Carmina (Catullo)/31
Il carme 31, uno dei carmi più limpidi e strutturati di Catullo, è un inno al reditus (il ritorno a casa), un momento di sollievo psicologico che si traduce in una lingua controllatissima, ma non priva di venature colloquiali.
Il carme non è un'esplosione spontanea di gioia, ma un pezzo di bravura dove il linguaggio del cuore (i diminutivi, gli imperativi gioiosi) si innesta su una struttura che mastica ancora il linguaggio della fatica quotidiana (il viaggio, il lavoro in provincia, la logistica del ritorno). È la lingua di un uomo colto che torna finalmente a essere un uomo privato.
Testo
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Paene insularum, Sirmio, insularumque |
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Sirmione, perla delle penisole e delle isole, fra tutte quelle che, nei limpidi laghi e nel vasto mare, l’uno e l’altro Nettuno sostiene, con quale piacere e con quanta gioia ti rivedo! A stento credo a me stesso di aver lasciato la Tinia e i campi bitini, e di guardarti al sicuro. Oh, cosa c’è di più beato degli affanni sciolti, quando la mente depone il suo peso e, stanchi per la fatica del viaggio in terre straniere, giungiamo al nostro focolare e riposiamo nel letto tanto desiderato? Questo è l’unico premio per così grandi fatiche. Salve, o venusta Sirmione, gioisci del tuo padrone; e gioite voi, onde del lago Lidio; ridete, risate tutte, quante ce ne sono in casa. |
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Note al testo
- ↑ La cosmografia catulliana vede la divinità regnare sia sulle acque dolci che su quelle salate.
- ↑ Presente indicativo, 1ª pers. sing. inuiso, inuisis, inuisi, inuisum, inuisĕre (composto di uideo, indica il guardare con attenzione/visitare). Regge l'accusativo te (riferito a Sirmione). Esprime l'azione nel suo compiersi immediato: "ti guardo/ti visito".
- ↑ Participio presente in funzione predicativa, riferito al soggetto sottinteso (ego). credo, credis, credidi, creditum, credĕre. Regge una completiva infinitiva (me liquisse... et uidere). L'avverbio vix sottolinea l'incredulità del poeta.
- ↑ L'espressione "Thyniam atque Bithynos campos" (v. 5) è un esempio perfetto di doctrina neoterica. Catullo non sta solo citando un luogo geografico, ma sta facendo sfoggio di precisione etnografica e ricercatezza poetica.
I due termini indicano la stessa regione (la Bitinia, nell'attuale Turchia nord-occidentale), ma si riferiscono a due tribù d'origine tracia che la abitavano:
- Thynia: deriva dai Tini (Thyni), che occupavano la fascia costiera lungo il Mar Nero (il Ponto Eusino).
- Bithynos: deriva dai Bitini (Bithyni), stanziati più all'interno.
Si tratta di un espediente di estrema ricercatezza. Invece di usare il nome amministrativo della provincia (Bithynia), Catullo usa:
- Ditterologia (o binomio): citare le due componenti etniche per indicare il tutto.
- Variazione metrica: l'accostamento dei due nomi crea un ritmo colto e solenne che contrasta con la gioia semplice del ritorno.
- Geografia mitica: richiama la letteratura greca (Alessandrina) che amava i dettagli geografici oscuri e precisi.
- In greco autori come Apollonio Rodio (nelle Argonautiche) distinguono spesso tra le tribù dei Tini e dei Bitini lungo la costa asiatica.
- In latino prima di Catullo, la menzione era puramente geografica o storica. Catullo è il primo a trasformarla in "poesia del ricordo" e del vissuto personale.
- In Catullo la Bitinia torna ossessivamente nel Carme 10 (dove mente a Varro e alla sua amica dicendo di aver comprato dei portantini proprio lì) e nel Carme 4 (la storia della sua barca costruita con i boschi del monte Citoro, in quella regione).
- Orazio (Odi) e Properzio useranno spesso "Bithynus" come epiteto per indicare merci di lusso o viaggi per mare rischiosi.
- Virgilio e Ovidio useranno questi termini per dare un tono esotico ed erudito alle loro descrizioni geografiche.
- In prosa (Cicerone, Livio) i termini appaiono nel loro valore tecnico-politico per descrivere le guerre contro Mitridate o l'amministrazione delle province.
- Thynia: deriva dai Tini (Thyni), che occupavano la fascia costiera lungo il Mar Nero (il Ponto Eusino).
- ↑ Infinito perfetto da linquo, linquis, liqui, lictum, linquĕre (lasciare/abbandonare). Regge l'accusativo Thyniam atque Bithynos campos (da notare la variatio dei due luoghi visitati, uno sostantivo e l’altro reso aggettivo di campos, e l'enjambement di campos). Indica un'azione conclusa: l'allontanamento definitivo dalle terre d'Asia.
- ↑ È un'espressione quasi militare o nautica, indicante il raggiungimento di un porto o di una zona difesa, al riparo dai pericoli del viaggio
- ↑ Sebbene metaforico, l'atto di "deporre il carico" richiama il linguaggio logistico o dei viandanti/soldati che si liberano della sarcina (il bagaglio)
- ↑ Presente indicativo. repono, reponis, reposui, repositum, reponĕre (deporre/posare). Regge l'accusativo onus (il peso, metafora dell'affanno).
- ↑ Il termine labor descrive la fatica fisica del servizio all'estero, tipica del gergo militare o dei funzionari provinciali
- ↑ Presente indicativo. uenio, uenis, ueni, uentum, uenīre. Regge il moto a luogo larem ad nostrum. Si noti l'uso del pluralis maiestatis, in questo caso "noi" poetico che sembra voler coinvolgere il lettore o anche indicare la pluralità del sé che rientra.
- ↑ larem è metonimia per “domum” e l’espressione è un‘anastrofe con la preposizione fra nome e aggettivo. L'uso di Lar per indicare la casa è tipico del linguaggio romano più intimo e religioso-domestico.
- ↑ Presente indicativo. acquiesco, acquiescis, acquieui, acquietum, acquiescĕre (trovare riposo/quiete). Regge l'ablativo di stato in luogo o mezzo desiderato lecto. È il verbo del riposo fisico e psichico.
- ↑ Imperativo presente, 2ª pers. sing. salueo, salues, -, -, saluēre (essere in salute/stare bene). Formula di saluto rituale rivolta a Sirmione.
- ↑ nuova apostrofe, riprende con variatio quella del v. 1: il carme risulta così avere una Ringsbildung, costruzione ad anello
- ↑ Erus, -i. Il termine ha un'origine indoeuropea (h₁erus), legata alla radice che indica "signoria" o "potere". È imparentato con il sanscrito aryá- (signore/padrone). Nel carme 31 Catullo usa erus per definire se stesso rispetto alla sua proprietà. È un termine che esprime un legame affettivo e domestico. Nel Liber catullianus ritroviamo erus nel carme 61 (l'epitalamio per Manlio Torquato), dove si parla del "piccolo Torquato" che sorride al padre, l'erus della casa. Si tratta di un termine tipico della commedia (Plauto e Terenzio). Gli schiavi chiamano il padrone erus. Indica il padrone di casa in senso stretto, colui che ha il potere sulla familia. Successivamente decade nell'uso letterario elevato (che preferisce dominus), ma resta vivo in contesti che richiamano l'antico o il domestico (Orazio, Marziale). È un vocabolo del sermo familiaris (uso popolare/quotidiano). Non ha la freddezza giuridica di dominus, ma un calore quasi arcaico. Dominus è il termine tecnico-giuridico. Indica la proprietà legale. In epoca imperiale assumerà connotati di potere assoluto (il Dominatus). Magister indica un primato basato sulla competenza o sulla guida (es. il maestro di scuola o il capo di un'officina). Pater familias indica il ruolo sociale e religioso, il capo del clan.
- ↑ Imperativo presente. gaudeo, gaudes, gauisus sum, gaudēre (verbo semideponente). Regge l'ablativo di causa ero ("gioisci per il [tuo] padrone").
- ↑ Il riferimento alle Lydiae undae (le onde lidie) per indicare il Lago di Garda è uno dei passaggi più raffinati e discussi del carme, un vero e proprio "marchio di fabbrica" della dottrina alessandrina di Catullo. Secondo una tradizione mitografica molto antica e diffusa (riportata già da Erodoto e difesa fermamente dai Romani), gli Etruschi erano originari della Lidia (una regione dell'Asia Minore). Il loro mitico eroe Tirreno sarebbe partito proprio da lì per colonizzare l'Italia. Storicamente, prima dell'espansione dei Galli e della successiva romanizzazione, l'area padana e le zone limitrofe ai grandi laghi (come il Garda) erano state sotto l'influenza o il controllo degli Etruschi. Pertanto:Lidia = terra d'origine degli Etruschi. Etruschi = antico popolo che abitava le rive del Benaco (il Garda). Lydiae undae = le onde "etrusche" del lago di Garda. Catullo (Doctus Poeta) non usa un banale "onde del Garda" o "onde del Benaco". Utilizza un epiteto dotto: chiama il lago "Lidio" per nobilitarne le origini, collegando la sua piccola Sirmione alla grande storia delle migrazioni mediterranee e del mito. Crea un contrasto sofisticato: è appena tornato dalla Bitinia (in Asia Minore), e ritrova un pezzo di Asia (la Lidia mitica degli antenati) proprio nel giardino di casa sua. Alcuni filologi in passato hanno proposto di leggere limpidae (limpide) al posto di Lydiae, pensando a un errore di trascrizione. Tuttavia, la lezione Lydiae è oggi universalmente accettata proprio perché perfettamente coerente con il gusto di Catullo per i riferimenti mitico-geografici rari.
- ↑ Imperativo presente, 2ª pers. plur. rideo, rides, risi, risum, ridēre. Regge l'accusativo dell'oggetto interno o di relazione quidquid est cachinnorum ("ridete di ogni risata che c'è in casa").
- ↑ Il cachinnus è la risata sonora, quasi sguaiata. È un termine plastico, onomatopeico, molto lontano dalla solennità epica, che chiude il carme con una nota di gioia domestica esplosiva. Cachinnus, -i è chiaramente una formazione onomatopeica. La ripetizione della gutturale ca-chi- mima il suono di una risata fragorosa, di gola. È imparentato con il greco kacházō (ridere sguaiatamente). Catullo adora questo termine. Lo usa per chiudere il carme 31 con un'immagine di gioia incontenibile. Nel carme 13 (l'invito a cena a Fabullo), parla di cachinni come ingrediente fondamentale della serata. Nel carme 56 lo usa per una risata scatenata da un aneddoto piccante. Per Catullo, il cachinnus è il segno della vitalità e della "venustas". Il vocabolo è raro nella tragedia, comune nella satira e nella commedia arcaica (Lucilio, Plauto). Anche Lucrezio descrivere il "riso" delle onde del mare (II, 559 ridere... ponti), un'immagine che forse Catullo ha in mente proprio nel carme 31. Cicerone lo usa spesso con accezione negativa (il riso derisorio o sguaiato degli avversari). Si tratta di un termine espressivo e popolare. Appartiene a quel linguaggio plastico che i "neoteroi" come Catullo amavano recuperare per dare colore e verità ai loro versi, contrapponendolo al linguaggio ingessato della vecchia epica. Risus è il termine generico per il riso. Può essere lieve o accennato. Lusus indica il gioco, lo scherzo verbale, non necessariamente accompagnato dal suono fisico del riso. Sanna invece è la smorfia di scherno, il riso amaro e derisorio (tipico della satira di Persio).
Analisi stilistica
[modifica | modifica sorgente]La "naturalezza" catulliana è in realtà il frutto di una raffinatissima selezione di figure retoriche e scelte metriche volte a elevare il dato biografico a dignità letteraria. Il Carme 31 si fonda su una sapiente architettura circolare e simmetrica, dove la perizia tecnica del poeta doctus si fonde con una rara immediatezza espressiva.
Morfologia e sintassi del testo
L'ordito compositivo si articola in tre sequenze distinte:
vv. 1-3 (L'apostrofe innoica): Il componimento si apre con un'invocazione di sapore sacrale alla penisola. L'uso dell'ipocoristico ocellus (v. 2) trascende la sfera affettiva per farsi termine tecnico alessandrino, indicando il topos della "gemma" o del "gioiello" paesaggistico.
vv. 4-10 (La dialettica dell'esilio e del ritorno): La sezione centrale è dominata dal contrasto lessicale tra il peregrinus labor (l’alienazione faticosa del viaggio) e il recupero del lar noster (l'identità domestica).
Il passaggio è segnato da un uso espressivo dell'enjambement (vv. 2-3), che asseconda il flusso emotivo della mente che "depone il suo peso".
vv. 11-14 (La paratassi della gioia): La chiusura è affidata a una serie di imperativi in poliptoto (gaude, gaudete, ridete). Questa esplosione verbale realizza una personificazione del paesaggio, rendendo le "onde lidie" testimoni attivi della felicità del poeta.
Fonia e figure d'ordine
La tessitura fonica è caratterizzata da una fitta trama di allitterazioni, in particolare della sibilante /s/ nell'incipit (Paene insularum, Sirmio, insularumque), che evoca il mormorio delle acque lacustri e conferisce un'eufonia fluida all'intero periodo.
L'equilibrio formale è garantito da costruzioni sintattiche speculari, come il chiasmo al verso 2 (liquentibus stagnis marique vasto: aggettivo-sostantivo / sostantivo-aggettivo), che abbraccia idealmente la totalità degli spazi acquei protetti da Nettuno.
Metrica: lo scazonte catulliano
Il carme è scritto in trimetri giambici scazonti (o coliambi). La particolarità di questo "verso zoppo" — che sostituisce l'ultimo giambo con un piede piano (spondeo o trocheo) — produce una clausola pesante e rallentata. Il ritmo giambico è per natura rapido e incalzante. Tuttavia, la chiusura "pesante" (due sillabe lunghe finali invece di una breve e una lunga) crea un effetto d'urto: il verso sembra inciampare o, metaforicamente, fermarsi bruscamente.
- L'effetto "Sarcina" (il bagaglio): Nei primi versi (vv. 1-6), il ritmo zoppicante mima l'andatura del viaggiatore stanco, ancora appesantito dal viaggio in Bitinia. L'inciampo finale del verso rende l'idea del passo pesante.
- La distensione (vv. 7-10): Quando Catullo descrive il momento in cui la mente depone il suo peso (cum mens onus reponit), lo scazonte cambia funzione psicologica. L'allungamento finale del verso non è più un inciampo, ma un sospiro di sollievo. È il movimento di chi, arrivato al letto desiderato, si lascia cadere pesantemente (acquiescimus). La sillaba lunga finale "fissa" il concetto di riposo, bloccando il movimento frenetico del viaggio.
- Il riso finale (vv. 12-14): Negli ultimi versi, la pesantezza finale diventa enfasi gioiosa. Il verso "zoppo" su cachinnorum (v. 14) serve a dare massimo rilievo sonoro alla risata domestica, facendola risuonare più a lungo grazie alla quantità lunga delle sillabe conclusive.
Il ritmo non è un semplice abbellimento: è iconismo fonico. La stanchezza "zoppa" dell'inizio si trasforma nella stasi del riposo centrale, per esplodere infine nella sosta gioiosa del ritorno. Catullo usa un metro tradizionalmente satirico e "brutto" per descrivere, paradossalmente, la bellezza suprema della pace domestica. Catullo opera qui una rifunzionalizzazione del metro: originariamente destinato all'invettiva giambica, lo scazonte viene nobilitato per esprimere un'intimità colloquiale e una tenerezza malinconica, trasformando lo "scarto" metrico in un sospiro di sollievo psicologico. Catullo usa lo scazonte anche nei carmi 8 (Miser Catulle, desinas ineptire), 22, 37, 39, 44, 59, 60.
Sintesi della poesia
[modifica | modifica sorgente]Il poeta rientra dalla Bitinia (56 a.C.) e approda alla sua villa di Sirmione. Il componimento non descrive il viaggio, ma il momento psicologico della liberazione dal peso (onus). È il canto della recreatio, del riposo che non è solo fisico ma esistenziale.
Il tema
[modifica | modifica sorgente]Il nucleo generativo del carme è la celebrazione del nostos (il ritorno), trasfigurato da tòpos letterario in una profonda esperienza di rigenerazione interiore. Catullo elegge Sirmione a proprio rifugio esistenziale, definendola con l’ipocoristico ocellus («pupilla», «gioiello»): un termine che, attingendo al lessico dell’affettività e alla ricercatezza alessandrina, ne sancisce l’assoluta preziosità rispetto a ogni altra realtà geografica sorretta da Nettuno. Il rientro alla dimensione domestica (lar noster) si configura come il superamento dell’alienazione vissuta in Bitinia nel 57 a.C. al seguito del propretore Gaio Memmio. Il fallimento economico di quella spedizione e le asprezze del servizio in Oriente caricano il ritorno di una valenza catartica: non si tratta solo di un recupero spaziale, ma di una riconquista della propria identità dopo il peregrinus labor. Il componimento si regge, infatti, su una sapiente struttura oppositiva tra l’esterno — il mondo delle fatiche pubbliche e delle delusioni dell'esperienza nella provincia di Bitinia— e l’interno, lo spazio del focolare dove la mente può finalmente "deporre il suo peso" (onus reponit).
A questa dimensione psicologica si sovrappone la codificazione della penisola come locus amoenus. Sirmione non è solo un possedimento terriero, ma uno spazio idealizzato dove la natura perde ogni ostilità per farsi accogliente e partecipe della gioia del poeta. La descrizione delle "onde lidie" che ridono e l'invocazione alla "venusta Sirmio" trasformano il paesaggio in un giardino di delizie visive e sonore, un luogo di pace intatta e rigenerazione sensoriale. In questa sintesi tra sollievo spirituale e armonia paesaggistica, Catullo individua l’unico risarcimento possibile alle amarezze della vita, elevando la quiete del Garda a simbolo di una ritrovata, e finalmente serena, integrità.
Modelli letterari
Callimaco e la poesia ellenistica: L'uso del termine ocellus e l'attenzione al dettaglio paesaggistico risentono degli epigrammi votivi greci.
Omero: Il tema del ritorno richiama inevitabilmente l'Odissea, ma Catullo trasforma il nostos eroico in un fatto puramente interiore e privato.
Fortuna del carme
Letteratura: Ha influenzato poeti di ogni epoca, da Petrarca (che amava Sirmione) a Carducci ("Sirmio" nelle Odi Barbare).
Arti figurative: Le cosiddette "Grotte di Catullo" a Sirmione (in realtà una villa di epoca augustea, posteriore al poeta) hanno alimentato l'iconografia del poeta solitario che contempla il lago, influenzando vedutisti del Grand Tour e illustratori neoclassici.
Sirmione, il Garda e Verona sono documentati anche in altri carmi di Catullo
Carme 4: Descrive il viaggio del phaselus (la barca) che dalla Bitinia approda proprio al Lago di Garda (limpida stagno).
Carme 67: Ambientato a Verona, è un dialogo curioso e licenzioso con la "porta" di una casa veronese che rivela i segreti degli abitanti.
Carme 68: Menziona Verona come il luogo dove Catullo si è rifugiato per il lutto del fratello, lontano dalle distrazioni di Roma.
Il messaggio
[modifica | modifica sorgente]La celebrazione dell'otium e degli affetti domestici come unico ristoro possibile dalle fatiche del mondo pubblico e della sofferenza (legata anche al lutto del fratello visitato durante il viaggio).