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Shoah e identità ebraica/Decostruzione della cultura

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Breve video che mostra la deportazione degli ebrei da una località sconosciuta in Polonia. Nel film si possono vedere anche uomini delle SS con il grado di Schütze e della Granatowa policja ("Polizia Blu" polacca)

Un cielo silenzioso e vuoto? Dio e la crisi della fede ad Auschwitz

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« But where was Kadosh Barukhu, "the Saint, Blessed be He": he who breaks the slaves’ chains and submerges the Egyptians’ chariots? He who dictated the Law to Moses, and inspired the liberators Ezra and Nehemiah, no longer inspired anyone; the sky above us was silent and empty. »
(Levi Periodic:43)

Il "cielo silenzioso e vuoto" del ricordo di Levi dei suoi anni partigiani è teologico. Sebbene questa citazione, tratta dalla sua raccolta The Periodic Table ((Il sistema periodico), si riferisca al periodo prima del suo arresto e della sua deportazione, questo mio Capitolo considera questioni di fede ad Auschwitz. La nozione di un cielo silenzioso e vuoto sopra Auschwitz si presta a diversi temi e discussioni sin dalla Shoah, inclusa la decisione degli Alleati di non bombardare le linee ferroviarie ad Auschwitz causando letteralmente un cielo silenzioso e vuoto. Prevalentemente la nozione di un cielo silenzioso e vuoto si riferisce qui all'argomento teologico secondo cui Dio era assente durante tutto l'Olocausto. Gli ebrei devoti d'Europa hanno guardarono a Dio per la liberazione dalle loro sofferenze e le loro preghiere non vennero esaudite, portando alle crisi di fede che informano le narrazioni della Shoah. Questa citazione è significativa in quanto non deriva dal racconto del devoto Wiesel, che fece molte domande a Dio durante il suo tempo ad Auschwitz e non accettò il Suo silenzio. È l'apparentemente ateo Primo Levi che dall'Italia vide la Germania nazista intentare una guerra contro gli ebrei d'Europa e dichiarò che il cielo era silenzioso e vuoto; a differenza degli schiavi israeliti in Egitto, non ci sarebbe stato un possibile intervento divino a proteggere gli ebrei d'Europa. Le identità ebraiche di Levi e Wiesel informano le loro crisi di fede ad Auschwitz. Per Levi, sebbene la sua opposizione ideologica alla fede religiosa provocasse il suo conflitto emotivo, i notevoli esempi di linguaggio religioso all'interno della sua narrazione dimostrano una risposta attiva a questioni di fede e una crisi religiosa da parte dell'uomo apparentemente non religioso. La crisi di Wiesel è in gran parte un compromesso delle sue convinzioni religiose nel campo. La risposta di Wiesel è molto più viscerale della posizione ideologica di Levi, e il linguaggio e il tema della sua letteratura dimostrano che la sua risposta alla propria crisi di fede è indissolubilmente legata alla sua identità ebraica.

La distruzione della cultura religiosa ad Auschwitz

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La costruzione e l'amministrazione della Soluzione Finale, la persecuzione e l'assassinio degli ebrei e in particolare la distruzione della cultura ebraica all'interno del sistema dei campi di concentramento, disumanizzarono la comunità ebraica a tal punto che emerse una crisi di identità ebraica all'interno dei campi stessi. Questa crisi di identità era legata alla fede, all'osservanza religiosa e all'identità culturale. La preoccupazione per la fede ebraica era evidente nelle ricerche degli studiosi dell'Olocausto e nelle testimonianze e nella letteratura di molti sopravvissuti, tra cui naturalmente il religioso Wiesel, ma anche nei ricordi dell'apparentemente ateo Levi. Sebbene Levi non potesse evitare la massa devota dei prigionieri ebrei ad Auschwitz e le travolgenti manifestazioni di fede, protesta e preghiera, sostenne nella sua letteratura che Auschwitz era una costruzione fatta dall'uomo, e quindi la distruzione dell'ebraismo europeo fu la responsabilità dell'uomo, non di Dio. Per gli ebrei religiosi come Wiesel, avendo vissuto tutta la vita credendo che Dio fosse il creatore della vita e dell'umanità, rifiutare la responsabilità di Dio per la propria situazione ad Auschwitz fu difficile. Wiesel riconobbe che accettare e credere nella responsabilità e nella presenza di Dio sull'Olocausto fosse un "ostacolo" per la fede ebraica quanto lo era rifiutare Dio, in un brano del suo romanzo ispirato all'Olocausto, Les Portes de la fôret (The Gates of the Forest), Gregor, un ragazzo che si nasconde dai nazisti, riflette tra sé (e col lettore) su questo problema che informa e turba la comprensione di Haimi della sua fede ebraica:

« If your father is dead, it means that God is unjust, that life is a farce. It means that God doesn't love man or deserve his love. That fact is the stumbling-block on which he will build his idea of the world. God created man in order to kill him; he created him because he has no pity. »
(Wiesel Gates:134)

L'identità della protesta religiosa che Wiesel coltiva in Night è coerente con il commento di Gregor in The Gates of the Forest. Da nessuna parte Wiesel nega l'esistenza di Dio, al contrario, le sue frequenti proteste affermano la sua fede in Dio. In Night prima della morte di suo padre, Wiesel afferma con rabbia che Dio non merita l'amore dell'uomo. Ciò è esemplificato nei piccoli atti di protesta di Wiesel durante le cerimonie religiose tenute risolutamente anche ad Auschwitz. Provocato dalla vista di tanti ebrei sofferenti che mostravano la loro fede mentre morivano, Wiesel esclamò con rabbia: "Why, but why would I bless Him?" (Wiesel Night:67). L'ostacolo che Wiesel ammette nella sua fede è il suo riconoscimento di non avere le risposte sul motivo per cui lui e milioni di altri stanno soffrendo, ma che comunque non può abbandonare la sua fede nonostante la sofferenza.

Per Levi non c'era conflitto di fede nel comprendere la sua esperienza dell'Olocausto all'interno di una fede religiosa in Dio. Ideologicamente, per Levi la fede ebraica e la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti erano due entità distinte. L'ostacolo di Levi, per usare l'espressione di Wiesel, era mantenere la sua posizione ideologica contro la preghiera per la salvezza anche nei momenti più disperati. Wiesel poteva pregare o protestare davanti a Dio come sentiva di aver bisogno di fare perché credeva nel coinvolgimento di Dio nell'Olocausto. Come Levi argomentava contro Dio e contro ogni coinvolgimento religioso nell'Olocausto, nel momento di confidare la sua debolezza emotiva ai propri lettori, confessando di essere in procinto di pregare, non vi ci sofferma ma subito dopo dà una giustificazione al lettore e forse a se stesso che pregare come ateo sarebbe sbagliato. "I rejected that temptation: I knew that otherwise were I to survive, I would have been ashamed of it" (Levi Drowned:118). Isabel Wollaston discute il credo religioso e il non-credo rappresentati nella testimonianza dell'Olocausto e valuta il dibattito tra silenzio e dialogo religioso. "One of the key issues in Holocaust theology is whether a religious response should privilege either belief or unbelief at the expense of the other: we have testimony that both were among the responses of victims and survivors" (1992:47). Poiché Levi discute il suo "unbelief" nella propria narrazione, secondo la misura della testimonianza dell'Olocausto proposta da Wollaston, Levi può essere considerato come uno che scrive il suo tipo di teologia dell'Olocausto, sebbene complesso, atipico, e si distingue dalla narrativa più specificamente teologica di Wiesel.

Gli atti delle SS e degli orchestratori del sistema dei campi di concentramento furono i primi esempi di rimozione dell'identità ebraica dei prigionieri. Sostituire i nomi dei prigionieri con numeri tatuati sulla pelle e radere loro i capelli non solo violava le credenze religiose, ma privava anche i prigionieri della loro identità e della loro individualità, riducendo gli ebrei a una massa anonima. La rottura e la separazione di famiglie, amici e comunità isolarono ulteriormente i prigionieri e aumentarono la loro vulnerabilità. Nel discutere il disprezzo delle identità dei detenuti e in particolare dei nomi individuali, Levi ricorda la forza necessaria per mantenere un senso di identità e memoria personale in un tale ambiente.

« They will even take away our name: and if we want to keep it, we will have to find ourselves the strength to do so, to manage somehow so that behind the name something of us, of us as we were, still remains. »
(Levi Man:33)
Eliezer Berkovits

Queste pratiche tipiche dei campi di concentramento non solo disumanizzarono e spersonalizzarono i prigionieri, rimuovendo le loro identità sociali e culturali, ma nel caso dei prigionieri ebrei offesero le loro credenze religiose deridendo l'uso tradizionale (e tipicamente chassidico) dei riccioli laterali e delle barbe per gli uomini ebrei, e il divieto scritturale di tatuaggi (Levitico 19:27-28). Le norme kosher e le restrizioni dietetiche osservate dagli ebrei non furono rispettate dalle SS, il che portò al dibattito teologico sui diritti e le responsabilità degli ebrei osservanti e sulle loro razioni alimentari insufficienti. Mangiare cibo non kosher significava violare le mitzvoth, ma allo stesso modo rischiare la morte per fame violerebbe anche il comando del Deuteronomio di "scegliere la vita" (Deuteronomio 30:19-20). Nel discutere il percorso corretto nel campo e nel mantenere il loro rispetto per le regole religiose, gli ebrei osservanti, Wiesel incluso ma non Levi, stavano almeno cercando di mantenere un familiare senso di identità nonostante i tentativi dei nazisti di rimuovere questa identità. I prigionieri ebrei più devoti o addirittura asceti nei vari campi si rifiutavano di mangiare le loro razioni non kosher, vivendo invece di pane, come ricorda Eliezer Berkovits di un devoto ebreo di nome Pinche Steier. "His physical survival itself was a miracle as he lived chiefly on water and bread, refusing to eat non-kosher food" (1979:17). Altri ebrei tuttavia decisero di non lasciare che la mancanza di rispetto dei nazisti alle loro leggi danneggiasse la loro fede o la loro osservanza religiosa nel campo. Berkovits scrive di questi prigionieri: "Religious Jews who stood in line to receive their share of soup from the camp kitchen did so with the understanding that by that act they were fulfilling the divine commandment ‘and you shall greatly guard your life’" (1979:28). Di fronte ai metodi insidiosi dei nazisti per distruggere l'identità ebraica, questi ebrei religiosi si concentrarono sui principi fondamentali della fede ebraica per mantenere e difendere le loro vite e la loro identità di ebrei. La loro determinazione a mantenere i principi della propria fede contro gli sforzi delle SS, dimostrano anche l'uso della fede e della pratica religiosa da parte degli ebrei religiosi quale atto di non conformità all'interno dei campi e dei loro processi distruttivi.

L'obiettivo primario di Levi sulla disumanizzazione dei prigionieri e del comportamento umano converge molto chiaramente con la sua identità religiosa all'inizio della sua testimonianza, anche se l'importanza di un'identità religiosa ebraica viene negata più avanti nel testo e nelle narrazioni successive. Levi mette in prefazione di Se questo è un uomo un poema che Levi intitola Shemà (sebbene il titolo non venga dato nel testo in prosa) e che si riferisce esplicitamente alla preghiera di Deuteronomio che segue i comandamenti emanati tramite Mosè e comanda agli ebrei di: "Ascolta, o Israele!" (6:4). La preghiera delle Scritture ebraiche comanda agli Israeliti di ascoltare le parole di Dio e di ricordare la loro identità di popolo di Dio. Levi, l'ebreo ateo sopravvissuto al tentativo di distruggere l'intera popolazione ebraica d'Europa, utilizza il motivo del comando biblico ma estende il suo appello a tutti i suoi lettori. L'immaginario della Shoah è presente in tutto lo Shemà, come anche l'attenzione all'umanità tipica delle sue narrazioni:

(IT)
« Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no. »

(EN)
« Consider if this is a man
Who works in the mud
Who does not know peace
Who fights for a scrap of bread
Who dies because of a yes or a no. »
(Levi Man: 17)

C'è una passione presente in Shemà e un imperativo che le persone del mondo libero che vivono in comodità e sicurezza ascoltino e comprendano il calvario degli ebrei perseguitati: tale passione ricorda l'accusa di Wiesel contro il mondo subito dopo la sua liberazione, nel titolo della sua testimonianza iniziale And the World Remained Silent. Il Deuteronomio comanda agli Israeliti: "Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai" (6:6-7). In seguito a queste parole, Levi scrive similmente:

(IT)
« Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli. »

(EN)
« I commend these words to you.
Carve them into your hearts
At home, in the street,
Going to bed, rising;
Repeat them to your children. »
(Levi Man:17)

Nicholas Patruno ode la "voce austera, poetica, divina" che narra lo Shemà (1995:10). Il monoteismo e le tradizioni della fede ebraica sono evocati molto chiaramente nell'adozione da parte di Levi della voce divina che impartisce il suo (di Levi) comando di ascoltare e ricordare. La narrazione che segue Shemà in Se questo è un uomo è una partenza visibile nello stile e nel tono, passando a un rifiuto della comunità religiosa di Auschwitz, esternandosi contro la convenienza della preghiera nel momento più disperato della vita dei prigionieri, e concentrandosi più sulle questioni del comportamento umano che sulle risposte divine. Nancy Harrowitz fa eco alla risposta di Patruno alla voce dello Shemà, sostenendo che Levi: "is putting himself in the position of an ultimate authority" (2007:29). Secondo Harrowitz, Levi riconosce l'urgenza di rispondere all'Olocausto, la necessità di commemorare le sue vittime, e riconosce che il luogo di questa commemorazione è naturalmente situato nella memoria ebraica. Nonostante If This is a Man (Se questo è un uomo) sia un testo apparentemente laico, Levi dimostra una conoscenza e una comprensione della sua storia religiosa e delle sue Scritture, e lo riconosce "sussumendo" la sua identità secolare nel collocare il ricordo dell'Olocausto all'interno di una storia ebraica (Harrowitz 2007:29) .

Una forma di persecuzione più ovviamente legata alla storia delle scritture religiose e mirata alle vittime ebree era l'uso di date religiose per eventi come esecuzioni e impiccagioni all'interno dei campi. Questo metodo esisteva in precedenza nel regime nazista prima che i campi fossero pienamente attivi, con i giorni festivi ebraici deliberatamente selezionati per pogrom e vari attacchi contro gli ebrei in tutta Europa. "Since the first days of the invasion of Poland in September 1939, the Germans had used the Jewish festivals for particular savagery: these days had become known to the Jews as the ‘Goebbels calendar’" (Gilbert 1987:297). L'antisemitismo dei nazisti si era sviluppato e mutato ben oltre il precedente antigiudaismo religioso aggravato, con la predilezione dei nazisti per gli studi razziali e l'isteria politica (accuse contraddittorie di bolscevismo ebraico e capitalismo rimasero diffuse durante gli anni nazisti). Mentre la spietata campagna di persecuzione dei nazisti rimuoveva gli aspetti fisici dell'identità ebraica, la fede della religione ebraica che rimase così forte in molti prigionieri, era al di fuori del controllo dei nazisti. In risposta, i nazisti manipolarono cinicamente il calendario sacro ebraico, rendendo le date e gli eventi così significativi per gli ebrei osservanti, giorni di ancor più orrore e paura. Berkovits mette in evidenza la festa ebraica del Purim — tradizionalmente una celebrazione della resistenza dell'ebraismo contro la persecuzione antigiudaica — come una delle preferite dai nazisti, che usavano il giorno sacro e il significato dell'esecuzione di dieci uomini (i dieci figli impiccati del anti-ebraico Aman) per deridere la celebrazione religiosa degli ebrei:

« On the previous day, ten Jews, mainly from among the hasidim, had been arrested under the spurious accusation of "sabotage." Since a similar event had occurred the previous Purim, when the same number of Jews were arrested under the same circumstances and then publicly hanged, the Jews feared a repetition of the tragedy. The number ten on both occasions, was intentional. »
(Berkovits 1979:20)

I nazisti perseguitarono gli ebrei non solo durante il loro regime e in particolare all'interno del loro sistema di campi, ma gli ebrei furono costantemente l'obiettivo primario. Metodi come il tatuaggio dei numeri dei prigionieri e l'uso dei giorni sacri significavano che la persecuzione dei nazisti era specificamente correlata e dispregiativa nei confronti degli ebrei. È pur vero che zingari, omosessuali e portatori di handicap mentali furono vittime dell'ossessione nazista per la razza, l'eugenetica e la perfezione biologica. I testimoni di Geova e i manifestanti religiosi, inclusi alcuni uomini di chiesa cattolici che avevano espresso il loro dissenso al nazismo, vennero deportati nei campi, tuttavia gli ebrei furono l'unico gruppo "religioso" ad essere preso di mira senza sosta dall'inizio alla fine del dominio nazista. Nonostante l'affermazione nazista che classificava gli ebrei come una razza piuttosto che una religione, l'identità e la comunità religiose degli ebrei furono di un tale significato all'interno dei campi e nella teologia post-Olocausto che la fede ebraica deve essere esaminata in tale contesto e discussa. La propaganda e l'ideologia dell'antisemitismo nazista erano contraddittorie, basate su affermazioni distorte della scienza moderna e anche dell'isteria e del mito medievali, diffamando pratiche e tradizioni religiose ebraiche. Rifocolando antichi pregiudizi religiosi e culturali, e minacciando ancora una volta l'esistenza delle comunità ebraiche, la tenacia della fede ebraica e la forza del credo religioso contro le avversità divennero una questione integrale per l'identità e la sopravvivenza ebraiche attraverso l'Olocausto e un punto focale della teologia in seguito.

Per approfondire, vedi Interpretazione e scrittura dell'Olocausto.