Forze armate mondiali dal secondo dopoguerra al XXI secolo/Iraq-2

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Desert Storm[modifica]

Il comando della Forza multinazionale era a Dharhan. Dalla cosa si trovavano truppe saudite (su tutta la frontiera), la Guardia Nazionale Saudita, un btg corazzato del Quatar, poi seguivano i Siriani, Egiziani e Pakistani. Dietro c'era la 1 MEF dei Marines, la 1st AD britannica, la 6a Blindata francese, più altre forze tra cui i Kuwaitiani, e infine il XVIII e VII C. d'A. Americani, che precedevano altre modeste forze di Barhein e Emirati. Totale 720.000 uomini, 3.500 carri, 2.300 aerei ed elicotteri più altri 100.000 uomini e 210 navi presenti in Mediterraneo, Golfo e Mar Rosso.

Tra i vari dell'Alleanza anti-Saddam:

  • Afghanistan: potrà sembrare strano il coinvolgimento di questo stato, all'epoca in piena guerra civile, ma un numero di mujahedeen, tra alcune centinaia e 2.000 davano il loro contributo con la protezione dei luoghi Santi dell'Islam in Arabia.
  • Arabia Saudita: In tutto le sue forze di terra avevano 38.000 soldati su 2 brigate corazzate, 4 meccanizzate, 1 fanteria, 1 aerotrasportata con 2 btg parà e 3 SF; 5 btg di artiglieria, 18 batterie a.a., 1 reggimento Guardia Reale su 3 btg.

Quanto alle risorse materiali, si trattava di circa 700 carri medi e 250 leggeri, 300 blindati armati con missili c.c, 700 blindati, 1.800 mezzi trasporto fanteria, 3330 semoventi d'artiglieria calibro 155 mm e altri 200 pezzi trainati. Quanto alla Guardia Nazionale, un esercito parallelo tipico dei Sauditi, esso avevanoa 30.000 effettivi in 20 battaglioni su 2 brigate meccanizzate (240 blindati) e 2 di fanteria normale. Furono poprio loro a riconquistare Khafji, assieme agli americani. La Marina avean 7.800 effettivi con 4 fregate, 13 corvette, 3 motocannoiere e 24 elicotteri, nonché il corpo dei Marines che assommava a 1.200 elementi. C'erano anche baterie di missili OTOMAT, molt indicati per proteggere una linea costiera di tali dimensioni. La RSAF haveva 16.500 uomini, 30 Tornado IDS, 24 ADV, 60 F-5 (Sqn 2, 10, 15, 17); 59 F-15 per gli squadroni 3, 5, 6, 13; c'erano anche 37 Strikemaster e circa 100 elicotteri, per lo più Agusta-Bell di vari modelli.


  • La Arab Islamic Force avevano comando saudita e il generale che la presideeva era il figlio del Ministero della Difesa. Esso aveva 4 brigate Saudite con 20.000 effettivi, gli egiziani, siraini, pakitani, marocchini e persino soldati del Bangladesh; ce'erano anche 20.000 uomini del Consiglio di Cooperazione del Golfo che riunisce gli stati minori, come GLI EAU. Tra questi, il Bahrein aveva 11.000 uomini in armi in tutto e il Qatar 10.000, ma si trattava per lo più di mercenari provenienti da 18 diverse nazioni. Il Qatar aveva mandato aveva un battaglione corazzato con 24 AMX-30. Infine c'erano 10.000 elementi del Kuwait libero. Per il totale, 150.000 uomini con 330 aerei, 36 navi e 820 carri armati.
  • Argentina: il caccia A.Brown (MEKO 360) e la Spiro (MEKO 140), 2 C-130H e un contingente di 450 parà.
  • Australia: ct Brisbane e fregata Sidney, rifornitore 'Success', il tutto in rimpiazzo della prima forza schierata, le fregate 'Adelaide' e 'Perth' più la petroliera 'Westralia'. In tutto 750 marinai a fronte dei 620 precedenti.
  • Bangladesh: 2.500 fanti e genieri
  • Belgio: fregata 'Wandelaar', cacciamine Iris e Mysotis, nave appoggio Zinnia, totale 400 uomini; in Turchia, per la forza NATO AMF sono stati invece inviati 18 Mirage 5B e 200 uomini dell'8° Sqn a Diyarbakir. Infine per la forza gestita dall'UEO sono stati resi disponibili 4 C-130; nell'insieme una forza da combattimento piuttosto consistente.
  • Bulgaria: un gruppo di artificieri. Poco, ma tra i pochissimi aiuti dell'ex-Patto di Varsavia.
  • Canada: ct Athabaskan, fregata Terranova, rifornitore Protecteur; 199a btr antiaerea. Soprattutto però c'era uno squadrone con 18 CF-18 rinforzati poi da altri 6, e 1.700 delle forze di terra. Totale 3.000 soldati, 3 navi e 24 aerei (più presumibilmente almeno gli elicotteri del caccia, almeno 2 Sea King).
  • Cecoslovacchia: 179 specialisti di guerra NBC completi di mezzi ed equipaggiamento
  • Egitto: uno dei contingenti più forti, quello dell'ex-alleato di Hussein. Mubarak, allora come oggi presidente egiziano (data la lunghezza del suo mandato, oramai soprannominato 'il Faraone'), ha mandato in zona ben 35.000 uomini della 3a Divisione di fanteria e della 3a Divisione corazzata, più forze speciali, parà, reparti NBC. Assieme agli uomini sono arrivati anche 300 carri M60A1. Il tutto è stato messo nella Arab-Islamic Force del gen. Khalid bin Sultan.


Irak: 434.128 km2, 16.278.316 abitanti. 1.004.800 militari inclusi 480.000 riservisti. Aerei: 75 Mirage F.1Q, 100 MiG-21/F-7, 18 MiG-25, 60 MiG-23, 26+ MiG-29, 30+ Su-25, 7 Tu-22, 80 Su-22, 4 Tu-16, 15-22 Su-24, 13 Mi-25; 24 L-39ZO, 60 EMB-312, 40 PC-7, 20 PC-9, 19 Il-76, 350 elicotteri. 120 SA-2, 150 SA-4, Sa-6, SA-8, SA-9, SA-3, SA-13, 60 Roland, 30 FROG-7, 36 Scud, 32 SS-N-2, R-530, R-550, AA-2, 6, 7, 8, 10. 30 C-601. 5.500 carri. 36 navi[1]. Secondo RID[2] l'esercito aveva: 950.000 effettivi, 850.000 dell'Esercito Popolare in aggiunta in 60 divisioni. I 140.000 della Guardia Repubblicana su 6 divisioni erano la parte migliore dell'Esercito, con altre 5 formate di recente con altri 130.000 effettivi, coscritti e riservisti ex-parà e commando, così da formare 11 divisioni e 270.000. Delle divisioni, 15-16 erano in Kuwait con 2.000 carri armati, 1.700 corazzati e 1.600 artiglierie.

In tutto: 1.000 (?) T-72, 2.300 T-55 e 62, 1.500 T-59 e 69, 100 AMX-30 (?), 100 PT-76; 2000 EE-9, AML-90, Ferret, ERC-90, FUG-70, VCR-HOT (comprati in 106 esemplari); 1.000 BMP-1, 200 BMP-2, 4.000 APC tra M113, EE-11, BTR-50,60, 152, OT-62 e OT-64, M3. Tra le artiglierie: 4.000 pezzi da 85, 100, 122, 152, 180 mm; 150 GHN-45 e G-5 da 155/45 mm; semoventi SU-100, 2S1, GCT da 155 mm; mortai da 120 e 160 mm come max. 18 Astros II (ne sono stati ordinati 60 batterie a suo tempo), BM-21; missili Frog (50 lanciatori), 49 SS-1, derivati come gli El-Houssein (650 km, 250 kg di testata), El Abbas (150 kg, 850 km di portata); Swingfire, Sagger, AT-2, 4, 5, HOT, MIlan, SS-11. Artiglierie: migliaia di armi tra il 14,5 e il 100 mm, inclusi ZU e ZSU da 23 mm, S-60 e ZSU-57; SAM SA-2, 3, 6, 7 , 8, 9, 13, 14 (?), 100 lanciatori Roland 2 su scafo francese. Elicotteri: Mi-24, Gazelle/HOT, 40 Bo-105/HOT, Alouette III, Super Frelon.

NB: tutti dati numerici altamente incerti e spesso contraddittori. Dell'Irak se ne sapeva relativamente poco in dettaglio: per i Mirage si facevano stime di 120 in servizio e 200 consegnati, quando in realtà le consegne sono arrivate a stento a 120; dei carri, blindati (inclusi gli Chieftain catturati agli iraniani) non si avevano dati precisi.


La guerra è stata ricchissima di insegnamenti su quello che la migliore tecnologia occidentale, sfruttata contro un nemico ben noto e manovrata nella migliore maniera per sfruttarne le potenzialità, poteva fare. Era il test finale, se vogliamo l'esame di maturità, per le armi e le tattiche occidentali sviluppate per contrastare le armate del Patto di Varsavia. Tra gli insegnamenti, la superiorità netta dei sistemi occidentali contro quelli orientali nel settore dei mezzi corazzati. Sebbene i Challenger abbiano partecipato a diversi combattimenti, non si è tuttavia avuta nota precisamente della loro attività di combattimento. Si è detto che hanno distrutto '300 carri', ma senza specificare molto, a parte il centro da oltre 5 km contro un T-55 irakeno, colpito con una granata HESH (che mantiene una maggiore stabilità e precisione sulle lunghe distanze rispetto ai proiettili perforanti, fatto salvo il fatto che dev'essere tirata contro un mezzo immobile se si vuole annullare i limiti della velocità iniziale, relativamente bassa, del proiettile).

Così i protagonisti sono rimasti gli Abrams. Da notare che all'epoca gli M1 erano stati forniti anche ai Marines, ma questi hanno operato anche con degli M60A1 forniti di corazze ERA. Gli Egiziani, fin'allora gli unici altri ad avere gli M1, non hanno portato alcuno della loro pur numerosa flotta nel Golfo. Non solamente mancavano i circa 500 M1A1 (con cannone da 120, ma senza corazze e presumibilmente munizioni DU), ma pare che mancassero anche i carri M60A3, con il loro efficiente sistema TTS, giudicato superiore al TIS dell'Abrams quanto ai dettagli dell'immagine termica fornita, dalla migliore definizione (e con le camere termiche dell'epoca questo era certamente un valore pregevole, data la generale rozzezza dell'immagine). Gli M1 sono stati degnamente accompagnati dagli M2 e M3 Bradley in azione, e si sono comportati egregiamente. O almeno, questo è accaduto nelle circostanze in cui gli americani hanno combattuto, cosa che non è stata però priva di lati oscuri, come si vedrà. Quanto al tipo di Abrams, questo è certo importante per capire l'andamento degli eventi. Gli M1 impiegati, circa 2.000 esemplari, erano in larga misura del tipo A1 con il cannone da 120 mm. Soprattutto, però, c'erano gli M1A1HA, ovvero Heavy Armour. Questa è la corazza all'uranio impoverito (DU), che quindi nel caso dei mezzi americani era un materiale disponibile anche per compiti difensivi e non solo offensivi. Non è facile come sembra, ma l'Uranio, una volta stabilito di che lega usufruire per valorizzare la sua massa, 2,5 volte la densità del ferro e molto efficace contro i proiettili perforanti,è stato usato in piastre apposite sistemate (in un layout che a tutt'oggi è altamente segreto: dei carri moderni si sa tutto eccetto della protezione) nella parte anteriore della torretta, a lato del cannone. A quel punto è stato messo a punto il nuovo mezzo. Cronologicamente, attorno al 1980 è entrato in produzione l'M1; dal 1984 circa è disponibile l'M1IP (Improved Product) con una corazza migliorata, che ha fatto seguito, con circa 900 esemplari, all'M1 base (circa 2.400); dal 1985 è stato messo in produzione l'M1A1, con il pezzo da 120/44 mm e per il resto analogo, protezione inclusa, all'M1IP. Dal 1986 questa è rimasta la sola versione in produzione e ne sono stati realizzati oltre 4.000. Dal 1988 è disponibile la versione HA, quella più avanzata ai tempi di Desert Storm. 358 carri sono stati inviati nel Golfo così configurati, ma ben 865 hanno ricevuto nelle loro 'guance' laterali della torretta le piastre DU e quindi in loco sono diventati M1A1HA. Queste piastre non svolgono funzioni strutturali e quindi è facile inserirle nelle cavità della torretta. In azione, gli M1, tutti piuttosto recenti (essendo quasi tutti M1A1), sono riusciti ad ottenere un livello di prontezza operativa di oltre il 90%. Era un valido risultato, ma all'inizio non mancavano gli scettici che rimarcavano la scarsa affidabilità del mezzo. Ma in battaglia contano altri criteri: muoversi, combattere, comunicare. Forse per questo l'indice di efficienza da tempo di pace è stato rivisto al rialzo, sorvolando su ogni altra pecca. Non sono mancate le perdite, per un totale di 9 carri distrutti e circa 18 danneggiati. Non è chiaro cosa sia successo, a dire il vero. Due sarebbero stati distrutti per evitarne la cattura (difficile capire cosa significhi visto che gli Irakeni erano in ritirata un po' dappertutto, forse la confusione ha giocato un brutto scherzo), gli altri 7 distrutti per mano di altri carri armati americani. Talvolta è stato difficile incendiare gli M1 anche volendo, come accadde ad un mezzo di cui si tentò la distruzione, ma senza riuscirci (il sistema antincendio automatico ridusse le fiamme e le estinse, nonostante lo scoppio delle munizioni). Altre volte è stato possibile distruggerli più o meno totalmente, senza nemmeno identificarli come tali, ma dando tempo all'equipaggio di salvarsi prima di esplodere o incendiarsi. L'M1 è stato indubbiamente un mezzo che ha fatto salire il livello di fiducia dei suoi equipaggi, praticamente certi di cavarsela in ogni situazione, anche se il carro fosse stato messo KO.


Le battaglie contro i corazzati irakeni non hanno avuto storia. Spesso gli ingaggi venivano iniziati prima ancora che gli Irakeni sapessero che vi fosse qualcuno in giro. Spesso erano trincerati dietro cumuli di sabbia indubbiamente utili per varie ragioni, tra cui la detonazione anticipata di granate HESH o HEAT. Ma di fatto impotenti contro i proiettili perforanti americani. Il migliore, la 'silver bullet', era l'M829A1, versione migliorata dell'M829, che era la prima generazione di proiettili APFSDS DU calibro 120 mm dell'US Army. Già questo perforava oltre 500 mm di acciaio a 2 km di distanza, superando così anche i circa 300 (150 a 60°) perforati dai colpi M111 alla stessa distanza. Gli americani avevano anche la loro versione dei proiettili israeliani in parola, all'epoca in servizio anche in Germania Occidentale e altri eserciti, recentemente anche quello italiano. Questa versione era un tipo migliorato al DU, con migliori capacità di perforazione. La sua evoluzione portò al tipo M833, capace di perforare oltre 400 mm a 2 km, e rimasto il proiettile più potente dell'inventario dell'US Army per i carri M60. Ma da poco era anche in servizio l'M900, la nuova munizione con un ulteriore allungamento rispetto al calibro. Questa perforava oltre 500 mm, e perciò quasi eguagliava la M827 (la 120 mm primigenia) e la M829. Non deve stupire che quest'ultima, a parità di tecnologie, fosse tuttavia più presante, essendo il canne M256 (il Rheinmetall tedesco prodotto su licenza) capace di operare a circa 7.100 bar, di cui si raggiungevano con la M829 pressioni di circa 6.300 bar, 2.000 in più del pezzo M68 (l'L7 britannico prodotto su licenza) da 105 mm, ottenendone un aumento di prestazioni di balistica interna del 60%. Questo con un cannone che, grazie alla canna liscia, non ha manifestato necessità di ingombri (appena 44 calibri) e pesi eccessivi, posto che invece è stato necessario provvedere a proiettili con alette di stabilizzazione efficienti, cosa non facile, come sanno bene i sovietici, che per primi percorsero tale strada con l'U5TS da 115 mm del carro T-62. I cannoni a canna rigata non sono stati infatti inventati per complicare la vita ai progettisti: essi hanno la capacità di imprimere un moto rotatorio ai proiettili aumentandone la stabilità e la gittata, e consentendo una forma allungata e aerodinamicamente efficiente. Dare ad essi una capacità di autostabilizzazione con un colpo ad alette retrattili opportunamente orientate non è stata una sfida facile da affrontare e ha richiesto molto lavoro per maturarne le tecnologie. Il proiettile M829A1 è un tipo ulteriormente migliorato, all'epoca ancora solo in distribuzione parziale (nel 2003 si è arrivati al perfezionato M829A2, in previsione l'M829A3, capaci rispettivamente di perforare 750 e oltre 900 mm di acciaio a 2 km). Esso dovrebbe essere capace di perforare almeno il 10% in più dei proiettili M829 base, circa 600 e passa mm. Grossomo come l'M900 a bruciapelo, per intendersi sulla perdita di potenza con la gittata.

I proiettili dei T-72 sovietici, malgrado il calibro maggiore, erano di tipo più rudimentale. Sebbene in URSS vi fossero dei proiettili come il BM-32 al DU e il BM-42 al tungsteno, gli Irakeni si videro talvolta costretti ad usare anche i proiettili da addestramento, di cui qualcuno venne trovato incastrato da perplessi carristi americani, sui loro mezzi (nel senso che il dubbio su cosa sarebbe successo con un proiettile a piena potenza restava, se già quello da addestramento era capace di perforare parzialmente il loro carro). I T-72 erano capaci di mettere KO anche i possenti Chieftain, anche affrontandoli frontalmente e da distanze ragionevoli, perforando anche lo scudo della torretta (come dimostrano alcune interessanti foto). Ma la corazza degli M1 era tutt'altra cosa, così come i sistemi di osservazione, pur mancando gli Abrams di un vero periscopio per il capocarro (solo un visore 3x per la visione e il puntamento della mitragliatrice M2 da sotto la torretta). La disponibilità della camera termica, tra il fumo e le tempeste di polvere, era fondamentale: sebbene la distanza di scoperta calasse da 2-3 km a circa 1,5, e l'identificazione in queste condizioni scendesse da 1,5-2 km a circa 500-800 m, era pur sempre molto meglio dello zero a cui dovevano sottostare gli irakeni (almeno con tempo buono potevano vedere qualcosa pure loro, con i sistemi IR e IL di cui erano dotati). La disponibilità di un efficientissimo sistema di stabilizzazione, telemetro laser e computer balistico consentiva di muoversi e sparare, o quantomeno continuare ad osservare il bersaglio, grazie anche alle sospensioni molto efficienti. Tuttavia il tiro era preferibilmente fatto da fermi.

Forse il tiro più lungo fatto dagli M1 fu contro un T-62 interrato, avvistato a parecchi km nel piatto deserto irakeno, che ovviamente non era certo un vantaggio per i carri meno potenti, non potendo in genere avvicinarsi prima di essere scoperti (o avvicinati prima di essere scoperti, a seconda delle situazioni su chi si muoveva verso chi). Il cannoniere, tale Raymond (nickname Ray II) prese accuratamente la mira e poi, tirando da carro fermo con il cannone allineato e controllato, sparò. Poi sopraggiunsero vicino al carro, percorsi i 4.130 m che li separavano. Il mezzo era stato, persino da tale distanza, trapassato: corazza anteriore da 100 mm, motore e corazza posteriore. Se si considera che un blindato che abbia la pretesa di combattere in ruoli da carro armato, come la Centauro, ha una protezione malamente paragonabile a quella del retro di un T-62 (forse sui 50-60 mm), si può capire l'importanza di avere un mezzo da battaglia pesante: i cannoni moderni non sbagliano e non danno scampo a chi non sia capace di incassere bene i colpi, almeno sull'arco frontale. In ogni caso, ovviamente, questo tiro 'sniper' non era lo standard, anche se spari fatti in maniera più istintiva e immediata arrivavano anche a oltre 3 km. Dal canto loro, i T-72 colpirono gli M1 con sette colpi da 125 mm perforanti (ma ve ne furono alcuni anche HEAT), sempre frontalmente, ma mai con effetti decisivi. Semplicemente, come i T-34 vs Tiger, i proiettili rimbalzavano o si conficcavano nell'armatura. Tuttavia. mentre i T-34 potevano malamente perforare i Tiger a mezzo km sui fianchi, i T-72 potevano fare lo stesso teoricamente ad almeno 2 km, con proiettili pur sempre più che temibili. Ma per questo ci voleva una battaglia in movimento che il comando irakeno, data la manifesta inferiorità, soprattutto contro l'aviazione, aveva deciso di non provare. Così gli americani fecero più che altro tiro a segno. In un libro semi-novel degli anni '90 c'era scritto anche che un M1 immobilizzato venne ingaggiato da 3 T-72, che tuttavia si avvicinarono frontalmente. Il primo di questi tirò un perforante, che rimbalzò senza danni, per poi essere ingaggiato dall'Abrams, che non aveva sofferto da danni da concussione. Il secondo T-72 tirò una HEAT, che esplose senza effetto contro la torretta del carro americano, che rispose da circa 400 m, distruggendo anche questo carro. Il terzo T-72 si allontanò ma l'M1 continuò ad inseguirlo, e sebbene si fosse appena nascosto dietro la cima di una duna, venne centrato ed esplose subito dopo.

In ogni caso, al di là degli aneddoti, le battaglie che videro coinvolti gli Abrams furono tutte 'one sided', come quella nota come '27 Easting'. La distruzione di divisioni come la Takalgawa della Guardia Repubblicana furono massacri, anche se di quando in quando con delle difficoltà. Gli M1 vennero talvolta colpiti e messi KO da altri carri armati negli incidendi 'Blue on blue', ironicamente almeno 7, come quanto realizzarono i carri irakeni (considerando i T-72, gli unici con un sistema di controllo del tiro piuttosto sofisticato). I mezzi americani hanno dimostrato di incassare anche il loro munizionamento. Sia frontalmente, dove i colpi non sono riusciti a passare, ma anche di lato e sul retro, non perché le corazze li fermassero, ma perché le munizioni all'interno dell'Abrams sono sistemate molto bene in un apposito scompartimento in cui vanno 47 delle 55 munizioni da 105 degli M1 oppure 36 delle 40 degli M1A1. In tutti i casi, se il comparto viene colpito, i proiettili esplodono, ma i pannelli anti-esplosione proteggono l'equipaggio e lo scoppio si distribuisce esternamente, grazie a dei portelli ad apertura prestabilita. La cosa sembra più difficile di quel che è: qualcuno ha provato a realizzarla in contesti ben diversi. Qualche temerario si è messo dentro una cassa con della dinamite, ed è sopravvissuto allo scoppio. Il segreto sta nel fatto che vi è un comparto che protegge la persona, e (fischi delle orecchie a parte), quando la dinamite esplode fa prima a sfogarsi sfondando la cassa che investendo il volume interno, salvando lo stunt-men (o women) dal diventare una marmellata al sangue. Tuttavia, alle volte nemmeno questo è bastato e almeno uno o due M1 Abrams sono stati distrutti e sventrati dallo scoppio delle granate, riversatosi almeno in parte all'interno. Forse avevano i portelli di accesso alle munizioni rimasti aperti al momento dell'esplosione (si tratta di due ante scorrevoli, corazzate, manovrate dal servente).

I mezzi corazzati moderni cercano di far convivere gli uomini con gli esplosivi, e non è un compito facile quando in pochi m3 hai 3-4 persone, 1 m3 di carburante e una tonnellata di munizioni. Il rischio di trasformare tutto in un forno crematorio è presente, indipendentemente dallo spessore della corazza esterna. La soluzione inglese è quella di mettere le cariche di lancio (i proiettili sono molto meno pericolosi, specie considerando che parte di essi è costituita da dardi perforanti e quindi, inerti) in un magazzino corazzato e circondato da liquido. Essendo munizioni a carica separata la cosa è fattibile. I proiettili tedeschi e di tutti gli altri carri occidentali (quasi di conseguenza) sono di tipo unitario, più difficili da maneggiare nel carro ma una volta che ci si riesca (colpi da 120 mm pesanti 23 kg e lunghi oltre 90 cm) a caricarli (in movimento non è certo semplice) si può sparare con maggiore celerità, sempre che la torretta sia abbastanza grande da manovrare proiettili del genere. Ora, per proteggere queste munizioni vi sono varie alternative. Gli americani hanno scelto di mettere il 90% dei colpi nella controcarena della torretta, dove può esplodere liberamente in caso di problemi. Naturalmente i colpi dello scafo, per quanto pochi e messi dentro un contenitore di protezione apposito, sono da spostarsi al più presto nella torretta. Notare che originariamente si faceva il contrario: erano i colpi in torretta che erano considerati pericolosi e così la maggior parte era spostata sotto l'anello di torretta, per evitare che venissero colpiti, perché quella è la struttura più esposta del carro armato al fuoco nemico. Così, paradossalmente, proprio il carro 'imperforabile', l'M1 Abrams, ha in realtà intrinsecamente accettato il principio che non può evitare la perforazione e difendere le munizioni dal fuoco nemico. Così però la torretta diventa enorme, con una lunghezza eccessiva (un metro in più), pesante, e se il mezzo viene colpito di lato o alle spalle, anche se non venisse messo KO dallo scoppio delle munizioni (spesso però sono più che altro le cariche di lancio che si incendiano, e i proiettili non di rado riescono a non esplodere nonostante il calore), si ritroverebbe subito dopo disarmato (a parte le mitragliatrici). Non certo un buon modo di combattere, se in giro vi fossero dei carri nemici.

Gli Israeliani (anche con il 120 mm di tipo tedesco) fanno come i britannici. I Tedeschi fanno un po' a metà: una ventina di colpi occupano un lato della controcarena, gli altri sono nella parte anteriore dello scafo, pare serviti da pannelli di sfogo interni, ma in ogni caso, il Leopard 2 è sensibilmente più facile da far 'esplodere' di quanto non accada con l'Abrams. L'Ariete ha una soluzione mista scafo e pavimento della torretta, con le munizioni pericolosamente esposte in posizione verticale, ma dentro una struttura corazzata a semicerchio, per ridurre almeno l'effetto delle schegge, il cui potenziale incendiario è molto alto (specie se sono schegge di DU).

Nel caso dei carri sovietici non ci sono precauzioni, eccetto il sistema anti-incendio automatico (di vecchio tipo, con sensori che misurano la temperatura piuttosto che la 'vampa' di un colpo interno). I proiettili giacciono alla rinfusa, eccetto quelli della 'giostrina' con 22 proiettili e cariche separati. Sarebbe facile proteggerli 'all'inglese', senonché vi è un sistema di caricamento automatico che non lo consente. Ma non sono i proiettili della giostrina ad essere i più pericolosi, anche se sono quelli che fanno maggiore 'effetto' quando esplodono. Sono gli altri colpi, per un totale di circa 40, che sono pericolosi perché molto meno protetti dalle schegge e proiettili. La giostrina di suo è vulnerabile anche alle mine, stando bassa sul pavimento. Il problema era quello di mettere un cannone di grosso calibro e una quantità di colpi adeguata dentro un carro piuttosto piccolo, classe 40 t: un mezzo pesante come un Leopard 1 ma potente come un Leopard 2, insomma. Era difficile e ha richiesto vari compromessi: per esempio, riempire il vano di combattimento di proiettili di cannone, un numero ridotto di colpi di mitragliatrice, il carburante messo in una maniera poco condivisibile a dire il meno (serbatoi sul parafango destro, come sui T-55/62, ma almeno stavolta sono ben raccordati e protetti; altri serbatoi interni al vano di combattimento, con tanto di un recesso per due proiettili all'interno di uno di essi; e infine i serbatoi esterni, sganciabili): o messo in maniera tale da esporsi ad incendi anche da parte di armi non particolarmente potenti, oppure sito ben dentro lo scafo, ma in caso di incendio è la fine per tutti. Nel caso dell'M1 Abrams i serbatoi sono 4, per un totale di oltre 1.900 l. Due sono davanti e due dietro lo scafo, e interessante da sottolineare, i due anteriori sono usati come parte dello schema protettivo del mezzo, essenzialmente sono presenti dentro le intercapedini del mezzo e la quantità di carburante causa una variabile, di conseguenza, anche sul livello di protezione anteriore. Può sembrare strano, ma nella parte anteriore di un Abrams non c'è uranio impoverito (DU), ma gasolio. In ogni caso funziona: la torretta è ben corazzata, lo scafo è ben inclinato, con una piastra superiore poco spessa e una inferiore che ingloba anche i serbatoi, ed ha maggiore spessore di conseguenza.

I proiettili sovietici BM-9 sono piuttosto diffusi ma anche primordiali. Con un nucleo di acciaio, pesano appena 3,6 kg e hanno un rapporto lunghezza-diametro di 9:1. Però la ridotta massa implica che il cannone li possa sparare a velocità di ben 1.800 m.sec, un valore estremamente elevato che garantisce una traiettoria molto tesa e piatta, anche se entro certe distanze. Dopo, il tozzo e leggero proiettile russo decade rapidamente in prestazioni, essendo l'attrito capace di erodergli gran parte dell'energia (l'attrito è proporzionale al quadrato della velocità e alla superficie dell'oggetto). Così ci sono se non altro dei vantaggi: se il colpo sovietico offrisse prestazioni alle distanze 'medie' di combattimento, bisogna ricordare che a quelle più ridotte è capace di prestazioni maggiori, così da riuscire eventualmente a perforare una corazza altrimenti impenetrabile. Naturalmente questa munizione non era la migliore: le BM-15 e 22 erano oramai più diffuse. La seconda è pesante 4,5 kg, con una massa totale di 20,9 kg del colpo completo. Sparato a 1.720 m.sec, il sabot riesce a sviluppare 6,6 MJ di energia, anche se poi tende a perderla con una certa facilità dato il rapporto L/d di 10:1. Questo era in verità un rapporto tipico dei proiettili degli anni '70 (il colpo è infatti del '79) e se c'è una maggiore sezione d'impatto, la poca energia (minore alla bocca, minore residua dopo una certa distanza percorsa) sarà maggiormente impegnata nel penetrare una corazza. Nel caso del proiettile M829A1 americano, si tratta di un colpo pesante 18,7 kg in tutto, di cui ben 7,16 sono del sabot vero e proprio, lungo 615 mm e largo appena 30, con un rapporto di oltre 20:1, e nucleo di uranio impoverito. Sparato a 1.650 m.sec, può apparire piuttosto lento, ma: ha un'energia di oltre 9MJ; la perde meno velocemente; penetra meglio ogni oggetto che si ritrovi avanti; ha una stabilità di prestazioni anche a lunga distanza; il DU non si 'spunta' durante la penetrazione, tendendo a mantenere la punta 'acuminata'; il DU ha un effetto piroforico micidiale; il DU costa meno. L'unico svantaggio è che, contro una corazza ERA un proiettile che è meno veloce, più lungo, più sottile e duro (e fragile) dovrebbe spezzarsi con maggiore facilità rispetto ad un tipo tozzo, corto e ancora più veloce. A parte questo, i sistemi di controllo del tiro americani, sebbene nulla di eccezionale rispetto a quello che si trovava nei carri occidentali, erano ben più avanti di quelli sovietici in possesso degli Irakeni (e in generale, non c'erano camere termiche disponibili sui carri dell'URSS, proprio la nazione che aveva standardizzato per prima i visori IR per tutto l'equipaggio). Tutto questo aiuta meglio a capire come mai fosse facile per i carri americani sopravvivere ai proiettili irakeni e non viceversa. Inoltre i mezzi irakeni erano anche vulnerabili ai colpi da 25 mm (decalibrati al DU) dei Bradley e, almeno teoricamente, dei LAV. La spiegazione qui è che, quando 'innaffi' di colpi un carro armato, può capitare di trovare dei punti deboli (per esempio il portello del guidatore), perché i carri sovietici non hanno una protezione particolarmente uniforme, nemmeno sull'arco frontale: certe zone sono ben protette, altre molto meno.

Tutto questo sembrerebbe una condanna senza appello per i mezzi 'made in URSS'. Al di là della obiettiva difficoltà di comparare mezzi di diversa generazione e tecnologia, beninteso. Il T-72 è un carro in servizio dal '71 circa, non certo dal 1980 come l'Abrams, che in Europa arrivò anche dopo e che è coevo piuttosto del T-80. Ma certe limitazioni sono rimaste anche sui mezzi più recenti: la vulnerabilità delle munizioni, nel caso dei caricatori verticali dei T-64 e 80 è anche maggiore, essendo le cariche di lancio esposte in verticale (e per giunta ve ne sono ben 28 anziché 22); la mancanza di camere termiche annulla altri pregevoli 'plus' dei mezzi sovietici, come la lama apripista retrattile (un vero gioiellino di compattezza, certamente utile per trasformare ogni carro armato in un vero bulldozer), o la capacità di sparare missili controcarro-elicottero dal cannone, cosa che i sovietici hanno fatto per primi con un cannone per carro 'puro' (eccetto cioè lo Shillelagh americano e lo sperimentale ACRA francese da 142 mm). Altre limitazioni sono presenti nei disegni sovietici. Per esempio il cannone, pur essendo un pezzo da 125/50 mm, e quindi superiore dimensionalmente al 120/44, è meno potente e sopporta pressioni d'esercizio inferiori.

Ma non si possono biasimare i Sovietici per avere provato a costruire, con risultati magari discutibili, dei mezzi economici e potenti al contempo, che non fossero troppo sofisticati, troppo costosi per i potenziali acquirenti, che godessero di una mobilità strategica elevata (ergo materiali da ponte, aerei da trasporto, ecc.) e che avessero un armamento sufficiente per qualunque avversario, anche quei Chieftain che sembrarono rendere parzialmente superato anche il pezzo da 115 mm, messo prematuramente da parte per stressare la piattaforma con un cannone ancora più potente (i primi modelli di T-64 avevano un pezzo da 100 mm ad altissima velocità iniziale, poi un 115 mm di nuova generazione e quindi il 125 mm). Ma lo Chieftain non divenne mai un carro NATO standard, anzi i Tedeschi se ne facevano beffe per via della sua massa e lentezza, oltre che inaffidabilità meccanica. Salvo poi adottare l'ancora più pesante Leopard 2, ma a quel punto le tecnologie erano cambiate e di parecchio, così come le esigenze post-Yom Kippur non erano le stesse di quelle d'anteguerra: scappare dalle armi controcarri con manovre veloci non parve possibile, meglio una robusta corazza che aumentasse la massa, ma rendesse il mezzo almeno frontalmente invulnerabile. E così è stato. Ma anche il T-72 era 'tosto' e solo le munizioni degli anni '80 hanno messo in luce la sua limitata capacità di crescita. Questo mezzo, comunque, può reggere con una certa facilità ai proiettili da 105 mm disponibili all'epoca, inclusi i famosi M111; è vulnerabile agli M833 e 900, ai colpi da 120 mm, ma entro certi limiti; i test fatti su carri della NVA, in Germania, hanno mostrato come i T-72M fossero capaci di resistere in torretta sia ai colpi da 105 che ai 120 mm, limitatamente ai tipi HEAT. Solo i proiettili perforanti potevano avere ragione regolarmente delle protezioni del carro. Inutile fare paragoni con i pari-massa Leopard 1 (70-86 mm a 60° della parte anteriore dello scafo contro 80+20+ 2 piastre composite da 53 mm l'una, il tutto inclinato di 68°). Anche le munizioni interne non sembravano costituire un problema per gli Occidentali: a parte l'assenza dei serbatoi dentro il comparto di pilotaggio, per il resto i proiettili sugli M60, Leopard, AMX-30 erano distribuiti dappertutto, e uniti alla corazza piuttosto leggera rendevano estremamente vulnerabile il mezzo e il suo equipaggio. La sistemazione dei proiettili in controcarena (che anche sul Leopard sarebbe stata possibile al 100%, se lo si fosse voluto, ma metà è occupata dai sistemi radio e NBC) per un carro come l'M1 è possibile, per un T-72 no, perché è troppo piccolo per ospitare un tale cassone corazzato e non ha un sistema di caricamento automatico adatto. Poi le granate sono diverse: l'M1 non ha HE, solo HEAT o AP; ma le prime hanno solo 1,3 kg di esplosivo, mentre le HE da 115 e 125 mm hanno oltre 3 kg di esplosivo ad alto potenziale: difficile tenerle 'buone' con pannelli anti-esplosione. È difficile capire anche come facciano le HEAT a non detonare perforando la torretta una volta che il comparto è in fiamme, forse vi sono dei sistemi di sicurezza, ma resta il fatto che l'ogiva è puntata proprio alle spalle dell'equipaggio e per una carica cava è facile perforare una paratia leggera. Ma non sembra che in pratica gli M1 abbiano subito delle penetrazioni da parte di HEAT esplose.

Detto tutto questo, il T-72 è un mezzo perfettamente ragionevole per chi non si possa permettere carri più sofisticati, cosa che alla fine della Guerra fredda solo pochi eserciti potevano fare. Italia, Spagna, Francia, Belgio, per esempio, erano indietro di una mezza generazione rispetto a tali mezzi. Mentre l'M1, nonostante tanti elogi, ha avuto anche degli inconvenienti, che solo la logistitica 'super' dell'US Army ha potuto risolvere. Forse non è un caso che gli Egiziani si siano portati dietro i vecchi M60 anziché gli Abrams. Tanto per cominciare, i materiali da ponte devono essere classe 70 (t), così come i rimorchi. Gli Americani hanno avuto una grave carenza di veicoli portacarri adatti agli Abrams. In tutto c'erano disponibili appena 456 HET per le esigenze del Golfo, con una forza di carri e IFV di circa 5.000 unità. Da ricordare in merito che i carri armati Abrams erano già circa 7.000 in tutto l'US Army e Marines. Anche così è stato necessario procurarsi in Germania, Italia (alcuni ATC-81, adatti ai soli M2 Bradley), Cecoslovacchia altri 474 portacarri, più altri 365 HET messi a disposizione da Sauditi ed Egiziani. Nemmeno così la situazione era sotto controllo, data la necessità di almeno 1.200 mezzi e senza l'appoggio alleato, le forze corazzate americane sarebbero state in grosse difficoltà, dato il consumo e il logorio dei carri armati quando lasciati 'a se stessi' (vedi gli Irakeni durante gli spostamenti del '73). A questo proposito giova ricordare che l'esercito di Saddam aveva comprato negli anni ben 2.800 portacarri, anche se più piccoli di quelli necessari agli americani. L'M1 ha presentato anche altre sorprese tutt'altro che gradite. La logistica era messa a dura prova, persino in una campagna che ha avuto la supremazia aera assicurata ed è durata, a terra, appena 4 giorni. Le comunicazioni erano carenti con le radio VRC-12 tecnologicamente degli anni '60, sostituite solo in un battaglione della Prima divisione di cavalleria con le nuove SINCGARS (Single Channel Ground and Airborne Radio System). Tra i vantaggi delle nuove radio digitali, l'affidabilità superiore a 7.000 ore (tempo medio tra due guasti) contro appena 250. Ecco perché entro il 1998 si volevano un totale di ben 150.000 di queste nuove radio. La navigazione era anch'essa un problema nel deserto irakeno. C'erano già i primi GPS (in particolare i NAV 1000M Magellan), che garantivano una precisione di 30 m, ma all'epoca solo una parte dei satelliti era messa in orbita e così spesso non c'era segnale (la costellazione era incompleta). C'erano anche i Loran-C, capaci di assicurare una prestazione costante, ma con precisione 'rilassata' a 300 metri. Due Loran o GPS erano presenti in ogni compagnia, ma ogni veicolo, in prospettiva, necessitava di un GPS. Questi erano di tipo commerciale, per cui in teoria il segnale era utilizzabile anche dagli irakeni (i GPS militari, più precisi e operanti su lunghezze d'onda diverse, non erano quindi ancora disponibili per le forze di terra). Il traino dei carri M1 era anch'esso un problema rilevante: gli M88 erano adatti a rimorchiare gli M60, ma gli M1 eccedevano la classe di peso a cui potevano operare di 7 t, ovvero 67 t anziché 60 (non sono t metriche, attenzione, ma dovrebbero essere quelle anglosassoni da circa 907 kg). Spesso erano necessari 2 M88 per rimorchiare l'M1, ma alle volte si sono visti gli M1 rimorchiare l'M88 in panne.

Poi ci sono i problemi di costi e consumi. L'M1 è motorizzato da una potente turbina di derivazione aeronautica, ma la sua mobilità è pagata a caro prezzo. Il consumo, sulla carta, parla di un'autonomia di ben 450 km, ma su strada e in condizioni ottimali, a velocità medio-alte. Ma la turbina è inefficiente in tutti gli altri casi. I 498 galloni di carburante erano consumati al ritmo di 7 per miglio: 1.900 l bevuti, nelle operazioni pratiche, al ritmo di oltre 16 per km, il doppio anche dei consumi dei motori a benzina degli M47 Patton. L'autonomia si riduceva in pratica ad appena 115 km. La cosa si spiega perché un carro è in movimento solo per il 30% del tempo, per il resto deve stare fermo, con il motore in funzione o sennò scaricando le batterie per movimentare la torretta: una prospettiva nient'affatto attraente. Per giunta, c'era il problema del circuito di carburante difettoso. Quando i due serbatoi posteriori venivano svuotati sotto un certo livello, si passava a pescare il carburante di quelli anteriori. Ma le pompe di trasferimento spesso erano difettose, un problema che di fatto dimezzava l'autonomia dei carri che ne erano affetti, e che si aggiungeva al basso livello d'affidabilità posto dalle stesse pompe di alimentazione, cosa già nota. Ma siccome capitava di rado che i carri ricorressero al carburante anteriore, forse per questo non ci si era resi conto che anche le pompe di trasferimento erano difettose, tanto che poteva capitare che qualche carro restasse a secco pur con parecchio gasolio a bordo. I rifornimenti logistici erano un altro problema: nelle avanzate poteva capitare che il carro consumasse il carburante in poche ore, e così per ogni plotone serviva un pieno di 8.000 l, certo una cosa non trascurabile. Se in giro vi fosse stata l'aviazione o l'artiglieria irakene, sarebbe stato indubbiamente difficile sostenere un'avanzata del genere. I costi dell'Abrams, in generale, sono risultati ben maggiori di quelli del vecchio M60. Si pensava nel 1976 che l'XM-1 fosse più costoso, almeno secondo le stime del GAO (General Accounting Office), dell'M60, ma solo nel settore del carburante, con un consumo maggiore del 50%. Per il resto c'era addirittura la stima di una riduzione dei costi di manutenzione e trasporto. Nel 1981, più realisticamente, erano considerate leggermente maggiori nel loro insieme. Nel 1991 le spese complete erano invece valutate superiori di ben 4,2 volte rispetto all'M60A3 quando comparato all'M1 di primo modello (con lo stesso cannone, il che aiuta a capire la premure di 'valorizzare' l'investimento con un cannone più potente), e curiosamente solo di 3,2 volte per l'M1A1, pure più pesante, ma forse anche più maturo tecnologicamente. Tra le cause dei costi c'erano i cingoli T-156, garantiti per 3.200 km, ma di fatto questo valore è stato ridotto a 1.400 km per gli M1 e 1.150 per i più pesanti M1A1, il che da solo incideva per i costi totali nella figura del 47 e 52%. La soluzione parziale è arrivata con il T-158, con tasselli di gomma estraibili. Il cingolo dura 3.800 km, ma i tasselli vanno sostituiti ogni 1.400 km (non esattamente la stessa cosa). Nel '92 si pensava che così si sarebbero risparmiati 300 mln di dollari in 20 anni. I consumi erano stimati ad un certo punto superiori del 100% rispetto all'M60A3; in realtà l'aumento è stato del 251% per l'M1, del 241 per l'M1A1. Soprattutto questo significa incidere non solo sul portafoglio dell'Army, ma anche sull'autonomia tattica dei carri: +241% significa un consumo superiore di 3,41 volte rispetto a quello di un M60, che già chiedeva 1.400 l per fare 450 km su strada. L'M1 non aveva una APU, così è successo che i carri britannici Challenger, per quanto più pesanti (62 t) con il loro motore turbodiesel da 1.200 hp e APU sono riusciti a consumare un terzo dei mezzi americani, il che è fondamentale per non mettere in crisi la logistica. Né aiutava la scarsa efficienza dei recuperatori di calore sugli scarichi. Con la sola APU si sperava di risparmiare 500 mln in 20 anni. Del resto, perché mai un carro da 60 t non poteva avere un generatore disponibile per un qualunque bancarella del mercato? Sta di fatto che l'M1 doveva essere rifornito un paio di volte al giorno, mentre un T-72 poteva durare 2-3 giorni in azione senza rifornimenti di sorta.

Quanto al Bradley, la sua presenza era indubbiamente d'aiuto per i carri, ponendo la fanteria ad un passo dietro i tank qualunque cosa accadesse. In tutto c'erano 2.200 mezzi nel Golfo, solo con le forze dell'US Army. Il Bradley era andato più tardi in produzione rispetto all'M1 e la sua linea di produzione era andata a rilento: iniziando attorno al 1982 anziché al 1980, sfornando 600 mezzi anziché 720 l'anno, finiva che per il 1991 c'erano circa 4.000 veicoli contro 7.000 carri. Di quelli schierati nel Golfo, il 33% erano M2A1, e il 48% A2, con protezione maggiorata per resistere ai colpi da 30 mm dei BMP-2 e non solo alle 14,5 mm dei BTR. Non solo, c'era anche lo spostamento interno delle munizioni di bordo, in una zona considerata meno vulnerabile; era possibile installare anche le ERA contro i missili controcarri e il peso aumentava di 4,5 t rispetto alla versione base, 7,2 con le mattonelle ERA. Il motore passava da 500 a 600 hp, e pare che agli equipaggi sia piaciuta la nuova motorizzazione, considerata capace di dare maggiore manovrabilità al mezzo. L'affidabilità e la riparabilità della nuova versione è stata considerata superiore, così come il livello di disponibilità del 92-96% contro circa il 90% del tipo base.

Ma non era un mezzo privo di inconvenienti. Uno era la scarsa capacità anfibia, a causa soprattutto delle corazze aggiuntive. Un problema di poco conto per l'ambiente desertico. L'alta sagoma era un inconveniente maggiore, essendo più alto del carro armato e con una sagoma tutt'altro che sfuggente. La velocità era di 65 kmh, 60 per l'M2A2, ma soprattutto in retromarcia essa è limitata a 11 kmh, così che può seguire malamente l'M1, capace di retrocedere a 32 kmh e di scattare alla stessa velocità in meno tempo (6-7 secondi), fino a toccare punte di oltre 70 kmh. La protezione, valida contro le armi pesanti, era tuttavia inefficace contro i cannoni di carro armato. La rampa idraulica della fanteria, almeno nella versione A2, si è dimostrata inaffidabile, il che ha significato piuttosto usare il portello incorporatovi. I missili TOW sono contenuti in un lanciatore (a sinistra della torre) che è un capolavoro di complessità, ma con scarsa efficienza in azione. I due missili, nei loro contenitori-lanciatori, vengono protetti da un sistema corazzato che al momento del lancio li eleva fuori dalla protezione, con un apposito braccio meccanico. Così possono essere lanciati da sopra la torretta, con il mezzo defilato. Ma il sistema ha mostrato anche dei problemi di funzionamento, specie per il montaggio scorretto dei tubi lanciamissili. La sabbia spesso si infilava nelle guarnizioni impedendo la chiusura dei portelli, e inceppava la mitragliatrice coassiale. La principale risorsa tattica era costituita dai cannoni da 25 mm, con una ricca dotazione di 900 colpi nominali (ma superata anche nei fatti), quando il Dardo ha solo 400 colpi e il BMP-2 se la cava con 500 proiettili di calibro maggiore (30 mm). Ma l'assenza dei telemetri laser rendeva piuttosto disagevole, sprecando munizioni preziose, tirare contro bersagli a lungo raggio, anche perché il territorio piatto dava pochi punti di riferimento su cui approssimare la distanza. L'uso di telemetri laser da fanteria si è dimostrato disagevole e pericoloso. Chiaramente, assieme alla camera termica serviva un TL laser. I Bradley distrutti sono stati 20, di cui ben 17 per colpi 'amici'. Dato che, come sempre, i soldati hanno più timore di restare senza munizioni che di saltare per aria, spesso i mezzi venivano riempiti di rifornimenti in ogni parte disponibile, annullando lo spostamento 'al sicuro'delle munizioni dell'A2. Quanto agli altri mezzi, gli M548, M577 (posti comando), M901 (cacciacarri) e M981 (designatori d'artiglieria FIST, ricavati dai precedenti) si sono dimostrati troppo lenti, così come gli M113 eccetto gli A3. Anche i semoventi M109 e gli autocarri tattici da 2,5 e 5 t hanno costituito un po' una 'palla al piede' per i Bradley, ma soprattutto per gli M1. Questi ultimi erano però, come si è visto, i veicoli dalle 'gambe più corte'. Tanto che gli M2 si ritrovavano disponibile almeno la metà del carburante ogni volta che gli M1 dovevano rifornirsi (e con che 'razione', quasi 2 m3 di carburante). Per cui, sebbene più lenti, i Bradley non erano afflitti dalla sete di gasolio dei loro compagni corazzati. Un fatto che, se fosse stata collassata la linea logistica per un qualche motivo, avrebbe causato degli effetti bizzarri e potenzialmente drammatici, come il dover scegliere se ritirarsi lasciando dietro i carri oppure i Bradley, dopo averli 'ripuliti' del gasolio rimastogli, portando i fanti sopra i carri come nelle guerre passate.

Per il futuro, l'US Army avrebbe poi deciso molte cose importanti. Per esempio, l'aggiornamento degli M1 allo standard A2, di cui solo 62 esemplari nuovi erano in acquisizione (contro gli oltre 460 sauditi e 236 kuwaitiani), più 10 prototipi e 5 di preserie. A questo standard, costituito da migliorie in generale e in particolare da un FLIR per il capocarro (quindi l'M1 saltava la generazione intermedia come quella dei periscopi ottici+IL dei Leclerc e Ariete). Così dei 2.374 M1, 894 M1IPM-1 e 4.802 M1A1, destinati rapidamente a restare gli unici dell'Us Army (radiando gli ultimi M48 e migliaia di M60, per un totale di circa la metà dei 15.000 carri americani), si decise di aggiornare circa 1.000 esemplari al nuovo standard, curiosamente coinvolgendo anche i più vecchi M1 (736, oltre a 206 M1A1) con uno stanziamento di ben 757 mln di dollari per i soli carri con il 120 mm, e ben 2,6 per quelli con il 105 mm (dunque parliamo di oltre 3,5 mln per carro, un valore impressionante per aggiornare un carro, se si considera che è dello stesso ordine di grandezza di un mezzo nuovo o dell'aggiornamento avionico di un caccia multiruolo). In tutto erano previsti 1.004 carri contro ben 3.388 inizialmente pianificati, da inviare alle unità di pronto intervento come la 24th ID, 1st ACD, il 2rd ACR. Nondimeno, il problema dell'autonomia restava, anche se l'APU poteva migliorarla del 20%. Il Kuwait era intenzionato ad ottenere a tal scopo il motore MTU-833 del Leopard 2. Tra i miglioramenti, le pompe di trasferimento di durata tripla e azionate dopo appena un quarto del carburante consumato, e non dopo il 90%. Molto sentiti anche i programmi per le radio, i GPS e un sistema, per quanto rudimentale, di tipo IFF, risolto in parte con speciali superfici 'evidenti' all'osservazione IR. I Bradley erano interessati da programmi per molti versi analoghi, tra cui possibilmente un visore termico per il pilota e il telemetro laser e migliorie al cambio per rendere il mezzo più veloce e reattivo. Per il futuro, oltre l'anno 2000, era rimandato il programma ASM (Armoured Modernization System), che doveva dare origine a semoventi, corazzati per fanteria e carri su scafo comune. Una chimera che poi non si sarebbe nemmeno definita, tant'é che gli M1 sono a tutt'oggi i soli carri dell'US Army e USMC. Anzi, nel frattempo sono falliti anche il semovente Crusader e i vari programmi AGS per semoventi d'appoggio truppe di vario genere.

Quello che non si sapeva bene all'epoca era che l'US Army aveva anche sperimentato le corazze elettroniche, ovvero sistemi di difesa antimissili. Queste si concretizzarono nel dispiegamento di almeno un sistema, ma su pochi M2, chiamato Stingray, un sistema laser di esplorazione del terreno, capace con i suoi ritorni di 'vedere' le ottiche di un qualche strumento d'osservazione. E potenzialmente, anche di accecarlo, se avesse avuto sufficiente potenza d'emissione.


Protagonisti della guerra erano anche gli E-8 JSTAR, due prototipi mandati in azione come 'AWACS di terra'. Essi erano in modalità prototipica, con una dotazione di sistemi ridotta, ma anche così lavorarono bene, consentendo di localizzare i mezzi iracheni di terra e passare le informazioni ad altre piattaforme. Il progresso era molto notevole. Questi aerei, con sistemi radar della Norden, ad antenna fissa con scansione laterale, erano su base Boeing 707, come gli E-3. Gli aerei radar possono sembrare quasi banali dopo tutti gli anni che erano stati impiegati come mezzi da scoperta aerea. I primi 23 E-3 Sentry, per quanto erano molto moderni per gli anni '70 (entrarono in servizio nel 1976), avevano un computer centrale ad alta capacità IBM 4Pi-Cc-1, che aveva una velocità di oltre 740.000 operazioni al secondo, memoria principale di 131.072 parole, e capacità della memoria di massa di 802.816 parole, servendo in tutto 17 postazioni di operatori radar e consentendo di localizzare obiettivi multipli anche a bassa quota e ad oltre 400 km di distanza. Ma nel 1991, i due prototipi di E-8 avevano 4 computer l'uno capaci di 600 milioni di operazioni al secondo, per un totale combinato di 2,4 miliardi. Era un progresso strepitoso, ma necessario per il compito di analizzare i segnali di terra e formare immagini ad alta definizione, capaci di scoprire oggetti di ogni sorta in ogni condizione meteo e di visibilità. Gli operatori erano 10, ma gli esemplari di serie avrebbero avuto 18 operatori per altrettante consolle. I computer erano una parte del sistema; un'altra era il software. Per un E-2C, non è chiaro di che block, il programma arrivava già a 130.000 righe; per l'E-3 a 200.000; per l'E-8 a ben 650.000. Inoltre, i dati così elaborati sarebbero stati inutili senza un sistema di comunicazione adatto, il che era fornito dal nuovo datalink per il JTIDS, anche se all'epoca non erano molte le piattaforme che potevano riceverne i dati. Degli E-8 era previsto un terzo prototipo, mentre quelli di serie passavano da 21 a 20, in servizio dal 1994. Come gli AWACS, anche questi velivoli sarebbero stati dei veri moltiplicatori di forze, particolarmente versati per supportare le battaglie a terra o l'attacco di forze mobili da parte dei reparti aerei. La disfatta delle sventurate forze corazzate irakene è stata anche merito loro[3].


Tornado in azione[4][modifica]

I Tornado sono diventati protagonisti di Desert Storm, anche se hanno finito per fare più notizia per le perdite subite, che per i risultati (notevoli e grossomodo comparabili allo sforzo) ottenuti.

La RAF, AMI e RAAF li hanno mobilitati, con la prima che faceva la parte del leone. La padrona di casa, la RSAF, ha mobilitato il No.7 sqn con ben 31 aerei sulla King Abdul Aziz di Ryad. Altri 24 aerei avevano il No.29 Sqn con i Tornado F3, di cui 8 destinati a al No.34 Sqn.

La RAF ne ha utilizzati 66 provenienti, assieme al personale, da 19 squadroni: 42 GR Mk.1 dei No. 15, 16, 20 (RAF Germany, Laarbruch); 4, 14, 17 e 31 (Bruggen), 27 e 617 di Marham; più 6 Mk.1A ricognitori dei No.2 (Laarbruch) e 13 di Honington. Più 18 F Mk.3 dei No.5, 29, 229 (Coningsby), 11, 23, 25 Leeming, 43 e 111 di Leuchars.

A confronto, sembrava modesto il totale dell'AMI: 10 (a parte i rimpiazzi) dei gruppi 154, 155, 156, fromando il distaccamento Locusta. I Britannici sono andati a Tabuk (18 GR.1), Dharhan (12 GR.1, 18 F.3 e 6 GR.1A), Muharraq (Baherin, 12 GR.1). Gli italiani sono andati ad Al Dhafra (Abu Dhabi).


La mobilitazione iniziò con l'intenzione dei britannici il 23 agosto 1990 e già il 27 c'erano 12 aerei a Muharraq, armati di JP-233 e con le pale del primo stadio dei motori Mk.104 anziché Mk.103 per resistere meglio alla sabbia, di tipo monocristallino e più resistente alla corrosione e alla vetrificazione degli strati della sabbia; radio HQ 2, GPS, IFF Mk.XII americano, predisposizioni di missili AIM-9M e serbatoi da 2.200 l. Il meglio possibile, insomma, inclusi occhiali NVG e nel caso degli aerei del No.20 i missili ALARM. gli F.3 hanno avuto due ALE-40, Sky Flash 90 Super Temp, AIM-9M, RWR Hermes. In parte a questo livello erano aggiornati i sauditi con tanto di radio Have Quick 2 e motori Mk. 104.

I Tornado italiani hanno ottenuto poco oltre alla mimetizzazione desertica e un aggiornamento delle ECM ELT-553 Mk 2. Venne annunciata l'Operazione Locusta il 14 settembre 1990 con la mobilitazione totale di 12 Tornado con quelli del 50° Stormo che hanno servito come riserve. Il trasferimento avvenne il 25 settembre con l'appoggio dei VC-10 RAF. Già il 6 ottobre erano operativi, anche se gli aerei, inizialmente 8, sono stati sostituiti da altri due a novembre. In tutto saranno 19 i Tornado italiani mobilitati. Inizialmente c'erano anche i missili Kormoran per attacco antinave, ma poi di fatto sono state usate le bombe. Tra queste 600 Mk 83, alcuni dei 28-30 pod di rifornimento Sgt. Fletcher e l'uso con le aerocisterne KC-135. I Tornado sono entrati in azione dal 18 gennaio, con 8 aerei in missione, ma solo uno riuscì a rifornirsi in volo durante quella notte e a proseguire la missione (che comunque riguardava il Kuwait, meno di 1.000 km di distanza dalla base, contro 1.400 km dichiarati), ma Al 27 febbraio vennero compiute 32 missioni svolgendo totalmente 226 voli di cui circa 120 di guerra e tirando 565 bombe, non è chiaro però se si siano sempre avvalsi di 5 Mk 83 oppure verso la fine della guerra abbiano anche usato ordigni a grappolo BL755, come da qualche intervista si lasciava intendere. L’aereo di Bellini e Cocciolone è stato l’unico a raggiungere l’obiettivo in quella prima missione del 18, e venne prontamente abbattuto, dando una percentuale di perdite temporanea piuttosto imbarazzante, del 100%. In seguito vi furono altri aerei danneggiati, ma nessun altro abbattuto dopo questo infelice esordio, aggravato dalle apparizioni in TV di Cocciolone con la faccia un po’ pesta, esposto e intervistato come prigioniero di guerra. I Sauditi hanno operato con i loro Tornado dalla sgargiante mimetica a toni di marrone scuro e giallo sabbia, specie contro gli aeroporti e poi alla caccia contro gli Scud. Anche loro hanno perso un aereo. Di essi un pilota dell’USAF inviato come scorta ebbe a dire: scaricavano le bombe sulle piste con la precisione di uno che le facesse rotolare dal pianale di un camion.

Ma nessuno lavorò più duramente della RAF, a cui si rimanda in un’altra parte del testo. L'uso di armi laser era all’epoca ben poco diffuso nei reparti Tornado, nati soprattutto per lo strike nucleare e anche antinave; l’unica forza ad avere arnesi di questo tipo (l’AMI aveva comprato poche Paveway II all’epoca, ma non pare fossero in servizio) era la RAF, ma con l’illuminazione affidata ai 12 Buccaneer e ai loro Pave Spike (AVQ-23E) arrivati in un secondo tempo, quando si trattò di distruggere hangar e shelter corazzati. Poi arrivò il TIALD (Thermal Immagine Airborne Laser Designator), per sei GR.1 di Tabuk. Nel primo dei due casi i Tornado usavano 3 bombe LGB da 549 kg su base delle armi britanniche da 454 kg con i Buccaneer accompagnatori con il pod e altre 4 bombe convenzionali. Questo cominciò il 2 febbraio. Il sistema TIALD forse iniziò l’attività solo dopo di allora. L’ALARM ha visto 120 lanci, in genere 2-3 missili per aereo (9 come max teorico!), con validi risultati. Buoni i risultati dei ricognitori, ma senza eccellere con il loro sistema tutto digitale. Un Tornado ha distrutto un MiG-21 bombardandolo al momento del decollo, mentre gli F.3, usati solo nelle retrovie, hanno visto una sola vettorazione contro un bersaglio che non sono riusciti a raggiungere.

Il solo No.31 Composite Squadron di Dharhan,base abbastanza vicina da non richiedere rifornimenti in volo (circa 500 km), ha visto 180 missioni con 562 voli e 1.717 ore e 45 minuti; di queste 280 ore e 5 minuti per i ricognitori in 123 voli di 92 missioni. In tutto sono stati usati 14 distributori JP 233, 1.333 bombe da 454 kg di cui 288 a guida laser, e anche 185 colpi da 27 mm. La fase dell’attacco a bassa quota è stata prima possibile abbandonata per gli attacchi a media quota, appena gli americani sono riusciti a diradare abbastanza le difese di caccia e SAM a lungo raggio irakeni. Dopotutto un modesto ZSU aveva abbattuto il Tornado di Bellini e Coccio lone; l’uso di ECM ha visto i pod Sky Shadow, ma anche 310 flare e soprattutto, ben 21.330 rotoli di chaff. Tutta questa indiavolata attività è stata svolta da appena 12 GR 1 e 6 Gr 1 A. I Buccaneer presenti del No. 12 e 208 sqn hanno fatto 12 missioni attaccando 39 obiettivi con la guida di 121 bombe laser ai Tornado e usandone di loro altre 48 con propria autoguida, come gli F-111, F-15E, A-6E erano capaci di fare. I Tornado del No.20 di Tabuk hanno volato altre 650 missioni con 545 di queste giunte sul bersaglio, usando altri 32 JP-233, 123 Alarm, armi appena entrate in servizio; 1.451 bombe normali e 360 a guida laser. In tutto si sono registrati 6 Tornado persi in combattimento e almeno uno in un incidente di volo per un totale di 7-8 macchine. La somma di tutti i Tornado britannici ha visto, assieme peraltro ai Buccaneer, l’uso di 3.192 bombe. Non si sa dati riguardo ai Sauditi, che avevano anch’essi le JP-233. I Tornado italiani hanno condotto il 18,3% delle missioni, spesso con durate di circa 4-5 ore e 3 rifornimenti in volo, sganciando il 17,7% del totale delle armi. L’AMI è stata penalizzata dalla maggiore distanza, per cui spesso i Tornado erano riforniti da altri Tornado in volo; ma non avendo missili o bombe guidate quando arrivavano potevano far parziale rimedio quanto a numeri, dato che avevano normalmente 5 bombe contro 3 LGB di molti voli dei britannici, né dovevano preoccuparsi delle spezzoniere. Queste hanno causato gravi danni agli aeroporti irakeni, ma sono anche state molto criticate. Gli Italiani non hanno portato nel golfo le loro MW-1, ancora più grosse: pare che queste non consentano di fatto l’uso anche dei serbatoi ausiliari (anche se in termini di peso il Tornado dovrebbe poter ospitarle) e quindi il loro uso, già criticabile per le limitazioni che pongono, è stato annullato. In compenso i piloti italiani hanno avuto per la trasferta (che ha coinvolto in totale 26 equipaggi) le paghe più alte tra quelli della Coalizione. Ovviamente erano i migliori che c’erano, magari reduci dalle Red Flag, ma all’epoca solo una parte dei piloti dei Tornado erano davvero capaci di operare in situazioni tanto complesse e 10 Tornado, poco equipaggiati per la guerra moderna (praticamente giusto con bombe tecnologicamente degli anni ’50-60) è stato tutto quello che si poteva schierare per l’evenienza.

Per una descrizione più in dettaglio delle azioni inglesi si rimanda aLe guerre britanniche: gli anni ruggenti


I sistemi EW alla prova[5][modifica]

Tralasciamo la descrizione dei potenti EA-6B ed EF-111, anche se ne varrebbe la pena, e delle ECM europee, sulle quali al solito si hanno ben poche fonti in merito. Iniziamo piuttosto a parlare dei 'pod', i sistemi trasportabili esternamente da aerei tattici, focalizzandoci su quelli americani, che sono molto diffusi e quindi d'importanza globale, specie tra utenti di aerei come Phantom ed F-16. E quindi, in buona sostanza, si parlerà dell'aviazione, dato che la Marina ha sempre premuto per avere apparati ECM interni, che non 'rubassero' preziosi piloni d'attacco per altri carichi.

La capacità dell'USAF nel settore della guerra elettronica è stata certamente fondamentale nel Golfo, ma non così equipaggiata come si potrebbe credere; a parte gli F-117 stealth, che non ne avevano realmente bisogno, i pod disponibili per le macchine prive di ECM interne (F-16, F-4, A-10) erano tutto sommato pochi: 260 ALQ-131(V)-2 erano i più importanti, 130 ALQ-131(V)1 meno moderni e flessibili, 250 ALQ-119 decisamente più anziani (dei tempi del Vietnam), gli ALQ-184 (che sono i -119 ammodernati ma disponibili solo per gli F-4G dei 561 e 23rd TFS), e addirittura 50 vecchi ALQ-101. È ben vero che questi pod erano tutto sommato facili da aggiornare, e che Saddam non aveva armi molto più moderne dell'era vietnamita, ma anche così, non era una situazione entusiasmante visto che gran parte dei pod disponibili, specie i più moderni, erano senz'altro stati mandati nel Golfo, e malgrado tutto, non bastavano per assicurare la copertura ad ogni aereo USAF. Peraltro, seppure in misura meno marcata che con la Marina, anche l'aviazione aveva aerei con ECM attive interne: gli F-15, F-111 e B-52 per certo. C'erano poi i lanciatori di chaff e flare, molto diffusi a tutti i livelli; e soprattutto, gli EF-111A, capaci di 'coprire' intere formazioni d'attacco. Anche così, la situazione dei 'pod' dell'USAF non era certo ottimale, specie considerando che quelli più moderni non erano che una parte del totale. Se Saddam avesse avuto alcune batterie di SA-10/11/12, le cose sarebbero andate diversamente, e l'URSS, per l'appunto, ne aveva a centinaia. Ma con i vecchi SA-2, 3 e 6 le cose furono ancora 'gestibili'. Questo anche per via della minaccia mortale dei missili HARM.

Ad ogni modo, l'USAF disse che gli Irakeni avevano usato i loro SAM soprattutto come azioni di sbarramento, come avvenne talvolta anche in Vietnam, con pochi lanci guidati, tra cui appena il 15% contro aerei dell'USAF e nessuno contro quelli dell'USN. Ma queste cifre erano troppo ottimistiche. Intanto perché si sapeva che un F-14 Plus venne colpito da un'esplosione ravvicinata di un SA-2 e abbattuto, e poi un F-18 del VFA-81 colpito da un SA-6, o forse, da un MiG-25. Tra le perdite USAF causa missili guidati, anche l'EF-111A del 42nd TFS e almeno un F-15E dei due perduti. I sistemi di guida non erano solo radar, c'erano anche quelli radio (come misura alternativa per SA-2 e 3), mentre abbondavano i missili IR, che tra l'altro abbatterono un AC-130H il 31 gennaio 1991 (con la morte di circa 15 persone a bordo), un OV-10A dei Marines il 25 gennaio, un F-16C del 10th TFS il 27 febbraio. In seguito a questa lista vanno aggiunti altri casi avvenuti per certo, come la missione dei 'Lucky Devils' con 16 F-16 su Baghdad: due F-16 vennero colpiti fatalmente (anche se non vennero istantaneamente distrutti) da un SA-2 e un SA-3, mentre un altro venne letteralmente 'graziato' da un SA-6 che gli sfiorò l'ala, ma senza esplodere.

Dopo la guerra, in preparazione dell'ennesima battaglia 'per la libertà', si studiavano nuove tecnologie. Ai MAWS sempre più sofisticati (Missile Approach Warning System, ovvero capace di allertare dell'arrivo di missili che non emettono segnali radar, apparati come questi vennero implementati a suo tempo quantomeno sugli F-111), come i 540 Loral AAR-47 in pod esterni fin'allora prodotti, e nondimeno, ancora in fase di sperimentazione; e l'abbinazione con un altro prodotto Loral, l'ALQ-199 con sistema radar di localizzazione dei missili in avvicinamento. I sistemi stealth aiutano: gli F-117 non subirono perdite in 1.200 missioni, operando fin sulle zone più pericolose e dai primi giorni, con il 37th TFW, e il B-2 avrebbe avuto, pare, solo un apparato APR-50 di ricezione radar passivo, e non il mostruoso sistema ECM ALQ-161 del B-1, che pure è una macchina parzialmente stealth e per giunta, capace di puntate supersoniche. Erano anche in corso programmi per 'esche elettroniche', come i TALD, usati dalla Marina. I decoy erano tra i sistemi che l'USAF intendeva sviluppare ulteriormente, ma l'ALQ-165 (ovvero l'ASPJ) di ultima generazione, adottato dalla Marina, non lo era dall'USAF causa i costi del suo lungo sviluppo e il gran numero di aerei che l'avrebbe dovuto avere (in sistemazione interna).

La Terza guerra del Golfo: Iraqi Freedom[modifica]

La lotta al 'Terrore' ha portato presto gli americani ad interessarsi ancora all'Irak, il cui rais Hussein non aveva abbassato i 'toni' durante l'interregno di Clinton e nemmeno in tempi recenti. Gheddafi aveva fatto proprio questo, per evitare guai peggiori. Difficile capire come si sia arrivati all'idea che il mondo dovesse temere le WMD irakene 'servite in 45 minuti' secondo Tony Blair (salvo poi gli ovvi distinguo nel dopoguerra), mentre Hans Blix, il responsabile dell'UNO, diceva non esistere, dando all'Amministrazione Bush il destro per discreditare ulteriormente l'ONU. Sta di fatto che la 'Coalition of the Willings' non ha conosciuto tentennamenti nell'avanzare verso la guerra, nemmeno dopo che milioni (si disse 110) di cittadini manifestarono il 15 febbraio 2003 contro una guerra all'orizzonte che si avvicinava inesorabilmente e in fretta. Blair fu nell'occasione diplomatico, Bush invece non aveva praticamente oppositori interni e si sentì anche di precisare che non aveva paura delle parole del Papa (Wojtila) che all'epoca si dichiarava fermamente contro la guerra incombente.

Nulla valse, insomma. Nemmeno quanto accadde nel dopoguerra: gli USA sguinzagliarono 1.300 esperti in Irak per cercare le WMD, ma non le trovarono da nessuna parte. Piuttosto che scatenarsi uno scandalo epocale per avere trascinato il mondo in una nuova guerra, Bush si accontentò di dire 'comunque il mondo è più sicuro senza Saddam': tutto è bene.. Che poi la fine non fosse affatto la 'Mission accomplished' del 1 maggio 2003, mostrata a Bush che si improvvisò aviatore navale, e che al 2009 ha causato un numero di morti che forse supera ampiamente il mezzo milione (i soli civili uccisi tra guerra e soprattutto, dopoguerra, sono oltre 100.000, ma non si conta l'aumento di mortalità medio della popolazione nel dopoguerra, con l'inquinamento, la mancanza di beni, cibo, servizi ecc) allora non si voleva capirlo. I soldati americani, inizialmente morti in 'soli' 150, aumentarono presto entro il migliaio entro il 2003 e attualmente superano i 4.000, più un numero imprecisabile di feriti e malati (la 'Sindrome del Golfo'). Così è finita quella che è vista da molti, e non senza argomenti, come una sorta di faida tra le famiglie Hussein e Bush.

La guerra la vollero fortemente i 'Falchi' dell'Amministrazione Bush, trascinandosi appresso anche le 'Colombe' come Colin Powell. Questi, appena un anno prima, diceva che l'Irak non era più in grado nemmeno di difendere se stesso. I piani preparati dal gen Franks vertevano su di una forza di combattimento terrestre robusta.

Ma dopo una ventina di revisioni, alla fine l'attacco somigliò più alle idee di Rumsfield, quello della 'guerra leggera, digitale e networkcentrica', nonché 'vecchio amico' dello stesso Saddam Hussein.

Lo spiegamento vide in ogni caso una forza da combattimento enorme. Il CENTCOM di Tampa, Florida, dirigeva le operazioni nel settore africano, asiatico e mediorientale. In tutto si parlava all'epoca (con le dovute cautele) di 225.000 persone, salite a fine marzo ad oltre 300.000., più 1.100 aerei, aumentati a 1.600, tra 800 e 900 carri M1, più di 400 M2 e M3 Bradley, più mezzi corazzati LAV, LVTP-7, artiglierie semoventi ecc. Molto presenti anche le batterie lanciamissili Patriot.

Le forze di terra, sotto il controllo dell'ARCENT (Army Central) era sotto il CENTCOM e comandava a sua volta la 3a Armata sui corpi d'armata 3, 5 e 8°.

Questi tre C. d'A. comprendevano 70-80.000 uomini che avevano inquadramento con la 4a Divisione Meccanizzata (a Nord, operante dalla Turchia), la 1a Divisione cavalleria.

Poi c'era il 5° Corpo Europeo con la 1a Divisione corazzata (con la sua 3a Brigata), 1a Divisione Meccanizzaa, 3a Divisione Meccanizzata e pare della 24a della Guardia Nazionale. Vi è anche la 7a Divisione della NG, la 101a aviotrasportata, la 1a Divisione corazzata britannica, parte della 1a Divisione corazzata americana, elementi della 1a Divisione meccanizzata, della 1a Divisione di Cavalleria dell'Aria e della 10a da montagna, nonché unità minori come la 173a brigata, decollata direttamente dall'Italia (Vicenza); una brigata della 82a divisione aviotrasportata e altri ancora.

Infine c'era la I MEF dei Marines ed elementi della II MEF. Sono unità enormi, di cui la prima era basata sulla 1a Divisione marines, più le 24 e 25ima MEU. In tutto sono stati rinforzati con circa 200 carri per mantenere alta la loro capacità di combattimento anche lontano da terra. La 4a divisione meccanizzata era destinata ad affrontare il grosso dei combattimenti, ma dalla Turchia è stata spostata nello schieramento Sud e ha mancato molta parte dei combattimenti più accesi.

I Britannici, stavolta senza più i compari Francesi come nel 1991, era forte di 26.000 uomini con la 7a brigata corazzata, che tra l'altro ha oltre 120 Challenger 2, oltre 90 Warrior, 32 AS-90 e vari blindati leggeri Scimitar e FV 432; poi c'era la 16a Brigata da Assalto aereo e la 102a logistica.

Inoltre, gli americani hanno schierato molte batterie Patriot in Arabia, Turchia, Israele, Kuwait, Giordania, anche con l'aiuto di Tedeschi (ufficialmente fuori della coalizione) e degli Olandesi.

Quanto alle forze aeree erano presenti oltre 500 aerei USAF nelle Air Expeditionary Forces 7, 8, 9 e 10, ovvero quasi la metà delle 10 totali, unità già veterane delle operazioni sull'Irak. Gli Air Expeditioray Wing o AEW erano i 40, 320, 332, 355, 363, 379, 380, 401, 409, 457.

In tutto c'erano oltre 60 F-15C ed E, oltre 100 F-16, oltre 12 F-117, oltre 20 A-10, oltre 25 B-52, oltre 15 B-1 e B-2, più mezzi come i KC-10, KC-135, Predator, HH-60, HH-53, E-8 JSTARS, E-3, EA-6B interforze, AC-130.

Quanto alle basi c'erano Ali Al Salem e Al Jaer in Kuwait, Masirha, Seeb, Thumrait in Oman, Al Dhafra negli EAU, Prince Sultan in Arabia, Incirlik in Turchia, e poi ancora Diego Garcia, Fairford (UK), Quatar, Bulgaria, Romania.

I Britannici avevano invece portato oltre 100 aerei di cui parecchi erano i Tornado GR4, F3, Harrier, Nimrod MR 2, Tristar, VC10K, E-3D, Puma, Sea King, Gazelle, Chinook, EH-101 e C-17. Questi mezzi erano in Kuwait, Turchia e Arabia.


Questo per le forze aero-terrestri. Ma quelle navali non sono da meno. Gli USA hanno mandato in azione 5 CVBG di cui 2 in Mediterraneo e tre nel Golfo più uno in preparazione per il cambio, è quello basato sulla USS Nimitz. VI erano già disponibili la Roosvelt, Truman (Mediterraneo), Kitty Hawk, Lincoln, Constellation (Golfo). C'erano anche due gruppi anfibi nel Golfo e da una delle portaelicotteri 'Wasp' venivano operati gli AV-8 Harrier. Per il resto c'erano 11 sottomarini, 9 'Ticonderoga', 9 'Burke', 5 'Spruance' e 7 'Perry', più le navi rifornitrici, cacciamine (4) e altro ancora, tra cui 8 pattugliatori della US Coast Guard e altri 4 della Marina. Ogni CVBG aveva circa 70 aerei di cui 10 F-14, 36 F-18 e velivoli di supporto vari più oltre 400 pozzi di lancio di cui molti per i BGM-109 Tomawhak, presenti anche su 8 degli SSN 'Los Angeles'.

I Britannici avevano invece molto meno: la HMS Ark Royal, la Ocean, 3 caccia Type 42, 2 Type 23, una Type 22, sei cacciamine e otto navi ausiliarie; infine due SSN armabili anche con i missili 'Cruise', l'USS Splendid e Turbolent.


Non mancavano piccoli contingenti di rinforzo. Gli Australiani avevano il 5° rgt dell'aviazione dell'esercito con i CH-47, più unità commando, con uno squadrone SAS e 4 RAR. La RAAF aveva uno squadrone su F-18 (14), più 3 trasporti C-130 e due P-3C. La RAAF aveva 600 uomini, la RAN altri 1.000 con la nave anfibia Kanibla e le fregate Anzac e Darwin e vari commandos.

I Danesi avevano una squadra navale con tanto di sottomarino.

Non solo, i Cechi-Slovacchi aveano un reparto misto, i Tedeschi due unità NBC, Polacchi (200), Olandesi, gli ultimi due contingenti aggregati ai fanti aviotrasportati e ai marines britannici. V'erano anche circa 30 Canadesi. Gli Spagnoli avevano mandato la LPD Galicia, un rifornitore e una fregata.

In tutto le forze disponibili erano queste:

  • Comando della Third United States Army: 4th psy Operations Group; 800th MP brigate; 3rd Personnel Command; 11th Signal Brigade; 335th Theater Signal Command; 416th Engeneer Command; 377th Theater Support Command; 43rd Area Support Group.
  • Elementi comando V Corps: 69th AD Artillery Brigate (in Israele); TF 11th Aviation; 205th Military Intelligence Brigate; 18th MP Brigade, 22nd Signaal Brigade; 1st Corps Support Command; XVIII Airborne Corps Artillery; 18th aviation brigade; 18th Soldier support Group; 358th Civil Affairs Brigade; 2ns Brigade Combat Team; 173rd Airborne Brigate
  • 1st AD: 3rd Brigade Combat Team
  • 10th Mountain Division, con un btg
  • 3rd ID: 1, 2, 3rd Brigade, Aviation Br, Eng Br, DSC, 24th CSG
  • Elementi 24th NG division
  • 101st Airborne: 1, 2, 3rd, 101st Aviation br, 159th Aviation br, div artillery, DSC
  • 4th IF: 1,2,3, 4th Brigade
  • 1st Cavalry Division
  • TF 'Iron Horse': 13th CSC, 21 TSC
  • elementi 1st IF
  • I MEF: 15, 24th MEU, 1, 5, 7 Marine Regiment; 2nd MEB, supporti
  • 3 MEF con un regt


British Army: 1 UK AD con la 7th armoured br, 16h, assault br, 102nd logistici, 12th eng br



Forze aeree:


F/A-18: 75th RAAF sqn; elementi 36 e 37 th Sqn RAAF su C-130, 92nd Wing RAAF su P-3C;


190th FIS su A-10, 157th su F-16, 15th su RQ-1, 57, 58, 66th su HH-60; 20th Special Ops su MH-53M e HM-5 su MH-53; VP-1 su EP-3E; No.216 Sqn RAF su Tristar; Marine Attack Sqn 251 e 462 su F/A-18 C e D rispettivamente; 22nd e 100th ARW su KC-135, 9th Recon Wing su U-2S, 193rd Spec Op Wing su EC-130E; 116th ACW su JSTARS; 133 e 139th Airlift Wing.


1st Fighter Wing: 71 e 33 sqn su F-15, 23 su F-16, 75 e 81st con A-10

457th A.E.G. 23rd BS su B-52

401st ARW: 351st ARS su KC-125

319th A.R. Wing su KC-135

409th ARG con KC-10

39th Air and Space Expeditionary Wing (Incirlik): 4, 55, 77, 78, 79, 107, 112, 113, 124, 125, 175 th FS su F-16 (55 su CJ); 94th FS su F-15C; 129th RS su MC-130 e HH-60G; 711th Spec Ops Sqn su C-130; 191, 126, 900, 901 sqn AR su KC-135; 970th ACS su E-3A; VAQ-134 e 209 su EA-6B elementi No.6, 41, 54 sqn su Jaguar e 10 su VC-10K

363rd ARW (Prince Sultan): 67 e 390th su F-15; 14, 457, 524th su F-16C (14 sui CJ); 363 sqn su E-3; sqn su E-8; 38th Rec su RC-135; VAQ-142 su EA-6B; Elementi Sqn 11, 25, 43, 111 su Tornado F3, 92rd Sqn su KC-135

40th ARW: elementi del 509th su B-2, 40th e 20th BS su B-52

462nd ARG su KC-135

386th ARG, Ali Al Salem: 118th FS, 41st ECS su EC-130H, 71st RS su HC-130P; elementi No. 9, 12, 13, 14, 31, 617 sqn su Tornado GR4, unità con RC-12 e RQ-1B

332nd AEG, Al Jaber: 172nd FS su A-10, FS su F-15C, FS su F-15E, 22nd FS su F-16, 189th su C-130, 552nd ACW su E-3


320th ARW: 1 FS, 778 e 189th su C-130

405th AEW, Thumrait: 405th BS su B-1B; elementi del 28, 34, 37th su B-1B; unità su E-3, KC-13R, C-130; No.201 e 206 sqn su Nimrod

379th ARW, Al Udeid (Quatar): unità su F-16, 2 su KC-10 (44 e 379), 340, 434, 911 AR su KC-135R, 93rd su E-8, elementi degli squadrons 4 e 336 su F-15, 8 e 49 su F-117.


380th ARW, Al Dhafra: 9th recon su U-2, 11, 15, 112 su RQ-4; 763, 908 su KC-10

3rd MAW su MAG 11 e 13: VMA-211, 311, 214 su AV-8, HMM-268 su CH-46E, VMFA 121, 225, 232, 533 su F-18D e C.


Navi:

SSN 'Los Angeles': SSN-710 Augusta, 719 Providence, 750 N.News, 751 S.Juan, 764 Boise, 765 Montpelier, 769 Toledo, 773 Cheyenne

Constellation CVBG: CVA-64 Constellation, classe Kitty Hawk; 2 'Ticos' (CG-50 Valley Forge e -52 Bunker Hill), 2 'Burke' (DDG-69 Milius e 76 Higgins), un 'Spruance' (DD-992 Fletcher), una 'Perry' (FFG-43 Thatch); AOE-7 Rainier, SSN-771 Columbia ('Los Angeles')


Harry S.Truman CVBG: CVN-75 Truman, classe Nimitz; 1 'Ticos' (CG-56 San Jacinto ), 3 'Burke' (DDG-57 Mitscher, 75 D.Cook, 79 Oscar Austin), 2 'Spruance' (DD-977 e 989 Deyo), una 'Perry' (FFG-53 Hawes); TAO-196 Kanawha, TAE 34 M. Baker


A.Lincoln CVBG: CVN-72 A.Lincoln, classe 'Nimitz'; 2 'Ticos' (CG-53 Mobile Bay e CG-67 Shiloh), 1 'Burke' (DDG-60 P.Hamilton), 2 'Perry' (FFG-57 Reuben e 337 Crommelin); AOE-2 Camden, SSN-718 Honolulu

T.Roosvelt CVBG: CVN-71 T.Roosvelt, classe 'Nimitz'; 2 'Ticos' (CG-68 Anzio e 71 C. St. George), 3 'Burke' (DDG-51 A.Burke, 78 Porter, 81 Churchill), una 'Perry' (FFG-52 Carr); AOE-8 Artic


Kitty Hawk CVBG: CV-63 K.Hawk, classe Kitty Hawk; 2 'Ticos' (CG-62 e 63 Cowpens), 1 'Burke' (DDG-56 J.McCain), 2 'Spruance' (DD-975 O'Brien e 985 Cushing), 2 'Perry' (FFG-51 Vandergrfit e 51 Gary); SSN-698 Columbia ('Los Angeles')

Nassau Amphibious Ready Group: LHA-4 Nassau (classe 'Tarawa'), LPD-4 Austin (Austin), LSD-46 Tortuga (W.Island)

Tarawa Amphisbious Ready Group: LHA-1 Tarawa, LPD-6 Duluth (Austin), LSD-47 Rushmore (W.Island)


'Amp. Task Force-East: LHD-3 Kearsage (Wasp), LHA-2 Saipan (Tarawa), LHD-5 Bataan (Wasp), LPD-15 Ponce (Austin), LSD-37 Portland (Anchorage), LSD-44 Gunston Hall e LSD-48 Ashland (W.Island).


Amp. TF-West: LHD-4 Boxer e LHD-6 B.H.Richard (Wasp), LPD-7 Cleveland e LPD-8 Cubuque ('Austin'), LSD-36, 45, 52 (W.Island)

Mine Counter Measures Division 31: MCM-12 Ardent e -13 Dextrous ('Avenger'), MHC-60 Cardinale e -61 Raven ('Osprey')



Royal Navy: RO-7 ARK Royal (Invincible), L-12 Ocean, D-92 Liverpool, 97 Edinburgh e 98 York (Type 42), F-87 Chatam (Type 22), F-239 Malrbororough e 233 Richmond (Type 23); HMS Grinsby (Hunt), Ledbury, Bangor, Blyth, Sandown (Sandown), HMS Turbolent (Trafalgar) e Splendid (Swiftsure), L-3004 Bedivere (Sir Lancelot)


Fregate RAN: FFH-150 Anzac e FFG-04 Darwin.


Nonostante la forza fosse 'leggera', in pratica vi è stata una concentrazione di fuoco micidiale. E poteva anche andare diversamente, se si fosse voluto approfittare di uno 'spot' segnalato dall'intelligence sula posizione di Saddam prima dell'attacco. Si sapeva dove fosse il capo nemico prima dell'azione, e se si fossero inviati sul posto un paio di F-117 o B-2 si sarebbe potuto fare quello che, forse, si voleva anche nel 1986 contro Gheddafi. Ma per varie e complesse ragioni la cosa non è stata tentata subito e l'occasione andò persa. La successiva azione analoga vide un B-1B armato con 4 JDAM da 1 t GBU-31, ma dopo parecchi giorni e senza successo, anche se in compenso uccise una quindicina di civili visto che era stata fatta in piena capitale.

Gli attacchi sono invece cominciati con i missili. Salve intere di ordigni si abbatterono, in maniera simile a quanto visto a Belgrado. Era uno spettacolo irreale, il frutto della filosofia 'Shock and Awe'. Sui mass-media di tutto il mondo si vedevano enormi palle di fuoco e fumo salire al cielo improvvisamente lungo le vie e i quartieri della capitale, ancora illuminate a giorno, quasi fosse una normale serata di quasi-primavera. In studio dei Tg c'erano esperti, conduttori concitati, dibattiti accesi. Sul Tg4 di un preoccupato Fede si svolgeva un feroce dibattito tra Vittorio Agnoletto e un esperto del settore (Nativi) particolarmente sarcastico, tanto da chiedere protezione dalla reazione dialettica del pacificista. La guerra in quei giorni era combattuta tanto sui campi di battaglia che sulle tv, mentre negli USA c'era meno difficoltà a scegliere i pro o contro: di fatto i mass-media, soprattutto la Fox, hanno fornito una copertura embedded, massivamente filo-governativa e pro-guerra. Nei mesi successivi qualche differenza si notò meglio: la Fox aveva una pagina specifica sui soldati americani caduti: era intitolata 'Fallen Heroes of War on Terror', riguardava solo soldati, solo statunitensi, ma senza alcuna foto. La CNN invece aveva una pagina in cui c'erano tutti i soldati della Coalizione caduti in guerra, non solo americani; per tutti, quando disponibili, c'era una foto, mentre la pagina era sobriamente titolata: Perdite della Coalizione nella guerra in Irak. È chiaro l'effetto 'spin-doctor' della Fox su come fornire la notizia, mentre non sarà stato un caso se i morti non avevano un volto; nei mesi successivi diverrà così comune il ritorno negli USA delle bare con la bandiera, che ad un certo punto sono state vietate. Per i reporter non 'al seguito' dei carri armati il rischio era fortissimo. Uno venne ucciso da un carro armato americano a tutta velocità, che lo investì e uccise alla vigilia della guerra. In seguito i reporter armati di telecamera sono stati spesso abbattuti perché 'sembravano armati di RPG', anche in pieno giorno e a pochi metri di distanza. Anche più drammatico fu l'attacco all'Hotel Palestine, obiettivo arcinoto che tuttavia, all'entrata a Baghdad, venne centrato da una cannonata. Vi furono due morti tra i giornalisti che stavano assistendo all'arrivo degli americani e per fortuna le granate da 120 mm non avevano un tipo puramente HE, ma solo HE-HEAT, meno letale (1,3 kg di esplosivo, quando i cannoni da 115 e 125 mm hanno oltre 3 kg). Per fortuna non venne richiesto anche l'intervento di un A-10, come qualcuno voleva, per porre fine alla minaccia di quei flash che dai tetti sembravano 'armi da fuoco'. Successivamente tutti i testimoni furono concordi che non c'erano combattenti nell'edificio e negli immediati dintorni, smentendo le imbarazzate tesi americane sull'incidente indotto da una minaccia reale (ennesimo episodio smentito nei fatti, come tanti altri in Irak, Afghanistan e Palestina del tutto analoghi).

I reporter embedded furono invece molto utili a trasmettere l'entusiasmo per la vittoria rapida e audace degli americani, e nella descrizione dell'entrata a Baghdad. Inclusa la famosa statua in bronzo di Saddam, costruita pare in Toscana ( il Rais era così passato a far notizia dai contratti per costruire il super cannone a quelli per la sua effige) e tirata già da un Bradley americano tra una folla (apparentemente nutrita, ma in pratica era poca cosa) festante.


Poco dopo iniziarono ferocissimi gli attentati, incluso quello che colpì l'ONU in estate uccidendo de Mello, il suo rappresentante locale. La situazione precipitava rapidamente. L'obitorio di Baghdad, nell'anteguerra impegnato con circa 200 morti al mese, superò anche i 1.000. Poi vi furono gli scandali delle torture, eccidi, violenze varie, tra tutti Abu Graib, le foto sadiche della soldatessa con il detenuto legato al collare, e altri scandali che scossero profondamente l'opinione pubblica e anche gli stessi militari. Nel frattempo, le spese correnti esplodevano e grazie ai contractors e alle compagnie di 'supporto' civili, incluse certe molto vicine a persone dell'Amministrazione Bush (Cheney), gli USA cominciarono a spendere 4 mld di dollari al mese e poi sempre di più. La guerra, apparentemente finita, era in realtà appena cominciata. La storia si ripete, almeno per chi si degna di studiarla, perché quanto successo in Irak è grossomodo la copia di quello che successe nei Balcani dopo la fulminea invasione tedesca del '41, come anche la dissoluzione delle F.A. irakene, capaci di tenere ancora l'ordine nonostante le perdite subite in battaglia, fu un grave errore. Era stato Paul Bremer, il 'viceré' mandato a governare l'Irak nel dopoguerra, ad ordinarlo. Il risultato fu che migliaia di uomini armati di tutto punto tornarono a casa ancora con le armi e cominciarono poi a causare, anziché risolvere, problemi. Giusto come successe dopo l'8 settembre in Italia, con migliaia di armi e di armati che, sparito l'Esercito da un giorno all'altro, continuarono a restare in giro e a combattere. In seguito sono apparse sempre di più le IED, Improvised Explosive Device. Spesso fatte con proiettili d'artiglieria e cariche esplosive, piazzate sotto le strade, erano in genere più potenti delle normali mine e capaci di distruggere talvolta persino i formidabili carri Abrams. Di sicuro erano un mezzo più sicuro per arrecare danni agli americani che affrontarli direttamente in imboscate micidiali.

Gli Hummer, un tempo ammirati gipponi dalle caratteristiche senza pari, erano tra le prede più ambite e nonostante fossero presto equipaggiati con corazze, rimasero vulnerabili alle mine. Gli elicotteri divennero anch'essi una preda molto ambita e molti andarono distrutti, anche le cannoniere AH-64, durante i mesi e gli anni successivi. Solo gli M1 e M2 davano una certa sicurezza. Da queste esperienze, lungi dal rivalutare i corazzati, gli americani e non solo loro, hanno piuttosto imparato a dotarsi di corazzati ruotati abbastanza ben protetti, ma ancora veloci a sufficienza per spostarsi lungo le strade. Gli Striker, nonostante molte critiche e perplessità (specie per l'armamento) si sono comportati molto bene in tale senso. Presto sono apparsi dei nuovi 'gipponi' blindati: l'attuale proliferare di mezzi del genere, tra le 6 e le 30 t, dà un'idea e tra l'altro è una riscoperta dell'origine dei primi mezzi blindati (usare veicoli ruotati a 4 ruote e munirli di carrozzeria corazzata). Gli attuali veicoli, oramai grossi e pesanti come una piccola autoblindo, sono figli di queste nuove esigenze e sembrano sia un sostituto per le blindo leggere, che per gli APC e per i mezzi leggeri (se definire l'Hummer come 'leggero' sia una cosa accettabile). Basti dire che negli anni '80 il primo della serie, il VLB francese, sembrava già un mezzo avveniristico con la sua scocca blindata e un peso di 3,5 t. I mezzi attuali devono difendersi anche dal fuoco di armi di grosso calibro e soprattutto dalle esplosioni delle mine: così sono ancora più costosi e pesanti e hanno perso la capacità anfibia (nel deserto, del resto, non è particolarmente utile).

L'Italia giocò un ruolo a dire poco ambiguo e molto criticato. Anzitutto, pur assicurando che non si sarebbe partecipato direttamente alla guerra, si fornì (nonostante le manifestazioni popolari di protesta) ogni appoggio logistico possibile agli USA. Poi si mandò un ospedale da campo della CRI a Baghdad, operazione costosa e soprattutto di facciata: Baghdad non era Mogadiscio e di ospedali ce n'erano molti. Quel che serviva erano le medicine (vedi 'La Tigre e la neve'), non certo le tende o i medici. Per proteggere il dispiegamento della CRI servivano delle guardie o dei militari. La CRI andò là con 8 Carabinieri per la protezione del personale e del campo. Inutili le proteste della Croce Rossa Internazionale, la filiale italiana era retta da tal Avvocato Scelli (ex-candidato in F.I. nel 2001), dopo il suo commissariamento da parte del Governo, e fece quello che quest'ultimo voleva, nonostante che per regola la C.R. non entra mai in altri Paesi con proprio personale di protezione, perché dev'essere chi comanda localmente che assicura tale copertura: altrimenti la CRI sarebbe accusabile e accusata di costituire un 'cavallo di Troia' per l'ingerenza di governi esteri, anziché un'organizzazione sovranazionale di assistenza umanitaria. In seguito, i modesti aiuti italiani ebbero bisogno di 'ulteriore protezione' (eppure c'erano 150.000 americani e 25.000 britannici in zona) e alla fine il min. Martino, facendo la volontà del premier, organizzò l'Operazione Antica Babilonia. Da una scorta per un inutile ospedale da campo si passò in pochi mesi ad occupare con 3.000 soldati una intera provincia irakena, Nassyria. Proprio il luogo a cui l'ENI era interessata già da anni per i suoi giacimenti petroliferi. All'inizio si vendette la missione come 'di pace' e forse lo pensavano davvero i ragazzi di 'Animal House', la caserma attaccata da un kamikaze nel novembre, con il noto risultante massacro. Seguiranno altri episodi sanguinosi come la battaglia per i ponti di Nassyria: gli americani stavano montando un'operazione militare lì vicino e la folla che occupava i ponti doveva essere sloggiata. Si scatenò una battaglia in cui gli italiani spararono 29.000 colpi e uccisero decine di persone, tra cui una famiglia in una autoambulanza che inizialmente fu definita 'autobomba'. Nel frattempo, nonostante la presenza italiana, tutti gli 850 siti archeologici di Nassyria vennero depredati, così come i 10.000 in Irak. Del resto, quando gli Americani entrarono a Baghdad come prima cosa presidiarono il Ministero del Petrolio, mentre la biblioteca centrale veniva incendiata e il museo saccheggiato senza che a nessuno importasse nulla.

Tornando alle operazioni aeree, gli irakeni reagirono agli attacchi con la loro potente contraerea, che però non ebbe modo di fare che danni modesti. Vari missili a corto raggio, non è chiaro di che tipo (FROG o altri tipi) e armi a corto raggio antinave opportunamente settate, lanciarono diversi attacchi grossomodo in ragione di uno al giorno contro il Kuwait, senza riuscire a fare molti danni ma causando grande nervosismo per la difficoltà di fermare persino tali lanci di armi a corto raggio. Non vi è stato invece alcun lancio di missili verso Israele perché effettivamente gli Scud e Al-Hussein non esistevano più. I missili usati sono stati i Patriot PAC-2+ e i primi missili iperveloci PAC-3, che si sono dimostrati piuttosto efficaci contro i missili balistici, anche se non sempre, inefficaci contro quelli antinave a bassa quota, ma anche troppo micidiali contro gli aerei. Infatti hanno abbattuto un Tornado inglese, pare anche un F-18, mentre un F-16CJ si è salvato solo perché, vistosi agganciato, ha tirato un missile HARM mettendo KO il radar del Patriot. Il personale delle batterie americane non avrebbe dovuto certo temere molto perché l'aviazione nemica sembrava sparita, ma data la rapidità dei missili tendevano comunque a sistemare in 'automatico' i propri sistemi, con tempi di reazione talvolta fin troppo veloci e pericoosi se l'IFF non funzionava bene.

Le forze di terra americane sono presto avanzate, mentre i Britannici andavano verso Bassora. In mare c'era un'apprezzabile forza di navi antimine, retaggio del 1991, ma stavolta gli irakeni non sono riusciti a posare campi minati dato che di fatto non avevano una marina. E nemmeno un'aviazione, perché solo qualche elicottero venne avvistato di oltre 300 velivoli. Mistero sugli altri, trovati poi sepolti sottoterra. Pare che verso la fine del 2002 ebbe luogo un altro colpo di stato e Saddam reagì mettendo a terra l'Aviazione, che ne era protagonista.

Le armi aeree non mancavano dall'altra parte. Anche i Predator armati, uno dei quali distrusse con un Hellfire uno ZSU-23-4. Gli Americani hanno puntato presto, con tutte le loro forze (poche rispetto a quanto avevano gli irakeni), equivalenti a 2 divisioni pesanti e 3,5 leggere, spesso in inferiorità di 3:1. Ad un certo punto una violenta bufera di sabbia oscurò il cielo mettendo a terra gli elicotteri e accecando gran parte dei sistemi americani. Ma in quel momento cruciale gli Irakeni non seppero mettere in campo un'azione contro le teste di ponte americane: se fossero riusciti a colpire più spesso le retrovie e i campi di aviazione sarebbe stato un massacro. Poi gli americani ricominciarono ad avanzare e puntarono soprattutto verso Baghdad, perdendo poco tempo su altri obiettivi minori. Solo quelli importanti erano oggetto di combattimenti: Kerbala, Falluja e altri ancora. Gli Irakeni non sono riusciti nemmeno a bloccare l'avanzata delle truppe con la demolizione dei ponti sui fiumi e l'apertura delle dighe. I Marines non avrebbero avuto troppi problemi a superare i fiumi in piena, ma almeno si sarebbe guadagnato tempo. I campi petroliferi vennero incendiati solo in 5 dei 600 pozzi, per via, pare di una loro pronta presa di possesso da parte delle forze speciali inglesi vicino a Bassora. Ancora più spettacolare la presa di possesso da parte della 173a Brigata aviotrasportata dei 4 aeroporti H-2 e H-3 (tre aeroporti), avvenuto senza alcun contrasto. Alcune divisioni come la 14a di fanteria e la 10a corazzata erano schierate sul confine iraniano e vennero convinte a non partecipare ai combattimenti. Il porto di Umm Qasr, presto riaperto (28 marzo, 8 giorni dopo l'inizio delle offensive) ha consentito ai britannici di impostare al meglio la loro occupazione di Bassora e i suoi 1,5 mln di abitanti.

I combattimenti, non per questo, sono mancati e spesso in maniera feroce. I Britannici distrussero 14 carri irakeni vicino Bassora, ma soprattutto sono stati gli americani che hanno combattuto verso Baghdad. Il supporto di 1.600 velivoli ha prodotto tra le 1.000 e le 2.000 missioni aeree al giorno di cui la metà per l'attacco al suolo e nei primi 20 giorni si è arrivati a 30.000 sortite. Soprattutto, sono state tirate 22.000 armi aria-superficie di cui il 70% guidate, moltissime delle quali erano JDAM, specie nei centri abitati. Nelle prime due settimane, tuttavia, solo il 20% delle missioni è stato volato contro Baghdad. Imponente il lancio di missili TLAM (BGM-109) e CALCM (AGM-86), qualcosa come quasi 750 armi in 20 giorni (ciascuno dei quali dal costo di circa 1 mln di dollari). Le missioni non sono state molto influenzate dalle condimeteo, specie non il puntamento delle JDAM. Gli aerei erano oramai dotati di sistemi di navigazione e attacco sofisticatissimi e hanno retto bene a questi problemi, ma meno bene è andata agli elicotteri coinvolti dalla bufera di vento e sabbia che ha imperversato per alcuni, interminabili giorni verso la fine di marzo.

Le esperienze americane non sono state tutte positive. L'attacco 'modello cavalleria' degli AH-64 è stato funestato dal finire in una vera trappola di armi leggere, che hanno causato diverse perdite e danni per gli elicotteri, costretti a volare in maniera meno prevedibile. I più piccoli AH-1W sono stati più attenti a muoversi e a colpire di continuo, senza mettersi a volare in hovering o a rotta prevedibile tentando di sparare da distanza contro un avversario spesso costituito da poche forze leggere, ben nascoste alla vista. Certo che se si considera lo schieramento di AH-64D, E-8, E-3, E-2, satelliti,UAV, radar multimodale, FLIR ecc si capisce come questi, assieme alle tecnologie informatiche, dessero alla manovra americana una fluidità e una precisione impressionanti. Infine la sorpresa negativa è stata data da alcuni M1 messi KO, non è chiaro da che cosa, talvolta si è detto di fortunati colpi di cannoni SR o RPG, o addirittura di missili AT-14 Kornet.

Durante la lunga e ancora piuttosto attiva fase della guerriglia altre svolte tattiche sono state acclarate. Della minaccia delle mine, e della necessità di avere mezzi veloci e al contempo ben protetti, capaci di muoversi senza consumare un pozzo di carburante e rovinare il manto stradale a livelli inaccettabili (insomma, gli M1 Abrams) è stato detto. Altre cose che si sono viste sempre di più: aerei UAV leggeri, praticamente dati alle unità di fanteria minori per 'vedere cosa c'è' dietro non più la collina, ma magari dentro la finestra; visori notturni ad intensificazione di luce di ultima generazione, ma soprattutto i costosi (ma meno che in passato) sistemi ad immagine termica per la fanteria (in genere come sistemi di puntamento o sorveglianza, più che come sistemi individuali); protezioni individuali sempre più incrementate per reggere proiettili da 7,62 anche ad alta velocità (cecchini con armi tipo Dragunov, per esempio); robot per il disinnesco delle mine e dei 'kamikaze' uccisi; tiratori e snipers, anche armati con fucili ad alta potenza, magari da 12,7 mm di calibro, oramai diventati precisi come e anche più di quelli di minore calibro (dati i controlli di qualità paragonabili adesso a quelli di un'arma normale, non di una mitragliatrice); missili Javelin usati come armi appoggio di fuoco; M16 in formato carabina M4; occasionale uso di armi locali, si sono viste persino delle vecchie ma ancora micidiali PPSh-41; robottini cingolati per il pattugliamento e l'esplorazione, con tanto di tentativi di farne degli snipers.

Bibliografia[modifica]

  • Speciale Guerra nel Golfo, RID 1991
  • Bonsignore, Ezio: Cannoni e corazze: le lezioni del Golfo, RID feb 1992, p.42-50
  • Del Grande, Valerio: Abrams e Bradley nel Golfo, PD apr 1993
  • Naviti, Andrea: Iraqi Freedom: una nuova guerra? RID Maggio 2003
  • Po, Eugenio: Iraqi Freedom: lo schieramento Alleato, RID Maggio 2003
  1. A&D ott 1990
  2. RID Mar 1991
  3. O.M., A&D, nov 1991
  4. Sgarlato, Nico: Tornado nel Golfo, A&D Nov 1991 p. 22-25
  5. Sgarlato, Nico, Aerei mar 1992