Shoah e identità ebraica/Appendice

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Primo Levi (anni 1950)

Rileggere Primo Levi ad ora incerta[modifica]

[...] ...Ho cercato tra le mie carte una mia considerazione scritta su Levi poeta e, dopo averla letta, ho sentito che niente di quelle mie parole ho da cambiare: così pensavo di Levi, così penso. Altri potranno come si dice aggiornare in senso bibliografico le mie impressioni di lettrice che ha letto, e legge, il suo amico scrittore «au dessus de l’épaule», come ebbe a dire Roland Barthes, umanamente condividendo pensieri e anche batticuori, ansie e anche speranze. Tutto fragile, tutto connesso e tutto mutevole, come la vita lo è.

Since then, at an uncertain hour,
That agony returns:
And till my ghastly tale is told
This heart within me burns.[2]

Da quel momento
a un’ora imprecisa,
Quell’agonia mi torna;
E fino a che non ho detto la mia storia
Di morti, dentro mi brucia il cuore.

Questa traduzione[3] è di Beppe Fenoglio che appassionatamente colto, com’è noto, della letteratura anglosassone, tradusse The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge nel 1955. Primo Levi intitolò con l’emistichio tratto dal primo verso qui citato e da lui tradotto «ad ora incerta» della lirica «Il superstite», la sua raccolta di poesie apparsa da Garzanti nel 1984. Non solo: come epitaffio alla sua ultima opera del 1986 I sommersi e i salvati egli premise l’intera quartina qui riportata. Se nella vita e nell’opera di un uomo qualcosa si afferma con un rilievo diverso e prepotente quasi a imporsi come segno di un destino, in Primo Levi questo segno, insieme esistenziale e letterario, è il persistere tenace di una inconsueta simbiosi tra la razionalità costante e la grazia rara, e casuale, della poesia. Evidentemente nello scienziato e nel tecnico che usava per il suo lavoro la scienza che dischiude i misteri della natura ma si chinava anche su di lei con animo puro e cuore commosso, interrogandola al di là di ogni sapere scientifico per trarne risposte alle eterne domande che accomunano gli uomini semplici ai geni, Socrate al marinaio ieri come oggi, in Primo Levi dunque, chimico e scrittore, razionalmente e costantemente memore, intermittentemente poeta, questo miscuglio è segno di destino. Non si spiegherebbe altrimenti la suggestione che il poemetto di Coleridge esercitò con tanta insistenza su di lui, tanto da tornarci in momenti diversi: c’è infatti nel racconto del vecchio marinaio il fascino che deriva dall’incontro del reale e del soprannaturale, la storia raccontata colorandosi via via della carica realistica di una vicenda vissuta e insieme addensandosi di senso dell’eterno. E che altro è l’esistenza se non un mescolarsi di casi ripetuti nella quotidianità e di altri scaraventati nell’insopportabile e nell’assurdo da occasioni drammatiche generate dallo stesso operare umano volto al progresso, quella che Levi definisce le «brutture senza rimedio che oscurano il nostro avvenire», e dalle follie del potere registrate dalla storia, «il sogno demente di grandezza dei nostri padroni»? Può la ragione, per chi è laico dare risposte sufficienti là dove la fede si arrende nelle braccia di un Dio Padre? Certamente: al di là di ogni pagina scritta in prosa e in un destino che la letteratura poteva salvare esorcizzandolo dalla disperazione, ma che restava comunque, svanita la luce della poesia «ad ora incerta», come un regno d’ombre dolorose continuamente indagato da una logica ferrea sollecitata da una memoria senza pace.

Ho citato i versi di Coleridge nella traduzione di Fenoglio perché, amando io entrambi gli scrittori, mi è sembrato significativo questo loro comune amore per un poema dove, entrambi piemontesi, entrambi schivi di ogni mondanità, entrambi solitari nel loro lavoro come pochi, entrambi d’impostazione laica rigorosa, hanno cercato un’eco poetica congeniale a una visione del vivere, una metafora o un’allegoria in cui rispecchiare una loro immagine del mondo severa e infinitamente complessa, perché meditata nell’ambigua consapevolezza del mistero.

Non mi risulta che l’albese Fenoglio nato nel 1922 abbia incontrato mai il torinese Levi di tre anni più vecchio, né in casa editrice poco frequentata da entrambi, né sulle colline, perché le Langhe furono il campo di battaglia del partigiano Johnny e Levi entrò nelle formazioni che operarono in Valle d’Aosta. Ma ci sono affinità che vanno ben oltre le contingenze biografiche e che è inquietante e sempre commovente scoprire, insieme scoprendo che le latitudini e le longitudini servono alle navigazioni contingenti, ma che gli orizzonti della poesia le ignorano.

Quando apparve Ad ora incerta il libro suscitò una curiosità giustificata dall’autorità ormai solida sul piano critico anche internazionale del prosatore, ma non un interesse autentico: se si guardano gli interventi usciti in quel 1984 sui principali giornali italiani l’affermazione è facilmente verificabile: si informano i lettori, si formula un giudizio che è positivo si direbbe più sul piano del rispetto dovuto all’uomo che della lettura del testo poetico, ma Ad ora incerta resta ancora oggi un momento isolato nell’opera di Primo Levi. Per dovere di cronaca ricordo che nel 1985 la silloge ebbe a Pietrasanta il 35° Premio Nazionale di poesia Giosuè Carducci.[4] La giuria, che era presieduta da Silvio Guarnieri, annoverava firme prestigiose come quelle di Giovanni Giudici, di Mario Luzi, di Fernando Bandini e di Andrea Zanzotto. Così recita la motivazione: l’opera rivela «alte qualità d’ordine etico e letterario» e «un coerente impegno ormai quarantennale dell’autore nella poesia, coltivato parallelamente ad un’opera narrativa di fama e rilevanza europea». Sempre nel 1985 Ad ora incerta ricevette in provincia di Pistoia il Premio Abetone. D’altro canto, la stessa resistenza da parte della critica militante aveva incontrato Levi narratore, per anni considerato testimone di un tempo e di eventi consegnati alla storia, piuttosto che uno scrittore. Per quanto attiene all’opera poetica, lo stesso Levi si sentiva un po’ a disagio nei panni di poeta se egli stesso ebbe a dichiarare: «Per me l’etichetta di poeta è inconsueta, mi sento un attore fuori parte»[5] aggiungendo che il suo rapporto con la poesia era «ironico»: «Non si può chiamare poeta chi, come me, fa in media una poesia all’anno».

In altra occasione[6] Levi rilevò la saltuarietà del suo far poesia vuoi in proprio, vuoi come traduttore e a chi gli faceva notare che dei due gruppi più densi della raccolta (il primo intorno al 1946) l’elemento lirico era prevalente nel primo e l’ironia nell’altro, rispondeva: «Non sono così sicuro che nel grappolo del 1983-84 prevalga l’ironia. Ma dove c’è sta a riempire un vuoto, anche un vuoto d’ispirazione. Del resto la raccolta è fatta di poesie di quarant’anni e in quarant’anni cambiano tante cose, cambiano anche da un’ora all’altra. E poi penso che una raccolta monocorde tenda al plumbeo».

In questa risposta mi pare di cogliere un piccolo scatto di insofferenza: modesto sì, discreto sì, ma pure egli è fermamente persuaso della legittimità della propria scrittura, anche lirica. Non a caso un’altra volta, dopo aver dichiarato a chi lo intervista che non ha nessuna parentela con gli ermetici, dice fermamente: «Per me scrivere in prosa o in poesia è comunicare».[7] E subito dopo, con la semplicità che era uno dei suoi tratti umani più amabili, racconta la gioia provata ogni volta che una sua poesia pubblicata sul quotidiano torinese «La Stampa» aveva suscitato lettere di risposta da parte di gente comune. Anche per la poesia il suo tema essenziale resta l’uomo, la ricerca di un impegno civile e umano perché, egli dice, «scrivo da uomo per gli uomini».

Cercherò ora di indicare, del testo garzantiano, quali siano i temi che intrecciano i fili di una partitura lirica che la critica tende a considerare opera minore di Primo Levi. Voglio premettere però che, sia pure anomala nel quadro della poesia italiana contemporanea o invece proprio perché anomala, questa poesia non è affatto improvvisata, né meramente consolatoria, né letterariamente innocente. Forse è venuto il momento di rileggere con maggiore acribia il testo nella sua specifica qualità e mi conforta in questo senso l’apparizione negli Stati Uniti, nel 1988, di una versione inglese da parte di Ruth Feldman.[8].

Da noi Giovanni Tesio, che conobbe Levi e lo intervistò nel 1984, come si è visto, gli dedicò l’anno dopo un saggio ricco di argomentazioni sui testi, fermo in questo senso di rivendicazione non solo della «qualità» della produzione poetica di Primo Levi, ma anche della legittimità a essa rivendicata dallo scrittore: a modo suo, giocando d’ironia, che è anche una forma di pudore, ma insieme esprimendo nell’arco di quarant’anni, come bene dice Tesio, «un mondo poetico profondamente legato e compatto». Di esso il critico mette in rilievo le rispondenze di tematiche e di poetica con la prosa, per cui può accadere che i versi la sottolineino dimostrando «come una capacità d’ironico controcanto possa convivere con le più penose resistenze del ricordo».

Oltre al gioco dei rinvii tra le pagine di prosa e di poesia, è perspicuo il discorso di Tesio sul dantismo, esplicito o profondo, di Primo Levi, un dantismo che è il chiaro segno dell’assunzione di Dante quale modello cui guarda l’eticità dello scrittore, istintivamente alieno da ogni petrarcheggiare.

Il saggio che libera il campo da alcuni luoghi comuni, costituisce perciò, come recita il titolo, un insieme di «premesse» scarsamente noto per essere sinora apparso in una sede di diffusione limitata.[9]

Vediamo ora a grandi linee le tappe dell’iter poetico leviano.

È del 1975 la prima silloge di versi di Primo Levi[10] L’osteria di Brema, una quarantina di liriche cui seguirono sparse poesie pubblicate su «La Stampa» torinese. Ad ora incerta le ingloba tutte, insieme ad altre scritte nel periodo 1943-84: ne risulta una nutrita raccolta di settantasette liriche più dieci traduzioni, otto di Heine, una di Kipling e una di un anonimo scozzese del Seicento, una ballata di ritmo epico-popolare con uso della rima che racconta in due tempi un viaggio per mare senza ritorno di Sir Patrick Spens, il cui nome le dà il titolo che apre l’intera sequenza. Quando dicevo che si tratta di una immediata emotività, volevo dire appunto questo, che appare chiaro anche nelle prove del tradurre: la poesia in Levi riveste il nucleo profondo del suo mondo segreto di un linguaggio strumentato secondo moduli che potremmo definire classici, nel senso che senza alcuna appariscente e ostentata originalità formale, è tuttavia «marmoreo» su cui Levi poteva ironizzare, ma che usava con sicura padronanza lavorando ad uno scavo insieme spirituale ed estetico.

Dire che i temi di tale poesia sono quelli eterni può apparire, ed è, tautologico, ma non va dimenticato che il suono, il timbro, l’accento di questi versi, come di ogni poesia autentica, sono suggeriti da una visione del mondo che in questo caso ha trovato nell’esperienza dei campi di concentramento hitleriani un sigillo del tutto peculiare.

È la ragione per cui i fedeli lettori di Levi narratore ritrovano qui le stesse atmosfere, le sensazioni e i pensieri noti attraverso la prosa, ma come proiettati in un orizzonte senza confini esclusivamente segnati dal filo spinato, in un tempo senza tempo che è quello dell’umano destino, medusa che non finisce di impietrire chi osa guardarla. Sono le poesie, e in otto è presente Auschwitz, dove emergono volti di compagni di pena o di atroci aguzzini — per uno, Adolf Eichmann, Levi scrive «Possa tu vivere insonne cinque milioni di notti» — o delle vittime innocenti come «la bambina di Pompei» e la sua «sorella olandese» Anna Frank o la scolaretta di Hiroshima, dove riaffiorano memorie del tempo partigiano, dei compagni che ora nutrono «più folta e verde che altrove l’erba mite del campo», e brucia il dolore di giorni implacabili nella memoria: tutto questo è il mondo di Levi che conosciamo, proiettato in un cielo nero dove «tutti noi seme umano viviamo e moriamo per nulla, / e i cieli si convolgono perpetuamente invano». Ma c’è anche, in questa sinfonia solenne come le più celebrate di quei tedeschi la cui schizofrenia storica ha nella musica il suo punto più alto, c’è anche la nota trepida dell’amore; ci sono «un uomo una donna sotto il sole», alla quale lui dice «sono tornato perché c’eri tu», una donna che brilla nel buio come le lucciole «così miti e care che ti somigliano nel nome». C’è il bellissimo irregolare sonetto «12 luglio 1980» che ogni donna vorrebbe leggere scritto per sé da chi ama, una dichiarazione così integrale di gratitudine, di confidenza, di abbandono nella reciprocità, che è bello e giusto ci sia venuta da un uomo tanto schivo del proprio segreto sentimentale, quanto determinato nell’ora della comunicazione a esprimerlo con tutta la possibile chiarezza. È ardito parlare per un libro di versi di onestà intellettuale? Se anche fosse, me lo consento, poiché il trasparente modularsi della rappresentazione poetica, in sottili barbagli, in schegge di cielo intermittenti tra le figure animate, quasi che cose e persone si mostrino riflesse in uno specchio epifanico che la parola svela limpidamente, mi autorizza a pensarlo e perciò a dirlo.

Se, e forse proprio perché, nella raccolta sono assenti i barocchismi, le arguzie stilistiche e le preziosità metriche cui ci hanno abituato i nostri più illustri contemporanei, ci sono liriche memorabili anche per il possesso stilistico, talvolta subito esibito a chi legge con tale ironica noncuranza da renderci perfettamente sicuri che niente è casuale nel linguaggio di Levi poeta e nelle sue scelte volte al traguardo dello stile: si legga ad esempio «Il primo Atlante», caleidoscopio lessicale divertente e divertito.

Ma torniamo ai temi. La natura è dopo l’uomo il grande campo su cui si china l’umanità di Levi, sia si tratti di animali come di alberi e di paesaggi. È stato più volte citato il «cuore di legno» dell’ippocastano di Corso Re Umberto, celebrato come un tempo si libava ai Penati, simbolo e totem di quella casa dove Primo nacque e morì, ma a me sembrano particolarmente amabili e amate le bestie che appaiono qui, dalle formiche torinesi di Corso San Martino in «Schiera bruna» alla «Vecchia talpa», a «I gabbiani di Settimo» che «immemori del passato frugano i nostri rifiuti», alla chiocciola che gode «i timidi incontri di ancipiti amori», all’elefante che grida l’incomprensibilità del suo destino con l’ultimo barrito «assurdo, assurdo». Tutto un bestiario di icastico disegno e pure rappresentato sulla pagina con la partecipe tenerezza che solo conosco in certi pittori naturalisti a me cari, come il ligure Saccorotti che mi richiama a sua volta alla mente quelle «vite neglette» che un altro ligure, il poeta Sbarbaro, amava; ha dichiarato a questo proposito Levi: «Amore per la natura in blocco e in specie per i ‘fruschi’ come diceva Carlo Levi usando un termine del dialetto lucano, cioè per le povere bestie».[11] In ognuna di esse Levi vede ciò che le fa simili all’uomo, con le sue bizzarrie, i suoi bisogni, le sue debolezze, in una trasformazione ipostatica che le rende amabili proprio perché specchio della profonda umanità di chi le guarda e a loro dedica la sua attenzione tanto più preziosa quanto più limpida di sguardo. E si vedano anche i molti capitoli dedicati agli animali nella raccolta di saggi del 1985 L’altrui mestiere. Va detto che in Levi è presente spesso una qualità non proprio predominante nella nostra letteratura, l’umorismo che decanta la gravità della cosa rappresentata. L’ironia in Levi costituisce quasi un elemento salvifico, una faccia della pietà, se non addirittura una forma di laica religiosità. Sarei tentata di parlare di allegria sapienziale per uno scrittore ebreo che, dichiaratamente ateo, aveva però una dimestichezza grande con i libri della Bibbia, vuoi dell’Antico, vuoi del Nuovo Testamento. Talvolta anche il severo Levi si concede una risata aperta contemplando le bestie amate sorelle del suo mondo, come quando intona in riso di malizia il suo «Pio»: «Pio bove un corno. Pio per costrizione, / Pio contro voglia, pio contro natura, / Pio per arcadia, pio per eufemismo. / Ci vuole un bel coraggio a dirmi pio / E a dedicarmi perfino un sonetto».

Un altro tema indissolubile dalla meditazione di Levi anche in poesia è la desolata contemplazione del mondo uscito dalla guerra, dove malgrado la pace l’uomo è minacciato o già aggredito dagli stessi meccanismi tecnologici, rivelatisi perversi, del suo progredire. In questo mondo stravolto da macchine mostruose di rumori e di miasmi velenosi, dove i liberi uccelli del cielo hanno imparato a nutrirsi di prodotti umani corrotti, l’uomo procede incalzato da un destino autodeterminato, come un treno «che non ha che una voce / che non ha che una strada». Di apocalittica cupezza è l’angelo della «Annunciazione» che apre la strada a una menzogna senza limiti, che «evangelizzerà con la bestemmia e la forca».

Tra le letture critiche di questa poesia nata «ad ora incerta» ma tutt’altro che indecisa o vaga, e talvolta perentoria, ha perciò ragione chi come Giovanni Raboni[12] nota una certa affinità con il primo Fortini di Foglio di via, per quanto attiene ai contenuti, e per la forma rileva «un lavoro attento, tenace, orgoglioso sulla specificità della pronuncia». E più ancora consento con un poeta che fu anche osservatore critico del nostro tempo, scomparso e ingiustamente dimenticato, Adriano Guerrini,[13] che salutando l’opera poetica di Primo Levi considerava civetteria il suo dichiararsi un poeta quasi naïf e notando l’assoluta immunità dello scrittore torinese «dall’oscura malattia del verbalismo» giudicava anche tecnicamente una felice acquisizione la sua libertà dalle mode: in altre parole lodando in lui quella boiniana «serietà profonda» che Guerrini stesso professava, per cui il poeta sa «che il miele da lui fabbricato è non solo un condensato di vita, di realtà, di meditazione, ma che va anche spartito ai suoi naturali fruitori, cioè agli uomini».

In quest’ora metaforicamente incerta della poesia, che collima con un presente difficile, certamente si fece in Levi più inquietante la contraddizione tra ciò che la sua umanità affinata dalla sofferenza desiderava per il futuro del mondo e l’oscuro groviglio di irrazionali follie in cui vedeva l’età moderna incessantemente dibattersi. Una complessità di meditazioni e un’altalena di fiducia e di disperazione da cui non riuscì a liberarsi e che nelle opere degli ultimi anni lo fa simile a Calvino, uno scrittore che gli somiglia anche per altri aspetti, in primis nella secchezza precisa, talvolta persino didascalica, della scrittura.

Di questa lezione di disponibilità alla comunicazione in servizio degli altri abbiamo bisogno tutti come non mai.

Aveva ragione Lorca quando profetava che verranno giorni difficili durante i quali la poesia ci apparirà necessaria come il pane. Di questa necessità, e capacità, di vitale nutrimento sono un segno certo le liriche di Ad ora incerta.

E ora un ricordo personale, che credo utile a illuminare il rapporto di affinità tra due scrittori pure diversi per destino e per qualità creativa, e insieme a testimoniare come il fare poesia sia stato fino alla fine un modo di essere, e di comunicare, di Primo Levi.

Ho visto Levi l’ultima volta nella sede centrale della Montedison a Milano, il 26 gennaio 1986, in occasione della presentazione de La canzone del polistirene di Raymond Queneau, tradotta da Italo Calvino, uno splendido libro curato ed edito da Vanni Scheiwiller, anche lui ora un’assenza che pesa nel mondo letterario italiano.

Levi che è presente nella pubblicazione per una lettera a lui indirizzata il 10 agosto 1985 da Calvino («C’è tutta una parte di cui non capisco niente... ti sarò dunque grato se potrai dirmi dove ho preso fischi per fiaschi e dove non ho usato i termini giusti»), sostenne lo scrittore con la sua competenza durante la traduzione, lenta perché talora ostica per motivi puramente tecnici. Quella sera raccontò la storia di quella sua collaborazione con l’autore di Palomar, semplicemente, con l’essenzialità precisa e schietta che era uno dei suoi segni distintivi anche nella conversazione, la chiarezza di chi non ha bisogno di filtri retorici per comunicare. Come sempre, ascoltandolo, mi veniva dalla sua voce, dalla bella faccia assottigliata dagli anni come certe sculture cinesi d’avorio che il tempo impreziosisce, una sensazione rassicurante, un segnale di fraternità umana, di presenza reale, non di maschera.

Era qualcuno, Primo Levi, accanto a cui io potevo stare in pienezza e in calma, con la certezza di essere ascoltata qualora avessi voglia di parlare o di poter tacere quieta, come avviene soltanto quando chi ci affianca comunica anche senza parole la sua vicinanza spirituale.

Se vado indietro nel tempo, così sento il mio rapporto con Levi, di pochi scambi intercorsi nei giorni, ma di una non interrotta né incrinata fiducia.

La sua vita non fu facile nemmeno in tempo di pace e dopo il successo editoriale, e così se qualche occasione offriva la possibilità di un dialogo vivo, sempre c’era su di lui l’ombra della fretta, dell’ansia di rientrare nella sua casa di Torino dove persone care avevano bisogno della sua presenza.

La casa di Torino... Ricordo vivamente una telefonata che sul tema della casa si svolse, a tarda sera. Ero andata a letto prestissimo, cosa che non accade quasi mai, ma quel giorno ero fiaccata dalle fatiche di un trasloco e mi ero buttata a letto come un marinaio nel porto dopo una tempesta. Appena raggiunta la desiderata posizione orizzontale, avevo preso golosamente tra le mani, per esaltare meglio la dolcezza del meritato e desiderato riposo, un libro che Primo mi aveva appena inviato con una dedica affettuosa. Il libro era L’altrui mestiere: tra l’altro, scherzosamente diceva, dedicandomelo nella sua grafia minuta e tersa, «il gufo è il mio autoritratto!». Apro il volume, ancora tutta ammaccata dalle fatiche del giorno dilatate nella memoria dalle altre simili nel corso di una vita e leggo il primo pensiero nel capitolo che apre il libro, «La mia casa»: «Abito da sempre (con involontarie interruzioni) nella casa in cui sono nato: il mio modo di abitare non è stato quindi oggetto di una scelta».

Malgrado il sottinteso terribile di quella parentesi, dove c’è tutto Levi con la sua ironia presente oltre ogni tragedia, il riso fu immediato e irrefrenabile. Era come se il mio saggio amico mi tirasse le orecchie e mi chiedesse: «Ma perché lo hai fatto? Tanto stanca a che pro? Era davvero necessario?».

E così vinsi la soggezione che mi tratteneva di solito dal chiamarlo nel timore di turbare il suo raccoglimento, e formai il numero.

Fu una chiacchierata sotto il segno della più lieve complice gratuità, piena di reciproche ironie e autoironie, e persino di allegria. L’infanzia, il presente, il senso della casa come tana e rifugio, la casa studio, mensa, riposo, e anche prigione, chiacchierammo ridendo spesso, come due vecchi scolari che hanno deciso per un’ora di darsi vacanza.

Si ripropose un’atmosfera simile, intorno a un tavolo, a Viareggio nell’estate del 1985, insieme ad Alessandro Galante Garrone e a sua moglie sull’onda della comune patria piemontese, avendo intorno la bella e puntuta parlata toscana. Alessandro era là per ricevere il Premio Viareggio di saggistica per il suo I miei maggiori. Levi, Livio Garzanti ed io, per fargli festa.

Ora resta, al di là delle briciole di memoria, il pane grande e buono dell’opera di Levi, che mi è cara, dal primo all’ultimo libro. E resta, preziosa, la poesia che ebbi con una lettera da lui e che mi sembra giusto riportare qui adesso perché altri vi possano sentire quel che io vi sentii.[14]

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.

Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita:
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.

La lettera che contiene «Tracce» è datata 16 dicembre 1986. Per me sono queste le ultime parole di Primo Levi: un saluto natalizio di amicizia dove trema un mai dimenticato dolore, eppure spira l’umana brezza di una speranza negli uomini che sulle «tracce» della fraternità nel comune destino debbono comunque continuare a procedere, «ognuno stampato da ognuno». E se quell’ognuno si chiamava Primo Levi, con un’impronta che il tempo non potrà cancellare. Un tempo che se finora è stato lento a rendere giustizia a Levi scrittore, inesorabilmente procede verso il traguardo della sua inclusione nel piccolo drappello letterario novecentesco che resterà inobliato. Ne fanno fede gli studi stranieri appena usciti dell’inglese Robert Gordon,[15] che di Levi esalta la discrezione, del giapponese Koji Taki, che lo inserisce fra i geni del 1900, della francese Daniela Amsallen[16] che gli dedica un vibrante profilo. E in Gran Bretagna sono annunciate due altre biografie.

Note[modifica]

  1. Stralciato da: Cuadernos de Filología Italiana, Vol. 9 (2002): 139-149.
  2. S.T. Coleridge, The Rime of the Ancient Mariner, vv. 582-585 (la traduzione apparve nella rivista «Itinerari» e fu poi ristampata da Einaudi nel 1964).
  3. La mia traduzione è invece al Capitolo 6.1.
  4. «Nessun premio mi ha fatto più piacere di questo, perché proprio non me lo aspettavo. Si vede che l’adulterio editoriale che ho commesso mi ha portato fortuna» (lettera a me del 28 luglio 1985).
  5. Intervista ad Antonio Audino in «La nuova Venezia», 1o novembre 1984: «Io un poeta? Scrivo soltanto per gioco».
  6. Intervista a Giovanni Tesio in «Tuttolibri La Stampa», 17 novembre 1984: «Le occasioni? la memoria è un ponte, una ragnatela».
  7. Intervista ad Antonio Audino, cit.
  8. Primo Levi, Collected Poems, London, Faber and Faber, 1988.
  9. Giovanni Tesio, Premesse su Primo Levi poeta, in «Studi piemontesi», marzo 1985, vol. XIV, fasc. I.
  10. Presso Vanni Scheiwiller, Milano.
  11. Intervista a Giovanni Tesio, cit.
  12. Primo Levi un poeta vero ad ora incerta, in «Tuttolibri La Stampa», 17 novembre 1984.
  13. Le poesie di Primo Levi, in «Resine», gennaio-marzo 1985.
  14. Ora nel II vol. delle Opere di Primo Levi, Torino, Einaudi, 1988. Nel volume la poesia reca il titolo «Agli amici». Non ci sono varianti.
  15. Primo Levi’s Ordinary Virtues, Oxford University Press, 2001.
  16. Primo Levi au miroir de son oeuvre. Le témoin, l’écrivain, le chimiste, Ed. du Cosmogone, Lyon, 2002.