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La religione greca/Le teologie dei filosofi/Platone

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Platone: la ricerca del Bene (τό Ἀγαθόν) per mezzo dell'ascensione (ἀνάβασις) dell'anima (ψυχή)

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Importanza del filosofo ateniese per la cultura occidentale e cenni biografici

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Il filosofo inglese Alfred North Whitehead (1861-1947) ebbe modo di chiosare nel suo Process and Reality (1929, New York, Macmillan)[1] che l'intero impianto filosofico occidentale era un insieme di note a margine all'opera di Platone[2]. Senza arrivare a questa conclusione di chi fu indicato come il platonico di "Cambridge"[3], occorre qui ricordare la già riportata lezione di Pierre Hadot che evidenzia come l'opera di Platone, e degli autori suoi seguaci, abbia quantomeno decisamente influenzato l'intero impianto teologico e mistico dell'ebraismo, del cristianesimo e dell'islām. È doveroso quindi ricordare il debito fondamentale che l'intero Occidente conserva nei confronti dell'opera di questo filosofo ateniese del IV secolo a.C.

Platone proveniva da un'illustre e agiata famiglia della più importante città dell'antica Grecia: Atene. Non solo, discendeva direttamente, per ramo materno, dal grande riformatore Solone (VI secolo). Platone era, dunque, destinato a una brillante carriera politica cittadina, ma la guerra del Peloponneso, con i suoi esiti, aveva diviso non solo la città, ma anche la sua stessa famiglia: Pirilampe, secondo marito della madre, era un deciso sostenitore della democrazia, a differenza degli zii Crizia e Carmide che invece aderirono al gruppo antidemocratico dei Trenta Tiranni. Per quanto ne sappiamo Platone non svolse alcuna attività politica in alcuno degli sconvolgenti periodi della sua città natale. Sappiamo, invece, che si dedicò interamente alla filosofia, abbandonando in questo modo sia il contesto familiare che quello politico[4].

Questa scelta fu radicale, egli innanzitutto rifiutò di sposarsi e quindi di generare figli, violando così uno dei doveri costituenti l'adesione al proprio clan familiare[5]. In secondo luogo decise di fondare una scuola filosofica che venne indicata come "Accademia" (Ἀκαδήμεια) dal nome del γυμνάσιον pubblico in cui si svolgevano lezioni e discussioni. Questa seconda scelta caratterizzerà, da ora in poi, la storia della filosofia greca che quindi si dividerà e si confronterà per mezzo di "scuole" propugnatrici di diversi insegnamenti.

Un altro fatto indubitabile è che Platone fu, insieme ad altri, un discepolo di Socrate ma a differenza di quest'ultimo decise di consegnare alcuni suoi insegnamenti alla scrittura. Non è la sola differenza che caratterizza questo filosofo rispetto al suo maestro:

« Per Socrate la divinità è una realtà accertata in cui e di cui vive, per Platone invece qualcosa che può essere penetrato col pensiero e compreso concettualmente. Socrate ha una religione, Platone una teologia, al servizio della quale ha messo tutta l'acutezza del suo pensiero, tutta la forza della sua fantasia e tutta la larghezza del suo sguardo, che abbraccia non solo il mondo delle idee greco ma anche le rappresentazioni che i principali popoli barbari hanno intorno agli dèi. »
(Wilhelm Nestle, Storia della religiosità greca, Firenze, Nuova Italia, p. 269)

Dottrine scritte e dottrine orali

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Seppur disponiamo quindi di numerose opere scritte del filosofo ateniese, è assai probabile che Platone abbia consegnato l'aspetto più importante del suo insegnamento alla sola oralità. Numerosi autorevoli studiosi sono assolutamente certi di questa sua scelta [6], considerando i suoi scritti alla stregua di appunti indirizzati soprattutto a coloro che erano già iniziati agli insegnamenti da lui direttamente impartiti alle lezioni dell'Accademia.

« Su queste cose non c'è un mio scritto, né ci sarà mai. In effetti la conoscenza della verità non è affatto comunicabile come le altre conoscenze, ma, dopo molte discussioni fatte su questi temi, e dopo una comunanza di vita, improvvisamente, come luce che si accende dallo scoccare di una scintilla, essa nasce dall'anima e da se stessa si alimenta. »
(Platone, Lettera VII, 341 C 5 - D 2)
« Il discorso filosofico è sempre esposto al pericolo di essere frainteso; i dialoghi forniscono, in tal senso, esempi sempre nuovi. Inoltre, la conoscenza delle Idee non è mai conseguibile con la forza. Più il pensiero si avvicina all'ardua conoscenza dei Principi, meno si può fare affidamento su di una comunicazione indisturbata. La scrittura, non raggiunge mai il grado di "chiarezza e sicurezza" della conoscenza che per il dialettico risulta irrinunciabile proprio per quanto concerne l'ambito delle archai. La conseguenza che Platone trae da tutto ciò è che il filosofo fa bene a non affidare l'intero suo pensiero agli scritti. Il motivo che giustifica questo riserbo consiste nella responsabilità che va esercitata nei confronti di quella cosa che è la "filosofia divina". »
(Thomas Alexander Szlezák, Come leggere Platone. Un nuovo canone per affrontare gli scritti platonici. Milano, Rusconi, 1991, pp. 165-6)

A questo va aggiunto che Platone, a differenza di altri autori a lui precedenti e a lui successivi, esprime il suo pensiero per mezzo del "dialogo" e non per mezzo del "trattato", "dialogo", peraltro, in cui il filosofo ateniese non compare mai in prima persona e, seppure Ario Didimo ricorda [7] che «Platone ha molte voci, non, come alcuni pensano, molte dottrine», resta che alcune di queste risultano contraddittorie, finendo per essere, l'opera di Platone, nel suo complesso un'opera non sistematica e quindi di difficile interpretazione: «come è ormai evidente, non esiste un modo incontestabile di presentare il pensiero di Platone»[8].

Ciò premesso, Giovanni Reale[9] indica tre aspetti che possono riassumere l'intera rappresentazione della realtà secondo filosofo ateniese:

  1. la teoria delle Idee;
  2. la teoria dei Principi primi (e del Principio primo supremo inteso come "Bene");
  3. la dottrina del Demiurgo.

La dottrina delle Idee

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La dottrina delle Idee/Forme. La resa meno inadeguata in lingua moderna dei termini utilizzati da Platone di ἰδέα e εἶdος (ma il filosofo ateniese utilizza come sinonimi di questi anche οὐσία e φύσις) è "forma". La ragione di questo risiede nel fatto che, nella cultura moderna, la nozione di "idea" richiama un atto psicologico quando per Platone tale termine indicava la vera natura dell'essere che abbiamo percepito con i sensi. Prima di Platone i termini ἰδέα e εἶdος, derivati da ἰδεῖν ("vedere"), indicavano, per l'appunto, le "cose" per come le "vediamo", per come concretamente le "percepiamo". In Platone il termine acquisisce quindi un ulteriore significato che rende, a detta del nostro filosofo, concreta e vera la percezione delle "cose" del mondo e la loro valutazione. Ma tale percezione, unica vera, non risiede nella percezione sensoriale di una realtà fisica, bensì nella sua comprensione intelligibile[10]. L'autentica realtà si cela ai sensi e i sensi ne restituiscono solo un'immagine distorta e transitoria. Tale realtà delle Idee/Forme metasensibili, viene riassunta da Platone in un contesto che, lungi dall'essere un luogo fisico, risulta solo una condizione espressa per mezzo di una metafora mitica [11]indicata con il termine di "Iperuranio" (ὑπερουράνιον, "oltre il Cielo"). La condizione iperuranica testimonia la caratteristica fondante delle Idee/Forme: esse non hanno figura, né colore, né alcun genere di corpo; le Idee/Forme sono quindi anche del tutto invisibili, oltre che essere eterne ed esistenti di per sé[12]. La prova dell'esistenza delle Idee/Forme viene argomentata da Platone con l'evidenza del fatto che lo stesso mondo fisico si organizza nella sua manifestazione, e viene giudicato, per mezzo di Modelli/Essenze (παράδειγμα paradeigma) che non gli appartengono. Così l'umano giudizio di "bene", "buono", "giusto" e "bello", non fa che richiamarsi alle Idee/Forme di "Bene", "Buono", "Giusto" e "Bello" che ne rappresentano la sintesi eterna e autentica, e il modello da imitare nel giudizio[13]. Per Platone vi sono quindi due mondi/ambiti/realtà, quello metasensibile e quello sensibile:

« E se queste cose stanno così, si deve convenire che vi è una specie che è sempre nello stesso modo, non generata, né peritura, che non riceve in sé altra cosa da altrove, né passa mai in altra cosa, e che non è visibile, né percepibile in altro modo, ed è quella appunto che all'intelligenza fu dato di contemplare: ma v’è una seconda specie del medesimo nome e simile ad essa, sensibile, generata, agitata sempre, che nasce in qualche luogo e di là nuovamente perisce, e che si comprende mediante l’opinione accompagnata dal senso [...] »
(Platone, Timeo 52 A; traduzione di Cesare Giarratano)

Ma, come nota David Ross:

« Non è disprezzando i sensi e rivolgendoci alla contemplazione pura, bensì utilizzando i sensi e scoprendo ciò che essi ci suggeriscono che noi (secondo l'opinione di Platone) arriviamo a conoscere le Idee; sono i nostri sensi che devono suggerirci che tutti gli eguali sensibili apparenti aspirano a ciò che è eguale e contemporaneamente gli restano inferiori; e con questa asserzione Platone descrive assai fedelmente la cooperazione di senso e ragione, cooperazione che ci conduce alla conoscenza »
(David Ross, Platone e la teoria delle idee. Bologna, Il Mulino, 1989, p.52)

La dottrina dei Principi primi

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Approfondimento

Il "perché" della Diade

« Queste, pertanto, sono le precisazioni fatte da Platone in merito ai principio su cui verte la nostra indagine; ma da quanto abbiamo detto risulta con evidenza che egli si è servito solamente di due cause, ossia di quella formale e di quella materiale (infatti le specie ideali sono cause dell’essenza per le altre cose, e l’Uno è causa dell’essenza per le specie ideali), e, nel determinare quale sia il sostrato materiale secondo cui le specie ideali fanno da predicati per gli oggetti sensibili e l’Uno fa da predicato nelle specie stesse, egli ha affermato che un tale sostrato è una diade, ossia il grande e il piccolo, ed ha attribuito, inoltre, separatamente a ciascuno di quei due elementi la causa del bene e del male [...] »
(Aristotele, Metafisica 988 a; traduzione di Antonio Russo, vol.1, p.684)

« Allora dal bene non deriva ogni cosa, bensì esso è causa solo di effetti positivi, e di quelli negativi non è causa »
(Platone, Repubblica, 379b; traduzione di Roberto Radice, p. 1127)

Se, dunque, l'Uno è il Bene, e si pone sopra l'"essere", mentre la Diade indeterminata, causa della differenza e della molteplicità, ponendosi sotto l'"essere" rappresenta la polarità dell'Uno dove, tra l'altro, per quanto a questo livello degli intellegibili può essere intesa come "male" solo sul piano paradigmatico (in quanto causa anche delle Idee negative), si pone il quesito sul "perché" della presenza della Diade. Per Salvatore Lavecchia[14] la presenza di questa polarità dell'Uno si fonda sul fatto che essendo l'Uno il "Bene", esso non può non autocomunicarsi, autorivelarsi, ad un "altro". Tale "necessità" si presenta nella figura del Demiurgo il quale, risultando "buono" e quindi privo di φθόνος (invidia), vuole comunicare all'"altro" la propria natura. Così interpreta Plotino:

« Perciò, se dopo il Primo ci dev'essere qualcosa d'altro, questo non sarà affatto semplice, ma sarà uno-molti. Ma donde deriva questo secondo? Dal Primo. E non potrebbe derivare fortuitamente, perché allora il Primo non potrebbe essere il Principio di tutte le cose. Come allora il secondo può derivare dal Primo? Se il Primo è perfetto, anzi il più perfetto sopra ogni cosa, ed è la forza originaria, è necessario che Egli sia la forza più grande di tutte, e che le altre forze siano, per quanto possono, un'imitazione di Lui. Noi vediamo che ogni altra cosa, una volta giunta alla sua maturità, genera e non tollera rimanere sola in se stessa, ma genera un altro essere, non solo chi abbia un volere cosciente, ma anche chi, senza volere cosciente, vegeta soltanto; e persino le cose inanimate cedono di sé quanto possono: e così il fuoco riscalda e la neve raffredda e i farmaci esercitano un loro potere, secondo la loro natura, su un altro essere. Tutte le cose sono copie che si manifestano, per quanto possono, in eternità e bontà. Come dunque il primo, perfettissimo Bene potrebbe starsene infecondo in se stesso, come se fosse avaro di sé o impotente, Egli che è la potenza di tutte le cose? E come potrebbe essere ancora principio? Certamente anche da Lui deve nascere qualcosa, se qualcosa d'altro deve esistere: poiché tutte le altre cose derivano da Lui, e che derivino da Lui è necessità »
(Plotino, Enneadi V, 4, 1; traduzione di Giuseppe Faggin, pp. 858-9)

Tale dottrina non trova chiaro riscontro nei dialoghi platonici ma è afferente a quello che viene indicato come "insegnamento orale" i dialoghi, infatti:

« non esprimono un pensiero platonico se non in maniera allusiva e imperfetta, in quanto essi hanno soprattutto un valore protrettico e parentetico, ed è l'insegnamento orale che permette di comprenderli e di completarli. »
(Pierre Hadot, Prefazione a Marie-Dominique Richard, L'insegnamento orale di Platone, Milano, Bompiani, 2008, p.9)

Come il variabile mondo dei giudizi e il mondo fisico percepito dai sensi in modo transitorio può essere riassunto (reso "insieme", συνοπτικός), e quindi riportato all'unità, in insiemi di Idee/Forme invisibili, eterne e immutabili, allo stesso modo le Idee/Forme eterne possono ricondursi a dei Principi primi che corrispondono all'Uno (ἕν) e alla Diade indeterminata (ἀόριστος δυάς). Va tenuto presente che tali nomi non indicano entità matematiche in quanto ponendosi questi Principi su un piano puramente metafisico sono entità "meta-matematiche"; per la medesima ragione non si possono intendere come "due" Principi, semmai di "polarismo". Questo polarismo dell'Uno e della Diade è all'origine dell'intera realtà che quindi si fonda su un principio di unità (Uno) e uno di diversificazione (Diade), conservando nel primo, l'Uno, sia l'entità del Bene sia del principio "al di sopra dell'essere". Accanto alla "polarità", base dell'origine della realtà, si pongono, come "primi generati" i Numeri ideali, ancora non entità matematiche in quanto metafisici e quindi meta-matematici e di conseguenza non operabili[15]. Tali Numeri ideali sono le "essenze" dei numeri matematici veri e propri. I Numeri ideali non possono essere sovrapposti alle Idee pur conservando con queste un rapporto di contiguità, questo perché le Idee sono collocabili all'interno della realtà intelligibile per mezzo di relazioni matematiche (maggiore/minore universalità e relazione con le altre Idee). Tra le Idee e il mondo sensibile si pongono gli enti matematici intermedi, le realtà matematiche vere e proprie, i quali pur essendo eterni e immobili (come le Idee e i Numeri ideali) risultano molteplici in ciascun numero. Questa relazione intermedia dei numeri (enti matematici intermedi) tra Idee e mondo sensibile spiega anche il fondamento della scultura e dell'architettura greca nella proporzione numerica tra le parti e nelle figure geometriche, dal più semplice fino alla proporzione della sezione aurea.

Riassumendo: l'Uno (il Bene, il Principio primo al di là dell'essere) conserva nella Diade la sua polarità tesa a moltiplicarne la realtà. Da questa relazione, i primi a essere generati (da tener presente questa "generazione" è atemporale, i quanto ab aeterno, e quindi il molteplice in questo ambito è di tipo "strutturale") sono i Numeri ideali che rendono conto delle Idee, e quindi le Idee stesse nella loro variabilità anche gerarchica. Ancora nel mondo intelligibile ed eterno si pongono gli enti matematici intermedi (che comprendono anche i piani geometrici piani e solidi, la musicologia, l'astronomia pura e quindi le "psyché"), enti che partendo dalle Idee rendono possibile il mondo fisico ovvero le realtà sensibili. Ognuno di questi livelli è tale grazie alla presenza del livello che precede ma non dipende da quello che viene dopo[16]. Questo schema della realtà parte quindi dall'"essere" verso il "non-essere", e sono proprio gli enti matematici intermedi che mediano tra un "essere" eterno, intelligibile, e che "non diviene", e un "essere", quello del mondo fisico, che invece si genera, si lacera e diviene. Quindi l'"essere" della realtà sensibile è un "essere" diviso che intermedia a sua volta con il "non-essere", il "nulla". L'"essere" della realtà sensibile non "è" quindi un autentico "essere", quanto piuttosto "possiede" l'"essere" poiché partecipa, grazie agli enti matematici intermedi, al mondo delle Idee vero luogo dell'"essere". Questo procedere "generativo" dal metasensibile al sensibile richiede, per Platone, una causa quindi la presenza di un'Intelligenza, il Demiurgo.

La dottrina del Demiurgo

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Se l'Uno è il "Bene", la Diade rappresenta, quantomeno per la tradizione indiretta[17], il "male". Ma se sul piano intelligibile tale "male" si muove su un livello paradigmatico (le Idee negative), sul piano del sensibile, essa muove verso il male per come noi lo intendiamo[18]. Nel Teeto, infatti, Platone spiega che il "male" non risiede presso gli Dei (quindi nel piano dell'intelligibile), ma solo presso il mondo mortale.



Riassumendo, nel Fedro[19] l'anima (ψυχή, psyché) umana decade dal mondo perfetto e intelligibile nel corpo fisico, durante il suo esilio prova un'irresistibile nostalgia per la condizione perduta. Nel Simposio[20] Eros è un demone figlio di Indigenza (Πενία Penia, la madre) e Espediente (Πόρος, Poros, il padre). Povero come la madre, Eros aspira alla ricchezza del padre: Eros è quindi anche una tendenza, una mania (μανία), uno stato emotivo provocato dalla bellezza terrestre che stimola il ricordo di quella perfetta e intelligibile, celeste, da cui l'anima è caduta[21]. Non è tuttavia la "bellezza" l'oggetto del desiderio dell'anima ma la sua fecondità[22]. A questo punto il filosofo ateniese individua due tipi di Eros: l'amore sensuale (πάνδημος ἔρως, pandemos eros) attratto dalla bellezza dei corpi provocante la fecondità fisica, e l'amore celeste (ουράνιος ἔρως, oruanios eros) attratto dall'amore spirituale e provocante al fecondità spirituale[23]: «E malvagio è quell'amante che è volgare e ama il corpo più dell'anima»[24]. Il vero amante si eleva quindi per sei gradi di attrazione che lo conducono dall'attrazione fisica alla realizzazione spirituale[25]: amore per un corpo bello; amore per la bellezza fisica in sé; amore per la bellezza delle attività, delle condotte; amore per la bellezza del sapere; amore per la Bellezza in sé: «È questo il momento della vita, o caro Socrate -disse la straniera di Mantinea-, che più di ogni altro è degno di essere vissuto da un uomo, ossia il momento in cui un uomo contempla il Bello in sé. E se mai ti sarà possibile vederlo, ti sembrerà ben superiore all'oro, alle vesti, e anche ai bei ragazzi e ai bei fanciulli [...] Che cosa, dunque, noi dovremmo pensare -disse- se ad uno capitasse di vedere il Bello in sé assoluto, puro, non affatto contaminato da carni umane e da colori e da altre piccolezze mortali, ma potesse contemplare come forma unica lo stesso Bello divino?».

« Il sistema filosofico di Platone non viene espressamente sviluppato nei dialoghi, ma si trova solamente, almeno a partire dalla Repubblica, dietro di essi. Questo sistema è un sistema di deduzione, e precisamente dualistico, poiché esso conduce "tutte le cose" a due fattori originari essenzialmente diversi fra loro. »
(Heinrich Gomperz, Plato's System of Philosophy, in "Proceedings of the Seventh International Congress of Philosophy", Londra 1931, citato in Giovanni Reale, Autotestimonianze e rimandi dei dialoghi di Platone alle "dottrine non scritte", Bompiani, Milano 2008, pagg. 48-9)
  1. Traduzione italiana in Il processo e la realtà. Saggio di cosmologia, Milano, Il Saggiatore, 1965
  2. «The safest general characterization of the European philosophical tradition is that it consists of a series of footnotes to Plato»
  3. Si rimanda, tra l'altro, ad autori, soprattutto matematici, fisici e cosmologi, come Alain Connes, Kurt Gödel, René Thom, Eugene Wigner, Roger Penrose, Max Tegmark e numerosi altri che, eredi più o meno diretti del pensiero platonico, sostengono l'esistenza effettiva di un piano di realtà matematica perfetto, trascendente al mondo e al pensiero umano.
  4. Julia Annas, p. 207
  5. Julia Annas sottolinea come siano del tutto marginali le eventuali preferenze omosessuali del nostro filosofo, le quali risulterebbero, a questo fine e per la cultura ateniese, del tutto irrilevanti.
  6. Cfr., ad esempio, le conclusioni delle scuole di Tubinga e di Milano.
  7. Cfr. Giovanni Stobeo, Eclogae, Εκλογαί, Libro II 55,5-6)
  8. Annas, 211
  9. Reale, vol.III p. 62
  10. Quindi pienamente percepibile e comprensibile solo con l'"intelletto":
    « Potrà dunque far questo con purità perfetta chi massimamente si adopri di avvicinarsi a ciascun oggetto col suo solo pensiero, senza né aiutarsi, nel suo meditare, della vista, né trarsi dietro alcun altro senso insieme col suo raziocinio; bensì cerchi, valendosi esclusivamente del suo pensiero in se stesso, mondo da ogni impurità, di rintracciare esclusivamente in se stesso, mondo da ogni impurità, ogni oggetto, astraendo, per quanto può, e da occhi e da orecchi e insomma da tutto il corpo, come quello che perturba l’anima e non le permette di acquistare verità e intelligenza quando abbia comunanza con esso. Non è questi, o Simmia, più di ogni altro, colui che potrà cogliere la verità? »
    (Platone, Fedone, 65C-66A; traduzione di Manara Valgimigli)
  11. Sulla "metafora mitica" dell'Iperuranio cfr. Giovanni Reale, Storia della filosofia greca e romana, vol. 3 pp. 83 e sgg.
  12. « L'Iperuranio, il luogo sopraceleste, nessuno dei poeti di quaggiù lo cantò mai, né mai lo canterà in modo degno. La cosa sta in questo modo, perché bisogna avere veramente il coraggio di dire il vero, specialmente se si parla della verità. L'essere che realmente è, senza colore, privo di figura e non visibile, e che può essere contemplato solo dalla guida dell'anima, ossia dall'intelletto, e intorno a cui verte la conoscenza vera, occupa tale luogo. »
    (Platone, Fedro 247 C-D; traduzione di Giovanni Reale)

    « Effettivamente, null'altro può esistere senza un corpo e senza in alcun modo avere un colore, se non la specie delle anime, certamente la più divina di tutte. Ed è proprio a questa specie e a nessun'altra che spetta il compito di plasmare e dare forma, mentre a quello che chiamiamo corpo tocca d'essere plasmato, generato e di assumere forma visibile. All'altra specie si addice- torniamo a dirlo perché non è tesi che basti affermarla una sola volta- l'invisibilità, l'intelligenza e l'intelligibilità »
    (Platone, Epinomide, 981 B C; traduzione di Roberto Radice)

  13. « Ma quali sono per te i veri filosofi?, chiese. - Quelli, feci io, che amano contemplare la verità. - Anche in questo, ammise, hai ragione; ma che intendi dire? - Non è facile rispondere, ripresi, davanti a un’altra persona, ma credo che sarai d’accordo con me su questo. - Su che cosa? - Che bello e brutto, essendo opposti, sono cose distinte. - Come no? - E se sono due, ciascuna di esse non sarà anche una? - Giusto anche questo. - Lo stesso discorso vale per il giusto e l’ingiusto, per il bene e il male, e per ogni altra idea: ciascuna in sé è una, ma, comparendo dovunque in comunione con le azioni, con i corpi e l’una con l’altra, ciascuna si manifesta come molteplice. - Hai ragione, disse. »
    (Platone, Repubblica V, 475E-476A; traduzione di Franco Sartori)
  14. In Una via che conduce al divino: la homoiosis theo nella filosofia di Platone, Milano, Vita e Pensiero, 2006, p. 113
  15. Non si possono "operare" matematicamente.
  16. Ciò evita a Platone ogni implicazione "panteista" o "immanentista".
  17. Cfr. Aristotele, Metafisica, 988a, 13-15.
  18. Giovanni Reale, vol.3 p.153.
  19. Cfr. 245-249
  20. 203 C-D
  21. Fedro 250 A.
  22. Simposio 206 B.
  23. Simposio 180 D
  24. Simposio 183 D-E
  25. Simposio 210-211