l'Egitto, è abitato dai devoti Etiopi (Αἰθιοπῆες), uomini dal volto bruciato dal Sole, oltre le terre dei quali vivono i nani Pigmei (Πυγμαῖοι); tra queste due estremità vi è la zona temperata del Mediterraneo nel cui centro si colloca la Grecia. Dal punto di vista verticale, il mondo omerico ha come tetto il Cielo (divino anch'esso con il nome di Urano, Οὐρανός Ouranós), costituito di bronzo, il quale delimita il percorso del Sole. Ai limiti del Cielo volteggiano gli dèi che amano sedersi sulle cime dei monti e da lì contemplare le vicende del mondo. Dimora degli dèi è uno di questi, il monte Olimpo. Sotto la Terra si situa il Tartaro (Τάϱταϱος, Tártaros; divinità anch'essa), luogo buio, dove sono incatenati i Titani (Τιτάνες Titánes), divinità sconfitte dagli Dei, luogo circondato da mura di bronzo e chiuso da porte fabbricato da Posidone. La distanza posta tra la sommità di Urano e la Terra, ci dice Esiodo nella Teogonia[23], è percorribile da una incudine lasciata da lì cadere che raggiungerà la superficie della Terra all'alba del decimo giorno; medesima distanza oppone la Terra dalla base del Tartaro. Tra l'Urano e il Tartaro si situa dunque quel "mondo di mezzo" abitato da Dei celesti e sotterranei, semidei, uomini e animali, dai vivi e dai morti.

Note[modifica]

  1. Cfr. Inni omerici XIX, 47 «e lo chiamarono Pan in quanto a tutti aveva reso l'animo lieto»; o ancora Platone, Cratilo 408c, dove il filosofo ateniese spiega la sua iconografia come comprendente nella parte "inferiore", di disegno caprino, quella umana e falsa, mentre la parte "superiore", di disegno umano, invece indicante la natura divina.
  2. Cfr. Polibio, Storie XX, 6, 12 «Tuttavia alla notizia che era giunto Filopemene guidando gli Achei, il panico si impossessò dei Beoti che lasciando le scale appoggiate alle mura si volsero in fuga precipitosa verso la propria patria.».
  3. Teocrito, I, 15 e segg.
  4. Teocrito, VII, 106.
  5. Secondo Erodoto queste opere appartengono al IX secolo a.C.; Teopompo le colloca al VII secolo. La critica moderna non è andata certamente più avanti: per Erich Bethe la loro redazione definitiva è nella seconda metà del VI secolo (epoca di Pisistrato); Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff colloca l'Iliade, da lui considerata opera di un singolo grande poeta con il probabile nome di Omero erede di una tradizione più antica, nell'VIII secolo, mentre l'Odissea, fusione di quattro poemi anteriori, nel VI secolo; Victor Bérard, come Adolf Kirchhoff, colloca i tre poemi all'origine dell'Odissea tra il IX e l'VIII secolo; Paul Mazon li colloca tra il IX e l'VIII; Friedrich Focke colloca l'Odissea nell'VIII secolo; Fernard Robert ritiene le due opere un adattamento geniale realizzato alla fine dell'VIII secolo; Émile Mireaux ritiene sia opera di un singolo poeta del VII secolo, erede di una tradizione più antica e risalente alle ultime decadi del secolo precedente. Per quanto attiene gli Inni omerici sono anch'essi databili nello stesso periodo, così come la Teogonia di Esiodo.
  6. Cfr. II, 142 Dind. (Ludwig Dindorf); citato anche in Walter Friedrich Otto, Le Muse e l'origine divina della parola e del canto, Roma, Fazi, 2005, p.31; nonché da David Bouvier in "Meme". Le peripezie della memoria greca in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani vol.6 La cultura dei Greci (a cura di Salvatore Settis). Torino, Einaudi, 2008, pp.1131 e sgg., il quale ricorda anche un passaggio nella Piantagione di Noè (De plantatione) di Filone di Alessandria ai versi 172 e sgg. (Cfr. nella traduzione di Roberto Radice in Filone di Alessandria. Tutti i trattati del commentario allegorico alla Bibbia. Bompiani, Milano, 2005, pp.871 e sgg.).
  7. Citato in Bouvier, Op.cit. p.1132
  8. Le Muse e l'origine divina della parola e del canto, p. 32
  9. Walter Friedrich Otto. Theophania. Genova, Il Melangolo, 1996, p.49
  10. Cfr. fr.18
    « Bello è assai tutto ciò che un poeta scrive in stato di entusiasmo e agitato da un afflato divino »
    (Democrito fr. 18. Traduzione di Vittorio Enzo Alfieri in Presocratici vol.II (a cura di Gabriele Giannantoni) Milano, Mondadori, 2009 p.756)

    « è veramente bella qualsiasi opera che un poeta scriva con passione e invasato da spirito sacro »
    (Democrito fr. 18. Traduzione di Diego Fusaro in I presocratici (a cura di Giovanni Reale). Milano, Bompiani, 2008, p. 1355)

  11. Cfr. Pierre Somville, Poetica in Il sapere greco vol.1 (a cura di Jacques Brunschwig e Goffrey E.R. Lloyd). Torino, Einaudi, 2007, p. 506.
  12. Rispetto alla μανία (mania) concessa per donazione divina (θείᾳ μέντοι δόσει διδομένης) e propria dei poeti, essa appartiene, per Platone, ad uno dei quattro "divini furori": "furore profetico" (da Apollo); furore telestico o rituale (da Dioniso); furore poetico (dalle Muse); furore erotico (da Afrodite ed Eros), in tal senso cfr. Eric R. Dodds. I greci e l'irrazionale, Milano, Rizzoli, 2009, p.109.
    « In terzo luogo viene l'invasamento e la mania che proviene dalle Muse, che, impossessatasi di un'anima tenere e pura, la desta e la trae fuori di sé nella ispirazione bacchica in canti e in altre poesie, e, rendendo onore ad innummerevoli opere degli antichi, istruisce i posteri. »
    (Platone Fedro 244-5 (traduzione di Giovanni Reale), in Tutti gli scritti, Milano, Bompiani, 2008, p.554)
  13. Come ricorda Eric R. Dodds. I greci e l'irrazionale. Milano, Rizzoli, 2009, nota 118 p.146 in molte lingue indoeuropee il "poeta" e il "veggente" sono indicati con la stessa parola: vates in latino; fili in irlandese; thurl in islandese.
    « È chiaro che in tutte le antiche lingue dell'Europa settentrionale, le idee di poesia, eloquenza e conoscenza (specie delle cose antiche) e profezia sono intimamente connesse. »
    (Hector Munro Chadwick e Nora Kershaw Chadwick. The Growth of Literature, vol. I, p.637)
  14. Cesare Casanmagnago in Esiodo, Tutte le opere. Milano, Bompiani, 2009, p.925
  15. Cfr. Marcel Detienne. I maestri di verità nella Grecia arcaica. Milano, Mondadori, 1992, p.4
  16. τά τ᾽ ἐόντα τά τ᾽ ἐσσόμενα πρό τ᾽ ἐόντα.
  17. Esiodo, Teogonia 55.
  18. « Concepì il mondo animato e pieno di Dáimōn (δαίμων»
    (Diogenis Laertii Vitae philosophorum I,1,27)
  19. George M.A. Hanffman. Oceano in Oxford Classical Dictionary 1970; trad. it. Dizionario di antichità classiche. Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo, 1995, p. 1489
  20. Iliade XVIII, 489
  21. Mimnerno, in Aten. XI 470 a-b
  22. Da tener presente, tuttavia, che la menzione più antica del popolo degli Iperborei è negli Inni omerici A Dioniso VII,29. E comunque è un popolo adoratore di Apollo cfr. Erodoto IV,33.
  23. Cfr. Teogonia vv. 720 e sgg.