Torah per sempre/Demografia contro ragione: il futuro della religione ebraica

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ConclusioniTorah per sempre/Conclusioni
"Danza ebraica" di Alexandr Onishenko, 1999



« Chi non si inchina mai a niente
non saprà reggere il peso di se stesso.
 »
(Dostoevskij)






Storici e sociologi hanno speculato sul futuro del popolo ebraico; questi vanno da pessimisti come Bernard Wasserstein a ottimisti come Calvin Goldschneider.[1] Io però sono più interessato alla religione che alla demografia. Possiamo determinare che forma prenderà la religione ebraica in, diciamo, cento anni?

Si è tentati a volte di affermare che "la verità verrà fuori", che prevarrà la forma di credo più vicina alla verità. Ciò è successo nel mondo della scienza; la cosmologia di Copernico nel tempo prevalse su quella di Tolomeo perché si adattava meglio alle osservazioni empiriche e quindi era presumibilmente più vicina alla "verità" (che s'intenda questa in termini di corrispondenza coi fatti esterni, di coerenza, o di qualche altra teoria della verità).

Nel mondo delle arti la situazione è meno chiara. Cosa sopravvive? Bellezza, potenza drammatica, intuizione della situazione umana, immaginazione creativa, tutte giocano una qualche parte nel dare ad un opera d'arte un valore duraturo. Corrispondenza coi fatti della storia è meno pertinente; non è applicabile alla musica, non è importante per le arti visive (che importanza ha veramente chi fosse la modella di Mona Lisa, o se il ritratto l'assomiglia?) e non attinente al dramma non-documentativo (Amleto non è un documentario – rimarrebbe un grande dramma anche se non ci fosse mai stato un principe di Danimarca).

Cosa rende durature certe forme di rituale religioso e di fede? Certo non l'accuratezza storica o scientifica di affermazioni fatte da capi religiosi nei secoli. Bellezza, potenza drammatica, intuizione della situazione umana, immaginazione creativa, utilità — tutte hanno una parte da giocare, ma nessuna di loro è necessaria o sufficiente di per se stessa.

C'è bisogno di qualcosa d'altro. Judith Plaskow scrive:

« Gli ebrei del passato, facendo uso di forme religiose ad essi disponibili, crearono e ricrearono un ebraismo vivente... Quello che determinò l'"ebraicità" delle loro formulazioni non fu una serie di criteri predeterminati, ma la "lavorabilità" di tali formulazioni per il popolo ebraico.[2] »

Non è del tutto chiaro cosa sia "lavorabilità", ma il punto sotteso all'affermazione di Plaskow è oltremodo evidente. La rilevanza sociologica e la praticità di ogni forma di religione è vitale per la sua persistenza e coinvolge sia l'istruzione che il benessere sociale. Se la comunità non persiste, la religione cessa di essere, sebbene gran parte del suo contenuto possa essere assorbito da altre religioni o forme di cultura. Pertanto, deve "funzionare" per la comunità. La religione dà spazio allo sviluppo della spiritualità individuale, ma richiede una comunità in rapporto alla quale quello sviluppo possa avvenire — non necessariamente una comunità che vive costantemente in accordo con i propri requisiti più severi, ma una che nel complesso affermi i suoi ideali, segua i suoi rituali e parli la sua lingua.

Una teoria delle scienze "dure" è vera o falsa indipendentemente dalla società; nel campo gravitazionale della terra, una mela cadrà dall'albero anche se non ci sono esseri umani che se ne accorgono o si preoccupano. Le arti, quali forme di espressione e comunicazione umana, necessita di persone per comunicare ed essere comunicata e ciò presuppone una qualche lingua o cultura da condividere. Né la scienza né le arti fioriranno a meno che non ci sia una cultura che fornisca opportunità per tali attività, anche se gli scienziati più importanti e gli artisti più creativi riescono a superare i confini della cultura in cui furono allevati.

Scienza e arti attraversano confini culturali. La geometria di Euclide si applica alle superfici piane (se esistessero nel mondo reale) non solo in Alessandria dove insegnava, ma in qualsiasi parte del mondo, o perfino nell'intero universo; la poesia di Dante viene apprezzata in culture ben differenti da quella dell'Italia rinascimentale, anche in culture dove i fondamenti teologici su cui si basa sono rifiutati; la musica del protestante tedesco Bach è stata eseguita fedelmente e magnificamente da artisti non-cristiani dal Giappone alla Corea.

La religione è differente. Dipenda da comunità di persone, comunità di fede, che si rapportano collettivamente ai suoi insegnamenti e rituali. Ogni religione ha valori fondamentali che trascendono i suoi confini e possono essere condivisi e possono certamente essere apprezzati da chi sta al di fuori della comunità. Ha inoltre elementi, come le storie, le forme di culto e le celebrazioni, che possono essere compresi da altri (spesso tali elementi passano da una comunità religiosa ad un'altra, con o senza modifiche); le religioni possono essere e spesso sono riformulate entro i termini di riferimento di culture differenti. Ma presa nel suo complesso, una religione ha confini definiti, i confini che costituiscono la comunità dei fedeli. I confini non devono sempre essere territoriali, sebbene a volte lo siano, come quando l'identità nazionale coincide con l'identità religiosa.

Leader nazionali hanno spesso incoraggiato forme specifiche di religione credendo che potessero accrescere la lealtà politica sostenendola con la sanzione divina. Lo statista romano Cicerone scrisse: "Inizierò con l'aruspicina che, secondo il mio giudizio deliberato, dovrebbe essere osservata per ragioni di convenienza politica e per avere una religione di stato".[3] Vale a dire, lasciando da parte il suo scetticismo personale riguardo all'aruspicina, Cicerone pensava che questa fosse un bene per mantenere il controllo del popolino romano e dargli uno scopo di arricchimento culturale. Ciò potrebbe sembrare alquanto cinico, ma è stata una posizione abbastanza comune nei secoli tra principi cristiani e mussulmani. La libertà di religione è stata ripetutamente ostacolata adducendo rischi di coesione e quindi di sicurezza per lo Stato; le religioni statali sono state imposte non perché il principe fosse convinto razionalmente della loro verità, ma per ragioni di convenienza politica.

In Occidente, tuttavia, questa valutazione è in gran parte scaduta. Lo stato-nazione multiculturale comprende di solito cittadini di fedi diverse; la religione è diventata una faccenda privata in cui lo stato non interferisce a parte quando la religione promuove ingiustizie civili o criminali, come l'incitamento a violenza tra comunità.

Per i capi religiosi però la religione non è privata ma una faccenda di identificazione di gruppo. Quando le comunità ebraica domanda "Chi è ebreo?", la rispostanon può essere data da una decisione privata, ma solo da un consenso in ambito comunitario, spesso un consenso a seguire la decisione di uno specifico beit din (tribunale rabbinico). Si raccomandano definizioni e processi riconosciuti di conversione, che a volte generano conflitto tra l'autocomprensione di un individuo e la categoria che la comunità cerca di imporgli; per esempio, una persona la cui autocomprensione e comportamento generale sono totalmente in conformità con norme ebraiche potrebbe essere rifiutato da una comunità ortodossa perché non ha una madre ebrea e non è stata convertita secondo gli auspici ortodossi, mentre un'altra persona che (vuole il caso) è nata da madre ebrea può ritrovarsi con un'identità ebraica impostale dalla comunità nonostante sia carente di qualsiasi senso di identità con tale comunità o qualsiasi impegno in credenze e pratiche ebraiche.

Possiamo ora riformulare la nostra ichiesta sul futuro della religione ebraica: quale sarà la forma predominante di fede e/o pratica (se voluta) verso cui le comunità ebraiche possano orientarsi in futuro prossimo? Si arriverà razionalmente a tale forma di fede o mediante quali altri processi? Come ci si rapporteranno gli ebrei nell'ambito della comunità?

Cosa c'entra la ragione?[modifica]

L'intellettuale cerca consistenza razionale, ma questa non è sempre disponibile. L'intelletto umano fino ad ora è stato incapace a ridurre tutta la conoscenza in una struttura consistente. I filosofi ci hanno provato e hanno fallito. Gli scienziati hanno avuto più successo, ma a scapito dell'ignorare molti aspetti dell'esperienza umana; persino nelle complesse scienze fisiche, dove sono stati ottenuti i maggiori successi, non si è riusciti a risolvere le grandi discrepanze come quella tra la relatività generale e la meccanica quantistica su certe scale.

La maggior parte delle persone non ha l'inclinazione, il tempo e la capacità di portare argomenti alla loro logica conclusione; se accettano il concetto di "Torah dal Cielo" è perché fa parte di un vocabolario di identità religiosa ebraica piuttosto che di una posizione logica coerente. È euristico e una regola empirica con cui avvicinarsi al mondo in compagnia di correligionari, non è un'affermazione categorica di storia o cosmologia.

Quasi la stessa cosa è accaduta nel secondo e terzo secolo, quando il cristianesimo e l'ebraismo rabbinico stavano formandosi. L'impero romano ospitava una sorprendente varietà di scuole filosofiche e sette religiose. Come si sceglieva lo stile di vita da seguire? Senza dubbio allora come ora la gente non sceglieva attivamente, ma per inerzia rimaneva nel modello dei propri antenati. Tuttavia alcuni sceglievano, che fosse una religione misterica, o ebraismo, o cristianesimo (nel qual caso, una delle svariate sette di entrambe), o una delle numerose scuole filosofiche, come l'Accademia o la Stoa. Un midrash narra come Jethro, suocero di Mosè, provò tutte le forme di idolatria prima di arrivare finalmente ad accettare la verità della Torah. Jethro, implica il midrash, agì razionalmente; esaminò tutte le alternative e scelse la migliore.[4]

Ma la maggioranza delle persone non hanno né tempo né abilità di esaminare esaustivamente e sistematicamente filosofie alternative o stili di vita. Il Padre della Chiesa Origene, rimproverato dai filosofi di sviare gli ignoranti insegnando loro la dottrina cristiana, prese una posizione ottimista:

« Poiché si parla così tanto di questa materia di fede, devo rispondere che l'accettiamo come utile per la moltitudine e che dichiaratamente insegnamo a coloro che non possono abbandonare tutto e seguire uno studio di argomentazione razionale, di credere senza pensare alle ragioni. Ma, anche se non lo ammettono, in pratica altri fanno lo stesso. Quale uomo che è spinto a studiare filosofia e si getta a caso in una qualche scuola di filosofia, non lo fa altro perché ha incontrato un insegnante particolare o perché crede che una scuola sia meglio di tutte le altre? Non aspetta di sentire le ragioni di tutti i filosofi e la confutazione di uno e la prova di un altro, quando in questo modo sceglie d'essere uno stoico, o un platonico, o un peripatetico, o un epicureo, o un seguace di una qualche altra scuola filosofica. Anche se non lo vogliono ammettere, è per un impulso irrazionale che le persone arrivano a praticare, per dire, lo Stoicismo e abbandonare il resto.[5] »

Origene continua poi a esaltare la virtù della fede cristiana, citando Platone (che naturalmente non stava affatto parlando di fede cristiana ma di ottenere la conoscenza delle Idee): "essa non si può in alcun modo comunicare, ma come fiamma s'accende da fuoco che balza: nasce d'improvviso nell'anima dopo un lungo periodo di discussioni sull'argomento e una vita vissuta in comune, e poi si nutre di se medesima."[6] Seppure ciò sembri un regresso in autoinganno, riassume giustamente il processo con cui le persone diventano "rinate" — in termini ebraici, ba`alei teshuvah; non è un processo razionale.

D'altronde, l'influenza economico-finanziaria sull'appartenenza religiosa non deve essere trascurata. Anche le organizzazioni spirituali più impegnate alla fine dipendono da risorse materiali, altrimenti soccomberebbero, dobbiamo quindi chiederci chi fornisce tali risorse e se le forniscano selettivamente a gruppi religiosi preferiti.[7] Nell'ambito della comunità ebraica un notevole supporto finanziario viene dato a tali gruppi, spesso sette fondamentaliste, da uomini (raramente donne) che hanno avuto successo nel commercio ma non sono in grado di far distinzioni su base razionale tra gruppi religiosi; tendono a sostenere coloro le cui abilità promozionali sono migliori, ma i cui insegnamenti religiosi sono ingenui, vicini a quell'immagine rassicurante dell'ebraismo che i benefattori si sono formati da bambini.

Ha importanza che le persone adottino un sistema di credenze senza sottometterlo ad uno scrutinio razionale, specialmente un sistema di credenze che ha implicazioni di vasta portata per il comportamento umano? La risposta è complessa.

Primo, dobbiamo riconoscere che a molte persone manca il tempo o l'abilità di impegnarsi in un processo di scrutinio razionale. Tuttavia la mente/cervello umano, come un computer, deve operare sulla base di alcuni presupposti, o "default", anche se è pronto a modificarli o abbandonarli alla luce dell'esperienza. Non possiamo evitare di adottare un sistema di credenze, anche se è un sistema scettico ("Credo che non possiamo sapere") o provvisorio. Se ci manca il tempo o l'abilità di scegliere bene, la nostra scelta sarà un rischio; la maggioranza di noi rischierà che il nostro retaggio sia il migliore per noi e seguirà la religione o filosofia dei nostri genitori o di un qualche insegnante che ci ha colpito favorevolmente.

Dobbiamo allora chiedere cosa significhi "adottare il sistema". Si stanno dando giudizi discutibili in base a testimonianze inadeguate, o ci si sta semplicemente identificando socialmente con un gruppo con cui ci si sente in armonia? In quest'ultimo caso, che sembra comune, le persone quasi certamente non fanno altro che adottare un vocabolario, un modo di parlare, che li qualifica come mebri del gruppo; non si coinvolgono in giudizi specifici su dottrine religiose che non capiscono bene e delle cui implicazioni più profonde non sono consapevoli.

Una minoranza ha tempo, abilità e propensità ad impegnarsi in un processo di scrutinio razionale. Poiché la verità è preferibile alla falsità, tale dovrebbe essere l'opzione preferita. Ma c'è un intoppo. Nessuno ha tempo, come Jethro, di indagare accuratamente tutte le religioni del mondo. Anche gli esperti, i cui nomi sono d'obbligo nel campo delle religioni comparate, raramente hanno una conoscenza prodonda di più di due o tre religioni, e nessuno ha padroneggiato tutte le lingue che sono essenziali ad uno studio di questo tipo, per non parlare poi delle altre discipline necessarie. Anche se hanno letto un po' della letteratura primaria, è impossibile sperimentare nel lasso di tempo di una vita umana cosa si provi ad essere un seguace di ogni singola religione; solo il cristianesimo si dice abbia 38000 sette differenti[8] e chi può affermare quale sia, se c'è, il "vero cristianesimo"? Allora quali abilità (altre a quelle linguistiche) sarebbero necessarie per dare giudizi razionali sulle verità relative alle differenti religioni e a tutte le loro divisioni e denominazioni e su quali criteri dovrebbero basarsi tali giudizi?

In pratica, giudizi vengono dati in base a prove inconsistenti e alla luce di una qualche "teologia" pre-adottata arbitrariamente. Che sorpresa! Quando i cristiani scrivono libri confrontando religioni, generalmente emerge che la teologia trinitaria è quella che corrisponde meglio alla "realtà ultima"; quando ebrei o mussulmani scrivono libri, si scopre che il monoteismo puro è la sola via razionale e che la dottrina trinitaria è probabilmente un'aberrazione idolatra. Pertanto, sebbene il procedimento di scrutinio razionale sia l'opzione preferita, non è però un'opzione realistica; la vita non è abbastanza lunga, né l'intelletto umano riesce a far fronte all'impegno.

Queste difficoltà sono state responsabili di molta speculazione in merito al rapporto tra fede e ragione. Filosofi della religione sono sempre stati divisi sulla questione se la sola ragione possa arrivare alle "verità" della rivelazione. Anche coloro che pensano di sì, non raccomandano ciò come percorso per i poveri di spirito e gli incolti, quindi dovrebbero esserci altri percorsi verso l'illuminazione, che siano tramite una "luce interiore" personale di sorta, o mediante l'obbedienza alla saggezza superiore dei santi e dei saggi (rabbini, chiesa, ulema).

Il gaon del decimo secolo Sa`adiah è tipico di coloro che sostenevano che la ragione, usata correttamente, portava alle verità della Torah. Dio, essendo misericordioso, non ci gravò eccessivamente col compito della scoperta, ma ci rivelò queste verità, cosicché non rimaniamo nell'ignoranza fino al momento in cui troviamo prove, né siamo ossessionati dal dubbio, ma persino donne e bambini ed i deboli di intelletto possono beneficiare della conoscenza.[9]

Sfortunatamente questa posizione sottovaluta il fatto che le persone erudite e intelligenti dissentono su tali materie ed evitano la domanda del perché "donne e bambini ed i deboli di intelletto" debbano ascoltare uno degli studiosi litiganti piuttosto che un altro (non è questo il luogo per contestare le insinuzioni di Sa`adia riguardo all'intelletto delle donne). Sa`adia avrebbe senza dubbio risposto che la gente deve ascoltare la sua interpretazione della Torah poiché è autentica. Ma cosa è l'"autenticità" e come viene riconosciuta? Questa è la prossima questione.

"Ebraismo autentico"[modifica]

In PARTE IV.5 abbiamo descritto come ciascuna delle tre denominazioni principali dell'ebraismo ha un modo distintivo di leggere la Torah, rinforzato da una versione istituzionale, o quasi-istituzionale, per uso sinagogale, proprio come ciascuna ha sviluppato la propria liturgia completata da una gamma completa di libri di preghiera per tutte le occasioni.

La gente chiede: "Quale denominazione è quella giusta? Quale tipo di ebraismo è autentico?

Un modo per comprendere la domanda è interpretarla come significasse "Quale denominazione è maggiormente conforme alla verità?" Se "autentico" viene a significare "vero" nel senso forte, come "corrispondenza coi fatti", possiamo subito eliminare come non autentiche quelle forme di religione che insistono sulla verità letterale dei testi che sono palesemante erronei, come le asserzioni che danno l'età sbagliata della Terra, o la data sbagliata del diluvio. Se intendiamo per "vero" come "eticamente e moralmente corretto", possiamo escludere anche quelle forme di ebraismo che insistono su una lettura letterale dei testi che sono manifestamente immorali, come quelli che esortano al genocidio, alla discriminazione contro le donne, o che inculcano valori falsi come l'accettazione della schiavitù. Se seguiamo questa linea, dobbiamo dichiarare che almeno alcune forme di ebraismo ortodosso sono inautentiche.

Una forma più comune di "autentico" è "genuino". Quale forma di ebraismo è "genuina"? Dunque, so cosa significa chiedere se il ritratto della Mona Lisa sia "genuino" e come rispondere alla domanda: tutto quello che devo fare è scoprire se il quadro è stato dipinto proprio da Leonardo. Ma come rispondo alla domanda su qual è l'ebraismo (o cristianesimo, ecc.) "reale"? Ciò coinvolge un giudizio su cosa sia veramente l'ebraismo e abbiamo già visto che esistono opinioni divergenti in materia. Un ebreo riformato potrebbe dire, come fecero Hermann Cohen e Leo Baeck, che l'ebraismo riguarda il monoteismo etico e non proprio leggi e rituali, anche se le incorpora; l'ebraismo autentico in questo caso sarebbe un ebraismo concentrato sul monotesimo etico. L'ebraismo ortodosso, in quanto si concentra sull'Halakhah e non sull'etica per sé, non sarebbe autentico in base a ciò.

Un ebreo ortodosso, d'altra parte, sosterrebbe esattamente l'opposto. Sebbene non negasse che la Torah abbraccia il monotesimo etico, darebbe una posizione centrale ai comandamenti, secondo la propria interpretazione. Se fosse fondamentalista, potrebbe asserire l'autenticità nel senso forte: che la tradizione rabbinica articola accuratamente quello che Dio disse a Mosè sul Monte Sinai. L'ebraismo riformato, ai suoi occhi, sarebbe "inautentico" e l'Ortodossia "autentica".

Autenticità può significare conforme alla verità e può significare genuino, ma nessuno dei due esaurisce il modo caratteristico in cui il termine è usato dai leader delle comunità. Leader, laici o religiosi, usano "autentico" per stabilire la loro autorità affermando la superiorità della loro interpretazione dei testi fondativi della propria religione o partito politico. Autenticità, per loro, rappresenta un'affermazione di autorità onorata dal tempo, come l'autorità della Scrittura, cosicché "autentico" giustifica gli atti o pronunciamenti dei capi sulla base che sono "secondo quello che la Scrittura significa realmente".

Questo stratagemma per giustificare l'esercizio di autorità non è nuovo. Durante il periodo del Secondo Tempio numerose sette ebraiche asserivano di essere vere, o potremmo dire autentiche, forme di ebraismo basandosi sull'affermazione che solo loro interpretavano correttamente la Bibbia;[10] ai cristiani piacque l'idea e la usarono, asserendo di essere verus Israel, "il vero (cioè autentico Israele)". Lo stratagemma è cosa comune nei circoli politici, dove qualcuno è sempre pronto ad asserire di essere un "vero", cioè autentico, marxista, laburista, sandinista, legista, o altro.

Da un punto di vista di cosa sia vero o falso, quindi, sembra non ci sia seenso a chiedere "Cosa è l'ebraismo autentico?" come se questa fosse una domanda che potesse essere, data un'adeguata certezza, risolta obiettivamente, come "Qual è il testo autentico dell'Amleto di Shakespeare?" Autenticità, nel contesto di affiliazioni religiose, verte più sul potere che sulla verità. Se il Papa afferma che il Cattolicesimo Romano è cristianesimo "autentico", implicitamente esclude le affermazioni di autorità dei Protestanti e delle Chiese ortodosse orientali. Parimenti, se un rabbino capo si riferisce all'ebraismo ortodosso come "ebraismo autentico", fa un'affermazione che solo gli ebrei ortodossi possiedono l'autorità di interpretare l'ebraismo. Papi, rabbini capo e rispettivi sostenitori potrebbero sinceramente credere che quello che insegnano sia precisamente lo stesso che Gesù insegnò ai propri discepoli, o che Dio consegnò a Mosè e ai rabbini, ma l'affermazione di autenticità incorpora di più, cioè la negazione dell'autorità di qualcun altro e un tentativo di imporre la propria.

Questo è sconcertante. Significa che dibattiti su quale forma di ebraismo (cristianesimo, Islam o altro) sia "autentica", o più in generale, discussioni su quale profezia o scrittura o tradizione sia la parola "autentica" di Dio, sono propense a degenerare in giochi di potere, tentativi di ottenere il controllo delle masse che non sono sufficientemente intelligenti, istruite, o motivate da impegnarsi nel dibattito.

La nostra domanda su quale sarà la forma predominante di fede ebraica in futuro non è forse solo una speculazione su chi avrà successo nella corsa al potere?

La legge del più forte[modifica]

Da quando è apparsa nel 1975 Sociobiology, l'opera innovativa di Edward Wilson, a seguito dei suoi precedenti studi sulle popolazioni di insetti, le persone hanno provato ad applicare principi sociobiologici alle popolazioni umane. Wilson stesso si occupò di tale speculazione, appoggiando l'opinione di antropologi che "è un'ipotesi ragionevole che la magia ed il totemismo costituissero adattamenti diretti all'ambiente e precedessero la religione formale nell'adattamento sociale", e che il concetto di un Dio supremo, attivo, morale, fosse associato allo spostamento da un modo di vita cacciatore-raccoglitore ad uno pastorizio.[11]

Può la teoria della selezione di gruppo predirre il futuro della comunità ebraica? Per quanto concerne la religione, ciò dipenderà se la religione, in particolare le sottili differenze tra tipi diversi di ebraismo, conferisce vantaggi adattivi ad una società del mondo moderno. "Deus vult fu il grido di battaglia della Prima Crociata. Dio lo vuole, ma l'adattamento darwiniano complessivo della tribù ne fu il beneficiario ultimo e non riconosciuto."[12] Il conformismo relgioso sarà stato vantaggioso per gruppi o individui nell'età premoderna, ma è ancora così? Inoltre, quello che è adattativo per il gruppo potrebbe essere disadattivo per l'individuo e viceversa.

Donald T. Campbell, nel 1972, pubblicò un saggio breve ma stimolante sulla genetica dell'altruismo. Il suo punto principale era che le disposizioni comportamentali che producono un'interdipendenza sociale complessa negli esseri umani, sono prodotti di indottrinazione evoluta culturalmente, a differenza di quelle degli insetti, che sono determinate geneticamente; negli esseri umani, la competizione genetica persiste tra i cooperatori, mentre negli insetti, come le api e i bombi, i cooperatori non sono fertili e quindi non sono in competizione genetica.[13]

Ape che punge una mano: il pungiglione viene strappato e rimane nella pelle, mentre i muscoli del pungiglione continuano a pompare il veleno nella ferita. L'ape morirà poco dopo

Come scrive Campbell: "Probabilmente il vantaggio adattativo complessivo per l'indottrinabilità, l'identificazione di gruppo e la paura dell'ostracismo, è abbastanza forte da superare la selezione negativa prodotta quando il più indottrinabile incorre in una maggiore fatalità in tempo di guerra."[14] Vale a dire, le persone sono facilmente indottrinate in modelli di fede che le preparano a rinunciare al proprio interesse personale o persino alle proprie vite per amore di un gruppo etnico, religioso, o nazionale, anche se non è nel loro interesse farlo; sono più come pecore che seguono un capo che come api che pungono e muoiono per salvare la colonia.

Si è molto progrediti a partire dagli anni 1970 nel capire l'evoluzione dell'altruismo (in cui l'indottrinabilità è un elemento), specialmente dall'introduzione nella discussione della teoria dei giochi. Tuttavia, ci sono importanti differenze tra l'evoluzione biologica dell'indottrinabilità, cioè della capacità delle specie di accettare l'indottrinamento, e l'evoluzione culturale delle forme di indottrinamento, che siano religiose, nazionali o altre. Mentre l'evoluzione biologica è di base genetica e non soggetta a cambiamento a breve termine o costruita politicamente, l'evoluzione culturale è molto meno stabile e può essere manipolata. Inoltre, l'evoluzione biologica dipende interamente dall viabilità della specie, che a sua volta dipende da un adattamento riuscito. D'altro canto, la persistenza di gruppi culturali si collega solo debolmente alla viabilità biologica, poiché è possibile che tutti i membri del gruppo muoiano ma siano rimpiazzati da reclute fuori del gruppo, ad esempio come nel caso degli ordini monastici celibi.

Tutto ciò rende molto difficile predirre le forme che potrà prendere l'identità religiosa ebraica futura. Ovviamente, la forma più forte, più adattata dell'ebraismo sopravviverà meglio di tutte le altre; ma questa è tautologia dato che "più adattata" nel senso darwiniano significa semplicemente "più adatta a sopravvivere". Inoltre, domandarsi quale saranno le forme future di identità ebraica religiosa nasconde un presupposto che potrebbe essere errato, cioè che la comunità ebraica "più adattata" sarà caratterizzata da una forma specifica di religione ebraica. Forse non sarà così. Forse quello che permetterà ad una comunità ebraica di sopravvivere in condizioni moderne non sarà l'orientamento religioso, ma il fatto che consiste di persone alte, o corte, o nere, o ricche, o persone resistenti a certe epidemie, o che hanno certe vedute politiche, o una data combinazione di alcuni o tutti questi fattori con o senza religione. Innumerevoli studi sull'identità ebraica hanno considerato fattori attualmente visti come pertinenti, tra cui sono prominenti la rimembranza dell'Olocausto e la lealtà verso lo Stato di Israele; ma nessuno dei due ha necessariamente una dimensione religiosa e potrebbe ben essere, come sostiene Lionel Kochan, che entrambi svalutino il passato, staccando gli ebrei dagli elementi costruttivi del loro retaggio.[15]

Supponendo che la religione sarà un fattore nella continuazione dell'identità ebraica, possiamo speculare su quale forma di ebraismo sia la più adatta a sopravvivere, cioè ad assicurare la continuità di un gruppo di persone che si considerano ebrei per religione. Gli elementi importanti che compongono questo tipo di idoneità includono conformità con i fatti concreti della vita dei fedeli, attrattiva emotiva, politica riproduttiva e coerenza interna del sistema.

La demografia è certamente importante, più della ragione. Rodney Stark ha spiegato la crescita del cristianesimo da una setta sconosciuta con solo quaranta convertiti nell'anno 30 ad una maggioranza dell'Impero Romano nel quarto secolo, un rateo di crescita del 40 percento a decennio per oltre due secoli, dovuta non solo alla sua attrattiva per i pagani ellenistici, ma alla più bassa mortalità e alta fertilità, includendoci un'enfasi sulla fedeltà dell'uomo e sul matrimonio che attrassero una più alta percentuale di convertite donne che a loro volta allevarono più bambini cristiani.[16]

Se esaminiamo le politiche riproduttive delle tre principali suddivisioni degli ebrei, vediamo che gli ortodossi sono i più vigorosi nel promuovere la riproduzione come virtùreligiosa; tra gli ortodossi, gli ḥaredim non solo predicano ma praticano attivamente quella che considerano la virtù di produrre grandi famiglie. La demografia attuale suggerisce che nel futuro prossimo il grosso della popolazione identificabilmente ebraica consisterà di ebrei ortodossi, la maggioranza dei quali saranno ḥaredim.[17]

Tuttavia ciò potrebbe non accadere. Tassi riproduttivi non sono stabili nel corso delle generazioni, né si può presumere che i figli degli ḥaredim sceglieranno di rimanere dentro le comunità ḥaredi. La demografia, come le previsioni del tempo, è solo una guida a breve termine, poiché il sistema è inerentemente caotico, cioè è estremamente sensibile alle variazioni delle condizioni iniziali che non possono mai essere determinate con precisione assoluta, e le predizioni sono insicure dato che possono essere rovesciate sia da feedback nell'ambito del sistema sia da interferenze esterne. La popolazione ḥaredi, o anche la popolazione ebraica mondiale, costituisce meno della metà dell'uno percento della popolazione globale e non è isolata né biologicamente né culturalmente da tale popolazione globale in modo da poter essere trattata come un sistema evoluzionario indipendente.

L'analogia meteorologica può essere portata avanti: sebbene modelli meteorologici non possano essere previsti oltre alcuni giorni d'anticipo, i modelli meteorologici generali sono più stabili; per esempio, possiamo essere ragionevolmente certi che di media sarà più caldo d'estate che d'inverno nell'emisfero settentrionale. Forse possiamo essere ugualmente certi che l'equilibrio delle comunità seguirà un modello stabile; come ci sono stagioni delle piogge e di siccità abbastanza prevedibili, così ci sono periodi quando i conservatori predominano sui liberali e altri periodi in cui i liberali predominano sui conservatori. Ma anche questo è incerto; "piovoso" e "secco" sono concetti molto più chiari di "conservatore" e "liberale", né "conservatore" e "liberale" (in minuscolo generico) corrispondono esattamente alla gradazione che va da Ortodosso a Conservatore a Riformato; esistono conservatori e liberali in tutti e tre i campi.

William H. Durham ha indagato il rapporto tra evoluzione culturale ed evoluzione genetica. Sostiene tre ipotesi di coevoluzione, cioè del modo in cui il cambiamento avviene tramite una combinazione di fattori genetici e culturali:

  1. Valori primari sono processi decisionali dipendenti dalla struttura del sistema nervoso; sono dominati dall'evoluzione genetica. Valori secondari si originano dall'esperienza collettiva e dalla storia sociale; includono lingue, intenti e processi dietetici e sono dominati dall'evoluzione culturale;[18] la "selezione di valore secondario" è il mezzo principale ma non esclusivo dell'adattamento.
  2. Il rapporto gene-cultura opera in modalità multiple.
  3. Geni e cultura si evolvono in cooperazione.[19]

Tuttavia, quasi tutte le prove che adduce sono basate su osservazioni di società tribali che hanno contatti limitati tra loro o col mondo esterno, cosicché in una certa misura è possibile isolare i fattori che incanalano lo sviluppo culturale verso una direzione particolare. Presumibilmente selezioni dei "valori secondari" che caratterizzano le branche separate dell'ebraismo sono dominate da fattori culturali piuttosto che genetici, ma tale fatto ha poco valore predittivo in una situazione dove le società interessate sono coinvolte in costanti interazioni complesse col resto del mondo.

Ancora un'altra possibilità per azzardare predizioni sulle società è stata presentata da Clifford Brown e Walter Witschey. Brown e Witschey hanno esaminato la geometria dei modelli di insediamento dei popoli di Mayapan e li hanno rapportati alla scomparsa improvvisa e completa di questi popoli prima dell'arrivo dei conquistadores spagnoli. Hanno concluso che "i modelli frattali dell'insediamento Maya, alcuni dei quali hanno dimensioni frattali della stessa grandezza di quelli degli incendi forestali e delle guerre... e i modelli storici soddisfano tutti i criteri e le aspettative di un modello critico auto-organizzato", e hanno speculato che "un'analisi della documentazione archeologica col tempo dimostrerà che i primi stati erano sistemi critici auto-organizzati ben lontani dall'avere un proprio equilibrio".[20] Se Brown e Witschey hanno ragione, dovrebbe essere possibile prevedere il futuro del popolo ebraico o di qualsiasi delle sue parti costituenti usando un'analisi delle dimensioni frattali dei loro modelli di insediamento. Tuttavia, deve ancora essere dimostrato che questo modello ha maggior valore della divinazione mediante le interiora degli animali, o tramite la modellazione demografica.

Conclusione[modifica]

Nessun metodo è disponibile per predire quale delle forme attuali di ebraismo sarà la forma predominante nel prossimo futuro. Tassi differenziali di riproduzione nei diversi gruppi certamente influenzeranno il risultato a breve o medio termine, ma a lungo termine potrebbero essere superati da altri fattori.

Non c'è ragione di supporre che le scelte future saranno governate dall'evidenza e dalla logica, poiché poche persone fanno le proprie scelte in tal modo. Né, se assegnamo un significato definito al termine "autentico", possiamo supporre che un ebraismo "autentico" (in uno dei sensi dati attualmente) prevarrà, sebbene di certo qualunque forma infine prevarrà si proclamerà autentica, assumendosi l'autorità della tradizione e cercando di controllare la comunità.

I capi della comunità si preoccupano primariamente della conservazione della comunità, che sia per sostenere la propria posizione o per motivi altruistici. In entrambi i casi, cercheranno di incoraggiare quelle forme di ebraismo che a loro sembrano rafforzare il senso di unità e incoraggiare la fertilità; tuttavia, non saranno necessariamente seguiti da ricchi benefattori che, distribuendo la propria ricchezza influenzano la crescita o meno delle tendenze religiose.

Le persone potrebbero percepire il proprio interesse nella conservazione della comunità e quindi seguire i leader. In una società democratica e individualista, individui ben intenzionati si preoccuperanno maggiormente della ricerca della verità e di ciò che percepiscono come virtù e pertanto potrebbero allontanarsi dalle norme comunitarie, o anche dalla comunità stessa; all'altra estremità, individui egoisti potrebbero allontanarsi dalla comunità nel ricercare il proprio vantaggio e tornaconto personale.

Non posso prevedere ciò che accadrà, ma per mio interesse, quello della mia famiglia e delle persone come me, spero vivamente che la comunità ebraica accolga sempre in mezzo a sé autentici ricercatori della verità, dovessero anche essere scomodi e anticonformisti.

Desidero quindi concludere questo mio ultimo capitolo con una bella e interessante lettera del poeta e drammaturgo austriaco Rainer Maria Rilke all'amica Ilse Erdman:

« Cara Ilse,
[...] Al di fuori di una poesia, di un quadro, di una metafora, di una architettura o di una musica, la sicurezza si può raggiungere forse solo a costo di una ben precisa limitazione di sé, chiudendosi nel recinto di una porzione di mondo che si conosce e si è scelta, in un ambiente che ci è noto e comprensibile, nel quale sia possibile disporre di sé in modo efficace e immediato. Ma possiamo davvero desiderare una condizione del genere? La nostra sicurezza deve invece in qualche modo trasformarsi in una relazione con il tutto, con il mondo nel suo complesso; essere sicuri per noi significa conoscere l'innocenza del torto e accettare la capacità del dolore di tramutarsi in forma; significa rifiutare i nomi per onorare, come fossero nostri ospiti, i singoli collegamenti e legami che il destino nasconde dietro ogni nome; significa nutrimento e rinuncia fino a sprofondare nello spirito, [...] significa non sospettare di nulla, non tenere nulla a distanza, non considerare nulla come un Altro irriducibile, significa spingersi oltre ogni concetto di proprietà e vivere di acquisizioni spirituali e mai di possessi reali [...]. Questa sicurezza tutta da osare accomuna le ascese e le cadute della nostra vita e in questo modo dona loro un senso. Accogliere la vastità dell'insicurezza: in un'infinita insicurezza anche la sicurezza diviene infinita. [...].[21] »

Note[modifica]

  1. Wasserstein, Vanishing Diaspora; Goldschneider, Studying the Jewish Future.
  2. Plaskow, Standing Again at Sinai, p. xix.
  3. "Ut ordiar ab haruspicina, quam ego rei publicae causa communisque religionis colendam censeo." Cicerone, De divinatione, II:xii, trad. alternativa: "Incominciamo dall'aruspicìna, che io ritengo si debba osservare per il bene dello Stato e della religione professata da tutti".
  4. Mekhilta su Esodo 18,11. Il midrash è in parallelo con la descrizione di Flavio Giuseppe, verso l'inizio della sua autobiografia, delle proprie indagini sulle sette ebraiche.
  5. Origene, Contra Celsum, 1:10.
  6. Platone, Lettere VII, 341c.
  7. Il supporto della famiglia Rothschild per il gruppo di Francoforte che nominò S. R. Hirsch è stato citato supra, in PARTE III.4.
  8. Fairchild, "Christianity Today".
  9. Sa`adiah Gaon, Book of Beliefs and Opinions, introd. nr. 6 (Rosenblatt, 32). Vedi anche Wolfson, "Double Faith Theory" (da non confondersi con la "doppia teoria della verità" discussa precedentemente, Cap. 2).
  10. Blenkinsopp, "Interpretation and the Tendency to Sectarianism". Vedi PARTE IV.5 supra.
  11. Wilson, Sociobiology: The New Synthesis, 560. Vedi anche il suo precedente The Insect Societies (1971).
  12. Wilson, Sociobiology: The New Synthesis, 561.
  13. Campbell, 1972, "On the genetics of altruism and the counter-hedonic components in human culture", Journal of Social Issues 28 (3), 21 e 35.
  14. Campbell, 1972, "On the genetics of altruism", 33-4.
  15. Kochan, Jewish renaissance, specialmente cap. 4.
  16. Stark, Rise of Christianity. E. Kaufmann, "Breeding for God", ha esaminato le prove di un'inversione delle tendenze laicizzanti del secolo passato e l'impatto della maggiore fertilità tra le persone religiose.
  17. Si veda per esempio Graham, Schmool e waterman, Jews in Britain.
  18. Durham, Coevolution, 199-210, 451.
  19. Durham, Coevolution, 433-44.
  20. Brown e Witschey, "Fractal Geometry of Ancient Maya Settlement", 1629.
  21. R.M. Rilke, La vita comincia ogni giorno, L'orma, 2017, p. 53.