La religione greca/Le teologie dei filosofi/L'Essere di Parmenide

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Parmenide di Elea (oggi Velia), filosofo del VI/V secolo a.C., fu avviato alla filosofia dal pitagorico Aminia. Di Parmenide conserviamo un poema in esametri che convenzionalmente indichiamo con il nome di Sulla natura (Περί Φύσεως, Sulle origini)[1], dove il filosofo ha sollevato un tema che è centrale nella ricerca filosofica: l'Essere (τὸ Ὄν), tema a fondamento della cosiddetta "ontologia" (scienza dell'essere). Tale poema conservava già per gli antichi elementi di problematicità per via del suo carattere enigmatico [2].
Nel proemio del poema, Parmenide narra di un viaggio in cui fu trasportato per mezzo di un carro trainato da cavalle e guidato da fanciulle (le figlie del Sole) per una via che "dice molte cose" (ὁδὸν πολύφημον), una via della divinità che porta in molti luoghi "colui che sa", che porta ai sentieri della Notte e del Giorno, fino giungere alla presenza di una dea, Δίκη (Giustizia) che, convinta dalle figlie del Sole, gli dischiude la porta per la "strada maestra", in una narrazione che si presenta «come un discorso vero, cioè come la rivelazione divina di una verità»[3].

(IT)
« E la Dea di buon animo mi accolse, e con la sua mano la mia mano destra
prese, e incominciò a parlare così e mi disse:
«O giovane, tu che, compagno di immortali guidatrici,
con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,
rallegrati, poiché non un'infausta sorte ti ha condotto a percorrere
questo cammino – infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini –,
ma legge divina e giustizia. Bisogna che tutto tu apprenda:
e il solido cuore della Verità ben rotonda
e le opinioni dei mortali, nelle quali non c'è una vera certezza.
Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono
bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso». »

(GRC)
« Καί με θεὰ πρόφρων ὑπεδέξατο, χεῖρα δὲ χειρί
δεξιτερὴν ἕλεν, ὧδε δ΄ ἔτος φάτο καί με προσηύδα•
ὦ κοῦρ΄ ἀθανάτοισι συνάορος ἡνιόχοισιν,
ἵπποις ταί σε φέρουσιν ἱκάνων ἡμέτερον δῶ,
χαῖρ΄, ἐπεὶ οὔτι σε μοῖρα κακὴ προὔπεμπε νέεσθαι
τήνδ΄ ὁδόν - ἦ γὰρ ἀπ΄ ἀνθρώπων ἐκτὸς πάτου ἐστίν-,
ἀλλὰ θέμις τε δίκη τε. Χρεὼ δέ σε πάντα πυθέσθαι
ἠμέν Ἀληθείης εὐκυκλέος ἀτρεμὲς ἦτορ
ἠδὲ βροτῶν δόξας, ταῖς οὐκ ἔνι πίστις ἀληθής.
Ἀλλ΄ ἔμπης καὶ ταῦτα μαθήσεαι, ὡς τὰ δοκοῦντα
χρῆν δοκίμως εἶναι διὰ παντὸς πάντα περ ῶντα.
 »
(Parmenide, Poema sulla natura, fr.1, 22-32, traduzione di Giovanni Reale, Bompiani, Milano 2001, pp. 42-3)

« Di fronte a questo preludio sovrumano nessuno potrà pensare che il filosofo abbia voluto soltanto mettersi in mostra per far colpo. La visione di questo fatto misterioso nel regno della luce è un'esperienza religiosa: l'esperienza dei deboli occhi umani che si volgono alla verità nascosta, di modo che tutta la vita nei viene trasformata. Questa specie di esperienza non era contenuta nella religione del culto statale, ma il modello va cercato nella religiosità delle iniziazioni e dei misteri. [...] Tanto più evidente è il particolare tipo religioso sul quale è modellata la descrizione di Parmenide, coi particolari fissi quali: l'individuale esperienza interiore del divino, lo zelo responsabile di annunciare la verità rivelata personalmente al credente e l'aspirazione a motivare una convinzione comune con altri che ad essa vengono convertiti.[...] Quando Parmenide lamenta che i mortali si aggirano sul cammino dell'errore o quando parla della loro "mente errabonda", par di sentire l'eco di una esortazione religiosa. »
(Werner Jaeger. La teologia dei primi pensatori greci. Firenze, La Nuova Italia, 1982, p.154-5)

E l'esortazione religiosa della dea Giustizia riguarda la Verità (ἀλήθεια)[4]:

(IT)
« Orbene io ti dirò e tu ascolta attentamente le mie parole,
quali vie di ricerca sono le sole pensabili:
l'una 〈che dice〉 che è e che non è possibile che non sia,
il sentiero della Persuasione (giacché questa tien dietro alla Verità);
l'altra 〈che dice〉 che non è e che non è possibile che non sia
, questa io ti dichiaro che è un sentiero del tutto inindagabile:
perché il non essere né lo puoi pensare (non è infatti possibile),
né lo puoi esprimere »

(GRC)
« εἰ δ' ἄγ' ἐγὼν ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας,
αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι·
ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι,
Πειθοῦς ἐστι κέλευθος (Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ) ,
ἡ δ' ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι,
τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν·
οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν (οὐ γὰρ ἀνυστόν)
οὔτε φράσαις. »
(Parmenide, Poema sulla natura, fr.2, 1-8, D-K, in Presocratici, vol. I, a cura di Gabriele Giannantoni, traduzione di Pilo Albertelli Milano, Mondadori, 2009, p.271)

Tale Verità si pone, quindi, in alternativa al non-vero, come precedentemente nel poema il sentiero del Giorno si oppone a quello della Notte. Il pensiero della Verità, la via della Verità, è quindi pensare ciò che "è" (ὅπως ἔστιν) in opposizione a coloro che invece perseguono l'altra via, quella che pensa ciò che "non è" (ὡς οὐκ ἔστιν).

La Verità comunicata a Parmenide inerisce inoltre a un "pensare" che non segue le fallaci informazioni raccolte con i dati sensibili[5].

(IT)
« Infatti, questo non potrà mai imporsi: che siano le cose che non sono!
Ma tu da questa via di pensiero allontana il pensiero,
né l'abitudine, nata da numerose esperienze, su questa via ti forzi
a muovere l'occhio che non vede, l'orecchio che rimbomba,
e la lingua, ma con la ragione giudica la prova molto discussa (πολύδηριν ἔλεγχον)
che da me ti è stata fornita. »

(GRC)
« οὐ γὰρ μήποτε τοῦτο δαμῆι εἶναι μὴ ἐόντα˙
ἀλλὰ σὺ τῆσδ' ἀφ' ὁδοῦ διζήσιος εἶργε νόημα
μηδέ σ' ἔθος πολύπειρον ὁδὸν κατὰ τήνδε βιάσθω,
νωμᾶν ἄσκοπον ὄμμα καὶ ἠχήεσσαν ἀκουήν
καὶ γλῶσσαν, κρῖναι δὲ λόγωι πολύδηριν ἔλεγχον. »
(Parmenide, Poema sulla natura, fr.7, 28 B 7 D-K, in Presocratici, vol. I, a cura di Giovanni Reale, traduzione di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2006, p.271)

(IT)
« ... infatti lo stesso è pensare ed essere. »

(GRC)
« τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι. »
(Parmenide, Poema sulla natura, fr.3, traduzione di Giovanni Reale, Bompiani, Milano 2001, pp. 45-4)

È il logos e non i sensi, quindi, ciò che consente di attingere alla Verità, un logos che procede per "prove discusse", per confutazioni. Allora la Dea passa a descrivere cosa sia la Verità, la cui consapevolezza viene indicata da molte segnavia, segni indicatori (σῆμα), che additano cosa sia ciò che è, l'Essere (τὸ Ὄν), che non può sorgere, generarsi, dal non essere, dal nulla.

« La posizione cruciale che Parmenide occupa nella storia della filosofia antica e la "crisi radicale" che vi determina, derivano dal fatto che la sua dottrina, pur nei modo astratti dell'essenzialità, presenta un bilancio drasticamente negativo dei "criteri" di verità e delle strutture dimostrative in uso presso i filosofi precedenti, più spesso formulate senza la necessaria perizia. »
(Giulio Federico Pagallo, Parmenide in Enciclopedia filosofica vol.9. Milano, Bompiani, 2006, p.8327)

Le segnavia dell'Essere sono le sue caratteristiche costitutive, esso è[6]:

  • ἀγένητον, non generato, non nato, non originato;
  • ἀνόλεθρον, imperituro, eterno;
  • οὐλομελές, tutto intero;
  • ἀτρεμὲς, immobile, privo di movimento;
  • ἀτέλεστον, senza fine;
  • ἓν: uno;
  • συνεχές: continuo, indivisibile.

Ne consegue che se l'Essere eterno, immobile, indivisibile, ovunque uguale e legato dal limite, nel senso del compiuto in ogni parte,e per questo esso è rappresentato da una sfera[7], le differenze, le nascita-morte vissute dai mortali non sono che apparenze a cui questi hanno dato nomi (ὄνομα). La scelta dei mortali nasce dalla loro decisione, vista la necessità di dare conto delle apparenze sensibili, di differenziare e opporre nell'Essere due forme: il fuoco/luce e la notte; il positivo e il negativo. Ma l'Essere è ugualmente pieno di luce e di notte.

A questo punto, ma il testo è frammentato, la Dea spiega la genesi e la costituzione del cosmo, formato da cerchi concentrici di fuoco puro e di notte (terra) nel mezzo dei quali si pone la mescolanza dei due elementi. Al centro, solido e circondato dal fuoco,si pone una divinità che genera, primo tra tutti gli dèi, Eros dando luogo al congiungimento tra maschio e femmina e quindi al concepimento.

Note[modifica]

  1. Oggi, di questo poema, conserviamo diffusi frammenti della sua prima parte, quella inerente alla "verità", mentre della seconda parte, quella inerente alle "opinioni dei mortali", conserviamo solo pochi singoli frammenti; Simplicio, nel commentario alla Physica (144, 25), ne attesta una edizione completa ancorché poco diffusa.
  2. Cfr. Proclo, Commentario al Timeo, I, 345, A 17 e 19.
  3. Enrico Berti. Parmenide in Il sapere greco - dizionario critico vol.2, Torino, Einaudi, 2007, p.187
  4. La nozione di ἀλήθεια nel mondo greco antico inerisce all'atto di "portare alla luce", "non nascondere", "svelare".
  5. Lo stesso Sesto Empirico (cfr. Ipotiposi pirroniane, VII, 112) ne ravvede un fermo invito ad indagare la verità con il ragionamento filosofico
  6. Cfr. Parmenide fr.8
  7. Nota Enrico Berti, (cfr. Op.cit. p. 193) che Aristotele, in Metafisica (986 b 18-21), riconosce a Parmenide di aver inteso tale "sfera" come nozione e non come materia, a differenza di Melisso che fu per questo criticato dallo Stagirita.