La religione greca/Le origini preistoriche e gli Indoeuropei

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Sopra, la "Dea Madre" seduta, con accanto due leopardi: originariamente da Çatalhöyük, è un reperto neolitico (6000-5500 a.C. ca.), oggi al Museo della Civilizzazione Anatolica, Ankara.
Cibele del III secolo d.C..JPG
A destra, la dea Cibele (Magna Mater) seduta tra leoni, con dedica al senatore Virius Marcarianus. Arte romana, III secolo d.C., conservata al Museo archeologico nazionale di Napoli.
Il "Pensatore" (dal Museo archeologico nazionale di Atene), rappresentazione in argilla risalente al Neolitico Finale (4500-3300 a.C.), rinvenuta a Karditsa in Tessaglia. È un'opera unica resa tale dalle sue dimensione e dalla completezza dell'artefatto. L'elemento itifallico pronunciato, e per larga parte andato distrutto, la indica come un'immagine cultuale agraria, legata ai riti della fertilità della terra.
Scultura di figura femminile (forse una sacerdotessa) in marmo. La figura indossa un copricapo e riporta dei simboli incisi sulle braccia. Risalente al Neolitico antico, è stata rinvenuta a Sparta ed è oggi conservata presso il Museo archeologico nazionale di Atene.
Interno della Casa delle tegole rinvenuta a Lerna (Argolide), violentemente distrutta intorno al 2100 a.C.

La presenza dell'uomo in Grecia è datata a partire dal paleolitico[1]. Nel neolitico inferiore (VII millennio a.C.) registriamo i primi insediamenti permanenti che avviarono le economie agricole e di allevamento[2]. Questa civiltà agricola è la più antica d'Europa e proveniva dall'Oriente[3]. Le ragioni di queste conclusioni ineriscono al fatto che nessuna specie cerealicola (orzo o frumento), né gli animali da allevamento, quali capre o pecore, sono in alcun modo originari della Grecia[4][5].

Il neolitico ha quindi origine nella "Mezzaluna fertile", ovvero tra gli attuali Iran e Cisgiordania, e da lì si diffuse in Asia minore, giungendo in Grecia. Sempre dall'Oriente giunse in Grecia la lavorazione della ceramica e del metallo (III millennio) e, infine, la scrittura. Scarse sono le testimonianze religiose di questo periodo, a differenza dei più recenti siti neolitici danubiani studiati in tal senso da Marija Gimbutas[6].

In genere abbiamo la presenza di numerose statuette rappresentanti una figura femminile dal basso ventre e dalle natiche esagerate, forse una "divinità madre" presente nello stesso periodo anche negli altri insediamenti neolitici europei, asiatici e africani. Interessante in tal senso l'insediamento neolitico di Çatalhöyük che invece conserva, oltre le statue della Dea Madre, anche delle abitazioni a più vani con alcuni di questi indicati da Burkert[7] come "santuari", vista la presenza di pitture parietali, di banchi con corna di toro e di sepolture di sole ossa (sepolture secondarie). Secondo Walter Burkert[8] l'insieme di tali elementi rende evidente la continuità con la Grande Madre micrasiatica con i suoi sacrifici del toro e la presenza di leopardi e leoni. Tra i vari siti neolitici rinvenuti in Grecia occorre segnalare quello di Achillion, in Tessaglia, dove è stata portata alla luce una maschera di argilla appesa ad un palo che ricorda la maschera di Dioniso appesa al palo così raffigurata in numerosi vasi greci[9]. Allo stesso modo si fanno risalire le Tesmoforie a culti preistorici[10]. Inoltre si potrebbe congetturare una eredità cultuale a Demetra con sacrifici di maiali[11].

Ma, congetture a parte, in conclusione, come già ebbe modo di constatare lo studioso svedese Martin Persson Nilsson (1874-1967), della religione elladica "noi non sappiamo nulla"[12].

Più recentemente e sempre in merito Walter Burkert così conclude:

« Anche dopo gli scavi di Lerna ed Eutresi non si è potuto ricavare gran che di concreto; tuttavia è sufficiente segnalare che i popoli migratori Indoeuropei-Greci trovarono e recepirono forma di culto pienamente sviluppate. »
(Walter Burkert, op. cit., p. 79)

Gli Indoeuropei in Grecia[modifica]

Con Esiodo[13] i Greci fanno partire la loro stirpe dall'eponimo fondatore Elleno, re della Tessaglia e figlio di Deucalione. Elleno ebbe tre figli: Xuto, Eolo e Doro. Dal figlio di Xuto, Ione, ebbero origine gli Ioni, da Eolo e Doro rispettivamente gli Eoli e i Dori. Dal sud dei Balcani giunsero quindi nell'attuale Grecia, sempre secondo la tradizione, gli invasori "Elleni". Fino alla metà dello scorso secolo gli studiosi ritennero che tale mito[14] possedesse un qualche fondamento, studi successivi dimostrarono tuttavia che le differenze dialettali sono rilevabili solo dopo il crollo di Micene, quindi non possono essere antecedenti al II millennio[15].

Il greco e il greco antico sono certamente lingue di origine indoeuropea[16]. Per quanto attiene a questa lingua, essa ci è nota a partire dai testi in lineare B risalenti al XV secolo a.C.[17]. Francisco Villar[18], anche dopo un'attenta disamina sulle conclusioni delle ricerche linguistiche, ritiene che:

  • risulta ormai ovvio che il bacino del Mediterraneo fosse abitato da popoli non indoeuropei prima dell'arrivo degli Indoeuropei, i quali si stabilirono, quindi, su un sostrato non indoeuropeo;
  • gli Indoeuropei di stirpe greca, i Greci, siano entrati in Grecia durante l'età del Bronzo, probabilmente a partire dal XX secolo a.C.;
  • i Greci erano consapevoli del fatto che la Grecia fosse stata abitata da altri popoli prima del loro e questi popoli erano indicati con diversi nomi: Pelasgi, Tirseni, Lelegi, Cari ed Eterocretesi; tutti popoli considerati dai Greci come "barbari";
  • per quanto attiene la Grecia sembra anche «innegabile il fatto che tale materiale dimostra, fuori di qualsiasi ragionevole dubbio, che il sostrato pregreco è molteplice e che in esso c'è per lo meno uno strato indoeuropeo»[19]. Ne consegue che all'arrivo degli Indoeuropei-Greci, la Grecia era già abitata da altri popoli, alcuni di questi di origine indoeuropea, probabilmente provenienti dall'Anatolia;
  • l'arrivo degli Indoeuropei-Greci è databile tra il XX e il XV secolo a.C. Questi popoli giungevano probabilmente dall'Epiro e dalla Tessaglia occidentale, sviluppando in Grecia quella che noi indichiamo come Civiltà micenea, civiltà che cadde in rovina intorno al XIII secolo a.C., quando, probabilmente, irruppe nella penisola il popolo, sempre indoeuropeo, dei Dori.

Per quanto attiene le credenze religiose degli indoeuropei, Régis Boyer evidenzia come molte religioni da loro derivate si limitarono inizialmente a personificare gli elementi naturali come il Cielo, il Giorno, la Notte, la Terra, l'Oceano, il Tuono, il Vento e, riprendendo Georges Dumézil, nota come esse presentino ovunque delle triadi divine e la nozione di "Destino"[20].

Sempre al riguardo della religione indoeuropea, Francisco Villar[21] fa presente che l'archeologia linguistica ha evidenziato il nome di un solo dio comune a tutte le religioni di origine indoeuropea, *dyằus, col significato di "luminoso", in greco antico Ζεύς, in latino Iovis (genitivo; latino arcaico Diovis); accompagnato dal termine indoeuropeo di "padre", *pətḗr, in greco antico Ζεύς πατήρ, latino Iūppiter, umbro Iupater, sanscrito Dyauṣpitā col significato di "Padre Luminoso".

Émile Benveniste nel suo Le Vocabulaire des institutions indo-européennes (1969)[22] ha ricostruito accuratamente alcuni termini propri della religione greca che risultano comuni alle altre lingue indoeuropee[23]. Tra questi possono essere segnalati:

  • hierós (foneticamente con l'eolico hiarós) nel suo significato di "sacro"[24] corrispondente al sanscrito vedico iṣiraḥ, laddove, tuttavia, mentre il greco antico indica ciò che attiene al "sacro", il vedico indica ciò che è "potente"; ma nel caso delle disposizioni dello "spirito" del sacrificante i cui termini possono sovrapporsi: hierón ménos ("spirito" sacro), iṣiram manaḥ ("spirito" ardente);
  • hósios/hosíē, termine vicino a hierós quindi sempre nell'ambito semantico del "sacro", ma con il significato di "prescritto dalla legge divina"[25] (ciò che è "prescritto dalla legge umana" è indicato come díkaios). Hósios/hosíē corrisponde quindi al termine "santo"[26].
  • hágios (ionico, in Erodoto), con i collegati hágnos (omerico) e házomai (omerico); nella nozione di ciò che è temuto, se violato, per il conseguente castigo divino; è relazionato quindi al tempio o alla giovine vergine dedicata. Generalmente relazionato al sanscrito yai- (sacrificio, da cui yajña), ma anche con l'avestico yaz (nel significato anche di "riverire"). Paul Kretschmer[27] e Antoine Meillet[28] lo relazionano con il latino arcaico sak.

Note[modifica]

  1. Cfr., tra gli altri, V. Milojcic, J. Boessneck, D. Jung, H. Schneider. Paläolitikum um Larissa in Thessalien. Bonn, Habelt, 1965
  2. Cfr., tra gli altri, F. Schachermeyr. Das ägäische Neolithikum.
  3. Cfr. W. Burkert, op. cit..
  4. Cfr. W. Burkert, op. cit..
  5. "L'Età del bronzo cominciò in Grecia intorno o subito dopo il 3000 a.C., grazie all'adozione di tecniche sviluppatesi nel vicino mondo orientale, però, non per un'invenzione originale e indipendente. [...] Le coltivazioni dei cereali e le domesticazioni di certi animali, le novità che segnano l'inizio del Neolitico, vennero importati dall'Oriente, presumibilmente dall'Asia Minore." (Moses I. Finley. La Grecia dalla preistorica all'età arcaica. Bari, Laterza, 1972, p. 5).
  6. Marija Gimbutas. The Goddesses and Gods of Old Europe, 1974. Per approfondire in lingua italiana: Marija Gimbutas. Il linguaggio della Dea. Venezia, Venexia, 2008; Le Dee viventi. Milano, Medusa Edizioni, 2005.
  7. Op. cit. p. 74.
  8. Walter Burkert, op. cit., p. 74.
  9. Marija Gimbutas, op. cit., p. 61.
  10. Cfr. E. Simon. Die Götter der Griechen. Monaco, 1969, p. 92.
  11. W. Burkert, op. cit., p. 76.
  12. Cfr. Martin Persson Nilsson. The Mycenaean Origin of Greek Mythology. Berkeley, University of California Press, 1932, I.3.1.
  13. Cfr. fr.7-Rzach; cfr. anche Apollodoro, Biblioteca I, 7, 3; nello scolio al Simposio di Platone 208d viene aggiunta Xenopatra.
  14. Herbert Jennings Rose Elleno in Oxford Classical Dictionary 1970; trad. it. Dizionario di antichità classiche. Cinisello Balsamo (Milano), San Paolo, 1995, p. 771 nota che più che di "mito" si tratta di un'antica teoria etnologica formulata "nella tradizionale veste mitologica della genealogia".
  15. Cfr.Francisco Villar. Gli indoeuropei e le origini dell'Europa. Lingua e storia. Bologna, Il Mulino, 1997, p. 548.
  16. "Il greco è stato e continuerà a essere una delle lingue fondamentali per lo studio della famiglia linguistica indoeuropea. E questo per due ragioni complementari. Da un lato perché è uno dei due rami indoeuropei che risale al II millennio a.C. grazie alle tavolette micenee. Certo tale testimonianza ha un valore relativo a causa delle imprecisioni dell'alfabeto in cui è scritta e del carattere crudo, di tipo inventariale, di questa documentazione. Ma i testi che seguono in antichità, i poemi omerici, messi per iscritto nell'VIII secolo a.C., risalgono attraverso la tradizione orale fino all'epoca micenea, di cui narrano gli avvenimenti e le gesta eroiche. Questo significa che tra i testimoni del I millennio, solo il vedico del gruppo indiano può competere con loro per antichità. La seconda ragione dell'importanza del greco per la comparazione, in parte conseguenza della prima, è lo stato di conservazione fonetica del greco. Nonostante la perdita di taluni fonemi (fondamentalmente laringali, la /y/ e in parte la /w/), il greco ha conservato intatta la struttura antica delle parole e soprattutto delle sillabe finali, essenziali nelle lingue con flessione suffissale." (Francisco Villar. Gli indoeuropei e le origini dell'Europa. Lingua e storia. Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 565-6).
  17. Cfr. Walter Burkert, op. cit. p. 81.
  18. In Gli indoeuropei e le origini dell'Europa. Lingua e storia.. Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 547 e sgg.
  19. Francisco Villar, op. cit. p. 557.
  20. Cfr.Régis Boyer. Il mondo indoeuropeo in L'uomo indoeuropeo e il sacro. "Trattato di antropologia del sacro" vol.2. Milano, Jaca Book, 1992, pp. 16-7.
  21. Op. cit., p. 139.
  22. In italiano Émile Benveniste. Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, voll. I e II. Torino, Einaudi, 1976.
  23. Cfr. Émile Benveniste, op. cit., I vol. Libro terzo, pp. 420 e sgg.
  24. Vero è che il termine latino per "sacro" è sacer/sakros, tuttavia, nota, Benveniste (op. cit., p. 433) in latino, ma di radice etrusca, abbiamo Aesar, nome del dio etrusco, da cui Caesar (cfr. «futurumque ut inter deos referretur, quod aesar, id est reliqua pars e Caesaris nomine, Etrusca lingua deus vocaretur» Svetonio, Vita dei Cesari II (Augusto),97). Ma anche l'osco aisusis (sacrificiis), il volsco esaristrom (sacrificium) e l'umbro esono (sacrificalis). Così l'etrusco aisuna, eisna, aisna col significato di "divino". Anche se, questi termini italici conservano un collegamento diretto con il dio e non con il sacro, mentre nel greco l'alveo del divino è collegato al termine theîos.
  25. Hósios/hosíē compare due volte nell'Odissea: oud' hosíē kakà rháptein allḗloisin (XVI, 423) «non è consentito dalla legge divina tramare iniziative gli uni contro gli altri»; allo stesso modo quando la serva esulta di fronte ai proci massacrati, Ulisse la rimprovera perché non è consentito dalla legge divina (oukh' hosíē, XXII, 412) gioire di fronte agli uccisi. La nozione di hósios/hosíē compare cinque volte negli Inni omerici con accezione analoga, come nell'Inno a Ermes (I, 130), quando Ermes, turbato dall'odore delle carni, desidera cibarsene, ma infine si risolve a non farle passare per la sua "sacra gola" (hieres kata deires); in quanto dio non può infatti praticare l'hosíē, cioè accedere al cibo desacralizzato ciò è prescritto dalle leggi degli dèi solo agli uomini.
  26. "Il confronto tra l’hosiotes e il concetto romano di sanctitas è naturale e molto istruttivo" (Károly Kerényi, Religione antica, p. 83). "Viene definito hosion non solo l’uomo che conduce una “vita pura”, bensì anche ogni altra realtà considerata dal punto di vista della purezza: ad esempio un luogo dove accade qualcosa che, pur essendo lecita in base alle leggi non scritte della vita, sarebbe tuttavia proibita secondo le leggi di un’esigenza di purezza rigorosamente religiosa. Ogni edificio statale non espressamente consacrato come santuario, hieron, apparteneva agli hosia. L’hosion occupa dunque chiaramente una posizione intermedia fra lo hieron e il totalmente profano. Una scissione della vita antica –qui il sacro, là il profano- è del tutto impossibile." (Károly Kerényi, Religione antica, pp. 83-4).
  27. Glotta, X, pp. 155 e sgg.
  28. Dictionnaire étymologique de la langue latine (1932), voce "sacer-sanctus".