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Italiano/Ortografia

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Indice del libro

Obiettivi di apprendimento

  • Conoscere le regole principali dell'ortografia italiana
  • Conoscere i diversi tipi di accento e la loro ortografia
  • Conoscere l'uso dell'apostrofo

Definizione

L'ortografia è la parte della grammatica che si occupa della scrittura corretta delle parole. Il nome deriva dal greco orthòs (dritto, giusto) e graphein, scrivere.

In questo modulo verranno elencate le principali regole ortografiche dell'italiano.

Elisioni con c(h), g(h) e gl

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L'elisione nello scritto - indipendente dalla sua realizzazione fonetica - è soggetta a limitazioni relative a questioni d'opportunità ortografica quando si è in presenza dei fonemi /k/ (-ch', -c'), /tʃ/ (-c'), /ʎ/ (-gl'), ma per completezza anche di /ɡ/ (-gh', -g') e /dʒ/ (-g'). Non è semplice dare indicazioni di ordine generale, non coprendo la casistica concreta tutte le possibilità, tuttavia dagli esempi anche letterari, che verranno mostrati in seguito, si possono cogliere le seguenti indicazioni:

  1. l'elisione non muta il valore fonologico del fonema, cioè, per esempio, non muta da /k/ a /tʃ/;
  2. l'ortografia è generalmente quella che si adotterebbe se le parole fossero scritte in continuità.

Entrando nella specificità (ma non nei singoli casi per cui si rimanda alla pagina elisione) dei casi:

  • Con c dolce (ma anche con g dolce) l'elisione grafica è possibile solo con parole terminanti in -[c;g]e o -[c;g]i e soltanto davanti a parole inizianti per e- o per i-: c'è, c'entrare; c'impose, fec'io; fec'egli (Di là fec'egli rimbombar sul campo quest'alto grido), giac'egli (Il mio figliuol giac'egli per anco intero nelle tende); fugg'egli.
    Sono invece da considerarsi errate grafie come: *c'ha, *c'offrì, *quindic'anni, per indicare pronunce come: /ˈtʃ a/, /tʃ ofˈfri/, /kwindiˈtʃ anni/, perché sono già pronunce possibili anche con le grafie: ci ha, ci offrì, quindici anni.
  • Con c dura (ma anche con g dura) l'elisione grafica è praticamente sempre possibile con alcuni adattamenti grafici. Se le parole finiscono -[c;g]he o -[c;g]hi l'-h è obbligatoria davanti a parole che iniziano per e- o i-: anch'io, anch'egli; mentre può essere anch'essa tolta davanti alle altre vocali: (durerebbe anch'oggi (Cantù), è anc'oggi una straduccia tortuosa e buia Foscolo), o ad h-: Nepote ho io di là c'ha nome Alagia, buona da sé (Dante), la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? (Leopardi).
    Nessun problema danno invece le parole uscenti con altre vocali, che si elidono normalmente: poc'anzi, lung'Arno; possono invece sorgere seri dubbi quando si trovano di fronte a parole inizianti con e- o i-, in questi casi, decisamente rari, può ritenersi possibile l'aggiunta di una -h, come sembrano suggerire le grafie divise per lungh'essi, lungh'essa ecc.
  • Con -gli /ʎ/ in questo caso l'elisione grafica è possibile solo con i-: gl'italiani, gl'indicai, quegl'indici, begl'ingegni; non è invece ammessa davanti ad altre vocali *begl'occhi, la cui grafia deve sempre essere begli occhi, che ammette pure la pronuncia elisa /bɛʎˈʎ ɔkki/.

La lettera h

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In italiano la h è una lettera cosiddetta "muta", cioè priva di un valore fonologico. Gli usi oggi ortograficamente normati sono:

  1. come segno nei digrammi ch- e gh- per indicare C e G dura davanti a -e ed -i;
  2. come segno distintivo, di origine etimologica dal lat. hăbēre, nelle voci del verbo avere: ho, hai, ha e hanno, per distinguerle da: o (congiunzione), ai (preposizione articolata), a (preposizione), anno (sostantivo).
  3. nelle interiezioni, soprattutto primarie e monosillabiche. In questo caso non esiste una regola ferrea sul suo posizionamento, ma la consuetudine sembra comunque averlo codificato in base ad alcune sfumature:
    • all'inizio, quando sembra voler suggerire un suono aspirato, particolarmente nelle risate: ha ha (/ha ha/), he he (/hɛ hɛ/), ecc.
    • dopo la prima vocale nella maggior parte dei casi: ah, boh, eh ecc. ma anche ahi, ehi, ohi, ecc., e nei derivati ahimè, ohimè, ecc.
    • alla fine, per indicare la sfumatura esclamativa di alcune particelle grammaticali: mah, (raro cheh![1]), sostituendo nei troncamenti l'apostrofo finale: beh (be'), toh (to'), ecc.

È possibile trovare la h in vari contesti:

  • in alcuni cognomi italiani: Dahò, Dehò, De Bartholomaies, De Thomasis, Matthey, Pamphili, Rahò, Rhodio, Tha, Thei, Theodoli, Thieghi, Thiella, Thiglia, Tholosano, Thomatis, Thorel, Thovez;[2]
  • in alcuni toponimi italiani: Dho, Mathi, Noha, Proh, Rho, Santhià, Tharros, Thiene, Thiesi, Thurio, Vho;[2]
  • nei derivati da parole straniere: hockeista, hobbistica ecc., dove solitamente il suono aspirato iniziale si è perso con l'italianizzazione della pronunzia e quindi anche la h può essere omessa in una grafia completamente italianizzata.
  • in latinismi d'uso comune: habitat, herpes, homo, humus, ecc. e locuzioni latine: ad hoc, ad honorem, horror vacui, ecc.

Grafema i fonologico, diacritico e ortografico

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Nell'ortografia italiana la I può essere considerata la lettera più poliedrica, viste le funzioni fonologiche e grafiche assunte. Senza alcuna pretesa d'ufficialità, possiamo distinguerne 3 valori:

  1. fonologico, quando rappresenta la vocale i, o la semiconsonante j quando è seguita da un'altra vocale (e non rientra nel caso 2) e non è tonica.
  2. diacritico, quanto concorre a formare digrammi e trigrammi: ci- (/tʃ/), gi (/dʒ/), sci- (/ʃ/) davanti a -a, -o, -u, e gli (/ʎ/) davanti a -a, -e, -o, -u; talvolta però ha comunque valore fonologico (ove l'accento tonico cada sulla i): farmacìa /farmaˈtʃia/, bugìa /buˈdʒia/, scia /ˈʃia/
  3. ortografico, quando non è fonologicamente o diacriticamente motivata nei nessi cie (/tʃe/~/tʃɛ/), gie (/dʒe/~/dʒɛ/), scie (/ʃe/~/ʃɛ/), gnia (/ɲa/), ma comunque necessaria per la corretta scrittura della parola, cioè per la sua ortografia, per ragioni storiche, etimologiche o morfologiche.

Sotto l'aspetto ortografico il caso più interessante è soprattutto quest'ultimo, le cui problematiche vengono presentate nello specchietto sottostante.

Plurali femminili in -cie e -gie Le parole femminili in -cia e gia atone fanno il plurale in -cie e -gie se sono precedute da una lettera vocalica, altrimenti perdono la I.
Il fenomeno è fondamentalmente etimologico - la I rimane solo nei casi in cui era presente nell'etimo latino -, ma con la successiva semplificazione introdotta dalla regola empirica ora è diventato più un fatto d'ordine grammaticale, che non solamente etimologicamente motivato.
Voci verbali in -gniamo e -gniate Rispettivamente alla 4ª persona del presente indicativo (sogniamo), del congiuntivo) (spegniamo), e alla 5ª del congiuntivo (insigniate), quando il rispettivo tema verbale finisce in -gn- (sognare, spegnere, insignire).
La norma tradizionale prescrive il mantenimento della -i- per una questione di uniformità rispetto alle desinenze (-iamo; -iate) degli altri verbi, tuttavia anche le grafie senza (sognamo, spegnamo, insignate) sono largamente diffuse e presenti nella tradizione letteraria, e quindi accettate[3].
Alcuni verbi in -[c;g]iare In alcuni verbi in -ciare e in -giare, nelle scritture più ricercate o antiquate, la -i- può essere mantenuta, perché motivata etimologicamente[4], anche davanti alle desinenze inizianti per e-, dove invece di norma andrebbe tolta. Ciò riguarda le voci del futuro semplice (annuncierò ) e del condizionale presente (annuncierei), nei seguenti verbi:
annunciare, associare, commerciare, consociare, contagiare, cruciare, denunciare, dissociare, effigiare, elogiare, emaciare, enunciare, inficiare, officiare, plagiare, prestigiare, privilegiare, rinunciare, sfiduciare.[5]

Si tratta di grafie estremamente rare, antiquate e latineggianti (perché rifacentisi all'etimo), per cui oggi facilmente tacciabili di agrammaticità e dunque non consigliabili in scritti formali.

cieco e cielo Non si tratta di una I etimologica, derivando dagli etimi latini cæcus e cælum, ma di un residuo del passaggio dal latino al volgare (-æ- > -ie-), non assorbitosi graficamente così come avvenuto nella pronuncia, e come invece è avvenuto in altre parole (gielo > gelo). Nei derivati però tende a sparire, specie se fuori d'accento.

Entrambe le parole hanno inoltre un potenziale omografo: ceco (abitante della Repubblica Ceca) e celo (voce del verbo celare); questo probabilmente ha influito sul suo mantenimento.
Nei derivati, come già detto, la I tende a scomparire, ma tale tendenza varia caso per caso:

  • nelle parole composte, dove la composizione è evidente, si mantiene la grafia originale: sordocieco, moscacieca, grattacielo, capocielo, paracielo, mezzocielo, sopraccielo.
  • ciecamente è la grafia nettamente predominante, e quindi quella preferibile per l'avverbio di cieco; ma cecamente non è errato[6].
  • cecale, accecare, accecatore, †incelare sono le grafie considerate preferibili, tuttavia nei verbi viene ammesso -cie- nelle voci rizotoniche[7], in ossequio alla regola del dittongo mobile, pur non trattandosi di un reale dittongo.
effigie, specie, superficie La I è etimologica, derivando direttamente dagli etimi latini effigies, species, superficies; la norma ne prevede quindi il mantenimento (anche nei derivati: fattispecie, aviosuperficie, ecc.), pur, tuttavia, essendoci attestazioni letterarie anche di grafie come: effige, spece e superfice (le prime due addirittura usate da Dante in rima (Par XXXI. 77, XXXIII 131; I. 57)).

Si possono ricordare in questa categoria anche macie (macilento) e facie.

Suffissi -iere, -iera, -iero I non etimologica, di derivazione dal francese -ier dal latino -arius, fa parte integrante dei suffissi -iere (-iero), che designa principalmente professione, e -iera, che designa invece principalmente contenitore. Benché sia sempre preferibile e maggiormente usata la grafia con la -i-, per alcune parole sono presenti anche varianti senza: corrette ma poco comuni. Non essendo etimologica nelle parole derivate o alterate la -i- tende a scomparire, specie se l'accento si sposta.
  • arciere, artificiere, bilanciere, †bracciere, braciere, crociere, dolciere, fabbriciere, granciere, †grasciere, lanciere, paciere, pasticciere, ranciere, rosticciere, usciere, velacciere; archibugiere, †bramangiere, †foraggiere.
  • aranciera, arciera, cartucciera, crociera, dolciera, micciera, panciera, pesciera, torciera, vinacciera, archibugiera, formaggiera, gorgiera, raggiera.
  • conciero; orologiero, poggiero.

NB: si scrive senza i ingegnere anche se deriva dal suffisso -(i)ere

Parole in -ciente/-cienza La I è etimologica, derivante da parole con etimo in -cientis e -cientia, e quindi rimane anche in tutte le parole ottenute per derivazione, composizione e alterazione:
  • deficiente/deficienza
    (in)deficiente(mente)/-nza, immunodeficienza
  • sufficiente/sufficienza
    (auto/in)sufficiente(mente)/-nza, '
  • cosciente/coscienza
    (auto/in/sub)cosciente(mente)/-nza, coscienzioso(-(a)mente/-ità)/-ale(-ismo)
  • efficiente/efficienza
    (co/in)efficiente(mente)/-nza, efficientare/-ismo/-ista(-ico)
  • sciente/scienza nel senso di 'conoscenza'
    (ne/onni/pre/in)sciente(mente)/-nza
  • scienza
    (para/fanta/pseudo/neuro)scienza/-ifico(-(a)mente/-ità), scienziato, scientismo/-ista(-ico)/-izzazione/-ologia
  • prospiciente, proiciente, proficiente, calefaciente

NB: si scrivono senza i: beneficente/enza, magnificente/enza, maleficenza, munificente/enza, onorificenza.

società e igiene La I è etimologica, dal latino sociětatis e ygienem (a sua volta dal greco hygieinē), quindi rimane anche in tutte le parole, derivate, composte o alterate.
  • societario, socievole, socievolezza
  • (anti)igienico(-ità), igienista, igienizzare
Grafie antiquate Sono antiquate, perché hanno perso col tempo la -i- non etimologica, le seguenti grafie:
  • derivano da più antiche forme in -ggiere con adattamento del suffisso -iere > -iero, che nel corso del '900 hanno perso la -i- per probabile perdita della coscienza del suffisso originario:
    (caval)leggiero > (caval)leggero
    foraggiero > foraggero
    leggiero > leggero
    messaggiero > messaggero
    passeggiero > passeggero
    ruggiero > ruggero
  • deriva dal latino gĕlu con dittongazione da -ĕ- a -ie-:
    gielo > gelo

Sempre dal punto di vista ortografico può essere interessante segnalare che le parole terminanti in -io (atono) possono avere una grafia plurale alternativa in -î o -ii, la cui pronuncia però è sempre /i/ semplice.

Grafema n prima di b e p

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In italiano la nasale preconsonantica prima di una bilabiale (b o p) è sempre pronunciata /m/ - perché le nasali preconsonantiche sono omorganiche col fonema successivo - e quindi di regola rappresentato con la lettera m.

Tuttavia esiste un esiguo numero di parole che invece presentano i nessi grafici -nb- o -np- (pronunciati comunque /mb/ o /mp/[8]): panpepato, prunbianco, benpensante. Si tratta per lo più di univerbazione dove il processo di adattamento grafico non è ancora avvenuto perché trattasi di formazioni troppo recenti o poco usate, specie nell'ambito scritto, oppure perché è ancora avvertita dai parlanti la forma originaria di locuzione, ma coesistono di solito anche con grafie fonologicamente più corrette, pampepato, oppure staccate, ben pensante.

Lista di parole con -np- tratte dal Gradit:

benparlante, benpensante, benpensatismo, benportante, dorminpiedi, granpriorato, granpriore, monpulcianese, nonpertanto, nonpossa, panpepato, panperso, panplegia, panporcino, panpsichismo, sanperino*, sanpetronio, sanpierota, sanpietrino*, ecc.

Lista di parole con -nb-:

granbestia, nonbelligeranza* panbabilonismo, panbeozie, panbiscotto, prunbianco, sanbabilino, sanbernardo, sanboviano, ecc.

Grafemi q(u) e c(u)

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La q viene definita da Luca Serianni un grafema «sovrabbondante», avendo lo stesso valore fonetico di c, /k/, ma con forti limitazioni ortografiche nell'uso:

  • deve sempre essere sempre seguita da u (semiconsonantica /w/) più un'altra vocale (a, e, i, o), costituendo un nesso il cui valore fonologico è sempre /kw/ + vocale;
  • per indicarne il grado intenso si usa il nesso -cq(u)- (/kk(w)/): acqua;
  • come doppia -qq(u)- è ammessa solo in: soqquadro, beqquadro (o biqquadro) e derivati.

L'identità fonologica di q e c può creare diversi dubbi sull'ortografia delle parole, non essendoci una regola che permetta la predicibilità dell'uso di uno o dell'altro grafema, questo perché la q ha praticamente motivazione etimologica, cioè è presente laddove era presente pure in latino. Inoltre in italiano è molto più frequente la sequenza -qu+vocale- che non -cu+vocale-, sicché è molto semplice dare indicazioni su quando va usata la c dando per scontato che in tutti gli altri casi si usa la q:

scuola, cuore, cuoio e cuoco Tutti casi di dittongazione da -ŏ- (etimi schŏla, cŏr, cŏrium, cŏcus) in -uò- (/wɔ/). Ne esiste una variante popolare o poetica non dittongata: scola, core, coio e coco, ma il dittongo permane anche nei derivati, alterati e composti, anche se a volte tende a scomparire se sono fuori d'accento.
  • autoscuola, doposcuola, scuolabus, ecc.
  • batticuore, crepacuore, cuoriforme, malincuore, rubacuori, ecc.; (r)incuorare
  • capocuoco, sottocuoco, ecc.; (s)cuoce, ricuocere, ecc.
  • cuoiaceo, cuoiaio, cuoiame, cuoieria, scuoiatore, scuoiamento, scuoiatura, semicuoioecc.; discuoiare, incuoiare, scuoiare

I verbi derivati: (r)inc(u)orare; disc(u)oiare, inc(u)oiare, sc(u)oiare, tutti regolarmente coniugabili con -uo-, possono ammettere -o- semplice nelle voci rizoatone in ossequio alla regola del dittongo mobile[9].

Verbi in -cuotere e -cuocere Questi verbi solitamente lemmatizzati: scuotere, riscuotere, percuotere, ripercuotere; cuocere, scuocere, stracuocere, ecc.

presentano nella coniugazione dittongo -uo- nelle voci con -t- o -c- nella radice, ma può diventare -o- semplice se non colpito da accento.

cospicuo, (in) nocuo, perspicuo, proficuo, promiscuo, traspicuo e vacuo Sono parole provenienti dal latino il cui etimo terminava in -cuus; diversamente dagli altri esempi, stando alla fonologia normativa dell'italiano, non ci si trova di fronte a un dittongo /wo/, ma a uno iato /uo/.

E sempre di fronte a iato ci si trova nei suffissati in -ità (vacuità), /ui/, o in -amente (vacuamente), /ua/; e altri come: vacuometro, vacuoscopio, vacuostato, vacuista.

NB: Si scrivono con -quo finale: equo, iniquo, obliquo, ubiquo e le parole in -loquo (ventriloquo, ecc.)

vacuolo, circùito e derivati Si scrivono sempre con la C:
  • vacuolo (derivante da vacuo) e i suoi derivati:
    vacuoma, vacuolare, vacuolizzare, vacuolizzato, vacuolizzazione; vacuometro, vacuoscopio, vacuostato ecc.
  • e circùito e i suoi derivati:
    circuitale, circuitazione, circuiteria; cortocircuito, cortocircuitare, microcircuito, provacircuiti, ecc.
I verbi acuire, arcuare, circuire, evacuare e derivati Si scrivono con la C anche i presenti verbi che giungono dal latino praticamente inalterati (eccetto acuire da acuĕre) e i loro derivati
  • acuito, acuità, acuizione
  • arcuato, arcuatura
  • circuìto, circuitore, circuizione, circuimento
  • evacuato, evacuatore, evacuativo, evacuazione, evacuamento.
cui, lacuale, taccuino Si scrivono infine sempre con la c e non la q:
  • cui (/ˈkui/) pronome - da non confondere con qui (/kwi/)
  • lacuale (/lakuˈale/) aggettivo per 'del lago' - da non confondere con la quale (/la ˈkwale/)
  • taccuino unica parola con -cc- prima di u + vocale.

Grafemi -z- e -zz-

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Un'altra delle maggiori difficoltà ortografiche dell'italiano è la resa grafica della z intervocalica, che, come è già stato detto, in tale posizione è sempre di grado intenso ma può essere resa sia con la lettera scempia -z- che doppia -zz-.

Di seguito verrà presentato un quadro, il più completo possibile, di quando la zeta intervocalica è scritta scempia -z-, dando per scontato che in tutti gli altri casi sia invece doppia.

  1. la z è scempia, in mezzo o in fin di parola, nei seguenti nessi: zia, zie, zio, ziu, zoo, zoi, con le eccezioni dei seguenti derivati:
    • aggettivi in -zziano, derivanti da personaggi o luoghi:
      fantozziano, gozziano, guerrazziano, pestalozziano, rattazziano; milazziano
    • parole in -zziere/-zziera:
      arazziere, battezziere, biscazziere, capezziera, carrozziere, capezziera, corazziere, gavazziere, mazziere, razziera, tappezziere, strozziere, terrazziere
    • parole in -zzìo:
      frizzio, guazzio, scarozzio, schiamazzio, sghignazzio, sguazzio, singhiozzio, spennazzio, starnazzio, svolazzio
    • Derivati di cazzo, mazzo, razza:
      cazziare, cazziatone, cazziata; mazziare, mazziato; razziale, razzialmente,
    • Razzìa e pazzìa e loro derivati: razziare, razziatore, pazziare, pazzoide, ecc.
  2. in parole composte o prefissate in cui la seconda parola inizia per z-: capozona, rizappare, ecc.
  3. in diversi prefissiodi (nazi-, rizo- schizo-, azeo-, azo-, diazo-, idraz- orizo-, piezo-) e suffissoidi (-riza –mizide, -mizo –rriza –zigote –azina -zima) e nella radice di alcune parole, tra le più comuni: azimut, azalea, Azerbaigian, azero, azolla, azoto; bazar(-orio), bizantino; calaza, coniza, coriza; dazebao, gazebo; lazulite, lazurite, lazo; mazurca, mesozona, mezereo, monazite, Mozambico, mozarabico, mozartiano; nazareno, nazireato, nazireo, neozelandese; ozono; perizoma; rizoma; scazonte, sinizesi, sizigia, spinozismo; trapezista, trapezita; Venezuela.

Le lettere straniere

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Vengono considerate lettere straniere i grafemi j, k, w, x e y, poiché nell'attuale grafia dell'italiano tali lettere compaiono per lo più in parole di origine straniera. Vi è però da dire che j, k e x erano presenti anche nel latino, che in passato hanno fatto regolarmente parte dell'ortografia italiana e che anche attualmente sono usate nei toponimi e negli antroponimi italiani.

  • La lettera j è stata fino agli inizi del novecento regolarmente usata nella grafia italiana per indicare:
    1. la i semiconsonantica /j/ in posizione iniziale, Jugoslavia, o intervocalica, notajo, ma mai postconsonantica (*bjanco);
    2. il plurale maschile delle parole terminanti in -io: studiostudj.
Oggi la j sopravvive come iniziale in diversi toponimi, Jugoslavia, Jesolo ecc., o antroponimi Jacopo, Jolanda, ma sempre più spesso si trova rimpiazzata dalla i per grafie più moderne: Iugoslavia, Iacopo, ecc. Sopravvive, invece, ancora stabilmente nei nomi esotici, Jago, e nei cognomi, sia come iniziale che in mezzo: Scajola.
Nella maggior parte dei forestierismi acclimatati nell'italiano (di origine inglese: jazz, jeans, jeep ecc.; francese: abat-jour, déjà-vu ecc.; giapponese: judo ecc.) ha valore dʒ oppure ʒ. Ciò è alla base della doppia pronuncia odierna della parola junior: alla latina /ˈjunjor/ o semi-adattata all'inglese /ˈdʒunjor/, di cui solo la prima è quella caldeggiata e corretta essendo la seconda uno storpiamento dell'inglese /ˈdʒuːnɪər/.
  • La lettera k, con valore /k/, venne ereditata dal latino nella prima ortografia dell'italiano antico - così come testimoniano le prime testimonianze di volgare: i Placiti di Capua - per poi essere dimenticata fino alla seconda metà del '900, quando tornò in voga con valore iconico negativo nella pubblicistica dei movimenti di protesta, come espressione di «ostilità e disprezzo»[10], ad esempio kapitale, maskio, ecc.
    Oggi la k si trova solo nelle parole d'origine straniera: bikini, koala, o derivazioni, rockettaro, ma può essere sostituita da c (coala) o ch- (bichini, rocchettaro) per dar vita a grafie totalmente italianizzate in parole acclimatate.
  • La lettera w ha valore oscillante tra /v/ e /w/, (talvolta /u/); anche se nelle pronunce straniere originarie ha quasi sempre valore semiconsonantico, in italiano è decisamente netta la tendenza a trasformarla in consonante - anche graficamente sostituendolo con v -, ma la situazione varia caso per caso:
    • ci sono casi di pronuncia oscillante: kiwi /ˈkiwi/ o /ˈkivi/ (anche kivi)[11]; hawaiano /awaˈjano/ o /avaˈjano/[12];
    • in principio di parola ha quasi costantemente valore /v/: water /ˈvater/, walzer /ˈvaltser/, wafer /ˈvafer/, wattora /vatˈtora/, fanno eccezione le parole che sono ancora sentite come straniere: welfare /ˈwɛlfɛr/.
  • La lettera x ha valore biconsonantico /ks/ (talvolta [ɡz] in posizione intervocalica); si trova perlopiù in parole e locuzioni latine, nella particella latina ex, in parole d'origine inglese (mixer, texano), in voci dotte di derivazione greca e in diversi prefissi (auxo-, coxo-, maxi-, maxillo-, mixo-, extra-, toxo-, xanto-, xeno-, xero-, xifo-, xilo-, uxor-), nella toponomastica italiana (Arbatax, Cixerri e altri casi). Non mancano casi in cui è sostituita dal nesso -cs- (fucsi(n)a > fuxi(n)a, facsimile > faxsimile), ma anche casi in cui essa è sostituita da -s- (extra- > estra-) o -ss- (taxi(sta) > tassi(sta), saxofono(-ista) > sassofono(-ista), texano > tessano). Inoltre è presente anche in diversi cognomi (Craxi, Bixio, ecc.) e toponimi, tuttavia nell'Italia meridionale spesso può avere valore di fricativa /ʃ/, come nella lingua catalana.
  • La lettera y ha valore /i/ (ma in parole d'origine inglese può anche avere valore /ai/: bypassare); è presente in diverse parole d'origine inglese (authority, bye-bye, body, brandy, bypass, city, coyote, derby, floppy, gay, geyser, hippy, hobby, yoga, yogurt, lobby, pony, rally, rugby, sexy, spray, ecc), ed è in voga nei diminutivi: Mary, Tony, Bobby, ecc.
    Non mancano casi in cui viene sostituita da i: coyote > coiote, Paraguay > Paraguai, ecc.; e addirittura con ai: bypassare > baipassare, byroniano > baironiano.

L'accento grafico

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Gli accenti grafici attualmente presenti nell'ortografia italiana sono tre:

  • accento grave ( ` ) presente sui suoni vocalici più aperti à (/a/), è (/ɛ/) ò (/ɔ/), ma si trova normalmente pure su ì (/i/) e ù (/u/) anche se sono vocali "chiuse".
  • accento acuto ( ´ ) che segnala i suoni vocalici più chiusi, o meglio dal timbro più chiuso, é (/e/) e ó (/o/), e nelle grafie più ricercate í e ú.
  • il circonflesso (ˆ) oggi possibile solo sulla î e in determinate parole, è tipico di un tipo di grafia piuttosto ricercata o specialistica e non ha alcuna valenza prosodica; un tempo invece era possibile anche sulle altre vocali (â, ê, ô, û), ma perlopiù in ambito poetico e con finalità distintive o per indicare la contrazione di una parola.

In italiano, l'accento grafico può essere segnato soltanto sulla vocale su cui cade l'accento tonico della parola, e il suo uso può essere obbligatorio, così come accade in fin di parola, o opzionale, come avviene in mezzo alla parola generalmente per ragioni distintive. Fino a qualche decennio fa si usava soltanto l'accento grave ( ` ), perché, come spiega Migliorini, "gli stampatori del Cinquecento avevano seguito una norma ricalcata sul greco: accento acuto all'interno della parola, accento grave alla fine. Ma siccome nel corpo della parola l'accento non s'usava quasi mai, l'accento più frequente era il grave"[13]. Più di recente, invece, si è approfittato, grazie anche al progresso tecnico, dell'esistenza di entrambi i segni grafici, per indicare anche nella scrittura la differenza di timbro tra le vocali chiuse é (/e/) ed ó (/o/) e quelle aperte è (/ɛ/) ed ò (/ɔ/).

Sulle lettere e, o, perciò, la norma ortografica oggi in vigore (e codificata nel 1967 dall'UNI, Ente nazionale di unificazione) richiede di usare l'acuto se la vocale è chiusa (come in perché), il grave se la vocale è aperta (come in cioè).

Sulla a si usa invece solo l'accento grave, à (come in carità)

Sulla i e u si usa generalmente l'accento grave ì (come in partì), ù (come in virtù), anche se una corrente minoritaria sostiene e predilige l'uso dell'acuto í e ú. I fautori dell'acuto su i e u (come il fonetista Luciano Canepàri) giustificano la propria posizione con il fatto che le vocali i e u sono chiuse per loro natura[14]. A questo sistema s'attenne nell'Ottocento Carducci, e ancor oggi vi si attengono alcune case editrici, come l'Einaudi.

I sostenitori dell'uso più comune (più numerosi anche tra linguisti e filologi: Sensini, Camilli, Migliorini, Fiorelli, Serianni, ecc.) affermano invece l'inutilità di abbandonare il grave per l'acuto quando non ci sia nulla da distinguere, com'è il caso delle tre lettere a, i, u, ognuna delle quali simboleggia un solo suono vocalico.

« Importa servirsi della distinzione dove c'è da distinguere, e cioè solo per le vocali e, o, mentre in tutti gli altri casi è più semplice adoperare un accento unico. In nota: Con la terminologia moderna, si direbbe che l'accento grafico va adoperato per segnare le differenze fonologiche e non quelle fonetiche. »
(Migliorini, op. cit., pag. 33)

L'uso di ì, ù (col grave) è raccomandato anche dal prestigioso Dizionario d'ortografia e di pronunzia (DOP), e dalla già citata norma dell'UNI[15]. Anche sulle tastiere italiane delle macchine da scrivere e dei computer si trovano di regola solo ì e ù.

Gli accenti acuti su i e u possono pertanto considerarsi una raffinatezza ulteriore da riservare a quegli autori, già particolarmente raffinati per altri aspetti linguistico-stilistici.

Accento in fin di parola (obbligatorio)

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L'accento grafico è obbligatorio sulla vocale finale della parola:

  • sui polisillabi (cioè sulle parole di almeno due sillabe): città, cioè, perché, così, però, ahó, Perù;
  • sui monosillabi terminanti con due grafemi vocalici (a, e, i, o, u), sia dove questi rappresentano un dittongo ascendente, come in piè (/pjɛ/), più (/pju/), può (/pwɔ/), sia dove la lettera i è un puro segno diacritico, cioè muto, come in ciò (/tʃɔ/), già (/dʒa/), giù (/dʒu/). Solo qua e qui fanno apparente eccezione, non volendo mai l'accento[16].
  • su determinati monosillabi, con valore distintivo: (indicativo di dare), ("giorno"), ché ("poiché, affinché"), è (voce del verbo essere), e (avverbi di luogo), (negazione), (pronome), (affermazione), (bevanda).

Per quanto riguarda la scelta tra accento grave e acuto si ricorda che:

  1. In italiano la o tonica finale è praticamente sempre aperta, quindi di fatto si usa solo l'accento grave ò (parlò, canterò, oblò, però, perciò, ecc.); per questo motivo il carattere ó manca alle comuni tastiere italiane. Rarissime le eccezioni: l'interiezione romanesca ahó pronunciata [aˈo][17], ma si trova scritta anche ahò; le grafie metró e a gogó</ref>, rifacentisi alle pronunce francesi con /o/|o chiusa]] [meˈtro] e [a ɡoˈɡo] delle originali métro e à gogo, accanto alle forme metrò[18] e a gogò[19] con relativa pronuncia aperta[20].
  2. La é sui composti di che (affinché, benché, cosicché, finché, giacché, macché, nonché, perché, poiché, purché, sicché, ecc.); i composti di tre (ventitré, trentatré, centotré, ecc.); i composti di re (viceré, interré); i monosillabi ("e non") e (pronome personale); le terze persone singolari del passato remoto in (poté, credé) con l'eccezione di diè e stiè; altre parole come scimpanzé, nontiscordardimé, mercé, testé, (per fece e per fede), affé, autodafé, ecc.
  3. La è per la voce del verbo essere è e il suo composto cioè; per altre parole, soprattutto d'origine straniera o non recenti: ahimè (e ohimè), diè e stiè (antiquati o letterari per diede e stette), piè (=piede), e caffè, bebè, , evoè, coccodè, canapè, tupè, croscè, buffè, cabarè, gilè, relè, lacchè, ramiè, musmè, macramè, narghilè, Noè, Mosè, Giosuè, Salomè, ecc.

Accento all'interno della parola (opzionale)

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L'accento grafico è opzionale all'interno della parola, dove l'uso è motivato da ragioni d'ordine fonologico o distintive sugli omografi.

Sono principalmente ragioni fonologiche quando si vuole indicare al lettore la pronuncia della parola, grossomodo nei seguenti casi:

  • in parole insolite o inventate, in cognomi, neologismi, arcaismi, ecc., di cui si può ritenere opportuno indicare al lettore l'esatta pronuncia: si pensi a Pirandello nella novella La patente, che scrive "Chiàrchiaro" per indicare la pronuncia sdrucciola del cognome del protagonista;
  • in parole estremamente rare o tecnicismi, di cui si pensa che il lettore non conosca la corretta pronuncia, specie se non è piana;
  • in parole d'uso comune, di cui però si sbaglia spesso la pronuncia e dunque se ne vuole rimarcare quella corretta: ad es. la parola rubrìca, spesso pronunciata rùbrica;
  • in parole con più pronunce possibili, se se ne vuole suggerire al lettore una in particolare, ad es. frùscio o fruscìo[21].

Il circonflesso

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In italiano il circonflesso non dà alcuna indicazione fonologica (come invece può accadere in alcune ortografie dialettali), ma segnala semmai l'avvenuta contrazione della parola, ed è anche ormai quasi del tutto scomparsa la coscienza di questo fatto. L'uso del circonflesso all'interno dell'ortografia italiana comunque può essere così sintetizzato:

  1. Sulle î finali dei plurali delle parole in -io (vario > varî) per segnalare la contrazione della antica grafia con doppia -ii (varii /ˈvari/), oggi comunque rimpiazzata da -i, semplice perché più rispondente sotto il profilo fonologico. Oggi tale uso sopravvive solo nelle scritture ricercate, o per vezzo, o per fini disambiguanti (principi /ˈprintʃipi/ vs principî /prinˈtʃipi/), o nei linguaggi tecnici, sempre per esigenze di maggior chiarezza (condomini pl. di condomino, condominî pl. di condominio); è più comune però che, senza ricorrere a scritture ricercate, queste ambiguità vengano risolte dalle grafie prìncipi, princìpi, condòmini e condomìni.
  2. Nella lingua poetica segnala la contrazione di una parola per distinguerla dalle omografe: fûr per furono, côrre per cogliere, tôrre per togliere, ecc.
  3. Con uso estremamente raro, può distinguere su parole omografe e omofone quella usata più raramente (vôlta, come 'arco', volta come 'momento; turno'), tuttavia anche in questi casi si preferisce solitamente utilizzare l'accento normale (vòlta).

In italiano l'attuale norma ortografica prevede l'uso dell'apostrofo in presenza di tre fenomeni linguistici:

  1. l'elisione, dove è obbligatorio,
  2. alcuni casi di troncamento,
  3. alcune forme di aferesi.

Come già detto con l'elisione l'uso dell'apostrofo è obbligatorio, e in alcuni casi è addirittura fondamentale per distinguerla dal troncamento e definire il genere delle parole, si pensi al caso di un artista maschile e un'artista femminile. In altri casi invece è fonte di alcuni dei più comuni errori ortografici per la sua erronea presenza, come "qual'è" o tal'è (la grafia corretta è sempre qual è e tal è[22]), oppure mancanza, come in "pover uomo" (la grafia corretta è pover'uomo), casi per cui comunque a volte vi sono divergenze di opinioni fra i linguisti.

L'uso, inoltre, soprattutto scolastico, di considerare come errore l'apostrofo in fin di rigo, è una norma destituita di qualsiasi fondamento grammaticale, trattandosi invece di una consuetudine puramente tipografica, oggi desueta, quella di andare a capo o con la parola intera o spezzandola secondo l'uso di sillabazione, in quanto ritenuta esteticamente sgradevole la presenza di un apostrofo isolato in fin di rigo. La diffusione di tale falso errore, una volta fortemente stigmatizzato nelle scuole dell'obbligo, va oggi ridimensionandosi grazie al fatto che nel linguaggio stampato si sono ricominciati ad ammettere "a capo" del tipo dell'/oro[23].

Nel troncamento oggi l'apostrofo viene usato soltanto in un ristretto numero di casi - in passato più numerosi -, dove tra l'altro può dirsi obbligatorio solo in una minima parte, essendo spesso ampiamente attestate anche grafie alternative.

  1. Apocope vocalica: si usa l'apostrofo per indicare la caduta della vocale finale di alcuni monosillabi uscenti per dittongo discendente, tra cui si annoverano i seguenti casi:
    • i quattro imperativi: da', fa', sta' e va', rispettivamente apocopi di dai, fai, 'stai e vai, scrivibili anche da, fa, sta e va; le prime grafie sono però caldeggiate dai linguisti essendo invece le ultime confondibili con le rispettive terze persone dell'indicativo presente. Si può ricordare come curiosamente questi quattro imperativi siano quelli degli unici quattro verbi (base) irregolari della prima coniugazione, e che grafie apostrofate (rifa', sfa', ecc.) sono caldeggiate anche per gli imperativi dei verbi derivati in luogo di quelle accentate (ridà, sfà, ecc.) per il medesimo motivo;
    • le forme letterarie e desuete delle preposizioni articolate: de', a', da', ne', co', su', pe', tra'/fra' e degli aggettivi que' e be', rispettivamente apocopi di dei, ai, dai, nei, coi, sui, pei, trai/frai e quei, bei, tutte varianti posizionali in uso che la norma prevede per quei casi in cui si userebbe l'articolo i.
  2. Apocope sillabica: si usa l'apostrofo per indicare la caduta della sillaba finale, quando lascia un troncamento uscente per vocale, tra cui annoveriamo i seguenti casi
    • l'imperativo di', apocope di dici scritto anche ; anche in questo caso viene caldeggiata la forma con l'apostrofo sia per questioni di omogeneità, sia per evitare confusione con indicante il giorno:
    • negli avverbi: po' e a mo' di, rispettivamente apocopi di poco e modo;
    • nelle interiezioni be', te', to', va', ve' rispettivamente apocopi di bene, tene (tieni), togli (col valore di prendi), varda (guarda) e vedi, tutte esclamazioni che si sono anche un po' distaccate dal loro valore originari, spesso iussivo, e per le quali spesso si preferiscono le grafie con la h: beh, teh, toh, vah, veh.

Nell'aferesi l'uso dell'apostrofo era diffuso, soprattutto nella lingua poetica, per segnalare la caduta della prima vocale di una parola, specialmente in concomitanza di una parola precedente che finisce per vocale e strettamente legate nella catena del parlato (un fenomeno simmetrico all'elisione). Oggi questa prassi è praticamente scomparsa, tranne in pochissime parole ('ndrangheta) nelle quali non è comunque obbligatorio; mentre invece è obbligatorio nell'indicazione degli anni in cifre.

  • Oggi sopravvive praticamente soltanto nelle forme contratte: 'sto, 'sta, 'sti 'ste, forme dialettali particolarmente enfatiche per la loro concisione, usate in luogo di questo ecc., per dare coloritura al discorso, ma in realtà derivanti dall'arcaica forma esto, ecc. Tali forme possono anche essere scritte semplicemente sto, sta, sti, ste.
  • Nella lingua poetica erano frequenti le aferesi delle particelle 'n e 'l per in e il: «e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle» (Dante Inf. I 38), e di altre parole.
  • L'apostrofo è invece obbligatorio quando si vogliono indicare in forma accorciata e in cifre gli anni, il '68 (il 1968), i secoli dopo il mille, il '400 (il 1400, il XV secolo), ovviamente solo se scritti in cifre arabe. Qualora vi sia concomitante anche un'elisione, si usa un solo apostrofo: la musica dell'800.
  1. Lemma «che»
  2. 2,0 2,1 Elenco tratto dal DOP
  3. Luca Serianni. Italiano. XI. 71g
  4. DOP, Terminazioni con varianti di forma: «-cero»
  5. Ricerca termini con *[cg]iero sul DOP
  6. DOP lemma «cieco»
  7. DOP lemma «accecare»
  8. Vedi pronuncia sul DOP delle parole italiane con «-n[bp]-»
  9. DOP, lemmi: incuorare, discuoiare, incuoiare, scuoiare
  10. Treccani lemma «k»
  11. DOP lemma «kiwi»
  12. DOP lemma «havaiano»
  13. Bruno Migliorini. La lingua italiana nel Novecento. Firenze 1990, p. 32
  14. Vedi questo articolo a proposito dell'accento grave su i e u.
  15. Copia archiviata, su ilsitopiperito.it. URL consultato il 26 febbraio 2010 (archiviato dall'url originale il 18 settembre 2010).; si veda il punto 4.1.
  16. Quà e quì erano grafie accettate fino al '700, ma l'accento fu ritenuto in seguito superfluo poiché, in presenza del grafema q, la u può avere soltanto valore semiconsonantico /w/ ed è quindi impossibilitata ad ospitare l'accento tonico, il quale non può che ricadere sulla vocale successiva, impedendo ogni ambiguità di pronuncia. Diverso è il caso dei monosillabi del tipo di piè, o del tipo di ciò, che senza il segnaccento si dovrebbero leggere /ˈpie/ (come il plurale femminile di pio), /ˈtʃio/ (come l'acronimo del Comitato Internazionale Olimpico), ecc.
  17. DOP lemma «ahó»
  18. Treccani, lemma «métro»
  19. Treccani, lemma «à gogo»
  20. DOP, lemma «métro»
  21. DOP lemma «fruscio»
  22. Esatta grafia di qual è Archiviato il 2 gennaio 2008 in Internet Archive. - sito dell'Accademia della Crusca
  23. Apostrofo in fin di rigo Archiviato il 6 maggio 2009 in Internet Archive. - sito dell'Accademia della Crusca