Forze armate mondiali dal secondo dopoguerra al XXI secolo/Italia: Marina 1

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search
Copertina
  • Bibliografia completa
  • Armi e tecnologie
  • Guerre e conflitti dal 1945 al XXI secolo
  • I 100 anni dell'aviazione navale[modifica]

    L’Italia iniziò l’era del 'più pesante dell'aria' proprio con la Marina quando l'ufficiale Mario Caldelara, il 12 settembre 1909, ottenne il brevetto di pilota (il N.1) direttamente dai fratelli Wright, durante la loro visita a Brescia. Appena due anni dopo, una variopinta accozzaglia di aerei e dirigibili vennero inviati il Libia per quello che fu il loro primo impiego bellico, nonostante che l’Italia non fosse propriamente all’avanguardia nel settore. Ma la guerra con la Turchia fu un'occasione di mostrare la nuova risorsa della tecnologia, giusto come di lì a poco vennero usati aerei per azioni armate in Messico e in Romania. Nel 1914 vi fu la conversione dell’incrociatore protetto ELBA in rudimentale una porta-idrovolanti, con 3-4 Curtiss Flying Boat. Però nell’immediato non vi furono altri sviluppi, fino a che nel '22 l’Italia chiese alla conferenza di Washington la possibilità di costruire 60.000 t di portaerei. Richiesta accettata, ma per realizzarla saranno necessari 85 anni! Già nel '23 venne completata la nave porta-idrovolanti GIUSEPPE MIRAGLIA. Ma nel marzo di quell’anno venne costituita la Regia Aeronautica e tutto si bloccò. Anche la Francia non fece molti passi avanti, con la costruzione della C.nte TESTE, una grossa porta-idrovolanti dotata persino di squadriglie di idrosiluranti Laté 298, e la portaerei BEARN, piuttosto lenta e insoddisfacente. Solo nei tardi anni '30 verranno impostate due nuove portaerei leggere, mai completate per l’attacco tedesco. In Italia questo passò piuttosto inosservato, nonostante la serrata competizione con i Francesi, dovuta al riconoscimento della ‘parità’ a Washington tra le due nazioni, che causò attriti a non finire piuttosto che una stabilizzazione pacifica, anche per via del fatto che all’epoca era in carica un aggressivo e poco rassicurante regime di destra, quello dell’allora giovane Mussolini. Fu lui che fece la famosa affermazione che l’Italia è una portaerei naturale che si protende nel Mediterraneo. Il che è vero, ma forse non così vero all’epoca dei fatti, con una tecnologia e un addestramento che non consentivano alla Regia Aeronautica di operare bene sul mare come avrebbe dovuto. Proprio quell’aviazione che aveva fatto scalpore con le navigazioni in formazione sopra l’Atlantico, non si dimostrerà adatta a contrastare la Royal Navy a due ore di volo dalle proprie basi (e anche meno, come a Punta Stilo). Così in Italia, come in Germania, l’aviazione di marina venne schiacciata quasi totalmente a pro dell’aeronautica. Anche in Francia, e persino in Gran Bretagna, le cose andarono solo marginalmente meglio e con la guerra alle porte, restava poco tempo per porre rimedio agli errori fatti. Nel ’41, dopo la disfatta di Matapan, si accelerarono molti programmi, specie i due fondamentali che facevano la differenza con la Royal Navy, non meglio armata ma equipaggiata con radar e portaerei, che da allora si cercò di realizzare anche in Italia con la massima sollecitudine.

    I risultati non furono particolarmente positivi. Mentre la Miraglia ebbe una carriera incolore , senza eventi di rilievo; nel contempo si procedette alla trasformazione in portaerei delle due motonavi ROMA e AUGUSTUS, che divennero rispettivamente AQUILA e SPARVIERO. La prima era una nave da 24.000 t, 216 m di lunghezza per 30 di larghezza (al ponte di volo), capace di portare alcune decine di aerei come i Reggiane 2001 navalizzati, e con un potente armamento di cannoni (inclusi quelli da 65 mm) che di fatto non divennero disponibili. L’espediente di trasformare navi passeggeri è più che comprensibile, tecnicamente parlando: la velocità e la capacità di carico sono sufficienti, e abbondante il bordo libero (l'altezza sopra la linea di galleggiamento). Ma una nave passeggeri è pur sempre di costruzione leggera, con standard mercantili. Ovviamente anche la protezione era tutta da costruire: vennero installate controcarene e posizionate protezioni leggere, anche piastre di cemento armato per risparmiare l'acciaio della cintura(i dati sono piuttosto confusi). La nave che ne venne fuori era simile esteticamente alla Ark Royal britannica, ma per l’appunto, era più che altro apparenza data la fragilità complessiva e i rischi enormi dati da colpi a bordo, in mancanza di sufficienti protezioni di depositi e motori. Anche i giapponesi del resto, iniziavano all’epoca a trasformare navi passeggeri in portaerei con discreti risultati, in questo caso per incrementare il numerosi portaerei e compensare le perdite subite. L’AQUILA era pronta al 90% per scafo e motore, 70% per l’allestimento, quando l’8 settembre 1943 arrivò l’Armistizio, almeno 6, forse 12 mesi prima che potesse entrare in servizio. La Sparviero era una nave molto più modesta e a più bassa priorità, e nonostante si trattasse di un progetto meno impegnativo, era in maggior ritardo. Ci si potrebbe chiedere come mai navi più grandi come il REX non siano state modificate, e forse la spiegazione molto semplice era che non si vollero ‘rovinare’ navi dal grande valore commerciale per il dopoguerra. Il Rex andò perduto comunque per un attacco aereo, mentre l’AQUILA fu affondata da incursori subacquei che la colpirono nella notte del 19-20 aprile 1945 prima che venisse usata per bloccare l’ingresso del porto di Genova.

    Questo fu l’epilogo mesto delle portaerei italiane dell’epoca. Nel dopoguerra non vi furono possibilità concrete di ripartire, dato che il Trattato di Parigi del 1947 dichiarò senza mezzi termini che l’Italia aveva perso la guerra (nonostante l’impegno per valorizzare la Resistenza e soprattutto i ‘Cobelligeranti’ del Sud), dandole solo dei termini meno aspri di quelli subiti da Germania e Giappone e non tanto diversamente da quanto accaduto alla Finlandia, per esempio. La Marina non avrebbe potuto avere portaerei (due unità leggere erano messe a disposizione da parte americana per i Francesi e altrettante lo sarebbero state per gli italiani se le cose avessero avuto un altro esito). Furono soprattutto i Britannici che insistettero per ricordare che l’Italia aveva perso la guerra, e del resto era difficile dar torto a loro, che avevano combattuto in Mediterraneo per quasi 5 anni. Così le due corazzate ‘Littorio’ vennero demolite pezzo per pezzo (erano l’altro ‘piatto forte’ che la Marina sperava di salvare) come accadde anche agli scafi delle due portaerei, entro gli anni ’50. Il resto lo fecero le rivalità con l’Aeronautica (tanto per cambiare) che avocava a sé tutti i velivoli militari, inclusi quelli dell’Esercito, che era costretto inizialmente a volare con aerei dipinti di giallo, ufficialmente come mezzi civili. Poi le cose divennero meno rigide, perché c’erano delle difficoltà obiettive che andavano risolte nell’ambito delle singole Forze Armate. Così all’Esercito vennero presto concessi velivoli leggeri, e lo stesso accadde alla Marina, che anzi, nel dopoguerra ebbe anche aerei Helldiver americani, rimasti però in servizio per pochissimo tempo. Gli elicotteri cominciarono ad apparire con i tipi Agusta-Bell AB-47 (c’erano anche dei minuscoli progetti nazionali monoposto, interessanti ma rimasti prototipi), AB-204, AB-212. Le prime navi che ebbero capacità elicotteristiche erano le ‘Alpino’, fregate antisommergibili, ma presto seguirono i due ‘Doria’, incrociatori armati di un lanciamissili Terrier a lungo raggio a prua, una batteria di cannoni a mezzanave e 2-4 elicotteri a poppa. Questi apprestamenti, più che essere l’equivalente di quelli delle portaerei, erano i discendenti degli idrovolanti su corazzate e incrociatori dell’era bellica. In ogni caso, l’idea degli incrociatori portaelicotteri ‘Doria’ era già qualcosa di interessante e, nel suo piccolo (6.500 t) innovativo. Però erano troppo piccoli e allora venne costruito il V.VENETO da oltre 9.000 t e per il resto una copia pantografata dei precedenti, ma con un massimo di 8-9 elicotteri AB212 o un minor numero di SH-3. Detto questo, l’era delle portaerei non era ancora giunta, e cominciò a manifestarsi solo con la legge navale, la 57/1975, che per potenziare la Marina, negli anni ’70 in decadenza netta (nonostante dei settori di ‘eccellenza’ come i nuovi cacciatorpediniere, sottomarini e fregate classe Lupo), stanziò fondi che servirono tra le altre cose, a finanziare extra bilancio della difesa le 8 fregate 'Maestrale', i due caccia 'Audace migliorata' e la nave portaeromobili, definita tuttavia come incrociatore. La GARIBALDI venne autorizzata il 21 novembre 1977 ma il progetto venne completato solo nel febbraio 1980. Era una nave davvero controversa: abbandonato il sistema missilistico a lungo raggio di prua, estendendo il ponte di volo per tutto lo scafo (come nel caso delle ‘Invincible’ britanniche, che però erano più grandi e potevano permettersi anche i missili Sea Dart, peraltro quasi l’unico armamento previsto a bordo), si otteneva una nave che a tutti gli effetti era una portaelicotteri pura, ma armata anche con una batteria di missili antinave, sonar e lanciasiluri ASW e un robusto armamento di difesa ravvicinata. Era insomma una portaelicotteri, ma armata e definita come incrociatore (C 551). Lo Sky-jump di prua, aggiunto durante la progettazione, era però qualcosa che non aveva senso in nessuna delle due categorie. Era chiaro che si volessero anche degli aerei da caccia a bordo, pensando agli Harrier britannici. La nave venne varata il 4 giugno 1983 e consegnata il 30 settembre 1985. C’era stato tutto il tempo di valutare l’importanza dei velivoli di bordo alle Falklands e per questo il ponte di volo venne incurvato verso prua, sia pure in maniera modesta, onde valorizzare meglio la limitata lunghezza (circa180 m) della nave. Alla Dragon Hammer ’90 vi appontarono Harrier americani e spagnoli. Passato il tempo in cui si pensava soprattutto a combattere i sottomarini russi, era giunto il momento di concepire una Marina più offensiva e dopo avere lottato a lungo contro l’Aeronautica, ferocemente critica verso il programma Harrier, la MMI si sdoganò dal giogo imposto dall’Arma Azzurra. E sì che quest’ultima avrebbe avuto una carta pesante da giocare per impedirlo. Gli Atlantic, i 18 pattugliatori marittimi gestiti per conto della Marina. Per qualche ragione difficile da comprendere a fondo, sono stati passati definitivamente (con i relativi costi) alla Marina. L'idea era che se la Marina aveva la volontà di dotarsi di velivoli ad ala fissa, allora non avrebbe avuto senso 'privarla' della costosa gestione diretta degli aerei impiegati dall’Aeronautica per appoggiarla. Forse questo da solo avrebbe affondato letteralmente il programma Harrier, dato l’onere del mantenimento di una flotta di pattugliatori marittimi, e avrebbe liberato al contempo l’Aeronautica da compiti non suoi. Ma per qualche ragione, l’AMI decise di non privarsi degli Atlantic e di lasciare la Marina libera di comprarsi 18 Harrier (esattamente lo stesso numero). Questi all’inizio erano molto meno definiti di quello che può sembrare adesso: si trattò di scegliere tra i veloci Sea Harrier e i più capaci AV-8B, e lo stesso accadde tra i radar 'Blue Vixen' e APG-65 (interessante notare come apparentemente non ci sia stato interesse per il Grifo, che pure è un sistema nato proprio per quegli aerei così piccoli da non potersi permettere grossi radar di bordo). Come le cose siano andate è oramai storia nota, anche se l’APG-65 è stato adattato con un’antenna più piccola e con una certa difficoltà d’integrazione dei sistemi d’arma.

    La consegna dei primi Harrier è avvenuta il 23 agosto 1991, la fine però è avvenuta solo 6 anni dopo. Nel mentre i primi aerei erano già stati urgentemente mandati con il Garibaldi in Somalia. 'Peppino', nomignolo dell’ammiraglia della MM ha tratto indubbiamente beneficio dalla presenza di questi nuovi aerei, normalmente presenti in 6-8 esemplari e un numero simile di SH-3. Per quando i missili AMRAAM, fondamentali per ottenere la difesa aerea della flotta (gli AV-8 sono piuttosto lenti per un'intercettazione 'in caccia'), sono stati integrati, ma non prima del 1999; di lì a poco la nave, che dispone di 200 aviatori ed avieri più 582 d’equipaggio, ha avuto importanti lavori di modifica. Nel 2003 ha aumentato infatti le sue capacità di comando e controllo con nuovi sistemi come il Link 16 di trasferimento dati (1 MB/sec) al posto del vecchio Link 11, sostituito il sonar, spostato il lanciarazzi SCLAR e rimossi i missili OTOMAT, liberando la zona di poppavia. L’imponente sagoma del Garibaldi è stata presente in molte operazioni, come le tre operazioni in Somalia nel 1992-1995 e la Allied Force nel ’99, Enduring Freedom (2001-02) e Libano (2006) . Nel caso dell’impegno post-11 settembre, la nave partì con la fregata ZEFFIRO e il pattugliatore AVIERE, più il rifornitore ETNA. Gli Harrier volarono 288 missioni per ben 860 ore, non poche per circa una mezza dozzina di macchine disponibili, pattugliando l’Oceano Indiano ma spingendosi anche ad attaccare obiettivi in Afghanistan. Si suppone che la GARIBALDI resti in servizio fino al 2020, come anche gli AV-8. Fino ad allora almeno la Marina avrà quindi due unità portaeromobili. Una nave sorella doveva essere pronta attorno al 1994, come Progetto 148, leggermente ingrandita rispetto alla prima e come tale, con un dislocamento passato da 13.850 t a 15.000 t e la possibilità di installare il SAAM-IT al posto dell’Aspide. Ma sebbene questo ritardo fosse già notevole (uno sfasamento di 9 anni almeno tra due navi della stessa classe, per quanto importanti siano, non è certo un buon modo di uniformarne le tecnologie e le capacità, visto che diventano due generazioni diverse, come la sostituzione dell’Albatross con il SAAM-IT dimostra).

    Il programma subì numerosi rimaneggiamenti, diventando poi Progetto 156, 156 A e 160, una nave arrivata a 20.000 t e dall’aspetto simile alla spagnola Asturias. Poi, però, dalla metà degli anni ’90 si arrivò ad una nave mista portaereomobili-LHD, una specie di piccola ‘Tarawa’, dato che, nonostante le 3 recenti navi da sbarco, venne considerata necessaria. Evidentemente non c’era fiducia in questo concetto, se la nuova portaerei avrebbe dovuto sacrificare una parte delle sue capacità aeree. Questo era dato dal fatto che la quarta nave anfibia da 13.000 t e con mezzi tipo EH-101 (6 di cui 5 in un hangar) e bacino per gli LCU a poppa, era stata cancellata per mancanza di fondi. Così era nato il Progetto 163 chiamato NUM, Nuova Unità Maggiore, o NUMA, che aggiungeva 'Anfibia’. Aveva secondo quanto previsto 20.000 t e bacino poppiero di 50 m con due LCAC, 4 AV-8 e 6-8 EH101. Non ha convinto e alla fine il bacino è stato abolito ed aumentata la capacità aerea. Alcune caratteristiche delle navi anfibie sono però rimaste, in particolare le rampe di carico e scarico sotto l’isola e a poppa. La costruzione è iniziata il 17 luglio 2001 e il varo dello scafo incompleto è avvenuto il 20 luglio 2004 a Riva Trigoso, senza la parte prodiera, implementata al Muggiano dopo avere rimorchiato lo scafo fino là. Il 18 dicembre 2006 sono iniziate le prove in mare e la consegna alla MM è avvenuta il 27 marzo 2008. È una nave molto più grande, a dire il vero la più grande nave militare italiana, essendo di 236 m per 39 di larghezza massima, 27.100 t e altre 2.500 potenziali, con sky-jump aumentato da 6,5 a 12°, e stavolta, senza ipocrisie, la si è definita da subito CVH, ovvero portaerei. La prima della Marina Militare. E certo lo resterà per molti anni. Berlusconi si è lamentato a suo tempo della ‘Portarei dell’Ulivo, che ci è costata 13 miliardi’. È stato necessario predisporre la nave per accogliere non solo gli Harrier, ma anche i loro successori, che potevano essere solo gli F-35B. Per il resto vi sono 32 missili ASTER-15 dei lanciatori A43, più 2 OTO SR e 3 KBB da 25 mm, 2 SCLAR-H e due SLAT. Questa grossa nave ha un equipaggio molto ridotto per le sue dimensioni e ruolo, appena 451 uomini (e donne), 203 per il gruppo di volo e quindi meno di quelli del Garibaldi, che pure stazza la metà. Vi è la predisposizione per 416 elementi della futura Brigata Anfibia (di cui si parla da un indicibile numero di anni, stavolta con la rivalità dell’Esercito). Ha il ponte hangar abbastanza robusto per tenere 24 carri Ariete o 50 Centauro/Dardo. I velivoli sono una ventina tra AV-8 e EH-101 e un elevatore esterno allo scafo consente di collegare il ponte di volo a quello hangar. Dall’evoluzione si possono anche capire quanto rilevanti fossero i limiti del Garibaldi, troppo piccolo per operare con gli aerei in guerre ad alta intensità.

    Ancora più piccole sono le 3 ‘San Giorgio’ da circa 8.000 t e capaci di operare con 4 elicotteri, ma prive di un hangar capace di ospitarli. Forse potrebbero ospitare mezzi tipo A-129, A-109 e AB-206, ma non Sea King ed EH-101, dato che né l’elevatore né l’hangar hanno dimensioni sufficienti. Anche le navi di questo tipo hanno avuto diverse modifiche, come la rimozione del cannone di prua da 76 mm. Si presuppone che verranno sostituite dopo il 2018, e forse per rimpiazzarle vi sarà una nave tipo la BPE spagnola, la J.Carlos I, un tipo LHD. Ma è ancora presto per dirlo.

    Dagli incrociatori alle portaerei[modifica]

    Garibaldi (1936)[modifica]

    Oramai dimenticato dalle generazioni più giovani, ma pur sempre un'istituzione della Marina, il 'Giuseppe Garibaldi' non è stato solo un incrociatore ben costruito, ma anche un simbolo del cambiamento e della rinascita della flotta nel dopoguerra. Nella sua carriera è passato dai siluri ai missili balistici Polaris, e ha visto finire l'Asse e iniziare la Guerra Fredda, fino alla sua radiazione finale. Il varo avvenne il 21 aprile 1936 e la consegna alla Regia Marina l'1 dicembre 1937. La bandiera di combattimento venne consegnata il 13 giugno 1938 dalla città di Palermo e dalla Federazione Nazionale Volontari Garibaldini.

    Gli incrociatori tipo 'Abruzzi', ultima e più evoluta edizione degli incrociatori veloci prebellici italiani, erano solo due navi, ma rispetto alle altre meglio equilibrate tra velocità (minore), protezione e armamento (maggiori). Al posto degli 'incrociatori di carta' come i primi 'Da Barbiano' e 'Da Giussano', venne adottata una robusta struttura che portava il dislocamento da circa 5.000 a 10.000 t, con la differenza basata soprattutto sulla corazzatura, dato che la cintura corazzata aumentava a 100+30 (paratia interna) mm contro 25, in lega ad alta resistenza in nickel-cromo. Per qualche motivi difficile da capire, la Regia Marina, nonostante l'embargo internazionale, aveva ricevuto acciai di alta qualità e non solo per i cannoni (il che poteva essere anche comprensibile) ma anche per le corazze, cosa meno ragionevole. Con la sola corazzatura di una 'Littorio' (circa 14.000 t) si potevano proteggere tutti i carri armati italiani del tipo 'M' (circa 2.000 per 14 t l'uno), che invece, soprattutto per i primi due anni, ebbero corazze al manganese e silicio, meno resistenti di quanto il mero spessore assicurasse, come in effetti si verificò in azione. Così, mentr i carristi in Africa subivano grandinate di proiettili di tutti i tipi, le navi italiane ebbero pochissimi scontri a fuoco e molto raramente dovettero mettere alla prova le loro corazzature.

    I motori erano a turbina, abbastanza potenti da consentire ancora una velocità elevata, grazie a 100.000 hp totalmente disponibili, anche se, (al solito per le navi italiane) con un'autonomia tutt'altro che eccezionale: ad una velocità media 13 nodi 4.125 miglia, a 31 nodi appena 1.900. Era molto difficile attraversare l'Atlantico anche con una velocità economica e con il pieno di carburante.

    L'armamento era potente, con due torri binate e due trinate di cannoni da 152 mm ultimo modello (gli stessi delle 'Littorio') e oltre 24 km di gittata, 4 torrette da 100 mm binate antiaeree, varie mitragliere da 13 e 27 mm, siluri e alcuni idrovolanti. In seguito sarebbero arrivate le mitragliere da 20 mm, molto migliori contro gli attacchi aerei sempre più pericolosi degli inglesi.

    Il 'Duca degli Abruzzi' nel 1945

    Nel corso del conflitto il "Garibaldi" prese parte a 15 missioni per un totale di 14.047 miglia, incassando anche due siluri dal sottomarino HMS Upholder, che tuttavia per un caso fortunato, non gli causarono danni gravi (mentre il gemello 'Abruzzi' rischiò grosso dopo che un siluro leggero aerolanciato gli colpì la zona poppiera). Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 raggiunse Malta con il resto della squadra navale, consegnandosi agli alleati e durante la cobelligeranza venne schierato nel Mediterraneo e in Atlantico, dove prese parte insieme al "Duca d'Aosta" ad azioni di pattugliamento contro le navi corsare tedesche.

    Insieme ad altri 3 incrociatori costituì la forza degli incrociatori concessi alla Marina Militare Italiana dalle clausole del trattato di pace, con il 'Cadorna' messo però quasi subito in disarmo e il 'Montecuccoli' trasformato in nave scuola per gli allievi dell'Accademia Navale di Livorno. Così rimase solo il 'Garibaldi' e il gemello 'Abruzzi'.

    Nel dopoguerra venne installato un radar, un quinto impianto da 100 mm, alcune mitragliere da 20 mm, e soprattutto una piattaforma per elicotteri leggeri AB.47G, uno dei quali nell'estate del 1953 effettuò una serie di prove di appontaggio e decollo. L'esito positivo aprì una nuova era, in quanto indusse la Marina Militare a dotarsi di unità navali polivalenti equipaggiate di elicotteri antisommergibile, reputati necessari dato che i sovietici all'epoca avevano basi anche in Albania, in particolare a Valona (prima della rottura diplomatica tra i due Paesi). Di lì a poco arrivarono le fregate elicotteristiche classe 'Bergamini', e gli incrociatori classe 'Doria' (non tanto soddisfacenti, in verità, date le dimensioni insufficienti, per questo il terzo della classe divenne poi il V.Veneto, del 50% più grande). Il Garibaldi venne posto in riserva nel 1953 e nel 1954 iniziarono i lavori di parziale demolizione; ma quasi a sorpresa, a partire dal 1957, si iniziò a farne un incrociatore lanciamissili. In questo periodo il 'Duca degli Abruzzi' rimase il solo incrociatore a svolgere attività di squadra, come ammiraglia della flotta.

    Giuseppe Garibaldi (551)

    • Tipo: incrociatore leggero, poi convertito in lanciamissili
    • Classe: Condottieri, tipo 'Duca degli Abruzzi'
    • Cantiere: CRDA - Trieste
    • Impostazione: 28 dicembre 1933
    • Varo: 21 aprile 1936
    • Completamento: 1 dicembre 1937
    • Entrata in servizio: 1938
    • Ricostruzione: 1957-62
    • Destino: radiato nel 1972
    • Dislocamento: 9.387 t (poi 9.195)
    • Stazza lorda: 11.262 t (poi 11.350)
    • Lunghezza fuori tutto: 187 m, perpendicolari 171,8 m
    • Larghezza: 18,9 m
    • Pescaggio: 6,8 m (6,7)
    • Propulsione: 6 caldaie tipo Yarrow, 2 turboriduttori Parsons su due assi; potenza: 100.000 hp
    • Velocità: 35 nodi (poi 30)
    • Autonomia: 4.125 miglia a 13 nodi (poi 4.500 a 20)
    • Equipaggio: 640 (poi 665)
    • Corazzatura: cintura 100 mm + 30 mm, ponte 40 mm, max torri artiglierie 135 mm, torrione 140 mm
    • Armamento:
      • alla costruzione: 10 cannoni da 152/55 mm

    (2 torri binate + 2 torri triple); 8 cannoni da 100/47 mm (4 torri binate); 8 mitragliere da 37/54 mm, 12 mitragliere da 13,2 mm; 6 tubi lanciasiluri da 533 mm; 2 lanciabombe di profondità

      • incrociatore lanciamissili: 4 cannoni binati prodieri da 135/45 mm, 8 cannoni singoli da 76/62 mm, 4 lanciamissili UGM-27 Polaris (predisposizione), 1 lanciamissile binato Terrier
    • Sensori (incrociatore lanciamissili): 1 radar di sorveglianza aeronavale AN/SPS-6, 1 radar di navigazione/sorveglianza di superficie MM/SPQ-2, 5 direzioni del tiro, di cui 4 associate ai cannoni da 76/62 mm e 1 ai cannoni da 135/45 mm, 1 radar tridimensionale di sorveglianza aerea AN/SPS-39 Frescan, 1 radar di scoperta aerea lontana Argos 5000, 2 radar di illuminazione e guida AN/SPG-55
    • Mezzi aerei: 4 IMAM Ro.43 catapultabili, poi 1 elicottero AB.47G
    • Motto: Obbedisco

    I lavori di ricostruzione vennero effettuati presso l'Arsenale della Spezia e completati nel 1961 ed al termine dei lavori l'unità raggiunse un dislocamento standard di 9.802 tonnellate e di 11.350 a pieno carico, con una immersione media di 6,7 metri.

    La ricostruzione riguardò parzialmente lo scafo che conservò le dimensioni originarie e totalmente le sovrastrutture con la radicale trasformazione della struttura della plancia e del complesso plancia/torrione e l'eliminazione di uno dei due fumaioli.

    Le modifiche allo scafo riguardarono la ricostruzione della poppa che divenne del tipo a specchio (inaugurata con i francesi 'La Galissonniere' prebellici, grossomodo equivalenti ma più piccoli rispetto alle navi italiane), castello a prua lungo circa 90 m e chiusura delle aperture a murata per consentire l'installazione di un impianto di ventilazione/condizionamento e di un sistema di difesa NBC, mentre uno dei due fumaioli venne abolito per fare posto all'elettronica, vera rivoluzione della II Guerra mondiale per le navi militari, e per la potenza necessaria fu necessario installare ex-novo quattro turboalternatori Tosi-Brown Boveri e due diesel-alternatori Fiat-Brown Boveri.

    La parte più consistente di lavori allo scafo riguardò l'estremità della tuga, dove erano stati allestiti i pozzi di lancio per quattro missili balistici statunitensi 'Polaris' dotati di testata H, per fornire alla Marina Militare Italiana una capacità di deterrenza strategica. Ma mentre i Polaris installati nei sottomarini venivano lanciati "a freddo" cioè espellendo il missile dal silo mediante aria compressa prima dell'accensione del motore, sul "Garibaldi" i missili avrebbero dovuto essere lanciati "a caldo", utilizzando cioè una carica esplosiva, per cui occorreva uno spazio in cui fare sfogarne i gas. I pozzi di lancio erano lunghi circa 8 metri, con un diametro di 2 ed portelli apribili di protezione, il tutto entro l'altezza della coperta e in una zona precedentemente occupata da depositi e cale, in una zona lunga protetta lunga 14 metri. Il progetto, curato dal capitano Glicerio Azzoni richiese circa 6 mesi di realizzazione.

    Da ottobre 1961 furono collaudati i pozzi, tra dicembre 1961 e gennaio 1962 avvennero lanci di simulacri inerti, fino ad agosto 1962, si continuò con simulacri autopropulsi, sia a nave ferma che in navigazione. Una parte dei test venne effettuata nel corso del 1962 anche negli Stati Uniti, durante la prima crociera del Garibaldi. L'esito positivo spinse gli USA a progettare la NATO MLF (multy lateral force), costituita da 25 mercantili da 18.000 tonnellate con una velocità di 20 e più nodi e un'autonomia di oltre 100 giorni, capaci di trasportare ben 200 missili Polaris. Questo programma non venne poi sviluppato in quanto superato dagli SSBN, i sottomarini balistici nucleari, in servizio proprio da quegli anni e che risultarono, malgrado il costo e il rischio tecnico, ben riusciti. Diversamente sarebbe stato inevitabile usare navi di superficie per tale compito. Il primo lancio in immersione di un Polaris venne effettuato dal sottomarino George Washington il 20 luglio 1960. All'epoca però sull'uso dei sottomarini per il lancio di tali missili si addensavano molti dubbi, mentre il "Garibaldi" con le sue strutture rappresentava già una soluzione tecnica affidabile.

    Sebbene le prove avessero dato tutte esito positivo, i missili non vennero però mai forniti dagli Stati Uniti, poiché motivazioni di natura politica ne impedirono la prevista acquisizione, ed i pozzi alla fine vennero utilizzati diversamente. Successe infatti che in seguito alla crisi di Cuba dell'ottobre 1962 il Presidente degli Stati Uniti Kennedy concesse al Premier sovietico Krusciov il ritiro dei missili Jupiter dall'Italia e dalla Turchia in cambio del ritiro dei missili sovietici da Cuba. La riduzione dell'arsenale missilistico di terra venne compensata, a quel punto, dai sottomarini lanciamissili, che potevano stare fuori dal trattato essendo di base negli USA. In ogni caso, si sarebbero dimostrati di gran lunga la migliore piattaforma (quanto ad invulnerabilità, non certo ad economia), e adesso le navi lanciamissili balistici sono relegate alle opzioni perdute nella memoria delle possibilità decadute.

    Radicalmente cambiato l'armamento 'convenzionale', che con l'installazione, nella tuga, del sistema missilistico 'Terrier' fece del Garibaldi il primo incrociatore lanciamissili europeo (ma senza considerare i 'County' inglesi, ufficialmente cacciatorpediniere). Del resto, non faceva che seguire l'indirizzo dell'USN (e anche della AV-MF) di ricostruire le grandi navi classiche con i nuovi sistemi missilistici. Ecco come venne modificato il layout della nave:

    La sommità della tuga ospitava i radar di illuminazione e guida Sperry-RCA AN/SPG-55 asserviti alla rampa di lancio binata Mk 9 Mod.1 Terrier, e completavano la dotazione elettronica dell'unità cinque radar di tiro delle artiglierie, di cui quello asservito ai cannoni da 135/45 mm posto sulla sommità della plancia, e quelli per i cannoni da 76/62 mm in due coppie sul torrione ai lati della stessa plancia. I missili RIM-2 Terrier erano all'epoca quanto di meglio esistesse nella categoria dei missili antiaerei per piattaforme navali, con gittata di 37-74 km e guida radar, capacità secondaria antinave e testata da circa 100 kg, recapitabile a velocità di circa mach 3, grazie ad un motore a propellente solido bistadio e ad un'aerodinamica ideale per le lunghe gittate, con lunghe alette di ridotta resistenza aerodinamica ma di grande superficie complessiva per la portanza, e alette di manovra cruciformi verso coda. L'affidabilità, però, era inizialmente molto bassa e ci vollero anni per rimediare a molteplici inconvenienti.

    Le antenne elettroniche principali trovarono posto principalmente in due grandi tralicci quadripodi. Sul primo dei due tralicci, posto alla sommità del complesso plancia-torrione v'erano il radar di tridimensionale AN/SPS-39 Frescan, adottato su tutte le prime unità lanciamissili della NATO, il radar di sorveglianza aeronavale AN/SPS-6 ed il radar di navigazione/sorveglianza di superficie MM/SPQ-2, mentre sul secondo traliccio, a poppavia del fumaiolo, trovava posto il radar di scoperta aerea bidimensionale Argos 5000 nazionale (primo apparato importante di concezione italiana) che in condizioni ideali consentiva di individuare bersagli fino ad una distanza di 500 km.

    L'armamento artiglieresco nella nuova configurazione (molto alleggerita) era limitato all'autodifesa, ed era costituito da quattro cannoni da 135/45 mm in 2 torrette binate e 8 cannoni OTO Melara da 76/62 mm tipo MMI, in impianti singoli, 4 per ogni fiancata. Le torrette dei calibri principali trovarono posto nella sovrastruttura di prora andando a sostituire le due torrette da 152/55 precedenti, mentre i cannoni da 76/62 trovarono posto, quattro per ogni lato, ai due lati del complesso torrione-fumaiolo.

    Il cannone da 135/45 mm era un'arma valida, gittata di 19,6 km e cadenza di fuoco di 6 tiri-min, e molto preciso; ma l'affusto, con un alzo max di 45°, era limitato al tiro anti-superficie, lento nei movimenti e pensato ancora come sistema essenzialmente antinave, dato che lo studio per una variante DP non ebbe esiti e dato il calibro elevato, forse non era realizzabile (specie nel dopoguerra, con l'avvento dei jet). Non casualmente sui 'Capitani Romani' superstiti vennero installati 6 cannoni da 127/38 mm americani, per quanto meno potenti degli 8 da 135 mm.

    Il cannone da 76/62 tipo MMI "Allargato" aveva canna raffreddata ad acqua, manovra elettro-idraulica con sistema di emergenza manuale. La gittata massima, con proiettili di 6,296 kg era di 18,4 km, all'elevazione massima di 85° scendeva a 4 km, la velocità di brandeggio era di 70°/s e quella di elevazione di 40°/s; la torretta accoglieva un cannoniere. Questo nuovo cannone era l'evoluzione del modello SMP 3 che era stato imbarcato sulle corvette 'Alcione'. Una versione binata del modello SMP 3, con canne sovrapposte, era stata imbarcata negli anni cinquanta sulle fregate della classe 'Centauro', ma non diede i risultati sperati e non è stata imbarcata su nessun altra unità della Marina Militare (decenni dopo, per ottenere i 120 c.min in un affusto solo, si userà un cannone singolo, il Super Rapido).

    Il 'Garibaldi' (C551) prestò servizio per altri 7 anni come unità sede comando della Squadra Navale, partecipando ad attività addestrative di vario tipo e di rappresentanza in Mediterraneo e oltreoceano, divenendo nave ammiraglia della Marina Militare al posto del gemello 'Duca degli Abruzzi'. La bandiera di combattimento venne consegnata a Napoli il 10 giugno 1964, donata dal (solito) gruppo ANMI di Roma, che, con un'autocolonna di quasi mille aderenti.

    Nel febbraio 1970 fu proprio in una conferenza stampa a bordo del 'Garibaldi' che l'allora Comandante in Capo della Squadra Navale, ammiraglio Gino Birindelli, denunciò la crisi in cui versava la Marina Militare e lo stato di profondo malessere morale e materiale in cui si trovava il personale che vi operava. Le dichiarazioni di Birindelli scatenarono reazioni e prese di posizione a tutti i livelli e portarono prima alla pubblicazione di un documento noto come "Libro Bianco della Marina" e di lì a qualche anno alla Legge Navale del 1975 che fu il presupposto di un sostanziale ammodernamento della flotta della Marina Militare. A dire il vero, anche allora la MMI aveva avuto 4 sottomarini e ben 3 incrociatori portaelicotteri, più due caccia e altrettanti in costruzione. Forse l'ammiraglio esagerò le lamentazioni, o forse la realtà era peggiore di quello che si potrebbe immaginare. In ogni caso la protesta pubblica di una F.A. notoriamente molto riservata come la Marina ebbe un effetto notevole e un risultato positivo: 1 incrociatore (il nuovo 'Garibaldi'), 4 sottomarini, 2 caccia e 8 fregate.

    Il 'Garibaldi' venne ritirato dal servizio nel 1971, cedendo il ruolo di nave ammiraglia della flotta all'incrociatore portaelicotteri 'Vittorio Veneto'. In disarmo nel 1972, venne ufficialmente radiato il 16 novembre 1976 e successivamente demolito.

    La sua ricostruzione, considerando che dopo gli ammodernamenti rimase in servizio solo per un decennio e alla luce del mancato utilizzo dei Polaris, si rivelò inutile e costosa e le risorse impiegate per il suo ammodernamento potevano essere utilizzate per la costruzione di un'altra unità più moderna. Proprio per il suo breve servizio seguito alla ricostruzione, la sua demolizione appare insensata e sarebbe stato più opportuno almeno farne una nave museo. Questa era un'unità con una lunga storia, aveva partecipato alla seconda guerra mondiale, era stato il primo incrociatore lanciamissili europeo, la prima unità di superficie al mondo predisposta per il lancio di missili balistici e la principale grande nave italiana del dopoguerra. Degno di conservazione sarebbe stato anche il quasi gemello "Montecuccoli", che nel dopoguerra fu la prima unità italiana ad effettuare il periplo del globo.

    Doria[modifica]

    Gli incrociatori lanciamissili della Marina Militare Italiana classe Andrea Doria, l'Andrea Doria e il Caio Duilio, sono stati i primi incrociatori portaelicotteri. Erano unità adatte per le scorte antiaereo e antisom di formazioni navali. Avevano a prua un lanciamissili Mk 20 per missili Terrier a medio raggio, a mezza nave una batteria di cannoni contraerei, e a poppa un ponte e un hangar per 4 elicotteri leggeri o 2 pesanti Sea King. Era stato previsto un terzo incrociatore di questa classe, l'Enrico Dandolo (554), la cui costruzione venne annullata ed al suo posto venne costruito il Vittorio Veneto il cui progetto fu una rielaborazione dei Doria, di circa il 50% più pesante e col doppio della capacità di trasporto elicotteri, in quanto i Doria vennero giudicati un po' troppo piccoli.

    Prossimamente altre due navi della Marina Italiana porteranno i nomi Andrea Doria e Caio Duilio. Si tratta di due unità della nuova Classe Andrea Doria (ex Classe Orizzonte). Le navi, che porteranno la sigla (D 553) e (D 554), in quanto cacciatorpediniere secondo la classificazione NATO, sono attualmente in allestimento, rispettivamente, presso i cantieri navali di Muggiano (La Spezia) e rimpiazzeranno le unità della classe Audace andate in disarmo.


    Andrea Doria

    • Dislocamento: normale 6.000 t, a pieno carico: 6.500 t
    • Lunghezza: 149,3 m
    • Larghezza: 17,2 m
    • Pescaggio: 4,9 m
    • Velocità: 31 nodi
    • Autonomia: 6.000 n.mi. a 15 nodi (11000 km a 28 km/h)
    • Equipaggio: 500
    • Sensori di bordo: radar di scoperta aerea in due e tre dimensioni, di controllo del tiro e di navigazione; sonar a scafo, ESM; sistema elaborazione dati SADOC-1.
    • Armamento: 8 pezzi da 76/62 mm, 1 lanciamissili binato Terrier,

    6 tubi lanciasiluri antisommergibile

    • Mezzi aerei: 2 elicotteri Sikorsky SH-3 Sea King o 4 Agusta-Bell AB 212ASW

    Doria: Impostazione 11 maggio 1958, varo 27 febbraio 1963, completamento 1964, radiazione 1992

    L'incrociatore lanciamissili Andrea Doria, in servizio nella MMI dagli inizi degli anni '60 fino agli inizi degli anni '90 è stato costruito presso i cantieri di Riva Trigoso. Al suo varo ebbe come madrina la Signora Teresa Cavagnari, moglie dell'Ammiraglio Domenico Cavagnari, che fu Capo di Stato Maggiore della Marina e Sottosegretario del Ministero della Marina dal 1934 al 1940.

    Dopo aver ricevuto la bandiera di combattimento il 3 agosto 1964, ed aver effettuato il primo lancio missilistico, l'unità prese il mare per una campagna addestrativa in Estremo Oriente in occasione delle Olimpiadi di Tokio e successivamente effettuò una crociera in Sud America.

    Il 'Doria' ha avuto un'attività operativa molto intensa e ricca di eventi, prendendo parte ad esercitazioni nazionali ed interalleate anche tra le più complesse, come le 'Down Patrol', e navigando in lungo e in largo per il Mediterraneo e per i vari mari del mondo, .

    Durante i lavori dal 1976 al 1978 l'apparato motore venne convertito da nafta a gasolio e venne anche standardizzato il sistema missilistico. Nel 1979 fu di nuovo in Estremo Oriente con il Vittorio Veneto e il rifornitore Stromboli per una operazione umanitaria e medico-sanitaria a favore dei profughi vietnamiti. Il 27 giugno 1980 nelle acque del Tirreno partecipò, insieme all'Ardito alle operazioni di ricerca e soccorso del DC-9 dell'Itavia precipitato nei pressi di Ustica e il 29 novembre 1980 ormeggiò a Napoli per prestare soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto dell'Irpinia.

    Trasferito di sede da La Spezia a Taranto, con il contemporaneo trasferimento dell'unità gemella Caio Duilio da Taranto a La Spezia, imbarcò a bordo il comando della 2^ Divisione Navale partecipando, nel 1984, ad una missione operativa in Libano, in supporto al contingente terrestre italiano inquadrato nella Forza Multinazionale di Pace ed all'operazione Girasole del 1986 in occasione della crisi italo-libica.

    L'11 settembre 1992 uscì in mare per l'ultima volta ed al rientro iniziò il processo di disarmo dopo aver percorso 577.000 miglia in tutti i mari del mondo.

    Il 30 settembre 1992 al posto di ormeggio n° 23 della stazione torpediniere di Taranto, si svolse la cerimonia dell'ultimo ammaina bandiera, alla quale parteciparono gran parte dei 30 Ufficiali che si erano avvicendati al comando. La nave fu bonificata e demolita presso i cantieri Simont di Napoli. I lavori ebbero inizio a Marzo 2001 e si conclusero a Settembre dello stesso anno

    In precedenza altre due navi della marina italiana avevano portato il nome Andrea Doria. La prima era una corazzata che aveva prestato servizio nella Regia Marina dal 1891 al 1911. La seconda era una nave da battaglia che entrata in servizio nel 1916, venne radiata nel 1956 dopo essere stata ricostruita tra il 1937 e il 1940. Fu proprio a nome dell'equipaggio di questa nave che in un ideale passaggio di testimone morale e storico, al nuovo incrociatore Andrea Doria venne consegnata, il 3 agosto 1964, la bandiera di combattimento.

    Prossimamente un'altra nave della Marina Militare Italiana porterà il nome Andrea Doria. Si tratta di un delle due unità della nuova classe Andrea Doria (ex Classe Orizzonte). Le nave, che sarà contraddistinta dalla sigla (D 553) in quanto cacciatorpediniere secondo la classificazione NATO, costruita nei cantieri di Riva Trigoso, è stata varata il 15 ottobre 2005. Attualmente in fase di completamento, dovrebbe essere consegnata alla MMI nel 2008.


    Duilio[modifica]

    L'incrociatore lanciamissili Caio Duilio (554), in servizio nella MMI dagli inizi degli anni '60 fino al 1990 è stato costruito presso i cantieri di Castellammare di Stabia. Faceva parte della classe Andrea Doria.

    • Impostazione: 1958, varo 1962, completamento 1964, radiazione 1990

    Agli inizi degli anni '80 la nave è stata trasferita di sede da Taranto a La Spezia con il contemporaneo trasferimento dell'unità gemella Andrea Doria da La Spezia a Taranto.

    Per tutti gli anni '80 ha svolto il ruolo di nave scuola per gli allievi dell'Accademia Navale di Livorno sostituendo in questo compito Nave San Giorgio, andata in disarmo nel 1980. Tra le crociere addestrative svolte in quegli anni è stata memorabile quella del 1984 negli Stati Uniti, svolta in concomitanza con i giochi olimpici di Los Angeles, in cui la nave ha toccato le due coste degli Stati Uniti.

    La nave è stata messa in disarmo nel 1990.

    In precedenza altre due navi della marina italiana avevano portato il nome Caio Duilio, costruite anche loro nei cantieri di Castellammare di Stabia. La prima era una corazzata che entrata in servizio nella Regia Marina nel 1880 venne messa in disarmo nel 1906 e radiata nel 1909. La seconda era una nave da battaglia che entrata in servizio nel 1915, venne radiata nel 1956 dopo essere stata ricostruita tra il 1937 e il 1940.

    Prossimamente un'altra nave della Marina Militare Italiana porterà il nome Caio Duilio. Si tratta di un delle due unità della nuova classe Andrea Doria (ex Classe Orizzonte). Le nave sarà contraddistinta dalla sigla (D 554), in quanto cacciatorpediniere secondo la classificazione NATO, attualmente è in allestimento presso i cantieri navali di Muggiano (La Spezia) e dovrebbe essere consegnata alla MMI nel 2009.


    Vittorio Veneto (incrociatore).jpg

    L'incrociatore lanciamissili Vittorio Veneto (550), è stata la nave ammiraglia della Marina Militare Italiana, operando dal 1969 al 2003 e portando lo stesso nome di un'altra grande nave italiana, la nave da battaglia Vittorio Veneto della Seconda guerra mondiale.

    Il progetto derivava direttamente dalla 2 unità della classe 'Andrea Doria'. Esse erano imbarcazioni che introducevano il concetto di incrociatore missilistico portaelicotteri, con una rampa missilistica Mk.10 a prua, cannoni antiaerei al centro e un ponte di volo a poppa, capace di far operare, assieme all’hangar associato, 2 elicotteri pesanti Sikorsky SH-3 Sea King o Agusta-Bell AB 212. Non essendo queste navi abbastanza efficienti da giustificarne il costo, data l’esiguità della linea di volo, il progetto venne rivisto e ingrandito, con un aumento di dislocamento del 50%, per arrivare a 6 elicotteri SH-3 Sea King pesanti o 9 AB-212 ASW medio-leggeri. La progettazione riuscì almeno in parte a risolvere il problema del rapporto costo-efficacia, e la grande nave entrò in linea nel 1969, senza tuttavia avere altri simili: restò infatti esemplare unico, cosa che certamente non giovò alla massimizzazione dei vantaggi della sua progettazione.

    La nave ha un linea assai bella ed armoniosa, con un alto bordo libero a prua, che protegge la rampa missilistica principale, mentre il blocco delle sovrastrutture si estende per il terzo centrale, con le artiglierie ai lati delle stesse. A poppa, esiste un ponte di volo relativamente grande (circa 800 m2), con una rimessa sottostante di 27,5 x 15,3 m collegata con un elevatore. Nonostante le apparenze, le grandi sovrastrutture non hanno spazio per la sistemazione di un hangar.

    L’armamento principale era dato dalla rampa Mk.20 Aster, con 3 tamburi rotanti per 20 ASROC e 40 Terrier/SM-1. L’armamento di artiglierie era congruo ad una difesa ravvicinata di elevata efficienza, almeno stando alla potenza teorica (60 colpi/minuto) degli 8 cannoni, raggruppati ai lati della sovrastruttura.

    • Tipo: Incrociatore missilistico e portaelicotteri
    • Cantiere: Cantiere navale di Castellammare di Stabia
    • Impostazione: 10 giugno 1965
    • Varo: 5 febbraio 1967
    • Entrata in servizio: 12 luglio 1969
    • Radiazione: in disarmo dal 29 giugno 2006
    • Dislocamento: 7.500 t
    • Stazza lorda: 9.550 t
    • Lunghezza: 179,6 m
    • Larghezza: 19,4 m
    • Pescaggio: 6 m
    • Ponte di volo: 48 × 18,5 m
    • Propulsione: 4 Caldaie Ansaldo-Foster Wheeler, 2 turboriduttori, 2 assi; potenza: 73000 HP; velocità 32 nodi
    • Equipaggio: 557
    • Sensori di bordo: 2 radar di scoperta aerea, SPS-52 e SPS-768;

    1 radar di scoperta navale SPQ-2; 2 radar guida missili SPG-55; 4 radar per il controllo del tiro Orion 10X abbinati ai cannoni da 76 mm; 1 TACAN; 1 sonar SQS-23 2 radar per il controllo del tiro Orion 20X abbinati ai CIWS Dardo; 1 radar navigazione

    • Sistemi difensivi ESM\ECM: 1 ESM Abbey Hill, 2 lanciatori di chaff/flare SCLAR,
    • Armamento: 8 cannoni OTO Melara da 76 mm tipo MMI; 3 CIWS Breda Dardo; 4 missili OTOMAT; 1 lanciatore Mk 20 con 60 missili Standard /ASROC (generalmente , 40+20); 2 lanciasiluri tripli ILAS-3 da 324mm per siluri Mk 46 e A244.
    • Mezzi aerei: 6 elicotteri Sikorsky SH-3 Sea King o 9 Agusta-Bell AB 212
    • Motto: 'Victoria nobis vita'

    Dopo la consegna alla Marina Militare il 12 luglio 1969, dopo avere raggiunto per la prima volta la sua base operativa di Taranto il 30 ottobre, cinque giorni dopo riceveva a Trieste la Bandiera di Combattimento, donata dalla città di Vittorio Veneto.

    Dopo appena un anno di servizio e di messa a punto, la nave partì per una lunga crociera addestrativa tenutasi fra il 25 aprile e il 23 agosto del 1970 in nord Atlantico, toccando diversi porti americani ed europei.

    Nel corso della sua attività l'incrociatore Vittorio Veneto ha partecipato a numerosissime esercitazioni nazionali ed internazionali, svolgendo sempre la funzione di nave comando di gruppi di scorta a unità portaerei o di convogli complessi. Fra le attività svolte sono da ricordare:

    Il soccorso portato alle popolazioni colpite dalle alluvioni in Tunisia del 1973, dai terremoti in Friuli del 1976, in Irpinia del 1980 e la missione con l’incrociatore Andrea Doria e il rifornitore di squadra Stromboli in soccorso dei profughi vietnamiti nelle acque del Golfo di Thailandia.

    In seguito all’evolversi della tecnologia, la nave venne sottoposta a lavori di aggiornamento presso l’Arsenale di Taranto durante il periodo 1981-1983, con l’aggiunta di 3 sistemi Breda Dardo, 1 a prua e 2 a poppa, su torri binate da 40mm e 4 rampe di missili a lungo raggio franco-italiani OTOMAT, entrando così nell’era dei missili antinave. È significativo che essa ebbe le artiglierie Dardo in aggiunta e non in alternativa ai cannoni da 76 mm, portando a ben 14 bocche da fuoco la sua dotazione. Ma lo è anche per via del fatto che evidentemente non si riponeva fiducia nelle doti antimissile dei 76 mm, ed è altrettanto interessante che non si sia sostituito il tutto con 8 cannoni Compatto da 76 mm senza i CIWS. Anche la rampa principale Mk 10 probabilmente analoga a quella dei classe 'Belknap', venne sostituita con un nuovo modello.

    Il Vittorio Veneto venne a trovarsi così con un armamento molto potente e diversificato, adatto a tutte le esigenze, e con una mezza squadriglia di elicotteri. Uno dei suoi limiti era che i Sea King non potevano operare totalmente dalla nave, perché troppo alti.

    Dopo i lavori di ammodernamento le operazioni da ricordare sono:

    l'operazione 'Restore Hope' in Somalia nel 1995, l'operazione 'Alba' nel 1997 in Albania, le operazioni in Mare Adriatico durante gli avvenimenti della Jugoslavia per costituire una prima cinta difensiva antiaerei al territorio nazionale. Il Vittorio Veneto fece notizia quando nel 1997 si arenò sulle coste dell'Albania, di fronte al porto di Valona, senza riportare particolari danni, ma con un certo danno d'immagine per la Marina Militare Italiana. Non era certo una buona pubblicità, in campo internazionale, che una nave del calibro del Vittorio Veneto, tra l'altro nave ammiraglia dell'Operazione, che stava trasportando truppe e mezzi da sbarcare in Albania, nell'ambito dell'Operazione 'Alba' si arenasse in tale maniera. In seguito all'incidente, il comandante dell'incrociatore venne sostituito. La nave fu disincagliata alcuni giorni dopo da unità da rimorchio della Marina Militare, giunte in soccorso dal porto militare di Taranto.

    La nave non è più operativa dal 2003, anche a causa dei crescenti costi e dell'obsolescenza strutturale in generale e dell'apparato motore in particolare. Il Vittorio Veneto ha resistito, grazie agli ammodernamenti ma la sua opera è stata riposta poi al Giuseppe Garibaldi, che affida a caccia VSTOL la difesa aerea, rinunciando ai missili SAM a lungo raggio, e usando, al posto dei cannoni da 76 mm, 2 lanciamissili Selenia Aspide/Albatros.

    L'incrociatore Vittorio Veneto è in disarmo dal 29 giugno 2006, cioè non è più armata, ma resta unità della Marina Militare iscritta al quadro del naviglio militare.

    Nave Vittorio Veneto diventerà la prima nave-museo Italiana; è stato annunciato che la realizzazione verrà effettuata entro il 2010, ovvero alla vigilia delle celebrazioni previste per il 150° Anniversario dell’Unità di Italia che si svolgeranno nel 2011.


    Garibaldi (1985)[modifica]

    La 'Garibaldi' vicino alla Nimitz, dimostra la differenza dimensionale con una 'vera' portaerei

    Nave Giuseppe Garibaldi (551), incrociatore porta-aeromobili tutto-ponte, è l'ammiraglia della Marina Militare Italiana. L'unità, di base a Taranto, è stata la prima portaerei nella storia della Marina Militare Italiana dato che due precedenti portaerei, l'Aquila e lo Sparviero, furono approntate nel corso della seconda guerra mondiale ma non entrarono mai in servizio. E prima ancore c'erano stati studi per navi portaerei, ma mai approdati a niente di concreto. Uno prevedeva, negli anni '30, una nave con cannoni da 152 e 100 m, con corazzatura e 42 aerei di vario tipo BR.1, Ro.1 e CR.20.

    L'unità, progettata per operazioni anti-sommergibile, dispone di una componente aerea che può, alternativamente, essere composta da un massimo di 12 aerei STOVL AV-8B Harrier II o 18 elicotteri SH-3D Agusta. Il ponte di volo, dalla caratteristica struttura disassata rispetto all'asse longitudinale della nave è dotato di un trampolino di lancio (sky-jump) ed è lungo 174 e largo 30 metri. Questo sky-jump, non dissimile da quello che si può vedere sulle navi classe 'Invincible', è segno di un'ovvia volontà: quella di costruire una nave che non fosse un'unità portaelicotteri, ma piuttosto portaeromobili con capacità V/STOL. Chissà se questa capacità venne adottata già al tempo dell'impostazione, oppure sia stata aggiunta quando i discussi (e discutibili) caccia del tipo Harrier dimostrarono tutta la loro utilità nel 1982, all'epoca della guerra delle Falklands? Sta di fatto che la scelta dell'aereo imbarcato sarebbe stata da allora molto difficile e sofferta, concludendosi nel 1989 soltanto, quando l'AV-8 Harrier II vinse contro il Sea Harrier inglese. Era forse scontato dato che era in effetti una macchina di seconda generazione: ma non era radarizzata e la sua grande ala gli riduceva di qualcosa la velocità rispetto all'aguzzo cugino inglese. In ogni caso, il programma vedrà le consegne tra il 1991 e il 1998 di 2 biposto TAV-8B prima, e di 16 monoposto AV-8B+ poi. Per sviluppare, sia pure con la collaborazione della Marina spagnola e dei Marines, questa nuova versione che combinava nella minuscola cellula dell'Harrier il radar (leggermente ridotto) dell'F-18, fu necessario e sufficiente un lungo periodo di tempo e soprattutto, dei costi che è difficile giustificare: per appena 16 caccia e due biposto d'addestramento operativo, la Marina Militare ha dovuto sborsare qualcosa come 1.600 mld (il doppio di quello che era stato preventivato appena pochi anni prima, già congruo), più che i 2 caccia 'De la Penne'. L'acquisizione, la gestione, e l'aggiornamento di questa squadriglia di aerei sarebbe stata un vero salasso per i bilanci della MM, e anche se indubbiamente utili, è difficile capire come siano arrivati a costare 100 miliardi di lire l'uno.

    Continuando con le altre caratteristiche tecniche di questa nave, va segnalato che lo sky-jump riduce la corsa di decollo tipicamente del 30%, mentre le due coppie di stabilizzatori alari permette di operare con mare cattivo, con la riduzione del rateo di rollio sceso da 30 a 3 gradi, cosa indispensabile per assicurare le operazioni ognitempo. La presenza di un paio di elevatori da 15 t consente di far passare i velivoli tra il ponte e l'hangar due piani sotto, capace di ospitare 10 aerei o 12 elicotteri, con varie officine tutt'attorno, mentre l'hangar stesso è suddivisibile in 3 zone distinte da apposite paratie. La sua nascita è stata decisa dalla famosa 'Legge navale' del '75 che aveva lo scopo di rimettere in sesto la Marina, decisamente decadente negli anni '70 nonostante i due 'Audace', i due 'Impavido', le due 'Alpino', 'Doria', il Veneto, le 4 'Lupo' e i 4 'Toti'.

    La 'Garibaldi'

    La nave è equipaggiata con un sistema missilistico teleguidato basato su quattro lanciatori di missili antinave OTOMAT (sbarcati nel 2003) e sei tubi lanciasiluri da 324 mm in due impianti trinati. Il sistema di difesa antiaereo/antimissile della nave è composto da due lanciatori brandeggiabili Selenia "Albatros" ad otto celle per missili terra-aria (SAM) Aspide e da tre torrette binate dotate di cannoni leggeri Breda da 40 mm integrate nel sistema di difesa di punto tipo Dardo. Le misure anti-missile comprendono anche due lanciatori per chaff, flares, jammers ed un sistema ECM, ed è anche presente un sistema anti-siluri.

    L'apparato di propulsione è del tipo COGAG con 4 turbine a gas costruite dalla Fiat su licenza della General Electric, che forniscono una potenza, a regime, di 82.000 HP (60 MW) ai due alberi motore e consentono una velocità massima di 30 nodi. La nave ha inoltre un'autonomia di circa 7.000 miglia (13.000 km) ad una velocità media di 20 nodi.

    Al momento del varo era il 'Garibaldi' era la portaerei in servizio più piccola al mondo, e tale è rimasta anche dopo: le dimensioni sono adeguate per far operare gli elicotteri, ma certo molto meno quando c'è una operazione continuativa con aerei da combattimento. La linea tipica è di 6-8 Harrier e 4-6 elicotteri Sea King o EH101. L'hangar in cui sono ospitabili, almeno in parte, questi apparecchi, è di dimensioni pari ad appena 110 x15 x 6 (altezza)m. Il ponte di volo è di 173,8 x30,4 m. Lo sky-jump è angolato a 6 gradi, mentre esistono due elevatori a prua e a poppa, capaci di imbarcare anche gli elicotteri pesanti CH-47, che possono essere ospitati nell'hangar. Questo può contenere un massimo di 10 Harrier e 1 SH-3, oppure 12 SH-3 Sea King. Sul ponte di volo esistono 6 piazzole per il parcheggio, per cui la capacità non è difficile da calcolare: visto che di fatto in hangar, per rendere i movimenti pratici con gli elevatori, esiste spazio per 8 aerei o 10 elicotteri, il totale complessivo tra le macchine imbarcate è di circa 12-16. Inizialmente si parlava di trasferire a bordo di questa nave 16 Sea King, cosa probabilmente mai avvenuta, anche se questi elicotteri sono rimasti per anni gli unici a bordo: il debutto degli Harrier è avvenuto solo nel '93, con la missione in Somalia (erano solo 3-5 velivoli, il completamento del GRUPAER era ancora lungi dal compiersi).

    Giuseppe Garibaldi (551)

    • Tipo: Incrociatore porta-aeromobili/portaerei leggera
    • Costruttori: Fincantieri
    • Cantiere: C.R.D.A. Monfalcone (GO) Italia
    • Cronologia: impostazione 20 febbraio 1978, varo 4 giugno 1983, entrata in servizio 30 settembre 1985
    • Dislocamento: standard 10.100 t, a pieno carico 13.850 t
    • Lunghezza: 180,2 m
    • Larghezza: 33,4 m
    • Pescaggio: 6,7 m
    • Ponte di volo: 173,8 x 30,4 m
    • Propulsione: COGAG, 4 turbine a gas Fiat-General Electric LM-2500 (2 el.); 82.000 CV su due assi (60.400 kW complessivi), velocità 30 nodi (56 km/h), autonomia 7.000 miglia (13.000 km) alla velocità di 20 nodi
    • Equipaggio: 550 uomini + fino a 230 addetti componente aerea
    • Sensori: 1 radar RAN 3L tridimensionale; 1 di scoperta aerea bidimensionale RAT 31 e 1 RAN 10S combinato aerea-superficie; 1 di navigazione SPS-703; 3 radar RTN-20X, 2 RTN-30X (per Dardo e Albatross rispettivamente); 1 TACAN; sistema IPN 10 SADOC elaborazione dati; sonar DE 1160 a scafo.
    • Sistemi difensivi: ECM,2 lanciatori SCLAR
    • Armamento: fino a 8 Otomat Mk 2, 2 lanciamissili Albatross con 48 Aspide; 3 CIWS Dardo; 2 lanciasiluri ILAS-3 da 324 mm con (12?) siluri leggeri.
    • Mezzi aerei: 12 AV-8B o 18 SH-3D
    • Motto: 'Obbedisco'

    A causa della legislazione vigente all'epoca, che permetteva esclusivamente all'Aeronautica il possesso di mezzi aerei militari ad ala fissa) il Giuseppe Garibaldi non ebbe, fino al cambio delle legge nel 1989, alcuna dotazione di aerei.

    Nave Giuseppe Garibaldi sarà affiancata dalla portaerei Cavour il cui varo è avvenuto il 20 luglio 2004 e che entrerà in servizio nel 2009. Nave Cavour sarà la prima vera portaerei italiana e andrà a sostituire l'incrociatore Vittorio Veneto (550), non più operativo dal 2003 e posto in disarmo nel 2006.


    La CAVOUR[1][modifica]

    Il 27 marzo 2008 è stata consegnata la nuova ammiraglia della flotta italiana, prevista l'entrata in servizio nel 2009 quando la collega Garibaldi avrà già ben 24 anni. La CAVOUR, ex- tante cose, come Mazzini, NUM, NUMA etc., ha visto gli anni '90 pieni di contrordini su come realizzarla. Per esempio come unità ibrida portaerei-anfibia. Alla fine , nel gennaio 1998 è stata data l'autorizzazione alla sua costruzione da parte della Commissione Parlamentare, relativa al progretto 168, la cosiddetta NUMA (Nuova Unità Maggiore Anfibia), e infatti aveva anche un bacino allagabile. Poi nel luglio 2000 venne trasformata in una NUM, che significava la rinuncia ai compromessi che avrebbe comportato la presenza di capacità anfibie estese. Certo che le 3 S.Giorgio non devono essere considerate tanto 'performanti' se per trasportare un'unità minuscola come il S.Marco si chiedeva e si chiede ancora la presenza di una grande nave anfibia aggiuntiva. Nave nata per compiti di difesa aerea, comando e controllo e anche con la capacità di ospitare 300 fanti di marina, da 27.500 t, ha visto le capacità anfibie limitate al supporto con gli elicotteri di bordo e al trasporto di veicoli leggeri nei ponti hangar in caso di necessità. IL NUM 1 era il contratto iniziale per la costruzione e allestimento, poi sono seguiti (questo venne assegnato alla Fincantieri nel novembre 2000, da qui le critiche di Berlusconi verso 'la portaerei dell'Ulivo, che ci è costata 13 miliardi'), i successivi due contratti erano il NUM 2.1 e 2.2 per integrare i vari sottosistemi dentro la nave, come quello di combattimento, e vennero assegnati rispettivamente in luglio del 2002 e novembre 2003. Nel trattempo le lamiere del nuovo gigante dei mari vennero tagliate a far tempo dal giugno 2001, e la nave venne realizzata in due tronconi, quello di prua era lungo 70 m e vene dato da costruire al cantiere Muggiano di La Spezia, mentre la zona Centro-Poppiera era a Riva Trigoso e venne varata nel luglio del 2004, per poi essere trasferita a La Spezia dopo una solenne cerimonia con tanto di mega- bandierone italiano con sopra scritto Fincantieri (che copriva in buona sostanza la mancanza della sezione di prua. A presenziare alla cerimonia c'era anche un caccia 'Audace', allora alle ultime battute della sua carriera. Il Muggiano non era molto distante, solo 46 km e nel dicembre 2004 i due tronconi sono stati uniti per formare lo scafo. Solo dopo due anni, il 19 dicembre 2006 ha iniziato i collaudi in porto prima, e le prove in mare poi.

    Questa nave, con un dislocamento quasi doppio rispetto a quello del Garibaldi e più lunga di 60 m, ha una struttura piuttosto simile, anche come dimensioni, a quella delle 'Invincible' inglesi, inclusa una sovrastruttura molto lunga, ma soprattutto uno sky-jump singolo, sulla parte sinistra del ponte, è una nave lunga 244 m e larga 39 m (non lo scafo, incluso il ponte di volo), alta 39 m, costruita in acciaio ad alta resistenza, ha nove ponti e altri 5 per l'isola laterale, al solito sistemata a destra. Il ponte di volo 234 m, larga 34,5 m, con una superficie di 6.800 m2, due elevatori a dritta, sky jump da 12 gradi (come per la PRINCIPE DE ASTURIAS spagnola), che completa una pista lunga 183 m di decollo, con 6 spot di decollo per elicotteri medi e pesanti. I due elevatori sono da 30 t, dei Mc Taggart-Scott, davanti e dietro l'isola e siccome sono laterali, non causano interferenza con le operazioni di volo. VI sono anche due altri più piccoli da 15 t usati soprattutto per le munizioni. Quanto all'hangar, è lungo 134 m, largo 21 m e alto 7,2 il che consente di ospitare 12 AW- 101 o 8 aerei STOVL. Non moltissimo in effetti: La CLEMENCEAU era più grande ma aveva 152x24x 7 m. Il ponte hangar è rinforzato per portare anche mezzi che chiaramente non volano: carri come l'Ariete, per esempio, il tutto sbarcabile su di un porto, da due rampe d'accesso che sono a poppa e sul lato destro al centro della nave.

    Poi l'apparato motore: Avio/GE LM-2500 potenziate a 29.000 hp per un totale di 118.000, il che dà una potenza da scaricare, in configurazione GOGAG, su due assi con 2 eliche pentapala dal disegno raffinato e larghissima corda, oltre a 8 gruppi generatori per 17.600 kW, il tutto per arrivare ad oltre 28 nodi, anche se l'autonomia di 7.000 mn a 16 nodi non è eccezionale, comprende in pratica una durata missione indipendente di 16 giorni a questa velocità. Ha una velocità relativamente elevata per permettere maggiore capacità di operare con aerei anche in assenza di vento, opera con mare anche oltre forza 6, grazie alle due coppie di pinne stabilizzatrici attive, e poi ha due eliche di manovra a prua e poppa orientabili. Realizzata per operare con mezzi aerei, tra cui in futuro, se tutto andrà bene, anche i JSF, ha un equipaggio limitato di 530 elementi, 100 in meno del Garibaldi, per via dell'alta automizzazione raggiunta specie grazie ad un sistema PMS di gestione della piattaforma per gestire l'impianto motore a distanza, come anche i generatori di energia elettrica e altro ancora, grazie a 30.000 punti di monitoraggio. La nave di per sè ha sette zone di sicurezza in cui si dividono i suoi interni, ha capacità di operare in ambiente NBC e un sistema di degaussing automatico. Per il resto la CAVOUR è tutt'altro che stealth, anche se le pale dell'elica non dovrebbero causare alcuna cavitazione. Gli alloggi sono stati molto meglio curati rispetto alle navi 'tutte denti' della MM di anni fa, ora che le dimensioni sono aumentate, i sistemi d'arma diminuiti e così l'equipaggio, non più costituito da sguatteri najoni nemmeno in piccolo numero. La Fincantieri ha adottato soluzioni derivate dalle sue navi di crociera, per cui gli ufficiali hanno camere singole o doppie con servizi, e gli altri hanno al massimo stanze da 4 posti, e solo il S.Marco ha camerate per i suoi eventuali spiegamenti operativi, con strutture da 21 letti e servizi multipli. I servizi associati alle camerate sono utili soprattutto considerando la presenza di personale femminile.

    Quanto alle capacità di combattimento, la CAVOUR ha un equipaggio complessivo di 1.210 effettivi e questi sono rappresentati nel dettaglio da 451 marinai, 203 per il gruppo di volo, 140 del comando complesso per la quale la nave è stata pensata (come nave ammiraglia di task-forces), 325 effettivi per gli sbarchi e altri 91 in opzione ma per compiti particolari. Dopotutto anche la Garibaldi, a suo tempo, si diceva che potesse alloggiare 600 soldati per previ periodi, anche se la cosa apparentemente non si è mai concretizzata. In ogni caso la vera forza della nave ovviamente sta nei mezzi aerei, dai CH-47 dell'Esercito ai futuri JSF, anche se inizialmente ci saranno i pochi AV-8 e EH101, quest'ultimi però presenti anche nella versione, poco conosciuta, AEW, con un radar Selex-Galileo HEW-784 e link 11 (i 16 solo in futuro). Gli Harrier, armati con Sidewinder, da qualche anno hanno anche gli AIM-120B, bombe JDAM LGB guidate dal pod Litening II, mentre gli AW-101 standard hanno siluri e missili Marte ultimo modello, In tutto ci sono 8 spot per velivoli operativi e uno per elicotteri SAR e collegamento. Le capacità di carico come si diceva non sono eccezionali, nonostante tutto: fino a 18 apparecchi, che sono non tanto meglio di quanto fa la GARIBALDI (circa 14-16), mentre è possibile imbarcare 100 veicoli leggeri, o 50 corazzati, o 24 carri Ariete. VI sono due sale operatorie e un ospedale attrezzato in generale, con 40 posti letto e 82 di primo soccorso.

    Per le missioni come nave comando, sotto la parte centrale del ponte di volo vi è un'area di 1.300 m2. Il sistema di gestione di dati ovviamente rappresenta lo stato dell'arte, con il CMS Combat Management System, derivato dal sistema degli 'Orizzonte' e da quello dei molto più modesti OPV 'Sirio'. IL CMS, costituito da una joint-venture di industrie per lo più italiane ha un sistema DTS di trasmissione dati a fibre ottiche, poi vi sono 5 computer tattici principali con 28 consolle multifunzione nella COC della nave (Centrale Operativa Combattimento) e una stazione separata d'emergenza, con altri 5 computer ma due sole consolle. PEr le operazioni di comando e controllo vi è un altro locale con 20 schermi di grandi dimensioni del tipo LSD e predisposizione per ben 212 consolle, di cui 72 installate che permettono di lavorare con il ssitema C4I MCCIS della Northrop Grumman. VI è un sistema di comunicazioni integrate Selex sulle varie frequenze ,anche satellitari civili e militari, link 11, 16 e 22, sistemi a TV a circuito chiuso, sistemi radio wireless con standard Tetra.

    Poi i sensori e i sistemi d'arma: radar di navigazione GEM Elettronica SPN-753G(V), radar per scoperta a bassa quota RASS RAN-30X, sistema SASS, per la sorveglianza passiva IR (Silent Acquisition Sub-System), radar di scoperta 3D Selex RAN-40L a poppa, e EMPAR sulla cupola di prua, sotto le solite (come sugli Orizzonte) due corone di sistemi ECM e ESM, che serve per scoprire bersagli vari e guidarvi contro gli Aster SAAM-IT; poi vi è la ESM ECM di Elettronica che sono gli stessi delle 'Orizzonte', coppia di lanciatori SCLAR-H di nuovo tipo a 20 canne ma modulari, sistema IFF Selex-SIR-R/S; poi vi è un TACAN Thales Italia, radar Selex Galileo SPN-720, sistema d'avvicinamento strumentale ognitempo Telephonics SPN-41 e EODS/DAPS per gli Harrier. Infine i due sistemi di sorveglianza elettro-ottica GEM ELettronica EOSS, e non manca nemmeno un sonar a scafo WASS SNA-2000 con predisposizione per il sistema di inganno siluri SLAT.

    L'armamento vero e proprio a confronto non è molto, specie considerando il Garibaldi: 4 complessi a 8 celle Sylver A43 sui lati del ponte di volo per gli Aster 15, e 3 mitragliere Oto KBA da 25 mm, per la protezione tutt'intorno, ma non mancano nemmeno due posizioni per ospitare due potenti Super Rapido da 76 mm che in caso sarebbero serviti da due sistemi di ingaggio bersagli radar-ottici Selex NA-25X.

    Di tutto questo sistema d'arma, in realtà è stato consegnato uno standard minimo, mentre tra il 7 e il 9 novembre del 2007, dopo le varie prove fatte con i sistemi di bordo come i motori e la generazione di energia e le tracciature acustiche, sono stati fatti i test di volo con elicotteri AB-212 e AW-101 del 5° e 1° Gruppo e uno AV-8.

    La CAVOUR è chiaramente il biglietto da visita per la cantieristica militare italiana. Più che la piattaforma in sè, per i sotto-componenti. L'apparato motore è stato scelto come base per la futura portaerei indiana, per esempio, ma quello che colpisce è la pervicacia nell'usare solo sistemi di concezione nazionale. Per la prima volta, per esempio, sono stati adottati radar anche a lunga portata di tipo nazionale, e così via, in una fiera di contratti per tutte le aziende importanti del settore. Questo è stato fatto in maniera molto più incisiva che con le 'Orizzonte' dato che non è un programma binazionale, ma visto che di sistemi analoghi in ambito internazionale non ne mancano, tipo i sonar, sarebbe molto interessante sapere se e come siano state fatte regolari gare d'appalto, specie ora che l'Italia è tenuta a seguire regole di trasparenza imposte dall'UE. E' invece fin troppo facile intravedere un'ostentato protezionismo a favore delle industrie nazionali e dei loro interessi, cosa del resto di lunga tradizione per le nostre F.A., che in genere comprano all'estero solo se in Italia non si trovano sistemi analoghi già disponibili o in sviluppo. Uno degli elementi per affermarlo la presenza dei missili Aster-15, che pure sono armi a medio-corto raggio per autodifesa: per armi simili un sistema ARABEL è molto più che sufficiente con la sua portata di circa 50-100 km, mentre l'EMPAR è più adatto per gli ASTER-30 a medio raggio. Ora la 'Cavour' ha solo gli Aster-15 come la C.De Gaulle francese, ha però l'EMPAR che guarda caso è essenzialmente italiano (meglio,italo-britannico); mentre la nave francese ha del resto l'ARABEL connazionale. Ma l'ARABEL è effettivamente utilizzato per la difesa ravvicinata e quindi va benissimo per l'Aster-15, mentre l'EMPAR, usato sulle Orizzonte, (oltre ad essere presumibilmente molto più costoso) si occupa della difesa d'area su distanze di decine di km e quindi ben motivato per l'Aster-30. Solo che questo missile a raggio prolungato non è presente a bordo, non essendo la Cavour, almeno nella configurazione scelta, come nave da difesa aerea d'area. Così l'EMPAR è stato esportato in Francia, mentre l'Arabel non ha avuto la stessa sorte per la MMI.

    A questo proposito già vi sono state condanne da parte della UE per l'assoluta assenza di appalti per forniture importanti ai servizi Statali dall'inizio del decennio in poi. Cavour(550)

    • Tipo: Portaerei V/STOL
    • Costruttori: Fincantieri
    • Cantiere: Riva Trigoso e Fincantieri di Muggiano
    • Ordine: 22 novembre 2000
    • Impostazione: 17 luglio 2001
    • Varo: 20 luglio 2004
    • Completamento: 27 marzo 2008
    • Entrata in servizio: 2009
    • Dislocamento: 27.100 t a pieno carico
    • Lunghezza: 244 m
    • Larghezza: 39 m
    • Pescaggio: 7,5 m
    • Ponte di volo: 220 x 34 m
    • Propulsione: COGAG, 4 turbine a gas GE/Avio LM2500 da 88 Mw,

    6 Generatori Diesel + 2 Gruppi-asse da 17,6 Mw

    • Velocità: 28 nodi (52 km/h)
    • Autonomia: 7.000 mn a 18 nodi (18 giorni)
    • Capacità di carico:

    100 veicoli leggeri (fuoristrada VM o Lince) oppure 50 veicoli medi (anfibi LVTP 7, corazzati VCC 80 Dardo) oppure 24 veicoli pesanti (MBT Ariete da 60 ton.)

    • Equipaggio: 1.210 divisi in: 451 equipaggio, 203 gruppo volo, 140 comando complesso, 325+91 Reggimento San Marco
    • Sensori di bordo: 1 SPY-790 EMPAR, 1 RAN-40L, 1 SPS-791 RASS (RAN-30X/I), 2 RTN-25X Orion (predisposizione),
    • Sistemi difensivi Missili: 2 lanciatori verticali (VLS) in moduli da 16 celle ciascuno del tipo Sylver A-43 SAM a corto raggio Aster 15; 2 Oto Melara 76/62 mm Super Rapido; 3 pezzi Oto Melara/Oerlikon da 25/80 mm
    • Gruppo imbarcato: aerei STOVL (Harrier o F-35B),

    elicotteri di supporto aereo EH101 per un totale di 24 aeromobili, 30 se solo elicotteri

    • Motto: "In arduis servare mentem"


    Note[modifica]

    1. Peruzzi, Luca: La Portaerei Cavour, A&D Giugno 2008 p. 44-4

    per la versione incrociatori+cacciatorpediniere della pagina