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La religione greca/La religione greca nel periodo arcaico e classico/Il culto dei defunti e la ''psyché''

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Koûros funerario risalente al VI secolo a.C., rinvenuto a Anavyssos (Attica) e oggi conservato presso il Museo archeologico nazionale di Atene. Alla base della statua, un distico recita:
« Fermati e piangi di fronte alla tomba di Kroisos, che Ares furioso uccise, mentre combatteva tra i primi »
Statua di sirena in marmo pentelico, rinvenuta presso la necropoli del Ceramico e risalente al IV secolo a.C., oggi conservata presso il Museo archeologico nazionale di Atene. Le sirene sono strettamente collegate ai culti funerari, esse stazionavano alle porte degli Inferi avendo il compito di consolare le anime dei defunti con il loro dolce canto e di accompagnarle nell'Ade. George M.A. Hanfmann[1] ricorda che questo stretto collegamento con il mondo dei morti, testimoniato soprattutto dal fatto che fin dai tempi più antichi le loro immagini fossero a corredo delle tombe, fa supporre ad alcuni autori che le sirene fossero in origine degli uccelli in cui trovavano dimora le anime dei defunti.
Da notare il palmo della mano sinistra, che è tutto ciò che ci resta delle braccia, posto sul lato della testa onde tirare, nella lamentazione del morto, i capelli sciolti. La gravità del lamento risulta ben impressa anche nell'inclinazione della testa e nei contratti lineamenti del viso.
« Voi, piumate vergini
figlie della Terra, voi
Sirene invoco, ai pianti miei
venite qua, col libico
flauto o con le cetre: siano per i miei
tristi lutti, consone lacrime,
pianti per pianti, per musiche musiche:
ai gemiti consoni complessi
Persefone mi mandi,
voci di morte, e da me con le lacrime
s'abbia un peana nel regno di tenebra omaggio
per i defunti sepolti là »
(Euripide, Elena, 167-179. Traduzione di Filippo Maria Pontani, Milano, Mondadori, 2007, p. 485)

La nozione di psyché (ψυχή)

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I poemi omerici affrontano più volte il tema di ciò che accade dopo la morte: cessata la vita del corpo, la sua psyché (ψυχή) vola via.

(IT)
« ma la furia impetuosa del fuoco ardente
li disfa non appena θυμός (thumos) abbandoni le bianche ossa
e la ψυχὴ (psyché) come un'immagine di sogno vola via. »

(GRC)
« ἀλλὰ τὰ μέν τε πυρὸς κρατερὸν μένος αἰθομένοιο
δαμνᾷ, ἐπεί κε πρῶτα λίπῃ λεύκ' ὀστέα θυμός,
ψυχὴ δ' ἠΰτ' ὄνειρος ἀποπταμένη πεπότηται »
(Odissea, XI, 220 e segg.)

Qui si presentano due nozioni, quello del θυμός (thumos) e quello della ψυχὴ (psyché).

Richard Broxton Onians (1899-1986)[2] osserva che θυμός viene così indicato quando questi è racchiuso nei polmoni (ritenuti organi dell'intelligenza) come un elemento caldo; il termine diviene invece ψυχή quando abbandona il corpo con l'ultimo respiro, divenendo un elemento freddo. Ma accade anche che θυμός e ψυχή lascino insieme il corpo, tuttavia ψυχή lo abbandona giungendo nell'Ade (Ἅδης) come ἠύτ ὄνειρος (un fantasma visto in sogno) mentre θυμός viene distrutto dalla morte.

La nozione di psyché (ψυχή) è difficilmente traducibile in lingua italiana, come in qualsiasi altra lingua moderna, in quanto non si riuscirebbe a coprirne l'intera area semantica. Genericamente il lemma moderno meno inadeguato può essere quello di "anima"[3].

L'uomo greco dei poemi omerici crede dunque che dopo la morte sopravviva solo la psyché del defunto, tale psyché non è altro che una immagine dello stesso che scompare come "fumo"[4] o come un'ombra[5].

Tale 'ombra' disegna la figura del morto quando era vivo, ma poco di più:

« La psiche, secondo la concezione omerica, non somiglia affatto a cio che noi, in opposizione al corpo, sogliamo chiamare "spirito". Tutte le funzioni dello "spirito umano", nel senso più ampio della parola, denominate variamente dal poeta, sono attive, anzi sono possibili, soltanto finché l'uomo vive. Al sopraggiungere della morte, l'uomo che costituiva un tutto completo, si scinde: il corpo, cioè il cadavere, diventa "terra insensibile", si corrompe; la psiche perdura intatta. Ma essa non salva lo spirito e le forze di lui, più che non salvi il cadavere; quando lo spirito e gli organi l'abbandonano, si dice ch'ella è priva di sensi: tutte le forze della volontà, del sentimento e del pensiero spariscono colla scomposizione dell'uomo nelle sue parti costitutive. »
(Erwin Rohde. Psiche. Bari, Laterza, 2006, p. 13)

Ne consegue che per le credenze proprie dell'"uomo omerico", con la morte non finisce l'esistenza in quanto tale, ma certamente l'esistenza dell'uomo inteso come personalità, volitività, affettività. L'"ombra" che si aggira nell'Ade è solo un 'sogno', un'immagine sbiadita e priva di qualsiasi contenuto rispetto a quello che da vivo egli fu.

Nonostante questa nozione della realtà dei defunti, l'uomo greco tributa agli stessi dei culti familiari presso le loro tombe. I morti vengono quindi percepiti ancora come "potenti", in grado di influire in qualche modo sulla vita dei loro cari[6].

Con il successivo emergere dei culti misterici, si diffonde l'idea che chi muore, qualora avesse praticato quelle "iniziazioni", possa ambire ad un'altra condizione rispetto a quella comune, una condizione simile a quella riservata agli "eroi" rapiti nell'Isola dei beati. Mentre

« Chi da stolto ha trascurato o disprezzato l'iniziazione, naturalmente "non ha uguale sorte" laggiù, come dice in forma riservata l'inno di Demetra. Soltanto gli iniziati hanno vita, dice Sofocle; i non iniziati, cui laggiù andrà male, non si dovevano certo concepire altrimenti che come ombre vagolanti nella semi vita crepuscolare dell'Erebo omerico. »
(Erwin Rohde, Op.cit. p. 255)
  1. in Oxford Classical Dictionary 1970; trad. it Dizionario di antichità classiche. Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo, 1995, pp. 1952-3
  2. R. B. Onians, The Origins of European Thought, Cambridge, Cambridge University Press, 1951
  3. Giovanni Reale, Storia della filosofia greca e romana vol.9. Milano, Bompiani, 2004, p. 286
  4. Iliade XXIII, 100
  5. Odissea XI,207
  6. Erwin Rohde, Op.cit. pp.205 e segg.