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La religione greca/Le religioni ellenistiche

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Statua di Serapide (Σέραπις), in marmo, copia romana del IV secolo d.C., conservata presso Musei Vaticani. L'origine di questa divinità è stata riportata tradizionalmente a più località[1]. Già in antichità comunque una tradizione indicava in Menfi la sua sede originaria. Quest'ultima tradizione è confermata dagli studiosi che individuano l'origine del suo culto nel tempio posto sopra i sotterranei dove venivano imbalsamati e sepolti i buoi Api morti, figure che ricevevano il nome di Osorapis, come contrazione del nome di Osiris e Apis, quest'ultimo il dio "sacro Toro" che alla sua morte diviene Osiride. A Menfi la divinità di Api divenne di grande rilievo finendo per eguagliare la fama di Osiride e Iside. Il culto di Osorapis venne ellenizzato col nome di Sèrapis e quindi diffuso per tutto il mondo greco come sposo di Iside e "dio vivente dei viventi". Serapide è normalmente rappresentato seduto, con una folta barba come Zeus, sul capo cinge un recipiente simbolo della fecondità e della fertilità. Il cane alla sua destra è Cerbero (Κέρβερος), il cane di Ade. Serapide è dunque una divinità sia ctonia che della fecondità, conservando il primo carattere da Osiride, il dio della vegetazione che muore e poi risorge, mentre il secondo gli è proprio dal dio "toro" Api. Dio dell'oltretomba ma anche della fertilità, del Nilo, del mare Serapide è anche un dio oracolare e guaritore. Assimilato in Egitto a Ra-Hèlios e a Zeus dai Greci, Plutarco (De Iside, 28) lo indica come "dio universale".

Con il termine "Ellenismo" si indica il periodo storico che inizia con la morte di Alessandro Magno, avvenuta nel 323 a.C., e che termina con la vittoria di Ottaviano Augusto su Marco Antonio nella battaglia di Azio combattuta nel 31 a.C.

Questo periodo storico si caratterizza con la conquista greca dell'Oriente e, conseguentemente, con lo spostamento dell'asse culturale greco nell'intero Mediterraneo e non solo. La cultura greca, ivi compresa la sua cultura religiosa, fece quindi la sua comparsa nel bacino del Mediterraneo, nell'area del Mar Nero, fino al Danubio, all'Etiopia, all'India, assorbendone costumi e tradizioni anche religiose[2].

« Fu un processo che dette origine a una nuova civiltà non riconducibile in senso stretto all'una o all'altra delle sue componenti, ma all'intima fusione di elementi greci e orientali che si esprime in una nuova lingua, la κοινή. La storia dell'età ellenistica è quindi la storia di tutti coloro che appartenevano al mondo culturale greco e che parlavano e pensavano in greco, qualunque fosse la loro origine. »
(Annamaria Ioppolo, Op.cit., p.3311.)

E, come evidenzia Domenico Musti,

« Se l'Ellenismo è per i Greci epoca di fusione tra le forme della cultura greca e alcune espressioni delle culture orientali, ciò si verifica in sommo grado sul terreno religioso »
(Domenico Musti, Storia greca, p. 774)

E su questo terreno, nel mondo greco acquisiscono grande rilievo divinità fino a quel momento meno importanti come Dioniso e Asclepio, e si focalizzano divinità non greche ma già conosciute come la Grande Madre Cibele, la quale possedeva un santuario ad Atene fin dal V secolo a.C.[3].

Oltretutto, «Insediati più o meno durevolmente in paesi stranieri, i Greci si rivolgevano con molta naturalezza agli dèi locali: ne sono un esempio i Greci d'Egitto, i quali a partire dal III secolo portano offerte e fanno dediche a dèi specificatamente egiziani, a prima vista molto lontani dall'universo religioso dei Greci, come gli dèi coccodrilli del Fayyūm. [...] E questa devozione per gli "dèi" stranieri non era solamente di circostanza: alcuni di questi Greci emigrati, rientrati in patria, vi conducevano con sé e vi insediavano gli dèi che avevano imparato a conoscere altrove. Artemidoro, figlio di Apollonio, originario di Perge, in Panfilia, già cacciatore di elefanti al servizio di Tolomeo Filadelfo, ritiratosi verso il 245 a.C. a Tera per trascorrervi la vecchiaia, dedicò un complesso di edifici agli dèi egizi in onore della famiglia lagide»[4].

Questa unificazione del mondo allora conosciuto all'interno della koiné greca anche se non porta i Greci a concepire un dio unico, li conduce a ritenere che dietro alla molteplicità dei nomi e delle manifestazioni divine dei differenti popoli e delle differenti lingue, si possa celare una medesima esperienza religiosa[5]. Tale consapevolezza cambia radicalmente il pensare greco rispetto allo straniero, al barbaro, consapevolezza che produce quindi una radicale revisione, promuovendo l'incontro tra le differenti culture, anche religiose [6]. È il periodo questo, dove si diffonde il termine e la nozione del kosmopolitēs ("cosmopolita, "cittadino del mondo") anche sulla scia della diffusione della filosofia stoica e del Cinismo che avevano, in questo, come illustre precedente la figura di Democrito[7]. Questa condizione diffusa di cosmopolitismo e di sincretismo farà così concludere il filosofo medioplatonico Plutarco quando, criticando coloro che affermano la divinità di oggetti materiali, osserva:

(IT)
« Iddio, infatti, non è privo di senso o di anima né è in potere degli uomini. Di qui deriva che noi uomini abbiamo sempre tenuto per dèi quegli esseri che fanno uso delle creature suddette e ce ne fanno dono o ce le conservano durature e costanti. Non dobbiamo pensare che gli dèi siano diversi tra loro, da popolo a popolo; che siano cioè dèi barbari o dèi greci o dèi australi o dèi settentrionali. No, ma come il sole e la luna e il cielo e il mare sono comuni a tutti, mentre sono chiamati da chi in un modo e da chi in un altro; così, parimenti, le forme del culto e le denominazioni, diverse le une dalle altre a seconda delle varie costumanze, sono, pur sempre, espressione di un’unica razionalità, che le ha nobilmente ordinate, e di un’unica Provvidenza, che veglia su di esse e di potenze ancillari preordinate su tutte. Di più gli uomini si avvalgono di simboli consacrati -e chi ricorre a simboli oscuri e chi ricorre a simboli più trasparenti- guidando il pensiero sulla strada perigliosa che conduce al divino. Alcuni, infatti, vanno completamente fuori strada e s’ingolfano nella superstizione; altri sfuggono, per così dire da quel pantano che è la superstizione, ma piombano, d’altro canto, come in un dirupo scosceso: l’ateismo. »

(GRC)
« οὐ γὰρ ἄνουν 1οὐδ᾽ ἄψυχον οὐδ᾽ ἀνθρώποις ὁ θεὸς ὑποχείριον: ἀπὸτούτων δὲ τοὺς χρωμένοις αὐτοῖς δωρουμένους ἡμῖν καὶπαρέχοντας ἀέναα 4 καὶ διαρκῆ θεοὺς ἐνομίσαμεν, οὐχ ἑτέρους παρ᾽ἑτέροις οὐδὲ βαρβάρους καὶ Ἕλληνας οὐδὲ νοτίους καὶ βορείους:ἀλλ᾽ ὥσπερ ἥλιος καὶ σελήνη καὶ οὐρανὸς καὶ γῆ καὶ θάλασσακοινὰ πᾶσιν, ὀνομάζεται δ᾽ ἄλλως ὑπ᾽ ἄλλων, οὕτως ἑνὸς λόγου τοῦταῦτακοσμοῦντος καὶ μιᾶς προνοίας ἐπιτροπευούσης καὶ δυνάμεωνὑπουργῶν ἐπὶ πάντα 1 τεταγμένων, ἕτεραι παρ᾽ ἑτέροις κατὰ νόμουςγεγόνασι τιμαὶ καὶ προσηγορίαι: καὶ συμβόλοις χρῶνταικαθιερωμένοις οἱ μὲν ἀμυδροῖς οἱ δὲ τρανοτέροις, ἐπὶ τὰ θεῖα τὴννόησιν ὁδηγοῦντες οὐκ ἀκινδύνως. ἔνιοι γὰρ ἀποσφαλέντεςπαντάπασιν εἰς δεισιδαιμονίαν ὤλισθον, οἱ δὲ φεύγοντες ὥσπερ ἕλοςτὴν δεισιδαιμονίαν ἔλαθον αὖθις ὥσπερ εἰς κρημνὸν ἐμπεσόντες τὴν ἀθεότητα. »
(Plutarco, Iside e Osiride, 67: traduzione di Vincenzo Cilento)

Di conseguenza i culti delle città-stato greche, città ormai integrate nell'Impero macedone, vanno indirizzandosi sempre più verso l'interiorizzazione personale non dovendo più garantire, questi culti cittadini, la difesa o il predominio della singola città. Tale interiorizzazione del culto religioso si accompagna volentieri alla fondazione di confraternite e associazioni cultuali e spirituali [8]composte da individui che condividono lo stesso credo e le medesime pratiche rituali o iniziatiche, spesso indirizzate al medesimo dio.

Nel mondo ellenizzato si diffondono quindi identiche divinità, con analoghi culti e letterature religiose, alla ricerca di nuovi adepti: nell'Egitto del I secolo a.C. all'ingresso del tempio di Narmaouthis (Fayyum) i quattro inni che celebrano la dea, e le divinità Anchoes e Sokoponis a lei collegate (synnaoi theoi), sono redatti in lingua greca, così tradotti da tale Isidoro allo scopo di convertire i Greci alla loro potenza[9]. Allo stesso modo numerosi e diffusi sono i testi che celebrano la divinità di Iside e i benefici che la dea ha apportato all'intera umanità, tali opere sono stati rinvenute, ad esempio, a Cuma, a Tessalonica, a Io, ad Andro, a Maronea, a Cirene, con l'evidente scopo di propaganda religiosa e di proselitismo[10].

Altra importante caratteristica propria delle religioni ellenistiche è la grande attenzione all'astrologia. Sulla scia dell'astronomia babilonese che aveva dimostrato che i corpi celesti si muovevano sempre secondo un ordine fisso che poteva essere predetto, e sulla conseguente credenza, sempre babilonese, che questi corpi celesti influenzavano gli eventi sulla terra, si diffuse per il mondo ellenistico quella cultura che faceva della lettura degli eventi celesti un modo per profetizzare in anticipo gli eventi mondani[11]. Insieme all'astrologia, anche la magia si diffuse per tutto il mondo ellenistico. Tali pratiche magiche riguardavano specialmente il modo di affrontare le malattie e si basavano sulla credenza nei "demoni", quegli intermediari tra il mondo divino e quello umano che, tuttavia, venivano suddivisi in due differenti categorie: i demoni benigni e quelli maligni, questa divisione sulla scorta dell'influenza dualistica persiana zoroastriana[12]. In tale ambito magico si riteneva che ogni uomo possedesse a sua protezione un demone benigno, ma qualora un demone maligno fosse prevalso su quest'ultimo, allora si provocava la malattia[13]. Solo l'intervento esterno di un uomo esperto in formule magiche, il mago, poteva espellere il demone maligno e restituire la salute[14]. Questa pratica di espulsione dei demoni maligni per restituire la salute, influenzerà anche la cultura religiosa ebraica del tempo e quindi il cristianesimo delle origini[15].

Ulteriore influenza propria dell'Oriente fu infine la deificazione dei sovrani. Già presente nella cultura babilonese e in quella egizia, la deificazione dei sovrani consentirà la deificazione dello stesso Alessandro Magno[16]. Va ricordato, tuttavia, che tale deificazione non consisteva tanto nel ritenere che il sovrano, in questo caso Alessandro Magno, fosse un dio, quanto piuttosto che su tale figura aleggiava una sorta di sacro potere divino a cui si poteva e si doveva tributare il culto[17]. Questa innovazione, per quanto estranea in origine alla cultura greca, fu facilmente compresa all'interno dell'antico culto greco degli Eroi, quei "semidei" che pur partecipando della natura mortale venivano associati al sacro potere divino. In questa atmosfera di innovazione religiosa, gli Ateniesi, nel 307, tributarono con un inno gli onori divini a Demetrio Poliorcete, considerato figlio di Posidone e di Afrodite e compagno di Demetra[18].


  1. Tacito (IV, 84) la vuole introdotta da Sinope nel Ponto in Alessandria di Egitto grazie all'intervento di Tolomeo I (367 a.C.-283 a.C.) che lì trasferì una statua di Zeus Dites. Plutarco (De Iside 27-29) offre una tradizione analoga. Sempre Tacito narra di un'altra tradizione che lo vuole introdotto in Egitto dalla Siria.
  2. Annamaria Ioppolo, "Ellenismo" in Enciclopedia filosofica, vol. 4. Milano, Bompiani, 2006, p.3311.
  3. Françoise Dunand, Sincretismi e forme della vita religiosa vol.7 p.335.
  4. Françoise Dunand, Sincretismi e forme della vita religiosa vol.7 p.336.
  5. « The thought of one world does not necessarily lead to the idea of one God, but it does raise questions about a possible spiritual unity behind the manifold manifestations of religious experience. »
    (John Gwyn Griffiths, Hellenistic Religions in ER (2004/1987) vol.6, p. 3900)
  6. « An encounter with very diverse cultures ensued, and the traditional division between Greeks and barbarians underwent radical revision. »
    (John Gwyn Griffiths, Hellenistic Religions in ER (2004/1987) vol.6, p. 3900)
  7. John Gwyn Griffiths 3906.
  8. John Gwyn Griffiths 3901
  9. Dunand
  10. Dunand, anche John Gwyn Griffiths 3901
  11. John Gwyn Griffiths 3901
  12. John Gwyn Griffiths 3904
  13. John Gwyn Griffiths 3904
  14. John Gwyn Griffiths
  15. John Gwyn Griffiths 3904
  16. John Gwyn Griffiths 3902
  17. John Gwyn Griffiths 3902
  18. John Gwyn Griffiths