Forze armate mondiali dal secondo dopoguerra al XXI secolo/Italia: esercito 2

Wikibooks, manuali e libri di testo liberi.
Jump to navigation Jump to search
Copertina

L'artiglieria dell'Esercito italiano, da sempre molto importante (nel giugno 1940 v'erano oltre 12.000 pezzi in servizio da oltre 47 mm, anche se la maggior parte erano obsoleti), è rimasta tale nel tempo fino ai nostri giorni. In generale, data la dipendenza italiana dall'artiglieria americana, si seguirà qui una esposizione che parla anche della genesi di quest'ultima, com supporto alla descrizione delle armi poi impiegate dall'E.I. dopo il 1945.

Molte delle tradizioni artiglieresche risalgono al Rinascimento, ma soprattutto, alla Prima guerra mondiale, in cui l'Esercito entrò con un parco d'artiglierie deficitario (come quasi tutti i belligeranti) ma riuscendo a porvi rimedio in pochi anni con un massiccio investimento, importazioni, produzioni su licenza e un gran numero di pezzi austro-ungarici.

Ancora nel 1990 gli accordi CFE conteggiavano un totale di ben 2.153 pezzi d'artiglieria. Ma questo totale era semplicemente falso. Bisogna dire in merito, che il trattato considerava pezzi d'artiglieria che fossero contemporaneamente sia di calibro superiore al 100 mm, che con canna rigata. Dunque nessuno degli 800 e passa mortai da 120 mm come nessuno degli oltre 250 cannoni da 40 mm antiaerei, poteva essere conteggiato nel totale, e lo stesso vale per i cannoni SR da 106 mm del tipo M40 che forse hanno contribuito al 'trucco' contabile, essendo sia di oltre 100 mm che con canna rigata. Ma non sono artiglierie convenzionali, sono attrezzate solo per il tiro diretto, e non sono assolutamente assegnate ad alcun reparto d'artiglieria. Con questi criteri si potrebbe considerare artiglieria da 'CFE' anche i cannoni da 105 mm dei carri armati, essendo questi sia rigati che oltre i 100 mm (e oltretutto non del tipo 'senza rinculo', ma armi relativamente convenzionali).

Quello che realmente esisteva all'epoca, attorno al 1990, nelle batterie dell'Esercito (depositi inclusi) era un totale di 1.090 pezzi d'artiglieria: 320 obici M56 someggiabili, per le 5 brigate alpine e la brigata paracadutisti, calibro 105/14 mm, con gittata di 10,6 km; a salire s'incontravano 70 M114 americani da 155 mm, ben 164 cannoni-obici FH-70 da 155/39 mm con gittata di 24 km, 42 vecchi cannoni M59 (americani come gli M114) da 155 mm, 36 M115 da 203 mm (idem); come semoventi vi erano un totale di ben 360 M109G e (pochi) già aggiornati allo standard L (con cannone.obice da 155/39 mm anziché 155/23 e gittata di 24 km anziché 18); 18 M107 da 175 mm, 36 M110A2 da 203 mm, 108 M-44 e 36 M55.

Sono tutte armi americane, eccetto gli obici someggiabili M56 italiani, e gli FH-70 tri-nazionali, come anticipazione del consorsio dei Tornado: ovvero, 72 armi per la Gran Bretagna (che nondimeno aveva la leadership per la versione trainata), 164 per l'Italia, e ben 212 per la Germania Ovest (che ebbe la leadership per la versione semovente SP-70, poi cancellata nel 1987). Era un'artiglieria potente e rappresentava un'arma di nuova generazione, al cui livello avrebbero dovuto essere convertiti gli M109G con una bocca da fuoco del tutto equivalente. Gli M107 erano in predicato di essere aggiornati, come in effetti sarà, trasformandoli in M110A2, dato che questi avevano quasi la stessa gittata ma con una granata ben più pesante: ma in realtà, la maggiore ragione si trovava forse nel fatto che si trattava di artiglierie con capacità nucleare: gli israeliani, al contrario, apprezzano la maggior gittata degli M107 e li hanno mantenuti con tanto di proiettile a gittata prolungata del tipo a 'sabot', da 40 km di raggio. In concreto, non hanno cambiato la loro linea di pensiero, che prima dell'avvento dell'M110A2 con cannone prolungato vedeva decisamente in rovina l'M110. La trasformazione era facile, visto che lo chassis era lo stesso e quindi bisognava sostituire solo la b.d.f, cosa semplice dato che non era in torretta, ma in un affusto scoperto, come se fosse un'artiglieria trainata (dato che lo scafo non era assolutamente in grado di ospitare una torretta adatta alla necessità).

Le artiglierie di vecchia generazione[modifica]

Quanto ai pezzi d'artiglieria obsoleti, il 155/55 M59 'Long Tom' (designazione bellica: M1 Long Tom), era un potente cannone d'artiglieria a lunga gittata, derivato dal GPF francese della Prima guerra mondiale, da 18 km di gittata, e di cui l'esercito USA aveva ancora oltre 800 pezzi nel 1940. Dato che era un cannone eccellente, gli americani ebbero premura di comprarlo già nel 1917, quando entrarono in guerra, chiamando i pezzi ricevuti dai francesi M1917. La produzione americana, differente per minimi particolari, era chiamata M1918. La presenza in Europa degli M1917 fu limitata, e ancora di più lo fu quella degli M1918 che ovviamente necessitavano di un certo tempo per entrare in servizio: comunque, assieme ai numerosi cannoni da 75 mm M1897 questi pezzi furono il cardine dell'artiglieria americana della Prima Guerra Mondiale, visto che per il resto il corpo di spedizione statunitense non aveva quasi nessun equipaggiamento pesante, e non vi fu il tempo materiale per fare molto prima dell'armistizio dell'autunno del 1918. Questo anche per le difficoltà del trasporto in mare attraverso l'Atlantico, con navi spesso di tipo obsoleto anche per l'epoca, per i sottomarini tedeschi e per la vera 'arma segreta' che gli americani portarono (purtroppo) con loro, l'influenza spagnola, che fu un flagello per il genere umano peggiore di tutta la guerra messa insieme. Nonostante tutte queste difficoltà gli americani trovarono che l'M1918, ovvero il GPF (Grand Puissance de Feu) Filloux (nome del progettista) era un'arma pregevole: poteva sparare una granata da circa 43 kg ad oltre 18 km di gittata, e restava ancora rapido da movimentare e da mettere in batteria, grazie anche all'affusto. Ma come gittata, per quanto pienamente soddisfacente, si poteva fare di più e una commissione per l'artiglieria avrebbe raccomandato l'adozione di un suo derivato, appena più recente, l'M1920 studiato negli USA. Quest'arma 'cadde male' essendo arrivata nel dopoguerra, quando non v'erano soldi per queste 'innovazioni'. Quest'artiglieria rimase così nel cassetto, con uno sviluppo molto lento ed esitante, fino ai tardi anni '30. Nel mentre i cannoni da 75 mm vennero più rapidamente sostituiti dagli obici da 105 mm di pari gittata ma molto più distruttivi. Nel giugno 1940, quando l'Italia entrò in guerra e la Francia cadde, i primi cannoni a lungo raggio stavano entrando in servizio, con la loro portata aumentata ad oltre 23 km, ma non c'era molto bisogno di loro perché in tutto v'erano non meno di 973 cannoni da 155 mm, quasi tutti M1918, in servizio. Essendo allora artiglieria di corpo d'armata, questi cannoni a lungo raggio erano addirittura in esubero numerico. Molti vennero installati in speciali postazioni in calcestruzzo, chiamati Panama Mounts, che erano capaci di far fuoco sui 360 gradi. Altri videro l'azione ma vennero ben presto superati dagli M1 'Long Tom' dalla maggiore gittata e dall'affusto più moderno. Questo poderoso cannone venne montato anche su scafo di carri dando origine a soluzioni come l'M40 su scafo M4 Sherman, un ottimo semovente pesante.

Gli americani ebbero anche un'altra artiglieria dagli 'alleati' europei nel 1917, gli obici britannici da 203 mm, armi potenti e assai mobili. Ne fecero delle copie e poi li aggiornarono. Anche qui la 'Commissione Westervert' guidò il cambiamento, e raccomandò in particolare che i pezzi da 203 mm avessero lo stesso affusto dei cannoni da 155 mm. L'arma che ne derivò fu l'obice M1 da 203 mm, ottima arma con proiettile da 90 kg e gittata di oltre 15 km.

Il dopoguerra vide un'invasione di artiglieria surplus americane: tra queste vi erano gli obici da montagna da 75 mm, anche in versione semovente su scafo di carro leggero; l'M101 da 105/22 mm, l'M114 da 155 mm; l'M59 'Long Tom'; l'M115 da 203 mm.

In Italia v'erano armi analoghe, come anche in altre nazioni (per esempio, Germania e URSS), dato che v'erano necessità analoghe e buone capacità di progettazione. Anche qui i programmi dell'artiglieria languirono fino alla metà degli anni '30 dato il surplus di cannoni, spesso di preda bellica, di cui si disponeva. Le artiglierie, differentemente dai veicoli, aerei e anche navi, non si logorano facilmente, non bruciano e in genere non esplodono. Quindi, nella loro essenza di 'pezzi di ferro' sono beni durevoli. Ora le prede belliche austro-ungariche furono una autentica iattura: erano superiori come prestazioni e qualità alle armi italiane (che risultavano carenti ben più delle mere prestazioni teoriche, specie per i proiettili di tipo mediocre disponibili), e vennero adottate in un gran numero di esemplari. Però, con queste consistenti riserve di armi e munizioni disponibili sia di provenienza nazionale che austro-ungarica, e con le prestazioni belliche più che oneste di quest'ultime artiglierie, anche all'inizio della Seconda guerra mondiale, il problema del rinnovo dell'artiglieria scivolò molto addietro nelle priorità. Casomai le artiglierie avevano priorità per le navi da guerra e per l'antiaerea, ma molto meno per le batteria da campagna.

Nel frattempo molti nuovi progetti venivano messi faticosamente a punto, spesso l'industria li approntava e poi, data la mancanza di ordini nazionali, le vendeva all'estero (obici da 210 mm all'Ungheria, per esempio). Per quando l'Esercito si decise a fare sul serio come artiglierie e ad ordinare cannoni a lunga gittata da 155 mm, obici da 210 mm, artiglierie divisionali (ancora essenzialmente da 75 mm) etc. si era arrivati allo scoppio della nuova guerra mondiale. Ma se le condizioni di partenza non erano molto dissimili, gli americani fecero leva sulle loro capacità produttive e il risultato fu nettissimo: la loro artiglieria campale era la cosa che forse funzionava meglio di tutto il loro esercito, specie nel '42-43, superbamente equipaggiata, presto anche con le versioni semoventi, che sposavano le valide artiglierie a veicoli di per se non tanto impressionanti (scafi di carri leggeri e medi) ma affidabili, capaci di essere delle piattaforme efficienti e durevoli data l'ottima meccanica di base.

Artiglieria nel dopoguerra in Italia[1][2][modifica]

Il 90 mm M1, usato anche per carri e cacciacarri

La ripresa postbellica del servizio tecnico d'artiglieria fu molto intensa e ricca di insegnamenti, oltre che della constatazione di come poche artiglierie italiane dei tipi più moderni erano all'altezza della produzione estera, cosicché i reparti di prima linea si ritrovarono a combattere con armi obsolete. In effetti, per quanto possa sembrare assurdo, la vera maledizione furono le armi ex-austroungariche: non perché fossero mediocri, al contrario. Esse risultavano così palesemente superiori rispetto al grosso delle artiglierie che l'Esercito mise in campo nella Prima guerra mondiale, specie quando si trattava di prodotti su licenza esteri (in genere francesi), che le si adottò in gran numero. Ma esse, per quanto buone fossero, rimasero poi inevitabilmente obsolete 22 anni dopo, senza che ve ne fossero in approvvigionamento un numero sufficiente dei nuovi modelli. Non che fosse un problema di numeri: al giugno 1940 c'erano non meno di 12.000 pezzi di oltre i 47 mm nel solo Regio Esercito, e questo non comprendeva le armi della Marina e dei tipi più leggeri. Sia l'una che gli altri erano di tipo moderno, per esempio i cannoni Breda da 20 e 37 mm, e i Bolher da 47 mm (di progetto austriaco). Ma sopra tali calibri, c'erano solo circa 116 pezzi moderni, per lo più i 75 mm contraerei Mod 34 e alcune artiglierie da montagna da 75/18 mm, oltre ai primissimi, ma non ancora in servizio, obici da 210 mm. La produzione bellica per rimpiazzare quello che all'epoca era uno dei più grandi parchi d'artiglieria del mondo, non fu mai pari alle aspettative e solo le armi pesanti c.a. da 90 mm, e quelle di corpo d'Armata da 149 mm, entrarono in servizio in quantità apprezzabili, ma specie nel secondo caso, troppo tardi. I cannoni d'armata da 149/40 mm e gli obici da 210 vennero mandati per lo più un URSS con il Corpo di Spedizione italiano, e andarono conseguentemente perduti. Nel dopoguerra i 210 mm rimasero in servizio per diversi anni con 8 esemplari, fino ad essere rimpiazzati dagli M115 americani calibro 203 mm, leggermente meno potenti ma anche più moderni e mobili (e da loro partirà poi l'M110). I cannoni a lunga gittata diverranno gli M59 Long Tom, di gittata impercettibilmente inferiore rispetto ai 149/40 ma ottime armi d'artiglieria a loro volta, per poi passare ai pezzi M107 e FH-70.

Tra gli esperimenti postbellici c'era un grosso interesse per ottimizzare quello che c'era con le munizioni e gli standard NATO. Come fucili mitragliatori, cominciando dal basso, si dovette passare per vari livelli, assai discontinui: prima il Breda 30, molto prodotto come arma di squadra, tra i meno soddisfacenti e armoniosi (anche in senso estetico, cosa che non è trascurabile come si può pensare: tradiva una scarsa linearità di funzionamento e di affidabilità in azione), al Bren britannico che era il meglio. Ma siccome si doveva adottare la 7,7 americana, il Bren da 7,7 mm non andava bene e così bisognava passare al vecchi M1918 BAR (Browning Automatic Rifle), un'arma tra le più eleganti e ben costruite della storia delle armi automatiche, usata dall'US Army per circa 40 anni. Si provò ad adattarlo alle munizioni americane per renderlo compatibile con i Garand, e in alternativa al BAR; ma non se ne fece nulla, essendo la munizione americana troppo diversa e lunga quasi 7 mm di più. In seguito, invece, gli Inglesi riuscirono a ricalibrarlo per la più corta 7,62x51 mm NATO. Così si ebbe il BAR e, come armi del fante, l'M1 Garand, di cui la Beretta avrebbe fatto una versione automatica, il FAL BM59 (simile all'M14 americano). Per le pistole e moschetti non c'era problema, con le armi Beretta 34 e MAB. Il Bren trasformato non interessò l'Esercito, ma qualche esemplare è finito negli arsenali della Polizia di Stato, in cui pare fosse in servizio anche negli anni '90.

Per le mitragliatrici resistette la Breda da 8 mm, la Mod 37, che era considerata un'arma 'seria' data l'affidabilità di funzionamento. La Breda Mod 37 era figlia di precedenti esperienze, ma soprattutto considerando che da sostituire erano armi come le Fiat 1914, non c'è da stupirsi che la nuova mitragliatrice fosse molto apprezzata, paragonata alla mediocrità delle armi che la precedettero. La Breda spesso all'epoca si 'ispirava' parecchio, quando non copiava direttamente o costruiva su licenza, armi straniere (ha continuato, del resto, con la produzione su licenza delle armi come le Bofors, dal dopoguerra finalmente prodotte anche in Italia nel tipo L70). La meccanica era fin troppo simile, comunque, a quella della Hotchkis 1914 francese, ottima arma che costituì una fonte d'inspirazione per quella italiana che praticamente la copiava anche nell'estetica; il trippiede era invece un 'clone' delle mitragliatrici austricache. L'arma nel suo insieme era efficiente, ma alimentata da lastrine da 20 colpi che richiedevano per forza due serventi per funzionare (e l'armiera doveva essere anche svelto nel sostituire le lastrine, anche se non c'era una grande cadenza di tiro). Il peso era un problema: con il treppiede arrivava a 40 kg, per cui non si può certo definirla un'arma bivalente, come le MG 42. Nell'Esercito italiano era considerata migliore delle Vickers inglesi e delle Browning americane, ma non c'era molto da scegliere in efficienza, e comunque non deve stupire dato che i tipi angloamericani in parola sono più vecchi di quasi 20 anni. Si tentò di ricamerare anche quest'arma, come il Bren, con la 7,62 mm americana, ma non se ne fece niente, nonostante il miglioramento in potenza e precisione rispetto alle cartuccie italiane da 8 mm (a 500 m era stimato un rettangolo di dispersione di circa 15x39 cm), forse però costoso e pagato con una minore affidabilità. In ogni caso, la Breda si fece da parte definitivamente con la MG-42/59, l'arma tedesca della Rheinmetall-Borsig ricalibrata col 7,62 mm NATO.

Altre artiglierie erano pure state sperimentate come il 75/21 mm, che erano il pratica il vcchio pezzo da 47/32 mm controcarri con il nuovo cannone, a bassa velocità iniziale (248 m.sec) che tirava una granata a pareti sottili per contenere oltre 600 gr di esplosivo oppure una HEAT, rispettivamente da 5,2 e 3,65 kg, su una gittata massima (con 72 gr di carica) di 4.200 m circa. Non ebbe successo data la fornitura del Bazooka e del cannone c.c. da 57/50 mm controcarri. I cannoni d'appoggio fanteria vennero per il momento abbandonati, ma poi la cosa ritornerà in auge con i pezzi SR. Da notare che il peso del pezzo da 75 era di 287 kg, non molto di più del cannone SR da 106 mm (210).

Il cannone da 90/53 contraerei era un'ottima arma per la sua categoria. Si pensò di costruirne e si sperimentò, una canna da ben 75 calibri, che consentiva di ottenere prestazioni eccezionali per il suo calibro. Forse era valido come armamento per carri armati. Come arma contraerei, invece, era piuttosto discutibile, anche perché era a brandeggio manuale e con un freno di bocca che smorzava il rinculo, ma assordava i serventi al pezzo (già il 90/53 aveva questo problema). Anche se balisticamente era attraente usare tale arma che sparava ben 5,5 kg di propellente ma non superava le 3.000 atmosfere di pressione interna, sarebbe stato meglio usare piuttosto il cannone M1A3 americano da 120 mm se si voleva una tale gittata senza pagare prezzi eccessivi.

Il cannone ebbe anche una granata speciale, un proiettile da 450 mm di lunghezza che espelleva 6 proiettili da 20 mm da una sorta di alveoli che facevano anche da 'cannoncini' lunghi 10 calibri (20 cm) di un tipo a grande capacità di esplosivo e spoletta semplificata. Questa soluzione, però, avrebbe significato tirare un proiettile da 10 kg per un carico utile di 750 grammi complessivi e poi, se già le schegge del 90 mm erano abbastanza pesanti da rompere le tegole dei tetti quando ricadevano (e nondimeno, erano accusate di essere troppo piccole contro i quadrimotori americani), figurarsi un monoblocco metallico di 9 kg. Il peso dell'arma sperimentale era di 6.250 kg, di cui 1.550 della sola canna con otturatore, il proiettile completo, di cui la munizione pesava 10.1 kg, arrivava a ben 22,5 kg, come i colpi da 100-105 mm. L'idea balisticamente era interessante, ma non ebbe mai seguito e il cannone da 90 allungato (come del resto lo era il Flak e il Pak 43 tedeschi da 88/71 mm) non lasciò tracce di sé. Altri pezzi interessanti furono l'obice da 100/17 mod-14-50, ovvero un obice da 88 inglese con la canna del 100/17 mm già esistente, pesando in tutto 1.500 kg, tirando munizionmi da 13,375 kg. Non ebbe molto seguito, ma venne usato per breve tempo; già c'erano per l'appunto gli obici-cannoni da 88 britannici e poi i 105 mm americani che chiusero la questione. L'obice Mo. 14/16/50 era un'arma da montagna che in pratica univa la stessa b.d.f ad un affusto nuovo, che riduceva il peso ad appena 950 kg. Venne sostituito dopo qualche anno dal Mod.56 someggiabile, arma divenuta standard (non fosse altro perché non ce n'era alcun'altra di questo tipo) in pochi anni come artiglieria leggera. Questo cannone, apparso alla fine degli anni '50, era scomponibile in 13 carichi e pesava circa 1.300 kg, quindi più del suo predecessore, ma poteva ancora essere someggiato. Tra gli utenti vi fu il British Army, che poi però l'ha rimpiazzato con il britannico Vickers Light Gun da 105 mm, dalla maggiore gittata (17 contro 11 km) e che si è poi affermato anche negli USA e in generale come il suo successore. Infine l'ammodernamento dell'obice da 149/19 Mod42-50, consistette nel fornire le sue ruote di pneumatici anziché della gommatura piena che aveva prima. Tanto sparava 'seduto' e quindi la sua precisione non ne risentiva. Esso era un'ottima arma, assieme al pezzo da 90 quello più moderno dell'artiglieria di produzione italiana, e dotato di un'ottima gittata per il suo tipo (ma dipendeva dal tipo di granata usata, comunque più leggera rispetto al normale per tale calibro). In seguito venne sostituito con l'M114 americano, forse meno preciso, ma più facile e molto più veloce da mettere in postazione, cosa molto importante per la guerra moderna di movimento.

Per il resto c'è da dire che le armi contraerei leggere divennero essenzialmente le Bofors da 40 mm, che rimpiazzarono le Breda da 37 mm, e le Browning da 12,7 mm dei tipi Maxon Mount che rimpiazzarono le mitragliere da 20 mm Scotti e Breda, superiori come impianti singoli ma certo non contro un sistema quadrinato da 12,7 mm. Altre vie, come produrre un affusto addirittura sestuplo (per esigenze navali) delle Hispano-Suiza durante il periodo bellico, non ebbero seguito. La Marina si tenne ovviamente più a lungo le sue armi da 20 mm, ma ben presto lo standard anche qui divennero le Oerlikon, più le Bofors; del resto erano le armi migliori e più diffuse delle loro categorie di cannoni a.a. Dei cannoni semoventi, alcuni 'bassotti' da 75 rimasero in servizio nel dopoguerra, forse solo i pezzi da 75/18 che erano i più diffusi, mentre altri, come i semoventi da 105/25, erano stati prodotti in pochi esemplari ed essi (e il loro obice) pressoché spariti durante il conflitto. Qui i semoventi divennero essenzialmene gli M7 Priest americani da 105 mm, e i Sexton canadesi, riarmati anch'essi con l'obice da 105 piuttosto che con il cannone-obice da 87 mm britannico.

Un incidente del 28 giugno 1952 vide la perdita di un Helldiver della Marina durante un'esercitazione di tiro contraereo. All'epoca ad Albenga si esercitavano ad Albenga e Ceriale, sul litorale, i carri armati Sherman del Battaglione mobile carabinieri, che tiravano a delle zattere, mentre il 1° Rgt Art. C.A. usava i Bofors contro i palloni, sia di giorno che di notte (con i riflettori). C'erano anche i cannoni contraerei pesanti, come i famosi 'pezzi da novanta'. Il più vecchio era trainato da autocarri Lancia 3Ro, i più moderni sui Fiat Dovunque 6x6. Il più vecchio era il cannone da 90/53 Mod. 41 e l'altro era il pezzo M2 americano da 90/50, che possedeva un sistema di caricamento automatico, o forse il tipo meno recente M1 (più probabilmente entrambe). C'erano anche cannoni da 20 e 37 mm. Questi erano i cannoni della Breda, i cui 20 mm avevano ancora il sistema (definito da un soldato dell'epoca come 'demenziale') di rimettere nell'astuccio i bossoli sparati, con il risultato che si rompevano anziché essere recuperabili. Tale pratica aveva avuto inizio con la mitragliatrice Revelli M1914.

Non mancavano i Mod. 34 da 75/46 mm Ansaldo, e il Flak 18 da 88/56 mm tedesco. Questi cannoni vennero usati fino a quando arrivarono i missili HAWK. I vari cannoni erano il Mod. 34 e 34M da 75 mm, entrato in servizio nel '34 come primo cannone antiereo terrestre di tipo moderno per l'Esercito, con gittata massima a.a. di 8.500 m e massima sull'orizzonte di 13.000, colpi completi da 10,6 kg e usato come Flak 264/2(i) dai Tedeschi, oltre che anche gli Alleati in Italia. Dal dicembre del '42 era in sostituzione con il Mod. 41C, dei quali erano disponibili 539 esemplari all'Armistizio, tra C mobili e P da postazioni fissa, più 29 su autocarri e una trentina su scafo M42 per compiti cacciacarri. La cadenza di tiro di questo che era il migliore cannone a.a. dell'esercito (e la versione originale da 90, per la Marina), tirava colpi fino a 11.400 m di quota o 16.700 di distanza, colpi da circa 10 kg per il proiettile, 17,7-18,7 kg completi. I Tedeschi ne riutizzarono 315 come Flak 41 o 309(i) 9 cm, gli altri vennero usati dagli Alleati. C'erano i cannoni Krupp Flak 18, 36 e 37, che tiravano colpi da 9,2 kg, ma nel 1950 la carenza di proiettili lo aveva messo fuori servizio, mentre continuò per esempio, in Yugoslavia e varie nazioni del Nord Europa. I cannoni britannici da 3,7 pollici overo 94 mm, erano armi capaci di sparare, come il 90/53, fino a 20 c.min, con alzo di 80°, colpi da 13 kg (solo considerando il proiettile vero e proprio), con una velocità alla bocca non molto alta (meno di 800 m.sec) tanto che la gittata contraerei utile era di 9.750 m, mentre la massima sull'orizzonte arrivava invece a ben 18.800 m. I Tedeschi lo usarono come Flak M39(e) 9,4 cm. Infine i cannoni americani, allorché nel 1938 l'US Army chiese un sostituto per il suo M3 da 76,2 mm. Ne venne fuori un cannone da 90 mm nei tipi M1, M1A1, M2A2 automatico. Era questo il cannone definitivo per la contraerea pesante italiana, capace di tirare fino a 27 c.min a 12.000 m con una balistica simile a quella del 90/53 (circa 850 m.sec) proiettili da 10,6 kg con alzo fino a 80°.

Altri semoventi furono quelli controcarri tipo gli M36 da 90 mm, veicoli che su scafo Sherman quasi la potenza di fuoco di un M26. Poi arrivarono anche altri mezzi: per esempio, l'M52 sempre con obice da 105 mm, e con la caratteristica molto insolita di ospitare in torretta anche il pilota, per cui era dotato di una torretta alta e grossa, ma brandeggiabile solo per 60 gradi per lato, e uno scafo basso. Era un mezzo molto mobile dato che aveva base sullo scafo del carro leggero M41 Walker Bulldog, con corazze d'acciaio da mezzo pollice (12,7 mm) di spessore, abbastanza per resistere solo al fuoco delle armi leggere e schegge, ma si trattava di una protezione completa,anche per il tetto del mezzo prima assente. L'Italia adottò il carro leggero M24 ma non il successivo M41: tuttavia, le sue versioni d'artiglieria furono l'eccezione alla regola. Un'altra eccezione, oltre l'M52, fu quella dei semoventi, sempre su scafo M41, del tipo M44: stavolta erano armati con pezzi da 155 da 14 km di gittata, che erano tuttavia molto impegnativi per lo scafo di un carro leggero, quindi vennero ospitati in una postazione convenzionale, con tetto aperto per ridurre il peso complessivo. Queste armi erano, attorno al '90, ancora nominalmente in carico.

Se gli M41 come tali non servirono mai nell'E.I, ma questo accadde per i derivati d'artiglieria, questo vale anche per gli M48. Se qualcuno chiedesse se questi carri abbiano mai servito nell'E.I. la risposta non dovrebbe essere un secco no, ma un 'dipende'. Infatti almeno la componente veicolare servì nell'E.I, ma sotto mentite spoglie: quelle dell'M55. Questo era un semovente da 203 mm con obice derivato da quello dell'M115. Solo pochi esemplari vennero prodotti perché è ben vero che poteva offrire protezione integrale all'equipaggio (cosa molto importante in un ambiente NBC, anche se difficilmente aveva un impianto di filtraggio aria, almeno inizialmente), ma questo bestione, su scafo M48, era davvero un mezzo lento e pesante. E pensare che rinunciava comunque ad una torretta rotante: aveva solo una postazione con brandeggio limitato in una casamatta nella parte posteriore dello scafo. Per evitare di 'avvitarsi' in queste soluzioni che erano chiaramente poco pratiche, venne fatta una 'sterzata' e si ritornò a veicoli leggeri ma economici e altamente mobili, che pagavano tutto questo con l'assenza di protezione per i serventi (solo il pilota era in pratica protetto in qualche modo). Ecco quindi gli M110, molto più graditi degli M55, ed ecco quindi la preferenza per la lunga gittata (=meno esposizione; in Vietnam erano per esempio gli unici a superare in gittata l'M46 sovietico da 130 mm) degli M107, 32 km contro circa 15. Il vantaggio però è stato eroso dalla canna allungata a 39 calibri dell'M110A2 e dalla disponibilità di un vasto assortimento di munizioni, mentre l'M107 non ha capacità nucleare e non ha che una granata HE da 78 kg.

I sistemi moderni[modifica]

Poi sono arrivati gli M109. Con che tempistica non è facile dire, ma ancora negli anni '80 ve n'erano in produzione 40 dell'ultimo lotto per un totale di 260 pezzi. Armati con un obice da 155/23 mm

Israeli Doher M109.jpg

Dotato della stessa artiglieria sistemata sull'M55, a suo tempo, o quanto meno con la stessa gittata di 14,6 km, ma con uno scafo progettato ad hoc, ben più spazioso e soprattutto con una torretta chiusa e interamente brandeggiabile, sulla falsariga di un grosso carro armato. Adesso è una configurazione standard: nel 1963 un po' meno. Alla fine degli anni '60 iniziarono ad entrare in servizio anche nell'E.I, ma non nella versione iniziale americana ma nel tipo aggiornato dalla Germania, l'M109G: ovvero con un obice modificato, capace di sparare ad un ritmo più elevato, anche se il dato di punta di 6 c. min non impedisce che il ritmo sostenuto è di circa 1 colpo al minuto o 3-4 per periodi brevi, non fosse altro che per la resistenza della canna al surriscaldamento.

L'M109 invece entrò in servizio nel 1963, con oltre 2.000 esemplari prodotti. Questo semovente poteva contare su ottime doti di mobilità e una protezione completa per il proprio equipaggio. Ma i punti deboli erano anche che: l'autonomia, nononstante l'ottima meccanica, non era eccelsa; le capacità anfibie erano possibili solo dopo un'accurata installazione di un kit. La protezione, in alluminio saldato, era ottima per ottimizzare la resistenza, ma per il resto era leggera e anche se copriva tutti i lati e il tetto del mezzo, era vulnerabile (un po' come la corazzatura degli M113) al fuoco delle armi pesanti, costosa e in caso di incendio il veicolo sarebbe stato irrecuperabile dato che il punto di fusione dell'alluminio è poco oltre i 600 gradi e per giunta ha la tendenza a bruciare. In ogni caso i veicoli in lega leggera hanno costituito una rivoluzione, ben più leggeri e tutto sommato economici (dato che richiedevano motori meno potenti) di quelli originariamente fatti in acciaio, specie se si aveva la pretesa di proteggere tutti i lati e garantire anche una torretta rotante.

Ma la mobilità venne pagata sia con la scarsa protezione e un costo unitario piuttosto alto (a parità di peso con mezzi in acciaio, non certo a parità di prestazioni, per i motivi suddetti), e con un obice che, anche se ampiamente dotato di un generosissimo freno di bocca a luce singola di grandi dimensioni, e di un estrattore di fumi, continuava ad avere una gittata relativamente ridotta. Così nel 1972 apparve l'M109A1 con un pezzo da 155/39 mm che in teoria avrebbe garantito 18,1 km, mentre l'OTO Melara sperimentò una bocca da fuoco (non è chiaro se montata su qualche M109) analoga, ma più pesante e capace di resistere a pressioni sufficienti per raggiungere i 24 km. In pratica era un'arma equivalente a quella dell'FH-70 in sviluppo. La b.d.f. americana di fatto non offriva che le stesse prestazioni dell'obice rielaborato dai tedeschi, così arrivò l'M109A2 con un sistema di caricamento, complesso rento recuperatore e circuito idraulico rielaborato, ma soprattutto un altro pesante limite dell'M109 (oltre alla scarsa protezione, scarsa gittata e costo non trascurabile) venne superato, quello della scarsa capacità dei depositi munizioni di appena 28 colpi: con un nuovo deposito principale da 22 colpi nella parte posteriore del veicolo vennero raggiunti i 36 proiettili, ben più adatti per un'azione di fuoco. Gli M109 base portati allo standard A2 venivano denominati M109A3. In teoria gli M109A2/A3 avrebbero dotuvo raggiungere i 22.500 m con munizioni normali (alla massima carica di lancio, la 8) e addirittura i 30.000 con quelle a razzo: ma in pratica, a causa dei limiti di resistenza delle canne, a valori ancora simili a quelli dell'M109A1 e quindi, appena meglio delle artiglierie semoventi avversarie come i 2S3 da 17-18 km.

L'evoluzione dell'artiglieria ha visto un programma chiamato ESPAWS/HELP, che avrebbe portato all'M109A4, e poi era previsto l'M109A5 con il programma HIP, Howitzer Improvement Program. Ma l'US Army ha deciso di lasciar perdere tutti questi programmi, ed è passato direttamente all'M109A6 Paladin, che offre protezione addizionale in kevlar e acciaio, sistema di navigazione terrestre, sistema di controllo del tiro digitale, sistemi di comunicazioni moderni, sistema di caricamento semi-automatico, cannone che secondo i piani originari doveva essere addirittura un 155/58 mm del tipo M-282, ma la NATO aveva deciso per gli anni '90 di adottare armi da 52 calibri e allora questo potente ma 'fuori standard' cannone non ha avuto seguito. Così la disputa è stata tra la b.d.f M284 derivata da quella degli M109A2/A3, e l'283 derivata dall'M-109, con la scelta della prima. Tra l'altro il Paladin ha un grosso vano di contenimento per le cariche di lancio, dietro la torretta, per aumentare la sopravvivenza dell'equipaggio in caso di colpi a segno, che altrimenti potrebbero innescarle distruggendo tutto e tutti.

Mentre questo kit veniva approntato, in Italia venne rispolverato come misura d'emergenza il cannone-obice da 155/39 mm della fine degli anni '60, in una versione aggiornata. Questa è di progettazione OTO, ma ha la stessa balistica dell'FH-70 di cui è probabilmente una stretta parente: di fatto è realizzata con le stesse leghe e materiali dell'obice trinazionale, e con gli stessi processi di autofrettaggio, con congegno di chiusura a vite e possibilità di sparare alla massima carica, la n.8. La nuova massa oscillante è di 2.700 kg contro 1.430 appena dell'M109G, corsa di rinculo uguale di 915 mm, ma gittata passa a 24 km, 30 con munizioni a razzo (che sono una sorta di 'equalizzatore': per esempio l'M198 americano ha 18 km di gittata con proiettili normali ma raggiunge i 30 con quelli a razzo). Attorno alla metà del 1991 già 36 mezzi erano stati consegnati e 70 erano in lavorazione. Le trasformazioni sarebbero continuate fino ad oltre la metà degli anni '90 sia all'arsenale di Piacenza che dalla OTO di La Spezia. I sistemi di controllo del tiro sarebbero stati pure aggiornati, ma non allo stesso livello del PALADIN americano.

Nel frattempo l'Arsenale di Piacenza, durante la prima metà degli anni '90 trasformò tutti i cannoni M107 in M110A2. Nondimeno, questi avrebbero avuto poco futuro: già verso la fine degli anni '90 erano in fase di dismissione.

I sistemi più importanti erano i missili tattici Lance, essenzialmente per la loro capacità nucleare e la loro precisione, con un raggio di 124 km con testata nucleare di 212 kg e di 64 km con testata HE da 454 kg. Erano in organico ad un apposito gruppo 'Lance' e le testate nucleari erano ovviamente sotto controllo americano. In tutto l'E.I. dovrebbe averne ricevuti circa un centinaio, di cui alcune decine (forse un l'anno) lanciati in esercitazioni con lanci dai poligoni della Sardegna.

Il vecchio M56 della OTO divenne un best-seller: l'Italia ne comprò ben 320 per le 5 brigate alpine e per la brigata paracadutisti. Ma tante altre nazioni, tra cui la Gran Bretagna e il Canada, nonché l'Argentina, lo comprarono. Doveva essere usato smontato in carichi someggiabili, e assemblato essere trasportabile da un elicottero sospeso sotto la fusoliera. Entrò in produzione nel '57 dopo che l'omologazione arrivò l'anno prima, ed entro il 1984, pur avendo un mercato di nicchia, ne erano stati venduti 2.400, e ancora la produzione continuava. Ma la gittata era un po' troppo corta e armi come il cannone leggero ROF da 105 mm l'avevano sostituito e per questo non c'è stato lo scontro fratricida tra gli obici inglesi e quelli argentini, di cui vennero portate 5 batterie su 30 pezzi complessivi. La cedevolezza del terreno non consentiva l'uso di armi più pesanti di quelle da 105 mm. Quanto al Modello 56 tra le sue caratteristiche v'é la coda divaricabile, e la possibilità di bloccare le ruote in posizione 'normale' e in quella' controcarri. Nel primo caso l'alzo è di -5/+65 e la direzione di 36 gradi complessivi. Nel secondo l'alzo è di -5/+25 gradi mentre la direzione resta di 36 gradi complessivi (18 per lato), non entusiasmante per il compito controcarri. In ogni caso così l'altezza dell'arma dal terreno scende da ben 1,93 m a 1,55. Spesso lo scudo anteriore è smontato per ridurre il peso. In tutto, soprattutto, è possibile scomporre in 11 carichi tutto l'obice, e vi sono sette uomini per la squadra di servizio. Senza traino animale, tipico delle truppe da montagna, è invece possibile il traino con un veicolo come la Land Rover a passo lungo, o l'aviotrasporto da parte (sotto la fusoliera) di un UH-1 o di un Wessex- Le munizioni sono le stesse degli M101 e M102 americani, tra cui quella HE da 21,06 kg (comprese le cariche di lancio? il proiettile da 105 mm tipicamente pesa circa 15 kg, la risposta è che si tratta di proiettili semi-fissi, senza una separazione netta tra cariche e munizione, ma un abbinamento da caricare poi dentro la volata), con v. iniziale di 472 ms, poi anche proiettili HEAT, illuminanti, e un HEAT capace di perforare 102 mm (forse angolata, altrimenti sarebbe un valore molto modesto), pesante 16,7 kg, su di un raggio difficilmente superiore a poche centinaia di metri.

  • Calibro 105 mm lunga 14 calibri
  • Peso: 1.290 kg in assetto di marcia con lo scudo
  • Dimensioni: lunghezza 3,65 m, larghezza 1,5 m, altezza 1,93 m
  • Alzo: -5/+65 gradi
  • Direzione: 36 gradi
Feldhaubitze 155mm.JPG

Gli FH-70 erano un elemento fondamentale per l'innovazione dell'artiglieria, con un programma firmato nel 1968 a livello binazionale, come si è detto. Gli inglesi dovevano sostituire i cannoni da 140 mm, i tedeschi l'obice M114 da 155 mm. Doveva avere elevata gittata, gittata elevata, alta mobilità e via discorrendo. Vi furono 19 prototipi, e nel 1970 si associò l'Italia a pieno titolo, dopo avere fatto studi in merito con l'OTO Melara. Nel 1976 si giunse all'omologazione e i primi arrivarono in servizio nel 1978. Le linee di produzione furono 3: la Vickers Shipbuilding and Engineering Ltd, quella che poi sarebbe diventata nota semplimente come VSEL che avrebbe costruito 72 cannoni-obici (la Gran Bretagna ebbe la minore produzione, ma rimase il Paese guida per la versione trainata, dato che la Germania ebbe il ruolo di leader per quella semovente), 164 da parte della OTO in Italia, 216 per la Rheinmetall.

La b.d.f. è lunga 6,022 m con un freno di bocca a doppio deflettore e congegno di chiusura a semiautomatico con otturatore a cuneo, mentre l'affusto è a code divaricabili. Inoltre nella parte anteriore v'é una APU, un motore a scoppio capace di consentire movimenti autonomi a 16 kmh di velocità massima, ma anche di fornire energia per il servosterzo, per il servomeccanismo di abbassemento delle ruote principali e della coda. Quanto alla marcia, questa avviente con l'arma ruotata di 180 gradi e bloccata sopra la coda. L'angolo di elevazione può influire sulla cadenza di tiro e allora è stato installato un sistema di caricamento semiautomatico che funziona con qualsiasi angolo d'elevazione, ed ha una piattaforma di caricamento. È possibile sparare 3 proiettili in appena 13 secondi e 6 colpi in un minuto, che possono essere di 3 tipi: HE da 43,5 kg, nebbiogeno con esplusione dal fondello delle sostanze nebbiogente, illuminante, capace di erogare 1 milione di candele per un minuto mentre scende col paracadute. In seguito sarebbe stato possibile usare altre munizioni, come quelle a grappolo e quella a razzo, del tipo americano M549A1 con gittata di 30 km . Quanto alla squadra di servizio, è di 8 uomini. Almeno inizialmente i sistemi di trazione erano, per i tedeschi, gli autocarri MAN 6x6 d 7 t, il Fiat 66066 TM 6x6, e il Foden britannico, pure 6x6. C'era bisogno di mezzi potenti, dato che tutte queste caratteristiche moderne erano pagate con un prezzo in peso non irrilevante, anche se non eccessivo. In tutto le caratteristiche, grossomodo pari a quelle del TR francese e tra le migliori delle armi dell'epoca, erano:

  • Calibro: 155 mm lunga 39 calibri
  • Peso: 9.300 kg
  • Dimensioni: 9,8 m di lunghezza, 2,204 larghezza, 2,56 altezza
  • Alzo: -5/+70 gradi
  • Direzione: 56 gradi

Un altro mezzo importante è stato l'MLRS. Questo sistema, chiamato anche 'Steel Rain', è stato commercializzato in Europa dalla MLRS International Corporation o MIC, basata in Inghilterra, che commercializzava l'arma prodotta dal consorzio multinazionele EPG britannico-tedesco-francese-italiano. Alla fine del 1995 è stato sciolto e riassorbito, come attività, dalla Loral-Vought americana. In tutto ha prodotto qualcosa com 284 lanciarazzi a 12 colpi su scafo M2 Bradley, con qualcosa come 190.000 razzi Phase I e II.

Quelli italiani hanno cominciato ad affluire verso la fine anni '80-inizio anni '90 con due dei 22 mezzi necessari per il 3° Reggimento 'Volturno'. In tutto sarebbero stati assegnati a questo solo reggimento, e mostrati per la prima volta nel 1994 in una esercitazione, nella quale tuttavia non spararono razzi per la minaccia che il vento in quota facesse finire fuori traiettoria questi razzi rispetto al bersaglio del poligono. In tutto questi 22 MLR, entrati in servizio nella prima metà degli anni '90 hanno avuto, almeno a che si sapeva all'epoca, circa 6000 razzi di cui un buon 10% addestrativi. Non erano pochi, ma in proporzione meno numerosi del resto: 272 razzi per lanciatore (oltre 20 ricariche complete, ciascuna delle quali capace di colpire circa 1 km2) contro 669. Anche così, con meno di 2.000 razzi vennero lanciati in Desert Storm e furono sufficienti ugualmente per vincere la guerra.

Oltre al reggimento in parola, avrebbero dovuto essere costituiti altri 3 reggimenti sui sistemi ruotati FIROS 30, che nonostante il minor calibro di 122 anziché 227 mm, avevano una gittata maggiore di 36 km anziché 32 scarsi: infatti l'MLRS non puntava tanto alla gittata ma alla potenza di fuoco, con una testata molto potente (in seguito sarebbe stata alleggerita per ottenere gittate molto maggiori di 40 km). Questi lanciarazzi, montati su moderni autocarri 6x6 leggermente corazzati erano armi moderne, che curiosamente replicavano esattamente il layout dei BM-21 (40 tubi da 122 mm) anche se qui erano divisi in due gruppi di lancio. Erano molto moderni e costituivano l'evoluzione dei Firos 25, venduti in alcuni pezzi negli Emirati Arabi negli anni '80. La gittata era stata maggiorata con i FIROS 30, prodotti dalla SNIA-BPD come armi moderne per le esigenze tattiche, relativamente economiche e con un mezzo ruotato mobile e di costo piuttosto ridotto. Una batteria sperimentale, dal costo di 40 miliardi, doveva essere comprata nel 1992, con 6 mezzi. A seguire altri 54 sarebbero stati comprati nel 1995-99, al termine delle valutazioni, per una spesa complessiva di 440 miliardi da reperire nei bilanci ordinari. La cosa però, per quanto interessante (abbinare ai costosi MLRS un sistema più economico me nondimeno moderno) , non è mai partita: a quanto pare, a parte le dimostrazioni di fuoco con uno o più lanciatori, nemmeno la batteria sperimentale è stata mai acquistata.

Come armi contraerei v'era stata una serie di armi grossomodo standard per la NATO. Gli affusti 'Maxon Mount', con tanto di radar di tiro, erano diffusi fino a non molti anni fa, poi essenzialmente rimpiazzati dai missili Stinger. Con le loro 4 mitragliatrici da 12,7 mm e un affusto molto reattivo erano ancora dei sistemi rispettabili a bassa quota, anche se molti utenti avevano rimpiazzati le 4 mitragliere da 12,7 mm con 2 armi da 20 mm di maggiore efficacia, specie per i proiettili esplosivi. I Bofors da 40 mm erano un'altra presenza 'standard'. Erano del tipo L70 ovvero l'arma, postbellica, apparsa come seguito all'L/60 (in realtà, pare, fosse addirittura un'L56, come l' 88 tedesco). L'L70, ampiamente prodotto su licenza dalla Breda, aveva una maggiore velocità iniziale e quindi gittata, precisione, letalità, con un raggio di tiro pratico di circa 4 km anziché 3, e inoltre sparava a 230 colpi al minuto (ma almeno nei tipi navali si sono presto raggiunti i 300), poi portati presumibilmente a 300 con i successivi aggiornamenti (essenzialmente, l'aumento rispetto all'L60 è stato consentito dal fatto di anticipare l'estrazione del bossolo prima della fine del rinculo, camerando subito dopo la granata successiva), e le munizioni, specie quelle antiaeree con spoletta di prossimità sono molto superiori. Il tipo PHFE ha un peso di circa 900 gr, e può scheggiarsi in oltre 2.400 frammenti di cui 600 sono biglie di tungsteno capaci di perforare fino a 12 mm d'acciaio, con un raggio di scoppio di circa 6-7 m.

Queste artiglierie, certamente non mobili a sufficienza per proteggere i bersagli campali, sono state concepite essenzialmente per la protezione di bersagli fissi, dato il fatto che sono trainate e che pesano oltre 5 t. l'una. Certo che se già il Bofors della II Guerra mondiale era considerato la migliore mitragliere di medio calibro disponibile, che sorte avrebbero avuto gli sfortunati aerei ad elica dell'epoca se fosse stato già prodotto il pezzo L70 con cadenza di tiro raddoppiata, sistema d'alimentazione migliorato, raggio e precisione aumentati, e questo senza dire delle granate e dei sistemi di controllo del tiro basati su radar e computer. L'alimentazione, per esempio era basata su clip di 4 colpi, ma questi non erano inseriti ogni volta prima del fuoco. Sopra l'affusto dell'arma v'era una cucchiaia d'alimentazione da 26 proiettili, il che consentiva un'azione di fuoco anche di 5-6 secondi senza ricaricarla (mentre 4 colpi erano sufficienti solo per 2 secondi per vecchi Bofors) e altri 96 colpi erano disponibili sull'affusto per una pronta ricarica. Da notare poi che i proiettili da 40 mm dell'epoca bellica potevano essere diretti da sistemi radar di tiro, ma non erano dotati di spolette di prossimità ma solo d'impatto e a tempo, perché all'epoca il calibro minore con cui queste potevano funzionare era il 76 mm, come il cannone automatico americano messo a punto verso la fine della guerra.

Oltre 250 pezzi erano in carico alle unità d'artiglieria contraerea italiane. Ma mancava un sistema di difesa per obiettivi in movimento, e allora vennero presi in considerazione altri sistemi. Anzitutto gli OTOMATIC, praticamente su scafo del semovente Palmaria (che era la versione cannone semovente del carro OF-40, a sua volta l'italianizzazione -con alcune caratteristiche fatte proprie dall'Ariete- del Lion, a sua volta la versione proposta per climi tropicali del Leopard 1 tedesco), mai adottato nonostante fosse un'arma potente, da 30 km di gittata e oltre 40 t di peso (in compenso i Libici ne comprarono ben 200..). La versione contraerea era l'OTOMATIC, con il nuovissimo cannone Super Rapido da 120 colpi al minuto, che praticamente ha avuto su questo mezzo il primo impiego, ancorché sperimentale. Questo semovente, molto costoso, era armato con un cannone molto potente, con un radar di scoperta e uno di fuoco, con una gittata di oltre 6 km e una capacità intesa soprattutto per colpire gli elicotteri armati di missili anticarro a lungo raggio come i Mi-24 con gli AT-6 'Spiral', un po' al di fuori dei 3-4 km del raggio utile dei semoventi da 30-40 mm. Purtroppo la cosa non andò in porto. Nonostante le parole d'apprezzamento, questi sistemi, da comprare in 60-80 esemplari, sono rimasti unicamente prototipi dato il loro costo e ingombro. D'altro canto, mentre apparvero attorno al 1986 in forma completa, esistevano missili come gli ADATS con un raggio simile e con capacità bivalente anche controcarro, adattabili anche a veicoli da circa 10 t. Questo ha tagliato 'le gambe' alla carriera dei questo mezzo, che pare costasse oltre 6 miliardi al pezzo, che però non erano poi tantissimi.

Allora, mentre si attendeva che un giorno sarebbero stati comprati gli OTOMATIC si pensò di ricorrere ad una 'soluzione economica' con una versione che si potrebbe considerare una reinterpretazione del vecchio M163 Vulcan. Solo che stavolta, anziché un cannone da 20 mm a 6 canne rotanti, v'era un gruppo di 4 KBA da 25 mm con 2.400 colpi al minuto di capacità di fuoco, in un affusto quadrinato, assistiti da un caricatore centrale da 640 colpi, calcolatore di tiro e sistema IL e laser per la misurazione della distanza. In teoria piuttosto efficace contro attacchi aerei a breve distanza, a bassa quota, in buone condizioni di tempo. In pratica un sistema obsoleto proprio per questi limiti d'impiego. Eppure ne vennero ordinati ben 350, una quantità inverosimile pari ad oltre uno per plotone di 4 carri armati. Fortunatamente ne venne poi ridotta la quantità ma non di moltissimo, ovvero scendendo a circa 275-280 mezzi. Eppure, questi veicoli hanno ricevuto un finanziamento di ben 800 miliardi. Sarebbero stati più che sufficienti per ordinare dozzine di OTOMATIC e la ragione per cui poi questi non siano stati ordinati per ragioni economiche, conseguentemente, non regge a meno che il costo dei semoventi da 76 mm non fosse molto sottovalutato.

Un altro acquisto partito verso la fine degli anni '80 (ma in questo caso il programma non iniziò nel 1987 ma nel 1990, per cui al 1992 ancora dovevano iniziare gli acquisti) era il sistema Skyguard-Aspide, da comprarsi in ben 23 sezioni di tiro ad un costo di 963 miliardi di lire, iniziando dal 1993. Anche questo era un acquisto che sfidava la logica. Esistevano già ben 22 batterie dei temibili I-HAWK, missili di raggio d'azione pressoché doppio ed efficaci anche a quote piuttosto alte, e ciascuna di queste verteva su 2 sezioni con 3 lanciamissili tripli. Totale: 132 lanciatori con 396 missili pronti al fuoco. Spendere 1000 miliardi per gli Aspide, con un raggio d'azione e una mobilità inferiori agli I-HAWK era davvero difficile da capire: del resto non è un caso se il missile classe Sparrow e Aspide non è stato particolarmente fortunato nel campo dei sistemi di difesa antiaerei terrestri. Ovvero, finché si tratta esclusivamente di difesa di grandi obiettivi fissi, un programma come quello dei sistemi SPADA (per la difesa degli aeroporti dell'AM, sempre con lanciatori sestupli per Aspide) aveva un senso. Molto più difficile capire la ratio del programma Skyguard, da completare (finanziariamente) nel 1996. Skyguard e SIDAM portavano una spesa per sistemi antiaerei tattici a quasi 2000 miliardi, e al tempo stesso l'unico sistema di cui veramente l'E.I. avrebbe avuto necessità (come del resto dichiarava) era l'OTOMATIC, fermo per mancanza di finanziamenti sufficienti. Eppure la difesa contraerea di obiettivi dietro le prime linee non era certo un problema grave per l'Esercito: molto di più la difesa delle colonne mobili, proprio quello che lo Skyguard non poteva assicurare, che il SIDAM era poco capace di affrontare e che l'OTOMATIC era concepito per garantire anche contro aerei con armi dotate di una discreta gittata stand-off.

L'artiglieria non aveva proprio una gestione diretta dei missili Stinger, ma questi erano di fatto la nuova arma contraerea, e forse l'unica realmente mobile per la difesa delle colonne mobili, ed efficace al tempo stesso. Con una gittata di 5-6 km poteva mettere in pericolo quei mezzi aerei (come elicotteri controcarri) che ben difficilmente si sarebbero esposti entro i 2- 2,5 km dei SIDAM.

Poi c'erano, come detto, i missili I-HAWK. In attesa della loro sostituzione con i missili Aster, l'aggiornamento era continuo. Questi ordigni erano stati aggiornati ancora, per esempio, attorno agli inizi degli anni '90 con una spesa, per migliorarne le ECCM e altri sistemi, di ben 431 miliardi, ovvero 1 abbondante per ciascun missile su rampa di lancio (a parte le armi di riserva, forse altre centinaia), o 3+ per ogni rampa di lancio e quasi 20 per ciascuna batteria, tanto per dare un'idea di come anche un programma d'aggiornamento per sistemi ben collaudati possa rappresentare un costo non indifferente. Molto mobile pur essendo un sistema trainato, con gittata di oltre 40 km e quota grossomodo tra 30 e 11.000 o forse addirittura 18.000 m (presumibilmente per l'I-HAWK, con motore e al tempo stesso testata potenziati), era ancora un sistema molto temibile grazie soprattutto ad un'elettronica mantenuta molto aggiornata. Condivideva con gli ancora più potenti ma obsoleti e fissi NIKE Hercules dell'AMI la difesa dello spazio aereo nazionale, essenzialmente schierato nel N.E. italiano (come gli Hercules).

L'artiglieria dei tempi moderni[modifica]

Nondimeno, tornando alla situazione dell'artiglieria al 1990[3], questa non era certo eccezionale. Delle oltre 2.100 artiglierie censite, quelle che erano realmente presenti (al di là dei trucchi contabili) erano 1.090. E di queste, almeno 190 non erano più praticamente utilizzabili. I potenti FH-70, che erano tuttavia armi trainate, erano 164 armi; altri 260 erano gli M109, di cui solo qualche decina aggiornata allo standard L, l'unica valevole di menzione come capacità moderne; poi c'erano i 320 vecchi M56, utili per unità di fanteria leggera ma obsolescenti, i 18 M107 e 36 M110A2, oltre a 70 vecchi M114, superstiti di una produzione che dal 1941 al 1945 vide 6.000 artiglierie prodotte. In tutto, tolti almeno 186 pezzi messi nei depositi e in pratica già radiati (gli 108 M-44, 36 M-55, 42 M59) ma in realtà ridotti probabilmente a solo 858 realmente in servizio o nei depositi di pronto impiego (M114, M109, M107, M110A2, FH-70, Modello 56). Mancavano ancora totalmente i lanciarazzi MLRS, mentre i semoventi da 25 mm erano ancora piuttosto pochi e con scarse munizioni.

Negli anni '90 vennero introdotte molte novità e di fatto l'artiglieria venne rinnovata e svecchiata, con una riduzione in quantità e un aumento d'efficienza, al solito per gli eserciti del dopo-Guerra fredda[4].

All'epoca il responsabile dei materiali dell'esercito era il Gen. Vozza, responsabile del IV Reparto dello SME. Dopo i tagli di bilancio dei primi anni '90 la situazione cominciò a migliorare alla metà degli anni '90, specie con il bilancio del 1996 e questo consentiva di fare maggiori programmi per il futuro.

L'assetto dell'artiglieria del 1995 era di: 6 reggimenti con FH-70, 12 reggimenti M109L(in realtà ancora da convertire totalmente), uno MLRS, 5 reggimenti da 105/14 mm, uno di tipo M110A2. NB erano reggimenti, ma di fatto erano gruppi d'artiglieria più supporti.

Per il futuro la riduzione in quantità era notevole, per via del Nuovo Modello di Difesa partorito dopo molti anni di discussioni. Allora era previsto di avere: 4 reggimenti FH-70 erano dedicati a ciascun comando operativo a livello di Corpo d'Armata: la FIR (Forze d'Intervento Rapido), 3° , 4° e 5° Corpo d'armata; 6 reggimenti M109L per altrettante brigate corazzate e meccanizzate; il reggimento MLRS per il 5° Corpo d'Armata; 4 reggimenti da 105/14 mm per le tre brigate alpine rimaste (su 5) e quella paracadutisti e tre reggimenti da campagna per la brigata cavalleria e le due leggere da costituire. Insomma, una riduzione da 25 a 18 reggimenti.

In tutto sarebbero rimasti in servizio 22 MLRS, che avrebbero finito d'essere comprati solo nel 1996; oltre 160 FH-70, 260 (altre fonti dicono però 221) M109L, e nuovi semoventi ruotati da 155. I reggimenti avevano: un comando reggimentale, una batteria comando e servizi, una di autodifesa antiaerea, un gruppo d'artiglieria a sua volta su comando, batteria tiro e supporto tecnico e 3 batterie d'arma con 8 pezzi l'una per un totale di 24. Questo era un'innovazione, perché prima v'erano 6 pezzi d'artiglieria per ciascuna batteria. Con 8 pezzi era possibile sparare in sezioni potenti quasi quanto una batterie da 4 pezzi l'una, per un sufficiente volume di fuoco che avrebbe consentito azioni di fuoco colpisci e scappa' per evitare il fuoco di controbatteria. Naturalmente era necessaria un'azione di comando e controllo molto più moderna ed efficiente.

In tutto sarebbero stati ancora in servizio in unità di prima linea un numero ridotto di mezzi: 144 M109L, 96 FH-70, 96 M.56, 18 MLRS (che sarebbero rimasti in batterie da 6 sistemi l'uno, per via della loro efficacia, anche sezioni di 2-3 armi andavano bene). Le radiazioni sarebbero state per oltre 100 M56 e per tutte le artiglierie da 155 di vecchio tipo (si parlava anche di 400 armi, ma è strano dato quanto riportato da RID nel 1990, del resto Armi da guerra riportava un totale di 724 armi da 155 mm su 1.116 disponibili a metà anni '80), e gli M110A2, che praticamente erano freschi di modifiche dallo standard M107 o da quello M110A2 e nondimeno sarebbero stati radiati dalla linea

Parte degli FH-70 sarebbe stata riconvertita su autocarri Astra 8x8 da trasporto pesante, che avrebbero potuto seguire così le unità leggere e di cavalleria. Con una capacità di crescita ulteriore (se fossero stati poi adottati i cannoni da 155/52 mm) e una cabina opportunamente rinforzata per resistere all'esplosione delle cariche di lancio, e una piattaforma di tiro, il sistema avrebbe dovuto essere testato a Nettuno nel '95 per decidere sulla sua validità. Ma la combinazione del miglior cannone pesante e del miglior autocarro pesante dell'esercito non avrebbe avuto seguito, come prima ancora non l'ebbe quello del PEGASO, ovvero un pezzo FH-70 montato sullo scafo del Centauro, la grossa blindo 8x8. Aveva dato buoni risultati balisticamente parlando (non molta meraviglia, data la massa complessiva di quasi 25 t) ma la sagoma eccedeva quella delle gallerie in cui avrebbe dovuto essere portato e allora i problemi di trasportabilità conseguenti ne comportarono lo scarto. Nell'uno e nell'altro caso non c'è protezione per i serventi in azione. In effetti, oltre il 2000 si pensava ad un nuovo mezzo ruotato del tipo 'autocannone' con pezzo da 155/52 mm sempre per le unità leggere, stavolta con cabina corazzata. Tutto questo stava venendo o sarebbe stato sviluppato all'arsenale di Piacenza, per essere poi testato a Nettuno.

Per rimpiazzare l'M109L sarebbero stati comprati i PzH2000 tedeschi, formidabili semoventi da 155/52 mm su scafo molto ben corazzato, tanto da resistere abbastanza bene al submunizionamento a grappolo. Inoltre la gittata arriva a 40 km e l'alimentazione automatica consente 8-10 colpi al minuto. Il primo lotto dovrebbe avere un carattere congiunto italo-tedesco, con un paio di batterie su 8 pezzi l'una.

I nuovi sistemi tedeschi, degni ma molto più costosi e pesanti (40+ t) dell'M109, consentirebbero, secondo i calcoli, di erogare (su distanze maggiori, oltretutto) lo stesso volume di fuoco con 2 batterie che con 2 gruppi di M109L, risparmiando un totale del 60% di addetti alle armi. Ovviamente, questo consente anche di ridurre le perdite per reazione nemica. Per esempio, dopo 5 giorni di combattimento l'M109A6 Paladin era stimato avere ancora una sopravvivenza del 75% contro il 25% di un M109A2 (anche se poi, nell'offensiva di 4 giorni contro gli irakeni, anche gli M109A2 se la cavarono bene, ma si trattava di un contesto troppo a favore degli 'Alleati anti-Saddam'). Il programma, in concreto, doveva comunque attendere ancora parecchio tempo: si parlava dell'avvio nel 2005.

Per quello che riguarda l'obice da 105 Mod.56, era necessaria la sostituzione, almeno per come l'Esercito Italiano la vedeva. La soluzione poteva essere quella individuata, ovvero i mortai Brandt ad anima rigata, una specialità (come del resto lo erano anche i cannoni-mortai e i mortai anche di tipo 'normale') della ditta francese, armi discendenti dei lanciabombe della I G.M., quando la Francia produceva armi anche da 240 mm. Con canna rigata e proiettili a razzo si trattava di armi di notevoli capacità, inclusa una gittata di 13 km con un peso di circa la metà dell'obice da 105. Così per la 'Folgore' e anche per altri reparti leggeri si sarebbe trattato di un armamento adatto, anche se privo di capacità di tiro diretto, specie controcarri. A meno che non venisse adottato il proiettile ad autoguida infrarossa 'Strix' svedese. Era nel frattempo anche in valutazione di dotarsi di obici da 155 mm ultraleggeri (ben di più di quanto non fossero gli FH-70 coi loro 9.000 + kg e i vecchi M114 da 5.400 kg, ma piuttosto grossomodo attorno ai 4.000). Era possibile, forse, anche il munizionamento guidato tedesco SARVAM che però era ancora in sviluppo, quando lo Strix era pronto già all'inizio del decennio. I mortai rigati erano già in valutazione ed eventualmente da mettere in servizio dal 1997.

Il FIROS, con una gittata di oltre 30 km era adatto alle necessità del supporto di Corpo d'Armata, e a differenza dell'MLRS era aviotrasportabile in un C-130. Ma una data per la sua entrata in servizio non era ancora stata individuata, anche con le successive finanziarie si sarebbe potuto forse introdurlo in servizio, entro 2-3 anni (cosa che invece non si mai verificata).

Un'altra componente dell'artiglieria era il Poliphem, arma inizialmente franco-tedesca, a cui l'Italia ha aderito nel '94 formando così un programma trinazionale. La sua concezione era quella di missile d'attacco per bersagli specifici, entro distanze di decine di km. Il primo lancio era avvenuto proprio all'epoca, sul poligono francese delle Landes, con un mock-up da 1 quintale. Il problema d superare era essenzialmente quello della trasmissione di dati nel sistema di guida, in modo da comandare la traiettoria. Con una massa di 100 kg, quest'ordigno aveva una fusoliera lunga e di aspetto cilindrico, con una serie di alette appena dietro la metà della lunghezza, molto allungate. La presa d'aria era sotto la testata, una configurazione piuttosto inusuale. Le alette di controllo erano invece dietro, verso la coda ed erano assai piccole rispetto a quelle pesanti. Nel muso del missile c'era 'l' occhio' che dava il nome dell'arma. Ovvero, si trattava di un sensore IR, che non era una novità, per esempio il Penguin e il Maverick, ma era abbinato ad un sistema di guida con il 'man in the loop'. Funzionava così: il missile partiva lanciato da un booster, che funzionando per 4 secondi erogava 600 kgs (2,4 t in tutto) sì da far partire in sicurezza il minuscolo turbogetto della fusoliera. Poi il Poliphem partiva verso l'obiettivo teleguidato da terra, e una volta che avvistava un obiettivo, anche oltre l'orizzonte e non avvistato in precedenza, otteneva l'istruzione per l'attacco, che avveniva in base al proprio sensore, con un'azione di autoguida. La cosa era simile a quella di armi come lo SLAM e la Walleye, ma in questo caso, per evitare del tutto i disturbi elettronici, è stata adottata l'unica soluzione possibile: quella di un cavo di guida, come nel caso dei missili controcarri tipo MILAN. Ma in questo caso si trattava di un'arma a lungo raggio (erano previsti almeno 30 km di gittata) e quindi un cavo elettrico era troppo grosso e pesante da tirarsi dietro dal piccolo missile, comunque a velocità ridotta. Per superare questo problema, c'era un solo modo, le fibre ottiche. E il problema principale era proprio questo: provare la resistenza di un cavo spesso appena 250 micron, soprattutto con l'accelerazione violenta al momento del lancio. Il primo lancio serviva proprio a questo ed ebbe successo, mentre altri ne sarebbero seguiti nel '96 su distanze di 15 e 30 km. Una volta in aria, sempre che il cavo ottico non si rompesse, sarebbe stato possibile vedere quello che il sensore del Poliphem vedeva mentre procedeva nella missione, in volo a velocità subsoniche medio-basse, per vari motivi vantaggiose (ridurre la necessità di un motore potente e di consumi elevati, ridurre il rischio della rottura del cavo sbobinato, dare più tempo all'operatore per localizzare qualcosa). Questo grazie anche alle eccellenti prestazioni nella velocità di trasmissione dati delle fibre ottiche. Una volta visto un obiettivo, sarebbe stato eventualmente segnalato al missile per l'attacco finale, con una testata multiruolo sia a frammentazione che a carica cava. Questa consentiva attacchi a corazzati, ma chiaramente lo scopo di questo sofisticato e costoso missile (che a pensarci bene, ricorda non poco per forme e dimensioni il Malkara australiano, ordigno controcarri da oltre 90 kg ma da solo 4 km di gittata, messo in servizio negli anni '50) non era l'attacco di obiettivi tattici, quanto quello di bunker, posti di comando e altri obiettivi 'pregiati', che una volta messo a punto sarebbe stato capace di arrivare fino a 40-60 km. Il programma di sviluppo era già finanziato fino al 2000, e solo dopo si sarebbe deciso come introdurli in servizio, in ogni caso non prima del 2005. In un certo senso si trattava del discendente estremo del 'Lance' americano, ma con un compito d'attacco convenzionale.

Ma v'era un problema differente, e certo non una buona notizia per le armi dell'artiglieria dell'E.I. Le munizioni sparabili dai moderni pezzi, o anche da quelli vecchi ma ammodernati sono molto varie, da testate nucleari tattiche a testate a grappolo ICM, con capacità di disseminare bombe o mine controcarri o antipersonale. Nel caso dell'Esercito italiano non c'erano ancora simili arnesi (le testate nucleari per gli M110 erano state dismesse, ovviamente erano sotto controllo americano, lo stesso valeva per i missili Lance), quindi le granate, sia pure di vari modelli, risultavano essere solo di 3 tipi fondamentali: HE, nebbiogene, illuminanti. Chiaramente gli FH-70 e M109L, con simili munizioni, non sfruttavano al meglio le loro prestazioni, tutt'altro. Le granate a razzo potevano estendere il raggio da 24 a 30 km, ma nemmeno queste erano disponibili, mentre le granate ICM o addirittura quelle guidate (tipo il 'Chopperhead' americano) erano le uniche a poter contrastare con una sufficiente efficacia le truppe corazzate in movimento.

Tuttavia, di tutte queste munizioni speciali, guidate o a grappolo, l'E.I. non aveva apparentemente nessuna disponibilità, tanto che erano considerate tra le 'opzioni' possibili per migliorarle (il che per significa che ancora nel 1995 non erano in servizio). Per gli MLRS, invece, il problema non si poneva dato che i loro razzi erano solo a grappolo (molto discutibilmente, specie considerando quanto scarsamente affidabili fossero le bomblets, oltretutto rilasciate a migliaia per ogni tiro). Il futuro era l'acquisto dei missili ATACMS da lanciare dagli stessi lanciatori MLRS, e da razzi con meno munizioni ma più gittata, e-o con testate 'intelligenti'. Certo che, a parte l'MLRS, il fatto che oramai esistessero negli arsenali ordigni tipo il SADARM, usato dalle granate da 155 mm, che rilasciavano degli 'skeet' muniti di autoguida IR sopra il campo di battaglia, per poi cercare autonomamente i veicoli ed attaccarli, quest'arretratezza non faceva onore all'artiglieria dell'Esercito, anche se queste munizioni erano molto più costose di quelle 'convenzionali'.

Come supporti d'artiglieria, forse non meno importanti dei sistemi d'arma di per sè, va detto che i gruppi specialisti di artiglieria erano stati soppressi e il rilevamento topografico era affidato a sistemi di navigazione moderna, come quelli del tipo PADS e quelli con il GPS, quest'ultimo da comprare in 120 esemplari entro il 1998 per distribuirlo ai gruppi d'artiglieria e alle unità mortai. Sapere la propria posizione precisa era ovviamente fondamentale, ma ancora non si trattava di fornire ogni pezzo di tali sistemi, ma solo a livello di gruppo. Sapere la propria posizione e regolarsi di conseguenza, in futuro, avrebbe consentito alle unità d'artiglieria di combattere in maniera più efficace e dispersa, rendendo difficile il tiro di controbatteria. I calcolatori meteorologici Cometa, a loro tempo assai moderni, erano tuttavia piuttosto superati e allora era previsto di rimpiazzarli con un sistema più moderno. Di fatto, l'artiglieria era aggiornata, nell'era moderna, sia con armi migliori, ma soprattutto con munizionamento, sistemi di navigazione e comunicazione, e sistemi di acquisizione delle informazione moderni, onde valorizzarla al massimo (con effetti disastrosi, per esempio, contro gli Irakeni che pure avevano una forza d'artiglieria formidabile sulla carta).

Per automatizzare l'artiglieria con la distribuzione dei dati necessari e gli ordini, massimizzando l'effetto delle munizioni, il loro consumo, la precisione e riducendo la vulnerabilità dei cannoni con i classici tiri d'aggiustamento (che portavano via tempo e spesso mettevano sul chi vive l'obiettivo delle 'attenzioni') ogni grande esercito si stava attrezzando da qualche anno. Nel caso italiano c'era il SAGAT, ovvero l'acronimo di Sistema di Automatizzazione dei Gruppi d'Artiglieria Terrestre. Questo sistema, tanto per cambiare, non era operativo in tempo utile per la fine della Guerra Fredda ma arrivò a quanto pare solo dal 1993, per estendersi presso tutti i gruppi monotubo, ma ancora non a quello MLRS. Il software dei calcolatori era nondimeno ancora in fase di revisione per renderlo pienamente compatibile con la tecnica dello 'spara e scappa'. Tuttavia il SAGAT era alquanto inutile se non si riusciva ad ottenere delle informazioni adatte sul bersaglio da colpire e a sorvegliare il campo di battaglia. Questo significava comprare radar di controbatteria. Il programma era però molto costoso e decisamente complesso. Il sistema sarebbe stato quello noto come SORAO, Sistema Osservazione, Ricognizione e Acquisizione Obiettivi. Ma al 1995 solo i telegoniometri laser GTL 85 (che dalla sigla appaiono piuttosto ..vecchiotti) erano stati quasi tutti comprati. V'erano sistemi fonotelemetrici, ma i 15 radar di sorveglianza del campo di battaglia erano ancora da comprare (entro il 1998), i radar di controbatteria AN/TPQ-37 che probabilmente non erano ancora stati introdotti in servizio (visto che risultava, di tutto questo sistema, l'operatività solo dei GTL 85), radar eliportato CRESO (uno in valutazione prototipica), drones Mirach 26 e 150 (ancora in sperimentazione). Insomma, senza drones, radar di sorveglianza del campo di battaglia e munizioni speciali l'artiglieria italiana era piuttosto cieca e sorda, e scarsamente efficace. Oramai questi problemi sono stati superati, ma questo significa che ancora anni dopo la fine della Guerra fredda l'efficienza delle artiglierie italiane era molto limitata, specie se si prende come esempio quello che successe agli irakeni nel 1991. Il sistema CATRIN/SORAO di comando e controllo per l'esercito avrebbe dovuto quindi ancora aspettare a lungo, fino al 2000, prima di diventare pienamente operativo, nel mentre si discuteva ancora la quantità da comperare per i vari sistemi.

Per quello che riguarda il CATRIN, sistema di comando e integrazione delle operazioni dell'esercito, la fase di pre-sviluppo era datata 1984 con un finanziamento di 226 miliardi destinati anche all'EH-101 e all'AMX. Alla fase di pre-sviluppo, durata per anni, sono stati devoluti 152 miliardi, poi c'era la fase prototipica per altri 937 miliardi, ancora in atto nel 1992. La fase di completamento era prevista dal 1995 e comportava altri 500 miliardi per un totale di 1.363 miliardi per quello che era un sistema molto avanzato ed ambizioso, ma anche decisamente costoso, arrivato molto fuori tempo massimo per le grandi operazioni convenzionali che nell'ottica della Guerra fredda avrebbe dovuto gestire.

I sistemi contraerei erano pure molto importanti. Erano presenti 4 reggimenti I-HAWK, continuamente ammodernati, ma oramai piuttosto invecchiati, e un misto di cannoni da 40 mm e missili Stinger, oltre ai SIDAM. Il Nuovo Modello di Difesa richiedeva una forza di 3 reggimenti HAWK e 3 misti, formati in due casi da missili Skyguard/Aspide assieme ai cannoni da 40/70 mm per la difesa contraerei, e nell'altro caso da missili Stinger e SIDAM. Altre risorse erano la batteria di HAWK, quella di Skyguard, SIDAM, Stinger e due da 40 mm della scuola di artiglieria c.a di Sabaudia. I reggimenti delle varie specialità avrebbero pure avuto delle unità Stinger e SIDAM, a seconda dei casi.

Mentre il SAMP/T era ancora lontano, non prima del 2004, per l'HAWK erano previsti miglioramenti nell'ambito di un consorzio europeo per questo missile, attivo da decenni nella NATO, con l'operazione 'HAWK Viability' per migliorarne l'efficacia e la mobilità oltre a rendere più economica la gestione. Per esempio si trattava di rimpiazzare il posto di comando batteria e quello della centrale operativo con un unico posto di comando unificato, o FDOC, di nuova concezione e più leggero oltre che modulare, capace di essere utilizzato anche per altri sistemi d'arma antiaerei come coordinamento, migliorando anche i radar di ricerca ad onda continua e gli illuminatori, sostituzione dei pesanti cavi dati con quelli leggeri telefonici. IL FDOC avrebbe dovuto essere integrato con il CATRIN e consentire con due o 3 consolle di eseguire tutte le operazioni tattiche base, con software commerciale a struttura aperta con linguaggio ADA, e contenuto il tutto in uno shelter mobile. Ma tutto questo avrebbe significato, da un lato rendere il sistema HAWK simile al PIP III americano, dall'altro un costo aggiuntivo (oltre ai tanti altri già sostenuti) di 160 miliardi, per ottenere la prima di 11 delle 22 batterie HAWK così modificate nel 1998, chiudendo questa fase nel 2000. In effetti l'E.I aveva aggiornato allo standard PIP I questo sistema missilistico, e dal 1990 aveva intrapreso l'aggiornamento al PIP II (con i costi formidabili di cui sopra), ma almeno inizialmente non ha ritenuto di dover sobbarcarsi pure l'aggiornamento PIP III oppure quello simile, di cui sopra. Senza quest'aggiornamento, le batterie HAWK sarebbero diventate rapidamente un problema come gestione dell'efficienza generale decadendo operativamente prima dell'arrivo degli ASTER/SAMP-T. Tuttavia, gli USA nel frattempo stavano radiando l'HAWK dai reparti dell'US Army (ma non dai Marines). Del resto disponendo del Patriot se lo potevano permettere. LE SAMP-T erano previste in 9 batterie per il Comando artiglieria C.A e 1 per la scuola d'artiglieria contraerea (SACA).

Quanto ai sistemi Skyguard/Aspide, le consegne erano iniziate nel 1994 a ritmi 'ridotti', ma già l'anno successivo divennero disponibili le 4 sezioni di fuoco per la batteria del SACA e le 8 del 18° Rgt Missili di Rimini, che quindi avrebbe avuto 2 batterie di tali missili, ma anche 2 batterie di cannoni da 40 mm. Se si fosse dimostrato valido, questo concetto si sarebbe replicato con il 17imo Reggimento, sennò si sarebbe riformato tutto con il 18° su 4 batterie missili e il 17° su 4 batterie da 40 mm. In effetti v'era ancora la necessità di capire se questo sistema misto fosse valido, nel contepo il 17° era da riequipaggiare già durante il 1996.

La storia poi ci ha detto che il 18° è diventato l'unico reggimento con gli Skyguard, raggruppando tutte le batterie di prima linea, mentre i cannoni da 40 non sarebbero andati lontano, messi successivamente in riserva. La manutenzione delle batterie sarebbe stata nel centro di Noceto, a Parma, che sarebbe stato attivo per tutte e tre le F.A.

Del missile Aspide si è sempre parlato molto bene come arma contraerei moderna, ma vanno puntualizzate alcune cose. Sebbene effettivamente progettato con tecnologie nazionali in tutti i settori principali (testata di guida monopulse in banda I, sistema di controllo di volo, testata di tipo moderno e motore potenziato della SNIA-BPD) di fatto è un 'clone' dello Sparrow, o almeno così si direbbe se fosse nato in Cina (dove in effetti è stato clonato sia lo Sparrow, che l'Aspide, rispettivamente come PL-10 e 11). In ogni caso la sua nascita è stata possibile dall'esperienza accumulata con lo Sparrow dalla stessa Selenia. Nonostante il layout aerodinamico e tecnico fosse, tecnologie a parte (cosa non tanto sorprendente, in fondo l'AIM-7E, è basicamente degli inizi anni '60), quasi uguale, nonostante che il primo sistema di lancio usato fosse il NATO Sea Sparrow (fregate 'Lupo'), per anni anche la stampa specializzata ne ha minimizzato la discendenza americana, ma ha parlato di somiglianze nate da 'specifiche, ingombri etc. compatibili', glissando sul fatto che con tali obiettivi in Francia è nato un ordigno del tutto diverso (il Super R.530).

Solo qualche anno fa è stata pubblicata una notizia importante, ovvero che la Selenia prima di cominciare a produrre l'Aspide, ha prodotto circa 1.000 missili Sparrow IIIE(N) su licenza per i clienti NATO[5], inclusi circa 200 per la Turchia (apparentemente per i 40 F-104S, ma al dunque, usati soprattutto dai Phantom), e la produzione terminò praticamente in contemporanea con l'inizio dell'attività sull'Aspide. Così come è sbagliato e riduttivo liquidare, come fa il sito FAS, l'Aspide come una versione su licenza dello Sparrow, anche sostenere la 'casualità' di somiglianze e per molti aspetti, tecnologie, dovute alle necessità dei vettori di lancio è decisamente fuori luogo e troppo 'agiografico' nei confronti della Selenia, che si è presa la briga di aggiornare radicalmente il disegno ma che non avrebbe potuto fare molto senza l'esperienza accumulata. Questo se non altro è facilmente considerabile visto che l'industria italiana, curiosamente, è partita subito a produrre un'arma a medio raggio, piuttosto sofisticata, mentre ha saltato totalmente i ben più semplici missili IR (vi fu un tentativo molti anni fa, il C7, ben presto dimenticato quando arrivarono i Sidewinder), visto che né i Sidewinder né gli Stinger sono mai stati prodotti su licenza in Italia. Un altro esempio sono i potenti razzi da 81 mm Medusa, che sono una realizzazione nazionale, ma che discende da precedenti armi svizzere prodotte su licenza (come lo Snora), acquisendo conoscenze ed esperienza per futuri progetti in proprio.

Anche il dispositivo di lancio, specie quello navale a otto celle del sistema Albatross, non è altro che una riedizione aggiornata del vecchio Mk 29 NATO Sea Sparrow. Per i tipi terrestri sono stati approntati lanciatori a 6 celle, sufficienti per la difesa da attacchi di saturazione di obiettivi a terra strategici. Ma certo, un conto sono i lanciamissili del sistema Spada, destinati alle basi aeree, un conto gli Skyguard, arma campale dell'esercito: definitivamente non l'optimum per una forza mobile. Del resto, lo Sparrow/Aspide non ha avuto molto successo in impieghi a terra (molto di più sulle navi, dato che la maggior parte delle fregate non può avere missili a medio-lungo raggio come gli Standard e si accontenta bene di quello che è il missile a corto raggio con la maggior gittata disponibile, anche superiore ai 20-25 km), e il modello Skyguard 'estero' si affida a un lanciatore quadruplo ben più snello e leggero, e anche così si tratta solo di un sistema di difesa statico. L'idea di abbinare cannoni e missili viene da qui, lo Skyguad della Contraves comprende missili Sea Sparrow e cannoni binati da 35 mm GDF (non disponibili in Italia, dove vi sono i rivali Bofors/Breda). La mobilità delle rampe degli Aspide non è probabilmente migliore di quella trinata degli HAWK, e la gittata e quota non è affatto paragonabile, anche se il missile è più adatto per le basse quote. Difficile capire perché la ricerca di una capacità anti-saturazione (più missili pronti) abbia indotto ad accettare un lanciatore decisamente pesante e privo di mobilità tattica significativa. L'Aspide non è schierabile in prima linea e nemmeno nelle immediate vicinanze, specie considerando il pericolo posto dalle artiglierie a lungo raggio (che sono forse il peggior nemico per quelle a.a.) e i lunghi tempi di messa in opera e disimpegno. La sua gittata è maggiore di quella dei sistemi analoghi stranieri come il Rapier, Roland e Crotale, ma data la mancanza di mobilità, le possibilità di reagire ad una minaccia a pelo d'alberi divengono inferiori rispetto a sistemi che si spingono fin sulla linea del fronte, e contro tali bersagli è del tutto aleatori sperare di ottenere un lock-on anche solo a 4-5 km (basta un albero per coprire il bersaglio). Per le quote più alte l'Aspide è superiore, ma non è capace delle prestazioni dell'HAWK, che si trova usualmente negli altri eserciti NATO per la difesa in quota e di obiettivi relativamente statici. Con una portata superiore ai 40 km, quest'ultimo può ingaggiare efficacemente qualunque aereo: i tipi modificati (non è chiaro come, forse con un booster più potente) sono diventati capaci persino di minacciare i MiG-25 da ricognizione, e gli ultimi tipi anche d'essere usati in funzione anti-balistica. Inoltre gli HAWK sono comparabili in portata con un aereo che porti l'attacco con missili anti-radar. Nel Golfo gli americani non erano costretti ad entrare nel raggio di tiro dei missili SA-3 e 6 per usare i loro HARM, lo stesso vale per gli Aspide, la cui portata, a seconda dei lotti e le quote, varia tra i 15 e i 25 km. Differentemente dai sistemi a corto raggio e similmente all'HAWK, l'Aspide ha bisogno sempre di un radar di scoperta e di tiro, per cui è facilmente rilevabile dagli apparati dei 'Wild Weasels', ma non ha nessun modo di 'scappare' una volta localizzato, né la portata per rispondere al fuoco, oltre a non poter ingaggiare, stando ai dati ufficiali, bersagli ad alta quota (oltre i 6.000 m). Inoltre è un sistema decisamente costoso rispetto ai normali SAM di difesa a corto raggio.

In ogni caso l'Aspide ha avuto molto successo con vendite per numerose marine, soprattutto se senza accesso ai missili Sea Sparrow dei tipi più recenti, e anche per la difesa di installazioni terrestri (Spagna, Kuwait e più di recente, Pakistan, sempre che l'attuale stato di guerra consenta il completamento dell'ordine), ma non nel caso dell'impiego aria-aria, rimasto confinato all'uso da parte degli F-104ASA (un interesse per i Viggen venne spento da varie cause, e adottati i missili Sky Flash dalle caratteristiche simili, forniti dagli inglesi, ma basati inizialmente sullo Sparrow E, con un motore molto meno potente). Questo malgrado l'avanzata tecnologia che lo caratterizzava in quegli anni, e la notevole affidabilità e precisione che ha dimostrato in circa 600 lanci di prova fino ad oggi, ma nel settore AAM non è riuscito a sfondare, malgrado la disponibilità del corrispondente AIM-7M sia arrivata solo diversi anni più tardi. Per le navi è diverso, la portata garantita da armi come lo Sparrow e l'Aspide quasi le rende capaci di una difesa d'area, più che solo la propria, il che è molto positivo se non ci si può permettere il costo di un apparato di lancio e controllo per gli Standard SM-1 e 2.

Il servizio iniziale venne ottenuto con le 4 'Lupo' dal 1977, e nella ventina d'anni successivi (ma il missile è ancora in produzione in lotti migliorati, e nel sistema ampiamente migliorato Aspide 2000) ne sono stati prodotti oltre 4.000. La versione IDRA era un tipo avanzato, con guida radar attiva, anche per impieghi aria-aria come l'Aspide Mk 2. Nessuna delle due ha fatto molta strada, l'Italia non è gli Stati Uniti e certi costi sono davvero notevoli da sostenere per armi tanto avanzate.

A parte questo, la Marina era interessata all'epoca ad alcune batterie per la difesa delle installazioni della Marina (un lanciamissili è effettivamente presente per la batteria d'addestramento di Taranto). I costi degli Aspide non erano tuttavia 'proletari': le batterie per l'esercito erano preventivate, nel 1992, quasi 1000 miliardi, le 12 batterie Spada per l'Aeronautica arrivavano a qualcosa come 2048 mld, e dire che originariamente se ne preventivavano 20. Se si considera che il programma Patriot era stato originariamente preventivato in 20 batterie, con 160 lanciatori, 640 celle di lancio per i missili e 1280 armi (2 ricariche complete), il tutto a 5.500 mld, si comprende come le batterie di Spada non fossero a buon mercato, pur essendo armi a corto raggio e quindi di 2 categorie inferiore: 270 mld per batteria contro 150 (!) per gli 'economici' sistemi Spada. Il programma Patriot venne cancellato dopo la spesa di circa 50 mld, lo Spada continuò il programma d'acquisizione sia pure decurtato. Sebbene le capacità di difesa aerea degli Spada è buona per ingaggiare bersagli difficili e a bassa quota, non ha minimamente le capacità d'ingaggio a lungo raggio, alta quota e ingaggio antimissili balistici dei Patriot. Nondimeno, anche escludendo la Marina (e le relative batterie imbarcate) e i missili dell'aviazione, il programma per i missili Aspide sia dell'E.I che dell'AMI veniva a costare circa 3.000 mld, quasi come l'abortito programma Patriot, la cui cancellazione è stata motivo di innumerevoli problemi e dibattiti per la paura della nuova minaccia, che non si chiama più 'attacchi aerei a bassa quota' ma missili balistici tattici e strategici, contro i quali l'unica risposta era il Patriot (nemmeno l'ASTER era stato inizialmente pensato come arma antibalistica). Così il megaprogramma per i missili Aspide non ha portato affatto giovamento alla sicurezza complessiva dell'Italia: se non altro l'idea di comprare batterie Aspide anche dalla Marina è poi tramontata. Difficile non vedere, comunque, una politica di 'sostegno all'industria' della difesa nazionale, che in Italia è stata sempre protetta al meglio possibile. Ma che le priorità siano state bizzarre, specialmente per il programma dell'esercito arrivato dopo quello dell'AMI, è piuttosto evidente dato che i soldi non potevano bastare per tutti questi immani programmi multimiliardari.

I cannoni da 40 mm Bofors, prodotti su licenza dalla Breda, erano disponibili in oltre 250 esemplari; dotato di un radar di controllo del tiro della batteria e di congegni ottici, era un buon sistema tecnicamente parlando, ma piuttosto obsoleto in alcuni componenti base. Era previsto di ridurre del 70% il totale in servizio da 250 a 70 esemplari, ma aggiornati per i reggimenti antiaerei con le loro 4 batterie. I sistemi sono stati davvero aggiornati, ma poi sono finiti nei depositi nell'arco di qualche anno. L'Arsenale di Piacenza nel frattempo produsse un semovente con un processo di 'taglia e incolla': prese uno scafo di un Leopard 1 e ci installò sopra un cannone Bofors. Perché? Perché era necessario, nel limite di quanto disponibile, ottenere un veicolo capace di difendere in maniera mobile e a medio raggio i reparti corazzati. L'idea era quindi quella di usare i mezzi in eccesso, sia cannoni che carri, ottenendo questo ibrido. Anche i sistemi di controllo del tiro erano stati resi mobili: il radar Contravers LPD-20 sarebbe stato montato su di un M113, mentre la centralina di tiro CT/40 MIR sarebbe stata sostituita, data l'obsolescenza, con un nuovo sistema. Ogni 4 semoventi da 40 mm sarebbe stata fornita, su M113, una centrale radar di tiro con il radar summenzionato e la capacità di dirigere il tiro dei 4 cannoni semoventi.

Il Generale Vozza definì come una soluzione 'all'israeliana' questa soluzione, intendendo con questo una soluzione ingegnosa con quanto disponibile. In realtà sarebbe meglio definirla come una soluzione 'all'italiana' ovvero poco, male e troppo tardi. Che questa soluzione fosse fasulla, se ne accorsero poi, qualche anno dopo. Così il prototipo è rimasto tale. Movimentare un singolo cannone da 40 mm in una torretta aperta senza sistemi di controllo del tiro moderni, utilizzando uno scafo di carro medio con motore da 840 hp era decisamente irrazionale. Ma nondimeno, l'esigenza di 60-80 cannoni c'era e ci si potrebbe chiedere come sia stato possibile che l'OTOMATIC sia stato considerato (come il Gepard prima di esso) troppo costoso per l'E.I. Eppure, i numeri da costruire non erano molto alti e se questo si poteva prevedere un costo elevato, è anche vero che difficilmente avrebbe raggiunto il costo del programma SIDAM . Questo era in fase di completamento entro il 1996, per un totale di 275 mezzi, basati su di una torretta che aveva 4 cannoni su scafo M113. Si tratta di un numero altissimo per le esigenze dell'E.I, e anzi era addirittura, in origine, destinato ad essere prodotto in 350 esemplari. Quindi di semoventi d'artiglieria non ci sarebbe certo stata carenza. La riduzione dei reparti dell'E.I è stata tale da rendere anche così necessario passare da 12 sistemi a ben 16 per batteria di tiro, riducendo l'esubero a 32 soli sistemi destinati alle scorte. Questo avrebbe dovuto comportare la presenza di circa 15 batterie, ciascuna delle quali in realtà era praticamente un gruppo (p.es. 2 batterie da 8 pezzi sarebbero state l'equivalente). In effetti erano previste 9 di queste ipertrofiche batterie per i reggimenti di ogni brigata corazzata, meccanizzata e blindata; 3 batterie per il supporto dei comandi divisionali, una alla SACA e due al Comando dell'Artiglieria C/a. Oltre a questi sistemi si sarebbero dovuti aggiungere i mezzi portamunizioni, in ragione di uno per ogni due SIDAM. E questo si significa 420 veicoli. Il costo complessivo era al 1992, stabilito in 800 miliardi di lire. Difficile pensare che con questa somma non si potesse affrontare il programma OTOMATIC, o che quest'ultimo non fosse sostituibile allo Skyguard/Aspide. In somma, l'E.I è rimasto carente di mezzi contraerei mobili, pur avendo parecchi sistemi statici. Ha scartato il Gepard per la lotta c.a per il costo sestuplo rispetto al Leopard 1.

Poi v'è stato il programma OTOMATIC, che però è stato considerato troppo costoso, mentre poco dopo è stato fatto il programma SIDAM parimenti molto costoso dati i numeri in gioco, centinaia di mezzi, che tuttavia non ha soddisfatto tanto da ridursi poi a mettere insieme parti 'da buttare' per il semovente da 40 mm su scafo Leopard, e che nondimeno è stato presto rottamato per manifesta inutilità. Visto che i costi per aggiornare o comprare sistemi contraerei sono stati comunque altissimi, non si capisce bene perché non si è riusciti a comprare gli OTOMATIC che pure erano considerati tanto necessari, al posto di qualcos'altro evidentemente meno indispensabile. Di fatto, da un lato si è arrivati a quasi un semovente a.a. per ogni carro armato (con le riduzioni degli anni '90, prima erano previsti uno ogni 4 carri), ma proprio il sistema che era maggiormente carente, un semovente a.a. altamente mobile ed efficace, è stato anche l'unico a non essere ordinato. Da un lato la potenza degli Aspide, dall'altro il numero dei SIDAM, ma nessuno dei due ha soddisfatto se poi si è ritenuto che, in attesa dell'OTOMATIC, si dovessero modificare gli scafi Leopard con il vecchio L70 in postazione blindata. Alla fine, inevitabilmente, la considerazione che i costi di uno scafo da 830 hp per un cannone singolo da 40 mm ha portato ad abbandonare tutto. Anche più paradossale è il fatto che l'OTOMATIC è apparso prima del SIDAM, e quindi era temporalmente avvantaggiato su di esso. In effetti era simile per tempistica e capacità al Tunguska sovietico, anche se impostato diversamente. Il SIDAM era invece impostato sullo stesso criterio dello Shilka, ma entrò in linea assieme al Tunguska. Ma il SIDAM non aveva capacità ognitempo e non l'ha ottenuta, almeno in proprio, nemmeno dopo. Con ogni probabilità non avrebbe potuto abbattere un bersaglio come il Tornado dell'AMI annientato da uno Shilka il 19 gennaio 1991. I mezzi francesi analoghi, con torrette a.a., hanno solo 2 armi, ma vi abbinano un radar di ricerca e di tiro, ottenendo un equilibrio maggiore tra potenza di fuoco e capacità di ingaggio, non puoi colpire quello che non vedi. Anche più interessante sarebbe capire come mai le armi del SIDAM siano state quelle da 570 c.min. Se il problema era il volume di fuoco, si sarebbero potute scegliere le più potenti Oerlikon da 25 mm che già hanno equipaggiato un'altra torretta quadrinata, quella del Seaguard CIWS, e capaci di 800 c.min. Questo avrebbe dato 1.600 colpi al minuto anziché 2.300, con il vantaggio di trovare spazio per il radar di bordo (come il Contraves Shorar, un ottimo prodotto usato per esempio sull'ADATS). I SIDAM sono stati convertiti, come detto altrove, da M113 modificati con la nuova torretta. Un criterio in economia, ma che avrebbe potuto essere replicato anche con la torretta dell'OTOMATIC, facilmente adattabile anche agli scafi Leopard 1 radiati. Insomma, una gestione ben poco razionale della componente a.a. campale, pur con programmi molto costosi portati avanti anche dopo la fine della Guerra fredda.

Di recente l'idea dell'OTOMATIC (ovvero un 76 mm mobile per la difesa terrestre) è stata rispolverata, ma le condizioni sono cambiate e i bersagli oramai sono diventati razzi e proiettili di mortaio sparati dai soliti guerriglieri. Se un CIWS è senz'altro una soluzione ragionevole per la difesa di una costosa nave da un missile, e un cacciabombardiere o un elicottero armato restano obiettivi più che appetibili, usare un sistema del genere su larga scala, contro simili bersagli è molto opinabile (tanto che nemmeno gli israeliani l'hanno fatto nella misura necessaria) e molto costoso. Oltretutto, mentre le salve di missili antinave arrivano con 1-4 armi alla volta, un mortaio da 81/82 mm può esplodere anche 15-20 colpi al minuto. Intercettarli tutti è pressoché impossibile, specie se poi si tratta di intere sezioni di mortai (2-3 armi) a sparare in contemporanea. Con 50 colpi pronti al tiro si potrebbero anche abbattere 10-20 colpi, ma senza evitare tutti gli altri. Inoltre i proiettili da 76 mm moderni costano molto (qualche migliaio di dollari) e così, per evitare danni magari del tutto marginali, si spenderebbe una quantità di denaro enorme, del tutto spropositata rispetto all'obiettivo. Il futuro ci dirà se questi sistemi, attualmente in sviluppo (in alternativa ad armi come i cannoni-laser o i CIWS a corto raggio tipo Phalanx) avranno un futuro.


Per la difesa contraerea a cortissimo raggio oramai erano presenti gli Stinger, missili SAM portatili che, come armi da guerriglia, hanno rappresentato un cambiamento notevole, contribuendo per esempio a far perdere ai sovietici la guerra in Afghanistan. Ve n'erano 150 lanciatori a metà anni '90, ma questo non era considerato ancora sufficiente: il NMD prevedeva di far passare il totale dei lanciatori da 4 a 8 nei reggimenti di cavalleria, da 12 a 16 nelle brigate e del 121° Rgt C.a di Bologna, per un totale di oltre 230. Altri erano previsti per l'autodifesa degli elicotteri dell'AVES. Nondimeno, dati i tagli erano tali che difficilmente un numero tanto alto di missili sarebbe stato comprato. Il parco dei missili Stinger era tale da mantenere le esigenze addestrative fino al 2000, ma per i livelli minimi di armi disponibili era necessario comprare altri missili dal 1998, possibilmente del tipo RPM, riprogrammabili per garantire maggiori capacità e resistenza alle ECM. Questa versione potrebbe garantire una copertura tale che una batteria di 4 lanciamissili potrebbe assicurare la stessa efficacia di una con 8 posti di lancio, grazie ad una portata utile maggiore.

Il futuro era difficilmente interpretabile, ma la finanziaria del 1996 disponeva stanziamenti per 27.000 mld di cui quelli disponibili per l'E.I erano solo un migliaio considerando i soldi per l'investimento. Era sempre meglio che nel 1995, quando c'erano solo 670 mld. disponibili per la stessa necessità.

L'artiglieria era quindi ancora una risorsa valida anche se costosa, ma molti programmi avrebbero finito la loro corsa in un vicolo cieco. I FIROS 30 non hanno avuto seguito, pur essendo mezzi validi; gli OTOMATIC non hanno avuto seguito e d'altro canto non avevano un programma specifico già approvato; i semoventi autocarrati da 155 mm, e quelli cingolati da 40 non hanno avuto nemmeno questi futuro. Alla fine l'unico vero programma di successo è stato quello per i mortai rigati e soprattutto quello dei PzH 2000, nel 1995 ancora pensati per un lotto di una trentina di esemplari, poi lievitati leggermente.

La situazione al 1998[6][modifica]

All'epoca la situazione era questa: dei reggimenti di FH-70 trainati, per un totale di 164 armi comprate, ve n'erano in distribuzione per 5 reggimenti di artiglieria: 4 sono del supporto generale dipendenti dal Comando Raggruppamento Artiglieria del COMSUP. Attenzione: il COMSUP aveva 5 reggimenti e 5 erano pure quelli di FH-70 ma non erano equivalenti: il 5o Reggimento della struttura di supporto generale era infatti il 3° 'Volturno' sugli MLRS. Così dei reggimenti di FH-70 4 erano in carico assieme a questi, mentre il quinto reggimento era ancora in carico alla brigata 'Pozzuolo del Friuli'. Tutti i reggimenti erano rafforzati al meglio, con il passaggio delle batterie a 8 pezzi d'artiglieria per una, ripartita in 2 sezioni da 4 armi l'una. Quindi 5 reggimenti avevano 120 armi da 155/39 mm, mentre le altre 44, teoricamente sufficienti almeno per un sesto reggimento ( o per altri 4 se l'ordinamento era ancora per batterie su sei pezzi l'una), erano nei depositi o per le scuole. L'artiglieria comprendeva anche i reggimenti delle brigate di alpini armati con il 105/14 mm, mentre la brigata 'Folgore' era recentemente passato, per il suo 185° Reggimento, a 24 mortai da 120 mm rigati Thomson-Brandt MO-120-RT-61. Questi erano i mortai definitivi, ma come 'interim' tra l'obice e il mortaio rigato v'è stato il mortaio liscio, sempre della Brandt, usato come supplenza prima dell'arrivo del nuovo mortaio rigato da 13 km di gittata con proiettili a razzo.

I semoventi dei tanti tipi in servizio fino a pochi anni prima si erano ridotti a due soli tipi: l'M109L e l'MLRS. Il primo era in carico a 8 reggimenti per complessivi 192 pezzi. Dell'MLRS si è già detto, ovviamente non era disposto a sua volta con un tale ordinamento ma si limitava a 18 sistemi del reggimento singolo a cui è stato assegnato. Ma prima di parlare del futuro, una rapida lista dei 'dispersi': anzitutto il compare 'leggero' del lanciarazzi americano, ovvero il FIROS 30, sistema d'arma di indubbio interesse e costi piuttosto bassi se non altro perché su piattaforma ruotata, avrebbe dovuto essere comprato in 60 sistemi per 3 reggimenti da affiancare agli MLRS, ma nemmeno la prima batteria sperimentale di 6 armi, dal costo di 40 mld, è stata mai comprata, nonostante fosse prevista già per il 1992 (ed erano comunque anni che il FIROS era in valutazione con alcuni veicoli di lancio); poi l'eterno 'desiderato', l'OTOMATIC, che oramai stava scadendo dall'orizzonte anche dei desideri, nonostante che il programma per 60-80 veicoli fosse tutt'altro che onerosissimo rispetto a quello per altri sistemi d'arma (dopotutto se il costo unitario era considerato eccessivo arrivando a quasi 6 mld, lo stesso si doveva pensare del FIROS o dell'Ariete, per non dire dell'MLRS); il semovente su scafo Centauro con artiglieria FH-70; e il piuttosto discutibile (scafo di carro con motore da 830 hp per un singolo pezzo da 40 mm su postazione scoperta) semovente antiaereo Leopard/Bofors, che era una specie di 'supplente povero' dell'OTOMATIC ma giudicato non idoneo; i pezzi da 40 mm erano invece in fase di dismissione e messa in riserva, visto che il sistema ibrido Skyguard/Bofors non venne ritenuto nel suo complesso convincente.

Per il futuro le cose avrebbero preso una svolta con una drastica riduzione quantitativa e al tempo stesso, con un aggiornamento tecnologico notevole. I sistemi d'artiglieria semoventi e trainati da 155 mm operativi, almeno in unità di prima linea, erano già ridotti a 18 MLRS e 312 pezzi da 155/39 mm (tutti con la stessa canna, quella dell'FH-70), 24 mortai rigati da 120 mm e alcune decine di obici da 105/14 mm Mod.56, il tutto pari a circa un terzo del parco disponibile un decennio prima. La successiva fase avrebbe visto la riduzione a 4 reggimenti degli FH-70, 2 per il supporto generale e 2 per le brigate delle Forze di Difesa o FOD. Ma soprattutto, i reggimenti di M109L sarebbero pure diventati 4, ovvero appena la metà del totale presente: anche qui con la stessa ripartizione tra brigate e supporto. A quel punto da 13 reggimenti si sarebbe scesi a otto, con 192 armi complessive. Gli obici da 105 mm sarebbero stati rimpiazzati dai nuovi pezzi ultraleggeri da 155/39 mm, per i reggimenti delle unità alpine e della brigata 'Pozzuolo del Friuli'. Questo programma per l'obice da 155 leggero era voluto dai Marines, che avrebbero avuto l'UFH (Ultralightweight Field Howitzer) sviluppato dalla britannica VSEL e dall'americana Textron. Erano previste le valutazioni proprio per il 1998 da parte dell'USMC, con un'opzione per 190 pezzi e un'esigenza addirittura di 600 armi (più di tutta l'artiglieria moderna italiana). I mortai da 120 mm rigati erano invece in valutazione a Nettuno con il munizionamento controcarri Strix, autoguidato da 120 mm, di produzione svedese. Quest'arma, apparsa anni prima, era stata vista in pubblico già nel 1992 con uno spettacolare test contro carri bersaglio Centurion, e dato l'apparente abbandono del programma tedesco per un analogo proiettile restava l'unico modo per un mortaio pesante d'ingaggiare direttamente un carro armato.

Altre risorse sarebbero state devolute per le munizioni d'artiglieria: ma nonostante le intenzioni, pare che ancora nel 1998 non fossero presenti, come non lo erano nel 1995, proiettili del tipo ICM (a submunizioni) e forse nemmeno del tipo con razzo ausiliario per maggiorare la gittata massima. I lanciarazzi MLRS, quelli sì con submunizioni e motore a razzo, non sarebbero stati ordinati nella versione con mine controcarri AT-2 tedesche, mentre nel futuro non sarebbe dispiaciuto disporre del missile ATACMS. Un altro missile interessante era il Poliphem, in Italia Polifemo, di cui s'é già parlato, con una gittata di circa 50 km per colpire obiettivi paganti dietro le linee nemiche, eventualmente da dare ad uno degli ultimi due reggimenti per il supporto generale armati con l'M109L. Ma forse soprattutto era da menzionare il PzH2000 tedesco, di cui nel 1999 due esemplari avrebbero dovuto essere consegnati all'E.I. per valutazioni operative. Dal 2003 questo sistema avanzatissimo, dopo avere completato le forniture per l'Esercito tedesco nel primo lotto, sarebbe stato disponibile per i clienti esteri, che potevano essere interessati a questo cingolato per rimpiazzare i 25.000 sistemi d'artiglieria tra cui 6.500 M109 e 4.000 2S1, ancora in circolazione (25% in Europa, 19% Russia e Cina, 25% Asia, 13% Nord America), nonché 1.500 M110 e 800 2S1. Il primo lotto per l'Esercito tedesco era di 185 sistemi, di cui il primo venne consegnato (parlando di produzione di serie) nel luglio 1998, con 18 mesi di anticipo. L'esigenza per l'Heer, onde rimpiazzare gli M109G (non aggiornati in maniera significativa) era prioritaria, ma solo per questa prima partita, mentre l'esigenza complessiva per 595 semoventi sarebbe stata soddisfatta, dal 2003, assieme agli altri clienti internazionali tra cui l'Italia, interessata a rimpiazzare con questo sistema d'arma gli ultimi 3-4 reggimenti di M109L.

Quanto alla logistica, i vecchi 'muli da carico' sarebbero rimasti, per il momento almeno, gli M548.

Per l'artiglieria moderna gli 'artigli' sono importanti, ma non sono da meno gli 'occhi' e il 'cervello'. Passati i tempi degli schieramenti 'ruota a ruota' di centinaia di armi, le battaglie d'artiglieria moderne somigliano a una lotta informatica, e così per combatterla gli eserciti moderni si attrezzano con sistemi adatti: apparati di navigazione terrestre (anche se tutto è diventato molto semplice dopo l'avvento del GPS), sistemi informatici, e sensori d'acquisizione. Il tutto in Italia faceva capo al SAGAT, già visto, in fse di aggiornamento nel software, al SIR (Sistema Informatico Reggimentale)l e finalmente all'arrivo del SORAO (per la sorveglianza) uno dei sottosistemi principali dell'ambizioso CATRIN. Il SORAO era incaricato della ricognizione ed in collaudo proprio attorno al 1998: aveva RPV Mirach 26 e 150, radar di sorveglianza e controbatteria, telemetri laser, visori IR termici, computer e data-link per la raccolta delle informazioni. Non era ancora uno schieramento completo: i radar di controbatteria pare che non fossero ancora presenti, mentre quelli di sorveglianza del terreno erano disponibili in due tipi, curiosamente di costruzione belga, controllabili a distanza e destinati ad operare in prossimità del campo di battaglia.

Per il resto da sottolineare come l'artiglieria si desse delle 'missioni' specifiche con 3 obiettivi: distruzione di centri operativi nell'entroterra nemico, colpi contro le prime linee, e conflitti a bassa intensità con azioni in aree dove operavano i 'peacekeepers' ovvero gli eserciti che dagli anni '90 hanno trovato la loro 'ragione d'essere' del dopo Guerra fredda: le missioni fuori area, spesso con intenzioni 'umanitarie', ma che sono purtroppo finite per sfociare, anno dopo anno, in vere e proprie guerre a bassa intensità laddove la politica ha abdicato all'uso della forza rispetto a quello della diplomazia (in altri termini, missioni che variano da un effettivo 'peace keeping', sia pure dai risultati oltremodo incerti in prospettiva, come in Kosovo e in Libano, a missioni in cui la guerra è mantenuta appena sotto un dito di cenere, come in Afghanistan o in Somalia). Per operare con scioltezza in caso di necessità, specie in termini di mobilità (anche se di fatto le missioni oltremare hanno tutt'altro che carattere di 'intervento rapido') vi sono state modifiche importanti alla struttura e filosofia dell'artiglieria: forze di proiezione, per reagire rapidamente ad eventuali crisi e missioni di 'peace keeping', forze di reazione, per la guerra convenzionale in ambito NATO, anche fuori area (il cosiddetto 'peace enforcing', con buona pace dell'art.11), forze di presenza e sorveglianza, per la difesa del territorio nazionale. I cosiddetti 'pacchetti di capacità' servono a definire proprio queste missioni con l'invio di unità piccole, ma complete e complesse. La 'Folgore' e la 'Friuli' (diventata brigata aeromobile, pur nascendo come divisione corazzata) fanno parte della prima categoria.

Note[modifica]

  1. Sgarlato N: L'artiglieria pesante c.a. nel 1950, Eserciti nella Storia N.44
  2. Ferrari, Giorgio: La ripresa del Servizio tecnico d'artiglieria nel dopoguerra, RID marzo 1994
  3. RID gennaio 1991 pag. 14
  4. Stanglini, Ruggero: L'artiglieria si rinnova P&D Novembre 1995 pagg. 30-37
  5. Monografia Aerei sull'F-104, Aprile 2004
  6. Gianvanni, Piero: Il nuovo volto dell'artiglieria, P&D Giugno 1998 pagg. 52-59