La religione greca/La religione greca nel periodo arcaico e classico/La divinazione e gli oracoli

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La divinazione e gli oracoli[modifica]

Odisseo consulta Tiresia (il cui volto emerge dalla terra, in basso a sinistra), particolare di un krater a calice, a figure rosse, risalente al IV secolo a.C. e rinvenuto nell'Italia meridionale, oggi conservato presso il Cabinet des Médailles di Parigi. Il tebano Tiresia (Τειρεσίας) è l'indovino (μάντις) per eccellenza. Nell'Odissea è consultato da Odisseo affinché gli indichi la strada del ritorno. Benché morto e residente nell'Ade, Tiresia conserva, a differenza degli altri spettri, una propria identità e le proprie capacità mentali (φρήν)[1]. Tiresia è cieco, e sull'origine della sua cecità esistono tre tradizioni riportate in Apollodoro, Biblioteca II,6,7: la prima lo vuole reso così dagli dèi che non volevano che lui profetasse argomenti "segreti"; nella seconda tradizione[2] è reso tale da Atena perché la vide nuda farsi il bagno, ma poi reso indovino dalla stessa dea; nella terza tradizione[3] Tiresia incontrò due serpenti che si stavano accoppiando, il fatto di averli feriti gli causò il cambiamento di sesso ma poi tornò uomo, per questa ragione Era e Zeus lo scelsero come giudice al fine di stabilire se fosse il genere maschile piuttosto che quello femminile a godere di più degli amplessi amorosi: Tiresia disse che erano le femmine ad essere privilegiate e quindi Era infuriata lo accecò, ma Zeus gli fece dono della "mantica". «Ma la cecità di Tiresia è in realtà la condizione perché egli possa assolvere al suo ruolo di indovino. [...] Le tre ragioni presentate nella Biblioteca, [...], appaiono in realtà connesse da un denominatore comune rappresentato dal codice ottico su cui è costruita la vicenda. [...] la vista entra direttamente in causa configurandosi come una trasgressione di un codice di comportamento enunciato da Callimaco [...] (le leggi di Crono stabiliscono così chi vede un immortale contro la sua volontà, pagherà un grande prezzo per questa vista).»[4].

L'arte divinatoria (μαντική τέχνη) è la modalità con cui gli uomini interpretano i "segni" inviati loro dagli dèi[5]. Nella Grecia antica dubitare di questo è indice di mancanza di religiosità[6]. Se tutti gli dèi sono liberi di inviare agli uomini i loro segni, è Apollo il dio che consente solo ad alcuni di questi ultimi di interpretare correttamente i segni divini[7]. L'indovino, il mantís (μάντις), è l'uomo che possiede questo privilegio, un privilegio che può risultare ereditario[6].

I "segni" inviati dagli dèi corrispondono in genere a tutto ciò che accade in modo casuale: «uno starnuto involontario, un inciampamento, uno scuotimento delle membra; un incontro imprevisto o l'eco di un nome colto casualmente; fenomeni celesti come fulmini comete, stelle cadenti, eclissi di sole o di luna e perfino gocce di pioggia»[8].

Dal che nascono delle pratiche divinatorie come il "tiro a sorte", l'osservazione dei fulmini, dell'immagine restituita da uno specchio[9], l'evocazione degli spiriti dei defunti, l'esame dei visceri delle vittime sacrificali[10], l'osservazione del volo degli uccelli[11].

Particolare interesse si conserva per l'osservazione del volo degli uccelli[12] rapaci (οἰωνός) da parte dello οἰωνοπόλος (oiōnopólos)[13]: lo oiōnopólos sceglie un luogo ben individuato e fisso[14] e da lì indirizzando lo sguardo verso il Nord[15] osserva la direzione del volo degli uccelli.

L'esame dei visceri delle vittime sacrificali svolto dallo ἱεροσκόπος (hieroskópos) è, durante le guerre, il compito proprio del μάντις che segue, unitamente alla mandrie addette allo scopo, l'armata; e non si dà inizio allo scontro se i segni non vengono interpretati favorevolmente[16]. Erodoto[17] ricorda come, a Platea, Greci e Persiani rinviarono lo scontro per giorni in quanto i risultati, ottenuti con la stessa tecnica divinatoria, ne sconsigliavano l'inizio. Ma non sono solo i visceri che vengono esaminati, e tra questi particolare riguardo era riservato al fegato (ἧπαρ hēpar), ma anche se la bestia si reca spontaneamente o meno all'altare, come divampa il fuoco e come le parti dell'animale sacrificato bruciano, come scoppia la vescica[18].

Altra pratica divinitoria piuttosto diffusa, soprattutto per problemi di salute, è l'enkoímēsis (ἐγκοίμησις)[19] consistente nel dormire all'interno di un santuario allo scopo di ricevere un sogno "profetico" dagli dèi, e dove l'interpretazione dello stesso era cura di un corpo sacerdotale (ὀνειροπόλος, oneiropólos) ad essa dedicato.

Gli oracoli (χρηστήριον anche μαντεῖον)[modifica]

L'oracolo (χρηστήριον chrēstḗrion, anche μαντεῖον manteîon)[20] è quel santuario (τέμενος anche ἱερόν) dove un dio offre un responso (χρησμός, chrēsmós) ovvero dà una risposta (μαντεία manteía) a coloro che cercano il suo consiglio. Erodoto elenca 18 santuari con oracoli, tra questi i più famosi in epoca classica risultano quello di Zeus a Dodona, quello di Amphiáraos (Ἀμφιάραος) a Oropo, quello di Trophṓnios (Τροφώνιος) a Lebadea, quello di Apollo a Didima e, più presitigioso tra tutti, quello di Apollo a Delfi[21].

L'origine di questi oracoli è probabilmente orientale: i Greci del VII secolo a.C. già conoscevano l'oracolo di Ammone situato nell'oasi di Siwa. Nell'antichità, l'oracolo di Zeus a Dodona sosteneva di essere il primo per origine. Nell'Iliade Achille invoca lo Zeus di Dodona, dove vivono i suoi profeti che dormono per terra e mai lavano i piedi[22]; allo stesso modo Odisseo vorrebbe recarsi a Dodona per conoscere i piani di Zeus dal movimento della chioma della quercia a lui dedicata[23]. Esiodo[24] in un testo con lacune, parla di tre colombe che vivono sulla quercia, in testi successivi tali "colombe" altro non sarebbero che le sacerdotesse dell'oracolo[25]. Scavi arecheologici hanno verificato l'esistenza di un santuario, in cui fu eretto, ma solo nel IV secolo a.C., un piccolo tempio[26].

L'oracolo di Delfi[modifica]

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Themis Aigeus Antikensammlung Berlin F2538.jpg
Il tempio di Apollo a Delfi. Collocato a 500 metri di altitudine e, in linea d'aria, a 8 km dal Golfo di Corinto, il santuario panellenico di Delfi, di cui il tempio è la principale costruzione, risale all'età micenea anche se non si conosce con certezza quando sia avvenuta la sua attribuzione ad Apollo. Dipendente dalla città di Delfi (che decideva ad esempio la promanzia), a partire dal VI secolo il santuario passò sotto il controllo dell'anfizionia (ἀμϕικτιονία) pilaio-delfica[27]. Intorno alla metà del VI a.C. il tempio venne distrutto da un incendio. Nel 505 terminerà la sua ricostruzione, avviata grazie ai finanziamenti dei Greci e non solo (contribuì anche il faraone Amasi), e prenderà il nome di tempio degli Alcmeonidi, per via dell'importante ruolo svolto nella ricostruzione dalla famiglia ateniese degli Alcmeonidi, qui esiliata. Nel 373 a.C. il tempio venne nuovamente distrutto, questa volta quasi certamente da un terremoto. La sua ricostruzione tarderà fino al 325 a.C. per via della terza guerra sacra (356-346). Il tempio è periptero, misura 21,64 per 58,18 metri, possiede 6 colonne doriche sulla facciata e 15 per ogni lato. Il suo interno è diviso in tre vani: il prónaos(πρόνᾱος, dal lato delle colonne ancora rimaste in piedi), il naós (νᾱός) e l'opisthódomos (ὀπισθόδομος). Il prónaos raccoglieva le "massime" dei Sette sapienti[28]. Il naós, dalla pianta molto allungata, ospitava invece alcuni altari tra cui quello di Estia e quello di Posidone. Un locale posto sotto il tempio fungeva da ádyton (ἄδυτον), il luogo dove la Pythía (Πυθία, anche Pizia) pronunciava gli oracoli (χρησμός, chrēsmós). A sinistra l'immagine di una copia romana dell'omphalós (ὀμφαλός), la pietra conservata nel tempio dove indicava il centro, l'"ombelico" dell'intero mondo[29][30].A destra una kylix attica a figure rosse del 440-430 a.C, opera del Pittore di Kodros, conservata presso l'Antikensammlung di Berlino. In questa immagine Egeo, il mitico re di Atene, consulta non la Pythía, ma la dea Themis, divinità della legge e in Eschilo seconda detentrice dell'oracolo, assisa sul bacile di un tripode (τρίπους) di foggia simile a quelli usati per bollire le carni sacrificali[31].

L'oracolo di Delfi è l'oracolo più prestigioso della religione greca del periodo classico[32], la sua storia tradizionale è raccontata nelle prime righe delle Eumenidi, opera di Eschilo. È lo stesso oracolo, la Pythía (Πυθία anche Pizia) a parlare:

(IT)
« Innanzi a tutto con questa preghiera fra tutti gli dèi la prima profetessa, Terra[33], io venero. E dopo di lei Themis[34], che con la madre, per seconda -a quanto si dice- sedeva sul trono della profezia; e poi toccò per terza a un'altra Titanide -erano d'accordo, e non ci fu violenza [35]- e la figlia della Terra sedette sul trono: Febe[36]. Fu lei a concedere a Febo il potere profetico, come dono natale.
Da Febe, Febo prese il nome. A Delo lasciò il terreno palustre, lasciò gli scogli, e approdò alle coste e ai porti di Pallade[37]: giunse a questa terra e trovò dimora sul monte Parnaso.
Grande onore fecero al dio i figli di Efesto: lo accompagnarono, gli aprirono la via, e bonificarono quella terra che era selvaggia[38]. Al suo arrivo il dio fu festeggiato solennemente dal popolo e da Delfo che era il sovrano, al governo di quella terra. E Zeus insediò nel dio, nella sua mente, l'arte mantica: quarto profeta ora lui siede sul trono. E il Lossia[39] è interprete di Zeus, suo padre.
Questi dèi per primi nelle mie preghiere io voglio cantare, e poi a Pallade Pronaia[40] con le mie parole voglio rendere onore; e alle ninfe, che stanno nel roccioso antro Coricio, dove vivono gli uccelli e gli dèi tornano spesso. Bromio[41] è signore del luogo -non lo dimentico: da là il dio mosse con il suo esercito di baccanti, per straziare Penteo, braccandolo a morte come una lepre.
E le fonti del Plisto e la potenza di Poseidone[42] ancora io invoco; e l'altissimo Zeus che tutto compie: come sua interprete io siedo su questo seggio.
E ora gli dèi mi concedano fortuna, che mi vada meglio rispetto a quelli che sono entrati qui prima: se sono arrivata dei Greci, entrino tirando a sorte il loro turno, come di rito: io darò profezia come il dio mi insegna. »

(GRC)
« πρῶτον μὲν εὐχῇ τῇδε πρεσβεύω θεῶν
τὴν πρωτόμαντιν Γαῖαν• ἐκ δὲ τῆς Θέμιν,
ἣ δὴ τὸ μητρὸς δευτέρα τόδ᾽ ἕζετο
μαντεῖον, ὡς λόγος τις• ἐν δὲ τῷ τρίτῳ
λάχει, θελούσης, οὐδὲ πρὸς βίαν τινός,
Τιτανὶς ἄλλη παῖς Χθονὸς καθέζετο,
Φοίβη• δίδωσι δ᾽ ἣ γενέθλιον δόσιν
Φοίβῳ• τὸ Φοίβης δ᾽ ὄνομ᾽ ἔχει παρώνυμον.
λιπὼν δὲ λίμνην Δηλίαν τε χοιράδα,
κέλσας ἐπ᾽ ἀκτὰς ναυπόρους τὰς Παλλάδος,
ἐς τήνδε γαῖαν ἦλθε Παρνησοῦ θ᾽ ἕδρας.
πέμπουσι δ᾽ αὐτὸν καὶ σεβίζουσιν μέγα
κελευθοποιοὶ παῖδες Ἡφαίστου, χθόνα
ἀνήμερον τιθέντες ἡμερωμένην.
μολόντα δ᾽ αὐτὸν κάρτα τιμαλφεῖ λεώς,
Δελφός τε χώρας τῆσδε πρυμνήτης ἄναξ.
τέχνης δέ νιν Ζεὺς ἔνθεον κτίσας φρένα
ἵζει τέταρτον τοῖσδε μάντιν ἐν θρόνοις•
Διὸς προφήτης δ᾽ ἐστὶ Λοξίας πατρός.
τούτους ἐν εὐχαῖς φροιμιάζομαι θεούς.
Παλλὰς προναία δ᾽ ἐν λόγοις πρεσβεύεται•
σέβω δὲ νύμφας, ἔνθα Κωρυκὶς πέτρα
κοίλη, φίλορνις, δαιμόνων ἀναστροφή•
Βρόμιος ἔχει τὸν χῶρον, οὐδ᾽ ἀμνημονῶ,
ἐξ οὗτε Βάκχαις ἐστρατήγησεν θεός,
λαγὼ δίκην Πενθεῖ καταῤῥάψας μόρον•
Πλειστοῦ τε πηγὰς καὶ Ποσειδῶνος κράτος
καλοῦσα καὶ τέλειον ὕψιστον Δία,
ἔπειτα μάντις ἐς θρόνους καθιζάνω.
καὶ νῦν τυχεῖν με τῶν πρὶν εἰσόδων μακρῷ
ἄριστα δοῖεν• κεἰ παρ᾽ Ἑλλήνων τινές,
ἴτων πάλῳ λαχόντες, ὡς νομίζεται.
μαντεύομαι γὰρ ὡς ἂν ἡγῆται θεός. »
(Eschilo. Eumenidi 1-34. Traduzione di Monica Centanni, in Eschilo Le tragedie, Milano, Mondadori, 2007, pp. 598-601)

Diverso il racconto tradizionale dell'Inno omerico ad Apollo[43]:

(IT)
« Di là, pieno d'ira[44] procedesti rapidamente verso la montagna,
e giungesti a Crisa, collina rivolta a occidente,
ai piedi del Parnaso coperto di neve. Su di essa
incombe una rupe, e sotto si estende una valle profonda,
scoscesa. Là Febo Apollo, il signore, decise
d'innalzare l'amabile tempio; e così disse:
"Qui io intendo innalzare uno splendido tempio
che sia oraclo per gli uomini, i quali sempre
qui mi porteranno perfette ecatombi
- quanti abitano il Peloponneso fecondo,
quanti abitano l'Europa, e le sue isole circondate dal mare-
desiderosi di consultare l'oracolo: e a tutti loro il mio consiglio infallibile
io esprimerò, dando responsi nel pingue tempio".
Così parlava Febo Apollo; e gettò le fondamenta,
ampie, profonde, compatte. Su di esse poi
innalzavano un basamanto di pietra Trofonio[45] e Agamede
figli di Ergino, cari agli dei immortali;
edificavano poi le mura del tempio infinite stirpi di uomini
con pietre saldamente impiantate, perché fosse eterno celebrato nel canto.
Lì vicino era la fonte dalle belle acque[46], ove il dio figlio di Zeus
uccise la dracèna[47] col suo arco possente:
mostro, vorace, grande, selvaggio, che molti mali
infliggeva agli uomini sulla terra; molti ad essi
o molti al bestiame dalle agili zampe, poiché era un sanguinario flagello. »

(GRC)
« ἔνθεν καρπαλίμως προσέβης πρὸς δειράδα θύων
ἵκεο δ᾽ ἐς Κρίσην ὑπὸ Παρνησὸν νιφόεντα,
κνημὸν πρὸς Ζέφυρον τετραμμένον, αὐτὰρ ὕπερθεν
πέτρη ἐπικρέμαται, κοίλη δ᾽ ὑποδέδρομε βῆσσα,
τρηχεῖ᾽: ἔνθα ἄναξ τεκμήρατο Φοῖβος Ἀπόλλων
νηὸν ποιήσασθαι ἐπήρατον εἶπέ τε μῦθον:
ἐνθάδε δὴ φρονέω τεῦξαι περικαλλέα νηὸν
ἔμμεναι ἀνθρώποις χρηστήριον, οἵτε μοι αἰεὶ
ἐνθάδ᾽ ἀγινήσουσι τεληέσσας ἑκατόμβας,
ἠμὲν ὅσοι Πελοπόννησον πίειραν ἔχουσιν,
ἠδ᾽ ὅσοι Εὐρώπην τε καὶ ἀμφιρύτας κατὰ νήσους,
χρησόμενοι: τοῖσιν δ᾽ ἄρ᾽ ἐγὼ νημερτέα βουλὴν
πᾶσι θεμιστεύοιμι χρέων ἐνὶ πίονι νηῷ.
ὣς εἰπὼν διέθηκε θεμείλια Φοῖβος Ἀπόλλων
εὐρέα καὶ μάλα μακρὰ διηνεκές: αὐτὰρ ἐπ᾽ αὐτοῖς
λάινον οὐδὸν ἔθηκε Τροφώνιος ἠδ᾽ Ἀγαμήδης,
υἱέες Ἐργίνου, φίλοι ἀθανάτοισι θεοῖσιν:
ἀμφὶ δὲ νηὸν ἔνασσαν ἀθέσφατα φῦλ᾽ ἀνθρώπων
ξεστοῖσιν λάεσσιν, ἀοίδιμον ἔμμεναι αἰεί.
ἀγχοῦ δὲ κρήνη καλλίρροος, ἔνθα δράκαιναν
κτεῖνεν ἄναξ, Διὸς υἱός, ἀπὸ κρατεροῖο βιοῖο,
ζατρεφέα, μεγάλην, τέρας ἄγριον, ἣ κακὰ πολλὰ
ἀνθρώπους ἔρδεσκεν ἐπὶ χθονί, πολλὰ μὲν αὐτούς,
πολλὰ δὲ μῆλα ταναύποδ᾽, ἐπεὶ πέλε πῆμα δαφοινόν. »
(Inno omerico ad Apollo 281-304. Traduzione di Filippo Càssola, in Inni omerici, Milano, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, 2006, pp. 130-133)

Evidenze archeologiche hanno dimostrato che il sito in cui era collocato l'oracolo fu luogo sacro fin dall'epoca pre-greca[48]. In epoca antica la consultazione dell'oracolo conservava una periodicità annuale avvenendo il 7 del mese di Bisio (febbraio/marzo)[49], in epoca classica tale periodicità acquisì una ordinaria cadenza mensile più le consultazioni considerate straordinarie[50]. L'organizzazione templare risultava articolata: i sacerdoti (ἱερεύς) di Apollo erano due e venivano nominati a vita, essi avevano cura del culto al dio e conservavano la sua statua; seguivano gli hósioi (Ὄσιοι) in numero di cinque, nominati anch'essi a vita controllavano il rispetto dei riti lì celebrati; i prophétes (προφήτης) assistevano invece la Pythía (Πυθία); seguiva altro personale addetto ai sacrifici (μάγειροι), alle pulizie, all'amministrazione[51]. La personalità più prestigiosa era la Pythía, la profetessa, scelta tra le donne di Delfi senza alcuna selezione in base all'età e nominata a vita. Potevano esservi più profetesse, fino a tre, la loro esistenza sacra era regolata dalla purezza rituale e dalla continenza, condizione esibita anche per mezzo di un preciso abbigliamento[52] e per un'alimentazione regolata[53]. La Pythía viveva nel santuario[54].

Nel caso delle consultazioni ordinarie (mensili), chiunque poteva chiedere responsi e il sacrificio che precedevano i riti era offerto dalla città di Delfi; per quanto attiene invece le consultazioni "straordinarie", il sacrificio che le precedeva era a spese proprie del consultante il quale, se straniero, poteva procedere solo se accompagnato da un prosseno di Delfi[55]. L'ordine della consultazione seguiva secondo alcune rigide regole: i Greci consultavano prima dei barbari, tra i Greci i cittadini di Delfi avevano la precedenza, a seguire i cittadini dell'anfizionia pilaio-delfica. Nel caso si fosse presentata la condizione di uguale diritto, allora si tirava a sorte. La città di Delfi si riservava comunque il diritto di riconosce per decreto la promanzia (προμαντεία), ovvero la possibilità offerta a un consultante di essere ricevuto dall'oracolo prima di altri[56].

Prima di ogni singolo oracolo, il consultante doveva offrire il πέλανος (pelanós), una libagione in natura, e pagare una tassa il cui ammontare si differenziava in base al fatto se il consulto atteneva alla sfera privata ovvero a quella pubblica. Seguiva un primo sacrificio cruento detto πρόθυσις (próthysis) che corrispondeva generalmente a una capra e, infine, il consultante doveva deporre sul tavolo sacro una ulteriore parte di un'altra vittima sacrificale[57]. A questo punto si avviava la consultazione, secondo i testi la Pythía entrava nel tempio e faceva bruciare farina d'orzo e foglie di alloro sulla hestía (εστία) dal fuoco perenne[58], quindi scendeva nell'ádyton (ἄδυτον), il sacro locale posto sotto la pavimentazione del tempio, dove era collocato anche l'omphalós (ὀμφαλός), la sacra pietra che indica il centro del mondo. Lì seduta su un calderone sacrificale (lebēs, λέβης) chiuso da un coperchio e poggiato su un tripode (trípous, τρίπους), tenendo un ramo d'alloro (dáphnē, δάφνη) tagliato fresco e circondata da misteriosi vapori provenienti da una fenditura del terreno che salivano verso un'apertura verticale come quella di un pozzo[59], ella pronunciava gli oracoli che il προφήτης metteva per iscritto in esametro "omerico". Non si sa dove il consultante si collocasse, né se la sua domanda venisse o meno trascritta, ma questa domanda era proposta per mezzo di un'alternativa a cui la Pythía rispondeva[60].

Note[modifica]

  1. « per chiedere all'anima del tebano Tiresia,
    il cieco indovino, di cui sono saldi i precordi:
    a lui solo Persefone diede anche da morto,
    la facoltà d'esser savio; gli altri sono ombre vaganti »
    (Odissea X, 492 e sgg., Traduzione di G. Aurelio Privitera)
  2. Ferecide FGrHist 3 F 92, ripreso poi da Callimaco Per il bagno di Pallade 70 e sgg.
  3. Melampodia fr.275 M.-W.
  4. Paolo Scarpi in Apollodoro, I miti greci, p. 565.
  5. Nel mondo greco-romano si distinguerano due generi di "divinazione" (cfr. ad es. Cicerone, Divinatione I, 109 e II,26), da una parte la mantiké atechnos (μαντική ἄτεχνος) o adìdaktos (ἀδίδακτος) in cui gli dèi inviavano direttamente agli uomini i loro messaggi; dall'altra la mantiké éntechnos (μαντική ἔντεχνος) o techniké (τεχνικός) in cui erano gli uomini a sollecitare un responso degli dèi, cfr. Franco Ferrari, Marco Fantuzzi, Maria Chiara Martinelli, Maria Serena Mirto, Dizionario della civiltà classica vol.I, Milano, Rizzoli, 2001, p.851.
  6. 6,0 6,1 Walter Burkert. La religione greca p.238
  7. Cfr. ad es. Iliade I, 87
  8. Walter Burkert. La religione greca, p.239
  9. Così Pausania descrive la fonte situata a Patrasso di fronte al santuario di Demetra:
    « Qui c'è un oracolo infallibile che , tuttavia, non dà vaticini per ogni questione, ma solo per gli ammalati. Legano uno specchio a una cordicella e lo calano giù, calcolando la distanza in modo che la funicella non scenda dentro la fonte, ma sfiori solo l'acqua con il bordo dello specchio. Levata quindi, una preghiera alla dea e dopo aver bruciato profumi. guardano nello specchio e lo specchio mostra a essi il malato o vivo o morto. »
    (Pausania. Viaggio in Grecia, VII, 21, 12. Traduzione di Salvatore Rizzo, Milano, Rizzoli, 2003, p.217)
  10. Tecnica divinatoria importata dal Vicino Oriente, cfr. Jan N. Bremmer. Modi di comunicazione con il divino: la preghiera, la divinazione e il sacrificio nella civiltà greca, in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol.1 I Greci nostri antenati (a cura di Salvatore Settis). Torino, Einaudi, 2008, p.244, anche Walter Burkert, La religione greca p.240.
  11. Brigitte Servais Soyez e Paul Wathelet, Oracoli in Grecia, in Dizionario delle religioni (a cura di Paul Poupard) pp. 1341-2
  12. Forse di origine indoeuropea cfr. Walter Burkert, La religione greca p.239.
  13. Così indicato a partire da Calcante, cfr. Iliade (I, 69): «Κάλχας Θεστορίδης, οἰωνοπόλων ὄχ’ ἄριστος».
  14. Tiresia in Antigone 999: «Sedendomi sull'antico seggio augurale, dove per me approda ogni sorta di alati» (traduzione di Raffaele Cantarella, in Euripide Tragedie, Milano, Mondadori, 2007, p.161.
  15. A differenza degli àugures o àuspices romani che rivolgevano lo sguardo verso il Sud, cfr. Franco Ferrari, Marco Fantuzzi, Maria Chiara Martinelli, Maria Serena Mirto, Dizionario della civiltà classica vol.I, Milano, Rizzoli, 2001, p.854.
  16. Walter Burkert. La religione greca, p. 240
  17. IX, 36-39.
  18. Walter Burkert. La religione greca, p. 240
  19. Il corrispettivo termine latino è incubatio da cui il corrente termine italiano di "incubazione"
  20. Il corrispettivo termine latino, da cui il termine italiano, è oraculum.
  21. Pauline Schmitt Pantel. Delfi, gli oracoli, la tradizione religiosa in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol.5, p. 261-262.
  22. Iliade, XVI, 235.
  23. Odissea XIV, 327 e XIX, 296.
  24. Esiodo fr.240: «Lì Dodona al limite estremo si trova;/quella Zeus ebbe cara e che vi fosse un santuario/venerato dagli uomini < / > avevano dimora nel tronco d'una quercia;/ là gli uomini mortali traggono vaticini./ Chi là arrivando interroghi il dio immortale/ e portando doni giunga, con favorevoli auspici.» (Schol. Soph. Trach. 1167) (p.334 Papageorgios). Traduzione di Graziano Arrighetti, in Esiodo Opere, Milano, Mondadori, 2007, p.229.
  25. Pausania, X, 12,10.
  26. Walter Burkert, La religione greca p.243.
  27. Lega di dodici popoli che risiedevano nei pressi del santuario di Demetra ad Antela e di quello di Apollo a Delfi; tale lega nominava un consiglio di 24 (due per ogni popolo) ieromnemoni (ἱερομνήμονες), assistiti dai pilagori (πυλαγόρας), che garantivano sugli eventuali conflitti, il finanziamento del santuario e le gare pitiche.
  28. Cfr. Pausania X,24.
  29. L'originale è andato perduto, cfr. Georges Roux, Delphes son oracles et ses dieux, Belles Lettres, Parigi, 1976, p. 131.
  30. Sul suo risultare il "centro" della terra, cfr. Pindaro Pitiche IV, 73-74:«E giunse raggelante un responso al suo animo saggio,/articolato presso l'ombelico (ὀμφαλός) della madre fiorente di alberi.» Traduzione di Franco Ferrari, in Pindaro, Pitiche, Milano, Rizzoli, 2008, p.117
  31. Cfr. Mircea Eliade e Ioan P. Couliano, Religioni della Grecia, in Religioni. Milano, Jaca Book,1992, p. 310.
  32. Cfr. «il supremo oracolo della Grecia in età classica» William Keith Chambers Guthrie. Dizionario di antichità classiche (Oxford Classical Dictionary ), pp. 617 e sgg..
  33. È la dea Gaia (Γαῖα), la prima profetessa (πρωτόμαντιν protómantis)
  34. Θέμις, figlia dell'unione di Gaia con Urano in Esiodo Teogonia 133-138
  35. Forse è un richiamo ad altre tradizione che vogliono un'eredità conquistata con la violenza come il combattimento tra Apollo e il mostro Pitone presente nell'inno "omerico" ad Apollo, cfr. Pauline Schmitt Pantel. Delfi, gli oracoli, la tradizione religiosa in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol.5, p. 252.
  36. Φοίϐη, anche lei, come Themis, figlia dell'unione i Gaia con Urano in Esiodo Teogonia 133-138
  37. Da Delo, Apollo giunse ad Atene.
  38. Indica l'arrivo di Apollo a Delfi.
  39. Λοξίας, epiteto di Apollo, la divinità oracolare "dai responsi ambigui".
  40. Atena Pronaia (προναία, davanti al tempio), il cui tempio a Delfi era posto di fronte al tempio di Apollo, cfr. Erodoto I,92.
  41. Epiteto di Dioniso, Βρόμιος: il "rumoroso".
  42. Il cui culto a Delfi era antichissimo, cfr. Pausania, X,24.
  43. Cfr anche:
    « Apollo apprese la mantica da Pan, figlio di Zeus e di Ibris, e si recòa Delfi; là in quel tempo vaticinava Temi. Poiché il guardiano dell'oracolo il serpente Pitone, gli impediva di avvicinarsi alla fenditura, egli lo uccide e si impadronisce dell'oracolo. »
    (Apollodoro, Biblioteca, IV,1 e sgg.; Traduzione di Paolo Scarpi, p.18-19)
    Ma anche:

    « E quel drago di fosche strie,/che gli alberi/di riflessi di porpora/ombravano,/ mostro immane a guardia di mantiche sedi,/ era lì./ Ancora bambino cingevano te/ quelle braccia materne, e tu, balzando,/morte per lui fosti, Febo, e poi dell'oracolo re./Ivi sul tripode stai nell'oro, e del veridico/trono oracoli doni agli uomini,/ da quell'adito presso la fonte Castalia, e domini/ della terra il centro./Respinta poi Temi fu,/ figlia di Gea, dalle sue mantiche sedi dal dio./ La Terra allora creò/quelle notturne visioni di sogno/ che rivelavano cose passate,/ cose future ai mortali, nei bui/giacigli, che visitavano/ sonni ctonî. »
    (Euripide. Ifigenia in Tauride 1245 e sgg.; traduzione di Filippo Maria Pontani, in Euripide, Le tragedie vol. II, Milano, Mondadori, 2007 p.433)

  44. Apollo è irato per aver incontrato lungo il cammino la città dei Flegii, "uomini empi che vivevano sulla terra senza darsi pensiero di Zeus". I Flegi, popolo mitico, sono nemici di Apollo, praticanti il ladrocinio, il loro eroe eponimo è Flegyas (Φλεγύας) figlio del dio Ares.
  45. Τροφώνιος è una divinità ctonia piuttosto antica, venerata nella località beota di Lebadeia dove possedeva un famoso oracolo.
  46. Probabilmente intende la fonte Castalia (Κασταλία).
  47. δράχαινα, dragonessa, in quanto "serpente" di grandi dimensioni. In altre fonti tale mostro è presentato di sesso maschile e i suoi nomi sono Delphynes (ad es. Apollonio Rodio, II, 706 o scolio a Callimaco A Delo 91 e Ad Apollo 100-1) o Python (ad es. Eforo, 70 o Jacoby, fr. 31).
  48. William Keith Chambers Guthrie. Op.cit. p.617
  49. Cfr. Plutarco Quaestiones graecae (Αἴτια ἑλληνικά), 292d.
  50. Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.262
  51. Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.263
  52. Il suo abito era quello di una fanciulla, cfr. Diodoro Siculo, XVI, 26.
  53. Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.263
  54. Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.263.
  55. Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.262.
  56. Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.262.
  57. Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.262-3.
  58. Walter Burkert. La religione greca, p.245.
  59. Walter Burkert. La religione greca, p.245.
  60. Pauline Schmitt Pantel. Op.cit. p.262