Carmina (Catullo)/28
Testo
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Pisonis[1] comites, cohors inanis |
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Compagni di Pisone, coorte a mani vuote |
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Note al testo
- ↑ Si tratta quasi certamente di Pisone Cesonino (suocero di Giulio Cesare), console nel 58 a.C. e acerrimo nemico di Cicerone.
Veranio e Fabullo servirono sotto di lui in Macedonia nello stesso periodo (57-55 a.C.) in cui Catullo era in Bitinia. La loro sorte fu identica a quella del poeta.
Pisone è descritto come un uomo grezzo e avaro. Invece di banchettare con i suoi amici colti e onesti (Veranio e Fabullo), preferiva la compagnia di sgherri e parassiti di basso livello, lasciando i due amici al freddo e alla fame.
Nel Carme 28 Catullo lo definisce "Vappa" (vino svaporato, quindi uomo da nulla) e accusa lui e Memmio di essere le "vergogne della stirpe di Romolo".
Nel Carme 47 Catullo denuncia che, mentre i parassiti di Pisone (Porcio e Socrazione) godono di lauti banchetti, i suoi amici Veranio e Fabullo sono costretti a cercare inviti a cena per strada. - ↑ Indicativo presente, 2ª pers. plur. gero, geris, gessi, gestum, gerĕre (3ª). Regge il complemento oggetto (quid) + genitivo partitivo (rerum): "Che cosa di faccende (fate)?", ovvero "Che fate?".
- ↑ Indica propriamente il vino che è diventato aceto, che ha perso il suo sapore e le sue proprietà (vino "svaporato"). Figuratamente, indica un uomo senza valore, un fannullone o un individuo moralmente corrotto.
Riferito a Pisone, Catullo non usa un termine violento, ma un termine di disprezzo che colpisce l'inutilità e la mancanza di qualità del governatore: Pisone è come un vino andato a male. Vappa serve a sminuire l'autorità del superiore riducendolo a spazzatura sociale.
Il termine è presente anche in altri scrittori.
Orazio (Satire I, 1, 104): "Vappam ac nebulonem". Orazio accosta il termine a nebulo (fannullone), usandolo per descrivere chi dissipa il patrimonio in modo stupido e senza dignità.
Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XIV, 125): Lo usa nel suo significato tecnico enologico per descrivere il vino deteriorato, fornendo la base reale per la metafora catulliana. - ↑ Indicativo perfetto, 2ª pers. plur. fero, fers, tuli, latum, ferre (anomalo)
- ↑ Complemento di stato in luogo (figurato): indica dove dovrebbe apparire il guadagno (nei registri). Il termine tabula (tavola di legno) indicava le tavolette cerate su cui si scriveva. In ambito pubblico erano le tabulae accepti et expensi (registri delle entrate e delle uscite).
Oltre al Carme 28, il termine compare nel Carme 5, 10 (ne sciamus... conturbabimus illa), dove il poeta parla scherzosamente di "rimescolare i conti" dei baci per non farli contare agli invidiosi. Il verbo è termine tecnico-giuridico per "sconvolgere i conti". In senso contabile, conturbare rationes significava falsificare il registro o dichiarare bancarotta per confondere i creditori.
Praticamente nel carme 5 Catullo vuole che il "conto totale" dei baci sia così confuso che nessun malus (invidioso) possa risalire al numero preciso. Nella magia antica, conoscere il numero esatto di qualcosa permetteva di gettare il malocchio (invidere).
Se nel carme 28 il registro era vuoto (inanis), nel carme 5 il registro è così pieno che deve essere distrutto per troppa ricchezza.
Cicerone ne fa un uso massiccio nelle orazioni (es. Pro Roscio Comoedo), distinguendo tra il codex (registro definitivo) e le tabulae (appunti quotidiani).
In greco si trova il termine pínakes (πίνακες), usato già da Omero per segni scritti, ma assume valore contabile-burocratico in epoca ellenistica (Papiri) e negli storici come Polibio. - ↑ Indicativo presente, 3ª pers. sing. pateo, pates, patui, -, patēre (2ª)
- ↑ Diminutivo di lucrum (guadagno). L'uso del diminutivo ha qui una valenza ironica e sprezzante: il "piccolo sporco guadagno".
È un hapax (compare solo qui) nell'opera catulliana.
Compare in Cicerone (Verrine) per descrivere i piccoli profitti illeciti di funzionari corrotti, e in Orazio (Epistole).
Il greco utilizza il diminutivo kerdỳllion (κερδύλλιον), da kérdos (guadagno), con la medesima sfumatura ironica che ritroviamo nella commedia di Aristofane. - ↑ Participio passato di expendere (ex + pendere, pesare fuori), riferito all'atto di pesare il metallo per pagare. Indica il denaro uscito.
Nel Carme 28 indica l'amara constatazione che non c'è guadagno, ma solo perdite.
Frequente in Plauto (es. Mostellaria), dove il linguaggio mercantile è tipico dei servi furbi o dei lenoni.
In greco corrisponde al concetto di anàloma (ἀνάλωμα), termine tecnico per le spese pubbliche e private che compare costantemente nelle epigrafi attiche del V secolo a.C. - ↑ Participio perfetto (valore attivo), nom. masch. sing. sequor, sequeris, secutus sum, sequi (3ª deponente). Trattandosi di un verbo deponente, il participio perfetto ha senso attivo ("avendo seguito").
- ↑ Da re-fero (portare indietro), nel linguaggio contabile significa "iscrivere a bilancio" o "registrare una partita".
Catullo qui lo usa nell'espressione refero datum (registro come "dato", cioè perdita).
In altri autori latini è termine tecnico standard per i magistrati. Livio e Tacito lo usano per la registrazione degli atti al Senato (referre ad senatum).
In greco si usa anaghègraphein (ἀναγράφειν), scrivere sopra o registrare pubblicamente su pietra o bronzo i conti dello Stato. - ↑ La dialettica tra refero, datum e lucello costruisce il paradosso del fallimento economico: Catullo registra una perdita lì dove dovrebbe esserci un attivo.
- ↑ Memmio era un uomo politico di cultura (a lui Lucrezio dedicò il De Rerum Natura), ma Catullo lo descrive come un amministratore cinico e volgare.
Catullo seguì Memmio in Bitinia (Asia Minore) nel 57 a.C., sperando di risanare le proprie finanze dopo le spese sostenute a Roma. Tuttavia, la missione fu un fallimento economico totale per il poeta.
Memmio viene accusato di non aver minimamente favorito i suoi collaboratori (cohors), tenendo per sé ogni guadagno e trattando i giovani del seguito con disprezzo.
Nel Carme 10 Catullo ammette apertamente che in Bitinia non c'era nulla "che potesse servire alla coorte" per arricchirsi, soprattutto a causa di un "pretor irrumator" (un pretore spregevole) che non teneva in alcun conto il suo seguito.
Nel Carme 28 Catullo usa l'immagine violentissima della violenza sessuale (irrumasti) per descrivere metaforicamente lo sfruttamento subito. Memmio è il "palo" (trabs) che ha umiliato il poeta, lasciandolo "supino" e impotente - ↑ Deriva da in + ruma (mammella, intesa qui come capezzolo o parte da succhiare). Originariamente indicava l'atto di spingere il membro nella bocca altrui. Nel gergo dell'invettiva, rappresenta l'atto supremo di dominio e umiliazione di un superiore su un inferiore. Catullo accusa Memmio di averlo sfruttato in Bitinia. L'immagine è quella del poeta "supino" (impotente) "fregato" dal potere del pretore.
Lo stesso verbo compare anche in Carme 16, 1: "Pedicabo ego vos et irrumabo". È il celebre attacco contro i critici Aurelio e Furio. Qui il verbo è usato come minaccia iperbolica per difendere la propria virilità e la propria arte.
Tra gli altri scrittori Marziale usa spesso il termine con funzione puramente insultante o satirica per descrivere la depravazione della Roma imperiale (Epigrammi, IV, 17 "Lycine, irrumat aliquis").
Anche nei Priapea (raccolta anonima), genere di poesia dedicata al dio Priapo, il verbo è frequentissimo come minaccia rituale contro chi tenta di rubare nell'orto del dio. - ↑ Origine incerta, probabilmente derivante da una radice indoeuropea che indica "girare" o "curvare", riferita al membro virile privo di prepuzio (scoperto). Per estensione, indica il membro stesso in un contesto di violenza o volgarità.
Catullo dice a Veranio e Fabullo che sono stati "farciti" (usati) da una verpa (quella di Pisone) non meno grande di quella di Memmio. L'iperbole serve a sottolineare che il danno economico subito è paragonabile a una violenza fisica. L'uso dei medesimi complementi di mezzo (tota trabe e minore uerpa) serve a sigillare l'identità di sorte tra il poeta in Bitinia e gli amici in Macedonia.
Altra occorrenza in Catullo è nel Carme 47, 4 citato indirettamente attraverso l'aggettivo verpus (circonciso/osceno) riferito ai favoriti di Pisone.
Il termine compare anche in Giovenale (Satira VI, 196): "quod enim non cessat verpa?". Giovenale lo usa per denunciare la lussuria sfrenata e l'uso del linguaggio osceno tra gli amanti nelle sue sferzanti satire contro i costumi romani. - ↑ Indicativo perfetto passivo, 2ª pers. plur. farcio, farcis, farsi, fartum, farcīre (4ª). Questo verbo significa letteralmente "farcire" o "riempire", usato qui in senso osceno per descrivere lo sfruttamento subito.
- ↑ Imperativo presente, 2ª pers. sing. peto, petis, petivi/petii, petitum, petĕre (3ª)
- ↑ Complemento oggetto: l'invito sarcastico a cercare protettori potenti.
- ↑ Congiuntivo presente (ottativo), 3ª pers. plur. do, das, dedi, datum, dāre (1ª). È un congiuntivo desiderativo o ottativo, usato per lanciare la maledizione finale contro i potenti. Il verbo dent chiude il cerchio, spostando i governatori dalla posizione di "soggetti dominanti" a "oggetti del castigo divino".
- ↑ L'espressione "opprobria Romuli Remique" (le vergogne di Romolo e Remo), che chiude il Carme 28, non è solo un insulto colorito, ma un atto d'accusa politico-morale che colpisce l'essenza stessa dell'identità romana.
Citando i fondatori, Romolo e Remo, Catullo richiama il periodo delle origini, che per i Romani era il deposito della Virtus e del Mos Maiorum (il costume degli antenati). Definire Pisone e Memmio "opprobria" di tali antenati significa affermare che essi sono una degenerazione della stirpe. Non sono solo cattivi magistrati, sono "anti-romani".
Mentre i fondatori hanno costruito lo Stato sulla Fides (la lealtà), questi nobili contemporanei la distruggono attraverso lo sfruttamento.
Nella Roma del I secolo a.C., la nobilitas giustificava il proprio potere attraverso la discendenza. Catullo mette a nudo l'ipocrisia di questa casta: Memmio e Pisone vantano nomi illustri (i Calpurnii Pisoni erano una delle famiglie più potenti), ma il loro comportamento è "opprobrium" (vergogna, macchia infamante).
Il termine opprobrium rimanda alla censura morale. Nella storia morale romana, chi infangava il nome della famiglia perdeva il diritto di guidare la Res Publica.
Il legame tra i fondatori e la loro discendenza si basava sulla protezione dei subordinati.
Romolo, secondo la tradizione, fu colui che istituì il rapporto di patronato. Comportandosi come predatori (irrumatores) verso i propri collaboratori, Memmio e Pisone rinnegano l'istituzione fondamentale creata dal fondatore di cui portano il nome.
Questo tipo di invettiva che lega la corruzione presente alla grandezza passata si trova in altri autori che denunciano la decadenza morale:
- Sallustio (Bellum Catilinae): Descrive come la nobilitas sia passata dalla virtus all'avaritia e alla luxuria, diventando un peso per lo Stato.
- Cicerone (In Pisonem): Nell'orazione contro lo stesso Pisone citato da Catullo, Cicerone lo accusa di essere un "mostro" che disonora la dignità del consolato e della sua famiglia.
- Catullo, Carme 29: In un altro carme politico, il poeta usa espressioni simili contro Mamurra e Cesare ("cinaede Romule"), accusandoli di dissipare le ricchezze che dovrebbero appartenere al popolo di Roma.
Dicendo "opprobria Romuli Remique", Catullo compie un'operazione di esilio morale: espelle Memmio e Pisone dalla comunità dei veri Romani. Essi non sono figli della lupa, ma parassiti che vivono sulle rovine di un'etica ormai scomparsa - Sallustio (Bellum Catilinae): Descrive come la nobilitas sia passata dalla virtus all'avaritia e alla luxuria, diventando un peso per lo Stato.
Analisi stilistica
[modifica | modifica sorgente]Il genere della poesia: il componimento appartiene al genere del giambo (per spirito e aggressività) e della poesia d'occasione (tipica dei poetae novi). Sebbene rientri nella produzione lirica per l'uso della prima persona e l'espressione di sentimenti soggettivi, il contenuto è marcatamente invettiva (o satira personale).
La metrica della poesia: il componimento è scritto in endecasillabi faleci, il metro prediletto da Catullo per i carmi brevi. È un ritmo rapido e incalzante, perfetto per il tono colloquiale e polemico dell'invettiva.
Le figure retoriche della poesia:
Apostrofe: "Verani optime tuque mi Fabulle" (v. 3). Serve a stabilire un contatto affettivo immediato con i destinatari.
Metafora sessuale (Iperbole): "irrumasti" (v. 10) e "verpa / farti estis" (vv. 12-13). Il potere politico e lo sfruttamento economico sono rappresentati come violenza fisica e sessuale per enfatizzare l'umiliazione subita.
Ironia / Sarcasmo: "pari fuistis / casu" (vv. 11-12). Catullo usa il concetto di "sorte comune" per deridere amaramente la sfortuna condivisa.
Domande retoriche: "Quid rerum geritis? Satisne... tulistis?" (vv. 4-5). Danno dinamismo al testo, simulando un dialogo reale.
Metonimia: "tabulis" (v. 6), i registri contabili usati per indicare l'intera gestione economica della missione.
Ossimoro/Antitesi: "datum lucello" (v. 8). Il "dato" (perdita) che occupa il posto del "guadagno".
Il lessico è un mix sapiente di:
Sermo cotidianus (linguaggio parlato): termini come vappa (vino svaporato), lucello (diminutivo affettivo/ironico), farti estis (farciti/riempiti).
Linguaggio tecnico-contabile: tabulis, expensum, refero, gerere res. Serve a parodiare l'amministrazione burocratica delle province. L'uso del lessico tecnico-contabile nel Carme 28 è una scelta stilistica raffinata: Catullo utilizza il linguaggio freddo della burocrazia e dei registri per descrivere il "fallimento" della sua vita pubblica e di quella dei suoi amici. Il vero pioniere del linguaggio contabile applicato alla letteratura è Plauto. Nelle sue commedie, i rapporti umani (anche amorosi) sono spesso descritti con metafore bancarie e debitorie (dare, accipere, expensum ferre). Catullo riprende questa tradizione ma la sposta dal piano comico a quello della satira politica. In ambito grec, oltre alla terminologia tecnica delle epigrafi, l'uso metaforico del "conto" è presente nella Commedia Nuova (Menandro) e poi nella poesia ellenistica. Tuttavia, l'originalità di Catullo sta nel far scontrare questo linguaggio "arido" con termini estremamente osceni, creando un effetto di contrasto (stridore stilistico) che i greci usavano raramente con tale violenza. In sintesi, Catullo usa la precisione del contabile per dimostrare che, conti alla mano, il servizio verso i potenti è un fallimento totale, sia economico che morale.
Linguaggio osceno (scabrosità): irrumasti, verpa. Usato per degradare i potenti al livello più basso della moralità. irrumare e verpa servono a descrivere l'esercizio del potere come violenza carnale. Per Catullo, chi subisce un torto economico o politico è, metaforicamente, una vittima di stupro. L'uso del linguaggio osceno e iperbolico in Catullo non è mai fine a se stesso o puramente gratuito; è uno strumento di aggressione politica e sociale. Attraverso termini crudi, il poeta "femminilizza" e degrada il potere, ribaltando i rapporti gerarchici: il magistrato che abusa del suo ruolo viene descritto come un predatore sessuale o un individuo moralmente viscido.
Il tono è aspro, sarcastico e aggressivo. Nonostante l'affetto per gli amici, il componimento è dominato da una rabbia virulenta contro l'ingiustizia.
Non troviamo amore o malinconia, bensì: Sdegno e Rabbia: verso i governatori corrotti.
Cameratismo/Solidarietà: verso Veranio e Fabullo, "compagni di sventura".
Amarezza: per il fallimento delle aspettative sociali e professionali.
Lo stato d'animo è di partecipazione totale unita a una disincantata ironia. Catullo non osserva il mondo con distacco; si sente vittima insieme ai suoi amici. La sua riflessione è cruda: il sistema dei "nobili amici" è una trappola.
Questo mix emotivo si traduce in uno stile frastagliato e violento. La sintesi tra l'affetto (diminutivi come sarcinulis) e l'insulto brutale crea un contrasto stridente che riflette la tensione del poeta tra il desiderio di una vita raffinata e la realtà volgare del potere.
Riferimenti letterari della poesia:
Archiloco e Ipponatte: per la tradizione dell'invettiva greca e l'uso del linguaggio "basso" per colpire i nemici.
Callimaco: per la cura della forma (il labor limae) anche in testi apparentemente "spontanei" e volgari.
Tradizione romana della satira: il riferimento finale a Romolo e Remo (opprobria Romuli Remique) ancora il carme alla realtà morale e civile di Roma, richiamando il senso di vergogna per la decadenza dei costumi.
Sintesi della poesia
[modifica | modifica sorgente]Catullo si rivolge a Veranio e Fabullo, appena tornati dalla missione in Macedonia al seguito del governatore Pisone. Il poeta nota i loro bagagli leggeri (segno di povertà) e chiede ironicamente se abbiano patito la fame e il freddo. Paragona poi la loro sorte alla propria esperienza in Bitinia con il pretore Memmio: sia Catullo che i suoi due amici sono stati "usati" e ingannati dai loro superiori, rimanendo a tasche vuote. Il carme si chiude con una violenta maledizione contro i due governatori corrotti.
Il tema
[modifica | modifica sorgente]Il tema centrale è la critica sociale e politica unita alla solidarietà tra amici. Catullo denuncia il fallimento del sistema clientelare romano: i giovani che accompagnavano i magistrati nelle province sperando in un onesto guadagno venivano invece sfruttati e umiliati. Emerge il contrasto tra l'integrità dei poetae novi e la corruzione dei potenti. Il sistema della clientela e l'istituto dell'amicitia costituivano il collante sociale della Roma repubblicana, basandosi sul concetto etico di fides (lealtà) e sulla reciprocità dei doveri (officia). Il loro fallimento, che Catullo denuncia con ferocia, segna il passaggio da un legame morale a una forma di parassitismo e sfruttamento, sintomo della crisi della nobilitas. Nel modello ideale, il protettore (patronus) doveva garantire protezione legale e sostentamento, ricevendone in cambio prestigio e sostegno politico (salutatio, appoggio elettorale).
- Cicerone, De Officiis (I, 42-45):
"Videndum est primum, ne obsit benignitas et iis ipsis, quibus benigne videbitur fieri, et ceteris; deinde ne maior benignitas sit quam facultates; tum ut pro dignitate cuique tribuatur." (="Bisogna in primo luogo badare che la beneficenza non nuoccia né a coloro stessi ai quali si parrà farla, né agli altri; poi, che essa non sia superiore alle proprie facoltà; infine, che sia dispensata a ciascuno secondo il merito.")
Cicerone stabilisce che l'aiuto deve basarsi sulla dignitas (il merito) del beneficiario, non sul mero capriccio.
Catullo ribalta questa visione. Il superiore (Memmio o Pisone) non protegge più, ma "divora" i collaboratori.
- Catullo, Carme 28, 14-15:
"At vobis mala multa di deaeque / dent, opprobria Romuli Remique."
Catullo definisce i potenti "vergogne della stirpe di Romolo", indicando che il loro comportamento non è solo un torto personale, ma un tradimento della storia morale di Roma. Lo sfruttamento (espresso dai verbi di violenza sessuale) sostituisce l'investimento sui giovani talenti della cohors.
Se Catullo vive la transizione, Giovenale (I-II sec. d.C.) descrive il sistema ormai collassato, dove il cliente è ridotto a mendicante e il patrono a un tiranno avaro.La trasformazione in parassitismo sembra pienamente compiuta.
- Giovenale, Satira V, 1-2; 108-109:
"Si te propositi nondum pudet atque eadem est mens, / ut bona summa putes aliena vivere quadra..." [...] "nemo vicinus haec a te, dicuntur enim haec / quae reges amicis donant." (="Se ancora non ti vergogni del tuo modo di vivere e sei dell'idea che il bene supremo sia mangiare alla tavola altrui..." [...] "Nessuno si aspetta da te i regali che i re facevano agli amici.")
Giovenale usa il termine Rex (re/tiranno) al posto di Patronus, a sottolineare la fine della libertà e della reciprocità del rapporto.
Gli studi storici confermano che il declino della nobilitas passò proprio attraverso la monetizzazione di questi rapporti.
Richard P. Saller ("Personal Patronage under the Early Empire", Cambridge University Press, testo cardine sullo studio del patronato romano) dimostra che il sistema clientelare si basava su uno scambio di "beni materiali" contro "beni immateriali" (onore). Quando l'onore smise di essere una moneta valida per la nobiltà, il sistema divenne puro sfruttamento. "The vocabulary of friendship (amicitia) often masked the reality of unequal patronage, but when the moral obligation of gratia disappeared, the relationship became exploitative."
Traina, nel suo Poeti latini (e neolatini), evidenzia come Catullo sia il primo a denunciare la "prostituzione" dell'amicizia. Per Catullo, la fides è un valore privato che i politici hanno tradito. Il "tradimento" di Memmio non è solo economico, è la rottura di un patto sacro che rendeva Roma civile. Il sistema fallisce quando la Liberalitas (la generosità del nobile) diventa Avaritia. Catullo, con i suoi diminutivi (come lucellum) e le sue iperboli oscene, non fa che mettere a nudo questa "carie" sociale: i nobili romani sono diventati degli irrumatores (predatori) e i loro amici sono stati degradati a merce di scambio.
Il messaggio
[modifica | modifica sorgente]Il messaggio è un amaro avvertimento contro l'ambizione legata ai "nobili amici" (i potenti). Catullo mette in guardia sulla vacuità delle promesse di carriera politica: i protettori (Pisone e Memmio) non sono guide autorevoli, ma parassiti che calpestano la dignità dei loro collaboratori. La vera nobiltà risiede nel legame d'amicizia tra pari, non nel servizio ai potenti.