La religione greca/La religione greca nel periodo arcaico e classico/Uomini e Dei

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Approfondimento

Creation Prometheus Louvre Ma445.jpg
Le altre antropogonie

Secondo alcuni racconti[1], le prime compagne degli uomini furono le Ninfe Melie, le Ninfe dei frassini, nate dal sangue del membro di Urano caduto sulla Terra. In seguito [2] si ritenne che gli uomini fossero frutti caduti dai frassini. Oppure [3] si riteneva che gli uomini fossero emersi direttamente dalla Terra, magari nell'aspetto di "formiche" [4]. Ancora [5] si riteneva che il primo essere umano, di nome Alalcomeneo (Αλαλκομενεύς), fosse nato nei pressi del lago di Copaide (Beozia) avendo come compagna Niobe (Νιόβη). Nell'Argolide era Foroneo (Φορωνεύς) il primo uomo [6], figlio del dio Inaco (Ιναχοσ) e di Melia e avente come compagna sempre Niobe [7], la madre dolorante del genere umano. Nei racconti antropogonici è presente anche il Diluvio universale [8]. Zeus per eliminare la tracotante stirpe di "bronzo" che si rifiutava di eseguire i sacrifici agli dèi, decise di provocare il "diluvio"; Deucalione (Δευκαλίων), figlio di Prometeo, avvertito dal padre, costrui un'arca e vi si rifugiò con la moglie Pirra (Πύρρα), a sua volta figlia del fratello Epimeteo e di Pandora e, navigando per nove giorni, approdò sulla cima del Parnaso dove eseguuì un sacrificio per il re degli dèi. Soddisfatto del comportamento di Deucalione, Zeus gli inviò Ermes affinché esaudisse un suo desiderio, Deucalione chiese quindi la generazione degli uomini allora Zeus lo invitò a scagliare delle pietre dietro la sua testa: dalle pietre di Deucalione ebbero origine gli uomini e da quella lanciate da Pirra, le donne.
La creazione dell'uomo da parte di Prometeo raffigurata in un sarcofago romano del III secolo d.C., conservato presso il Museo del Louvre di Parigi. A sinistra di Prometeo si colloca Atena che indossa l'elmo, mentre alla sua destra si pone Ermes con il copricapo alato.
« Con acqua e terra Prometeo plasmò gli uomini e donò loro il fuoco che celò in una ferula, di nascosto da Zeus »
(Apollodoro, I miti greci I,7,1. Traduzione di Maria Grazia Ciani. Milano, Mondadori/Fondazione Lorenzo Valla. 2008, p.31)
« Sostengono, dunque, che questo è ciò che resta di quella argilla dalla quale tutto quanto il genere umano fu plasmato da Prometeo. »
(Pausania, Viaggio in Grecia, X, 4,4. Traduzione di Salvatore Rizzo. Milano, Rizzoli, 2011, p. 109)
Particolare di Hydria a figure rosse risalente al IV secolo a.C., conservato al Museo archeologico della Catalogna. Questo particolare raffigura una donna nell'atto di aprire una pyxis e potrebbe indicare il mito del vaso di Pandora. Aprendo il vaso Pandora condanna l'umanità a una vita di sofferenze, realizzando così la punizione di Zeus. Solo la Speranza (ελπίς) rimane, per volere di Zeus, all'interno del vaso, consentendo all'uomo di non essere schiacciato dalla consapevolezza della sofferenza e della morte imminenti.

Nella Teogonia di Esiodo non si parla della generazione degli uomini[9], fatto salvo della creazione (cfr. 570 e sgg.) della prima donna, quella figura menzionata nelle Opere e giorni come Pandora (Πανδώρα, "[Colei che è fornita di] tutti i doni"): Zeus irato con Prometeo, il quale aveva rubato il fuoco per donarlo agli uomini, decide di inviare all'umanità la donna, colei che, formata da Efesto col fango (γαῖαν ὕδει φύρειν, così precisa in Opere e giorni, v.61) ma adornata dei doni delle dee, apparentemente possiede una bella presenza ma in realtà, come ancora precisa Opere e giorni (al v. 68), nasconde lo spirito di cagna (κύνεος νόος). La creazione della donna, del "bel male" (καλὸν κακὸν kalon kakon, Teogonia 585), ci dice Esiodo, modifica lo status degli uomini che da anthropoi (ἅνθρωποι) divengono andres (ἄνδρες) e quindi uomini associati alle donne (Teogonia 589-593), destinati alla generazione e alla morte[10].

Questo risultare frutto della mescolanza di acqua e terra, propria della genesi delle donne, nell'Iliade (VII, 99[11]) riguarda pure gli uomini, anche se, l'invettiva di Menealo contro i propri compagni che hanno timore di Ettore, possa in realtà inerire al fatto che si stiano comportando da donne e non da guerrieri[12]. Tuttavia sia Aristofane (Uccelli v. 686) che Callimaco (fr. 192) richiamano l'uomo come fatto d'argilla. Nello specifico a plasmare l'uomo con acqua e terra per Callimaco, come per Apollodoro (I,7,1), Pausania (X,4,4) e Filemone (fr. 89), fu il titano Prometeo.

Prometeo non è l'unico Titano vicino e amico degli uomini, come ricorda anche Diodoro Siculo[13]. il quale riferisce che secondo i Cretesi, i Titani nacquero al tempo dei Cureti. Essi vivevano nei pressi di Cnosso, erano sei maschi (Crono, Iperione, Ceo, Iapeto, Crio, Oceano) e cinque femmine (Rea, Temi, Mnemosine, Febe e Teti), figli di Urano e di Gea, oppure figli di uno dei Cureti andato in sposo a una certa Titaia da cui essi presero il nome. Ognuno di questi Titani ebbe modo di lasciare un dono prezioso in eredità agli uomini conquistando in questo modo un onore imperituro. Crono, dei Titani il più anziano, fu re, e grazie a lui gli uomini passarono dallo stato selvaggio alla civiltà. Insegnò agli uomini anche ad essere probi e semplici d'animo, questa è la ragione per cui si sostiene che gli uomini al tempo di Crono furono giusti e felici.[14].

« Talvolta i Titani erano considerati figure primitive e selvagge, al limite della crudeltà mostruosa: divinità imperfette che regnavano con la forza, non con la sapienza e la giustizia di Zeus. [...] Alcuni però pensavano che questi antichi dèi possedessero una loro giustizia, più mite e modesta rispetto a quella degli olimpi, e in fondo più benevola nei confronti dell'umanità »
(Giulio Guidorizzi. Il mito greco vol.1 Gli dèi. Milano, Mondadori, 2009, p.33)

Se la creazione degli uomini non ha posto nella Teogonia, diversamente questa viene citata nell'altra opera di Esiodo, Opere e giorni, dove ai versi 109-110, 127-128, 143-144, 156-158, viene raccontata la loro genesi in quattro[15] stirpi (aurea, argentea, bronzea e quella degli Eroi; appartenendo noi, con Esiodo, a quella ferrea, la quinta, l'ultima). Il verbo utilizzato da Esiodo per indicare questa genesi è ποιέω (poièo; fare, fabbricare, creare), quindi gli dèi[16] "creano", "fabbricano", "fanno" gli uomini, progressivamente in quattro stirpi differenti, ognuna delle quali sostituisce la precedente. La ragione di questa "fabbricazione" risiede, per Reynal Sorel, nel fatto che «l'ambiente divino non riesce, come tale, a comprendersi da sé stesso»[17]. La differenza tra le varie stirpi umane è determinata dai differenti stili di vita e dal fatto se questi osservino il criterio di giustizia oppure si prestino alla tracotanza[18].

La "fabbricazione" dell'uomo da parte degli dèi è, nella concezione esiodea, resa necessaria affinché questi si voti «all'esercizio del sacrificio»[19]

« Ciò che avvicina l'uomo agli dèi non è dunque la presenza in lui, più o meno velata, di un elemento divino, ma l'osservanza, nel rispetto della giustizia, delle regole che governano i rapporti dei mortali tra loro e con le potenze superiori. Sottomettendosi a queste norme gli uomini stabiliscono con gli dèi un tipo di comunicazione che definisce il loro ruolo e che, nello stesso tempo, fa di loro proprio uomini, cioè creature miserabili, deboli, mortali, ma che hanno il cuore abitato dalla vergogna, e uno spirito capace di riconoscere la giustizia. La sola parentela tra uomini e dèi è per Esiodo quella che si costituisce attraverso il culto e che si mantiene con la scrupolosa osservanza dei riti. »
(Jean-Pierre Vernant, in Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant La cucina del sacrificio in terra greca. Torino, Boringhieri, 1982, p.54)

La condizione umana, segnatamente la condizione della stirpe di "ferro", è una condizione di "mezzo" tra gli dèi e le bestie. Dagli dèi la stirpe degli uomini è separata dalle caratteristiche proprie della sua esistenza caratterizzata dagli "affanni" e dalla morte; dalle bestie si distingue per la consapevolezza del suo inevitabile destino. Tale destino gli è stato consegnato da Zeus in persona il quale, in questo modo, voleva punire l'affronto di Prometeo. Così ora l'uomo della generazione di "ferro" a differenza dell'uomo della stirpe "aurea" è costretto a lavorare duramente i campi e a sacrificare le bestie per poter riempire il proprio ventre, allo stesso modo è costretto a unirsi in matrimonio con la "donna" (il bel male) per poter generare la sua stirpe mortale. Le pratiche cultuali inerenti alla coltivazione dei campi, al sacrificio e al matrimonio ne caratterizzano quindi la vita religiosa, che se da una parte li collega al mondo divino, a cui una volta era unito, ora ne rammenta l'incolmabile distanza. Tale ambiguità ne caratterizza costantemente l'esistenza:

« Non c'è bene che non sia compensato da un male uguale e contrario: l'abbondanza dalla fatica, l'uomo dalla donna, la nascita dalla morte. Nella nostra vita, ogni aspetto prometeico, che c'innalza al di sopra delle bestie, è accompagnato da un aspetto opposto "epimeteico", che segna la rottura con l'antica beatitudine della vicinanza con gli dèi, e la caduta in una condizione di esistenza inferiore, destinata alla sventura e alla discordia. »
(Jean-Pierre Vernant, in Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant La cucina del sacrificio in terra greca. Torino, Boringhieri, 1982, p.72)

Nei versi 90-105 delle Opere e giorni Esiodo descrive la conclusione della vicenda umana attraverso il mito del "vaso di Pandora". Questo giara (πίθος pithos) che dovrebbe contenere il grano (βίος bios) contiene invece i "mali" che affliggono l'uomo e che sono fino a quel momento separati da lui, ma Pandora apre il vaso e li disperde ovunque facendo sì che l'esistenza umana venga da quel momento da questi caratterizzata. Solo Elpis (ελπίς), la Speranza, «l'attesa o il pensiero del presente-futuro che resta nel "pithos"; riparo al male schiacciante o dominante, in primis quello delle Chere di morte»[20] rimane nel vaso per volere di Zeus.

Da quel momento i "mali" si presentano come "beni" e quando l'uomo li riconosce come "mali" questi ormai lo hanno raggiunto. Per poter raccogliere il bios, il nutrimento, e riempire la giara di "beni" l'uomo deve affrontare la fatica e la sofferenze ormai diffuse ovunque. Solo il lavoro, la costanza e la diligenza possono riempire di beni la giara della vita e nutrirla di buone speranze, regalando così all'esistenza umana momenti di serenità in mezzo ai mali diffusi da Pandora in ottemperanza alla punizione di Zeus.

L'uomo, quindi, plasmato d'argilla[21], si distingue dalle bestie e dagli dèi andando a occupare una posizione tra questi intermedia, resa tale dalla parentela con gli dèi grazie alla pratica cultuale.

Note[modifica]

  1. Lo scoliaste (187) della Teogonia esiodea sostiene che da queste Ninfe viene la prima generazione degli uomini.
  2. Scoli alla Teogonia 563
  3. Ippolito Refutatio Omnium Heresium V, 6,3.
  4. Esiodo fr. 76.
  5. Scoli all'Iliade XXIV, 602
  6. Clemente, Stromata, I, 21.
  7. Platone Timeo 22A.
  8. Apollodoro, I, 7,2.
  9. In "Opere e giorni" (108) Esiodo sostiene tuttavia che uomini e dèi conservano la medesima origine. Era opinione comune, comunque, che la stirpe umana originaria fosse composta da soli uomini e non dalle donne che emergeranno successivamente.
  10. Jean-Pierre Vernant in Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant, La cucina del sacrificio in terra greca. Torino, Boringhieri, p.52.
  11. « ... si alzò Menelao rimbrottandoli
    con aspre parole e gemendo in cuor suo:
    "Ahimè, millantatori, Achee e non più Achei,
    questa sarà un'infamia più infame di tutte,
    se nessuno dei Greci affronterà Ettore.
    Possiate diventare tutti acqua e terra,
    voi che restate seduti senza coraggio né onore". »
    (Omero. Iliade, VII, 94-100. Traduzione di Guido Paduano. Milano, Mondadori, 2007, p.207)
  12. Cfr. nota 52 p.511 di Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant Op.cit..
  13. In Bibliotheca historica V, 64 e sgg.
  14. Cfr. qui il mito esiodeo in Opere e giorni, 109-120
  15. Dell'ultima, la "stirpe ferrea", Esiodo non precisa, lamentando solo il fatto di appartenervi.
  16. Le prime due stirpi sono "fatte" dagli Immortali, le ultime due dallo stesso Zeus.
  17. Cfr. Reynal Sorel, Finalité et origine des hommes chez Hésiode in "Revue de métaphysique et de morale" 1, gennaio-marzo, 1982, pp. 84 e sgg. citato in Reynal Sorel, Orfeo e l'Orfismo. p.84.
  18. Jean-Pierre Vernant in Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant La cucina del sacrificio in terra greca. Torino, Boringhieri, p.54.
  19. Reynal Sorel. Orfeo e l'orfismo. Morte e rinascita nel mondo greco antico. Nardò (Lecce). Besa editrice, 2011, p. 79.
  20. Cesare Cassanmagnago. Op. cit. p. 952.
  21. In tradizioni successive a quella esiodea la creazione dell'uomo parte per l'appunto dalla mescolanza di acqua e fango a cui va aggiunto un elemento igneo proprio del Sole, a differenza delle bestie nate solo dall'argilla, Cfr. in tal senso Jean-Pierre Vernant, in Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant La cucina del sacrificio in terra greca. Torino, Boringhieri, 1982, pp. 51 e sgg.